"Le pietre della Luna" - читать интересную книгу автора (Buticchi Marco)

5.

Roma imperiale. Anno 834 dalla Fondazione.

[81 d.C. (N.D.T.)]


In passato la figura di Tito era stata fatta oggetto di commenti malevoli: particolarmente discussa, per esempio, era stata la sua relazione con la bellissima principessa Berenice, al punto da costringerlo a rinunciarvi con grande dolore. Ma le responsabilità connesse con il suo alto ufficio sembravano averlo trasformato rapidamente. Da imperatore era diventato un vero padre del popolo romano. Nessuno avrebbe potuto dimenticare l’affettuosa sollecitudine e l’energia con cui aveva affrontato la grande calamità dell’eruzione del Vesuvio, la gravissima epidemia che aveva colpito Roma e l’incendio che aveva devastato la città per tre giorni e tre notti: ad adornare i templi e i monumenti che più avevano sofferto aveva addirittura destinato tutti gli ornamenti delle sue ville di campagna. Celebre era diventata la sua frase: «Preferisco morire che essere causa di morte».

Fu quindi con sentimenti di profonda malinconia che la romanità apprese la notizia della sua morte, provocata da febbri nella stessa villa di suo padre, in Sabina. Gli era succeduto da soli due anni, due mesi e venti giorni. Messa da parte ogni malevola speculazione, fu pianto come valente generale e buon governante.

Nell’apprendere la notizia, Giunio provò un dispiacere sincero: fino a quel momento, tra Marzio e quell’imperatore era intercorso un rapporto di mutuo rispetto, esente da ogni ostilità. Tito non poteva sicuramente provare particolari trasporti per i discendenti degli amici dei Vitellii, ma in questo come in molti altri casi sembrava non essersi mai lasciato turbare da un cieco sentimento di rancore. «Il principato», lo si sapeva aver ammonito i sospetti di una congiura, perdonandoli, «è un dono del destino.»

L’avvento al trono di Roma di suo fratello Domiziano, invece, rischiava di rimettere in discussione ogni cosa, soprattutto vista la sua amicizia di antica data con Menenio.

Il completo assorbimento nei suoi nuovi impegni distoglieva comunque Giunio da simili rovelli. Nel corso dei tredici mesi appena trascorsi, oltre ad avere riassestato la situazione finanziaria di Marzio, aveva cominciato a notare interessanti incrementi nelle produzioni e, come conseguenza, negli introiti. Il tutto senza attingere mai niente, se non agli inizi, dal milione di sesterzi donati da Tito. Era sicuro che un corretto reinvestimento dei guadagni fosse la via giusta per l’ampliamento di ogni attività. Così, accanto alle produzioni originarie di carattere prevalentemente agricolo, aveva convinto il suo signore a intraprendere una serie di attività collaterali, cercando di completare ogni ciclo produttivo.

Per esempio, il vino della fattoria veniva invasato in anfore costruite nelle loro fornaci, il trasporto verso Roma era effettuato da barche fluviali di loro proprietà, trainate da loro animali. Era poi arrivato l’acquisto della prima oneraria, da destinare al trasporto dei prodotti verso la Gallia e la Spagna, seguita da altre due e, finalmente, addirittura dall’acquisto di un cantiere di costruzioni navali poco distante dalla foce del Tevere.

Queste iniziative diedero ai loro traffici un formidabile impulso, anche in conseguenza della necessità di non far mai viaggiare a vuoto le navi. Così, dalla Gallia importavano ceramiche, mentre i vascelli che rientravano da Cadice, dopo un viaggio di nove o dieci giorni, avevano le stive piene di metalli, preziosi o no, cavalli e tessuti. Due collegamenti mensili venivano effettuati con la città natale di Giunio: assieme ai grandi blocchi del marmo di Luna, il comandante gli portava regolarmente notizie dei suoi genitori. La famiglia di Marzio era inoltre proprietaria di grandi magazzini in disuso proprio sul fronte del porto, che furono rapidamente riadattati a depositi per grano, di cui a Ostia venivano sbarcati annualmente dieci milioni di sacchi.

A Giunio piaceva arrivare di mattino presto nella piazza delle scholae o corporazioni, dove avevano sede le agenzie dei mercanti e degli armatori di ogni parte dell’impero: Narbona, Cagliari, Alessandria, Sabratha, Cartagine. Era il fulcro della vita commerciale, il luogo dove si concludevano affari e trattative, si concordavano carichi, noli e pagamenti. Marzio, pur non risparmiando i consigli, lo lasciava fare, consapevole e più che soddisfatto dei risultati raggiunti.

La vita tranquilla aveva assorbito Giunio con i suoi ritmi regolari. La giornata lavorativa si concludeva nel primo pomeriggio. Il luogo di ritrovo nelle ore di svago erano le terme, dove continuavano comunque le relazioni di affari e di politica nel piacere delle piscine riscaldate e dei massaggi. Lui, che era stato soldato e gladiatore, amava mantenere il fisico allenato, sicché, dopo una sana ginnastica, si attardava tra i vapori del sudatorio, lasciando poi che le abili mani degli schiavi gli detergessero e massaggiassero la pelle.

«Mi fa piacere notare», gli disse un giorno Marzio durante uno dei suoi resoconti settimanali, «che non mi sono sbagliato quando ho detto che la tua abilità non poteva limitarsi alle battaglie. Vedo con piacere che le vesti dell’uomo d’affari ti calzano a meraviglia, e questo mi incoraggia a perseguire una mia antica aspirazione.»

Giunio aveva capito a che cosa mirasse, ma volle ugualmente averne conferma. «Che cosa intendi dire, Marzio?»

«Il Consiglio dei decurioni vedrebbe bene una mia investitura a duovir della città di Ostia. Qualora accettassi, considererei questa prima esperienza una verifica delle mie reali possibilità in politica, per poi puntare al senato di Roma. Come sai, una delle condizioni per entrare a fare parte della Curia è quella di non esercitare un’attività mercantile. Quindi, visto che ti occupi di tutto in maniera egregia, non vedo ostacoli all’idea di intraprendere la carriera politica, mettendo completamente nelle tue mani la gestione delle mie proprietà.»

La prospettiva di essere lasciato solo nella gestione di quelle ormai molteplici attività suscitò in Giunio una certa apprensione. Certo, ormai operava di sua iniziativa, ma la ratifica delle sue scelte da parte del proprietario costituiva una sorta di autorizzazione a decidere circa l’utilizzo di risorse non sue, mentre d’altro canto era convinto che gli indirizzi e interventi di Marzio fossero indispensabili. Ma a inquietarlo era soprattutto un dubbio, il più grave di tutti. Decise di parlare chiaro.

«Fino a oggi, Marzio, nessuno ha cercato di ostacolarci, e abbiamo goduto della tranquillità necessaria per dedicarci al nostro lavoro. Ma non temi che un tuo nuovo interessamento alla politica possa riaccendere la sfida con il terribile Menenio e attirarci di nuovo in una trappola fatale?»

«Vedi, Giunio», rispose pronto il patrizio, «io ho passato la vita a combattere perché il confine dell’impero avanzasse di qualche lega, o a presidiare il territorio affinché popoli ostili non turbassero la sicurezza dei cittadini di Roma. Sapere che le mie ricchezze personali si stanno accrescendo grazie alla tua abilità mi riempie certo di gioia, ma non può bastarmi. Sono nato per essere un uomo pubblico. Se il prezzo che devo pagare sarà quello di scontrarmi di nuovo con gli intrighi di Menenio, saprò stare in guardia