"Il simbolo perduto" - читать интересную книгу автора (Brown Dan)3Robert Langdon era intento a rileggere le schede del suo discorso quando sentì che l’autista della limousine aveva cambiato andatura. Alzò gli occhi e rimase sorpreso nel vedere dov’erano. Posò le schede e osservò le acque calme del Potomac. Sul fiume aleggiava una spessa coltre di nebbia. Langdon trovava strano che la capitale fosse stata costruita a Foggy Bottom, un nome che è tutto un programma. Di tutti i posti nel Nuovo Mondo, è singolare che i padri fondatori avessero scelto proprio una palude lungo il fiume per posare la prima pietra della loro utopica società. Si voltò verso sinistra a guardare il Tidal Basin e l’elegante silhouette del Jefferson Memorial, che molti definivano il Pantheon americano. Davanti a sé osservò la rigida austerità del Lincoln Memorial, le cui linee ortogonali ricordavano il Partenone di Atene. Ancora più in là si intravedeva la punta del monumento simbolo della città, che Langdon aveva ammirato dall’alto poco prima, ispirato a un’architettura ben più antica di quella greca o romana. Il Washington Monument si stagliava luminoso contro il cielo scuro come l’albero maestro di un veliero. Da quell’angolazione pareva sollevato da terra, quasi stesse beccheggiando in un mare in tempesta. Anche a Langdon mancava la terra sotto i piedi. Quella trasferta nella capitale gli era giunta del tutto inaspettata. Quella mattina, alle cinque meno un quarto, si era tuffato in acque tranquille e si era fatto le quotidiane cinquanta vasche nella piscina deserta del campus di Harvard. Non aveva più il fisico di quando giocava nella squadra di pallanuoto dell’università, ma era ancora tonico e asciutto, e portava egregiamente i suoi quaranta e passa anni. L’unica differenza era che adesso per mantenersi in forma faceva molta più fatica. Quando era tornato a casa, verso le sei, aveva cominciato come sempre a macinare a mano il caffè Sumatra assaporandone il profumo esotico. Ma poi si era reso conto con grande sorpresa che la lucina rossa della segreteria telefonica lampeggiava. "Professor Langdon, buongiorno. Mi scusi se la chiamo a quest’ora." Era una voce educata, esitante, con un lieve accento del Sud. "Sono Anthony Jelbart, l’assistente personale di Peter Solomon. Il signor Solomon mi ha detto che lei è mattiniero. Ha bisogno di parlarle con la massima urgenza. Gli può telefonare appena sente questo messaggio, per favore? Immagino che abbia già il suo nuovo numero diretto, ma in ogni caso glielo do: 202-329-5746." Langdon si era preoccupato immediatamente per il vecchio amico. Peter Solomon era una persona di grande cortesia e educazione, un vero gentleman, e non lo avrebbe mai disturbato di domenica all’alba se non si fosse trattato di qualcosa di molto grave. Aveva lasciato la macinatura del caffè a metà ed era corso nello studio a telefonare. Peter Solomon era un amico, un mentore e, benché avesse solo dodici anni più di lui, una sorta di padre putativo. Si erano conosciuti all’università di Princeton. Quando Langdon frequentava il secondo anno, una sera aveva assistito alla conferenza di un giovane storico e filantropo molto noto. Solomon aveva parlato con contagiosa passione di semiotica e storia degli archetipi, presentandole in un modo che aveva fatto accendere in Langdon un amore per la simbologia che non si era più sopito. A conquistarlo, tuttavia, non era stata tanto la brillante cultura di Solomon, quanto la sua umiltà, la luce serena dei suoi occhi grigi. Gli aveva scritto una lettera di ringraziamento, senza nutrire eccessive speranze che uno degli intellettuali più ricchi e famosi degli Stati Uniti rispondesse a uno studente universitario del secondo anno. Invece Solomon lo aveva fatto, ed era stato l’inizio di un’amicizia profonda e gratificante. Accademico illustre con i modi pacati tipici degli aristocratici, apparteneva alla facoltosa famiglia Solomon, il cui nome appariva su edifici e università di tutto il paese. Come quello dei Rothschild in Europa, era un nome dalle connotazioni quasi mistiche, che sapeva di successo e nobiltà. Peter aveva ereditato lo scettro in giovane età, alla morte del padre, e nella vita aveva ricoperto numerose cariche prestigiose. Adesso, a cinquantotto anni, dirigeva lo Smithsonian Institution. Langdon lo prendeva in giro, dicendogli che l’unica pecca nel suo immacolato curriculum era la laurea, presa in un’università di second’ordine come Yale. Entrando nello studio, Langdon si era sorpreso nel vedere che Peter gli aveva mandato anche un fax. Peter Solomon SMITHSONIAN INSTITUTION SEGRETARIATO Caro Robert, buongiorno. Ho bisogno di parlarti al più presto. Ti prego di chiamarmi in mattinata appena puoi al 202-329-5746. Langdon aveva composto subito il numero e si era seduto alla scrivania di rovere finemente intagliata. "Segretariato" aveva risposto l’assistente di Solomon. Langdon lo aveva riconosciuto dalla voce. " Sono Anthony Jelbart." "Buongiorno, sono Robert Langdon. Mi ha lasciato un messaggio poco fa…" "Sì, professor Langdon." L’uomo sembrava sollevato. "Grazie di aver richiamato subito. Il signor Solomon ha urgenza di parale . Lo avverto immediatamente. Può attendere un istante?" "Certo." Mentre aspettava in linea, Langdon aveva abbassato lo sguardo e sorriso nel vedere il nome di Peter sulla carta intestata dello Smithsonian. Katherine gli aveva strizzato l’occhio. "Sono più vicine di quanto tu creda, Robert." L’assistente di Solomon nel frattempo era tornato al telefono. "Mi scusi, ma il signor Solomon sta cercando di sganciarsi da una teleconferenza. Stamattina c’è un bel po’ di confusione, qui." "Nessun problema. Richiamo dopo." "Veramente, il signor Solomon mi ha chiesto di spiegarle il motivo per cui l’abbiamo contattata. Le dispiace?" "Ma no, si figuri." L’uomo aveva preso fiato. "Come lei saprà, ogni anno il consiglio direttivo dello Smithsonian organizza un galà qui a Washington per ringraziare i sostenitori più generosi. Vi partecipa gran parte dell’èlite culturale americana." Langdon sapeva di avere troppo pochi zeri sul conto corrente per poter far parte di quell’èlite, ma si era domandato se Solomon non avesse intenzione di invitarlo lo stesso. "È consuetudine che la cena sia preceduta da un intervento di apertura, che quest’anno si terrà nella National Statuary Hall." "Il problema è il seguente" aveva continuato l’assistente di Solomon. "L’oratore si è ammalato e ci ha informati solo poco fa che non sarà in grado di prendere parte all’evento." Si era interrotto, imbarazzato. "Questo significa che dobbiamo trovare qualcuno che lo sostituisca. Il signor Solomon ha pensato a lei." Langdon era rimasto di stucco. "A me?" Non se lo aspettava proprio. "Sicuramente ci sono persone ben più qualificate…" "Il signor Solomon ha voluto contattarla per primo. Lei è troppo modesto, professore. Gli ospiti dello Smithsonian saranno felici di ascoltarla. Il signor Solomon pensa che potrebbe riproporre il suo intervento di qualche anno fa su Bookspan TV. Così non deve preparare niente di nuovo. Dice che trattava del simbolismo nell’architettura della capitale: sarebbe perfetto per l’occasione." Langdon non ne era altrettanto sicuro. " Se ben ricordo, parlava più della storia della massoneria che di…" "Ma va benissimo! Lei sa che il signor Solomon è massone, come peraltro molti degli amici che interverranno al galà. Sono certo che apprezzeranno." L’assistente di Solomon si era schiarito la voce, improvvisamente a disagio. "Be’, professore, a dire la verità sarebbe stasera." Langdon era scoppiato a ridere. "Stasera?" "Non l’avremmo disturbata a quest’ora, altrimenti. Ci troviamo in una situazione di profondo imbarazzo…" Si era messo a parlare più velocemente. "Il signor Solomon le manderà un jet privato a Boston. È un’ora di volo: sarà a casa per mezzanotte. Sa dov’è il terminal privato del Logan Airport?" "Sì" aveva risposto Langdon riluttante. "Magnifico! Riuscirebbe a farsi trovare lì per… diciamo le diciassette?" "Non ho molte alternative, giusto?" aveva domandato Langdon ridendo. "Sto solo cercando di accontentare il signor Solomon, professore." "Splendido!" aveva esclamato l’assistente, sollevato. Aveva dato a Langdon il numero di coda del jet e altre informazioni utili. Quando aveva riattaccato, Langdon si era chiesto se qualcuno avesse mai detto di no a Peter Solomon. Era tornato al suo caffè e aveva deciso di aggiungere qualche grano. |
||
|
© 2026 Библиотека RealLib.org
(support [a t] reallib.org) |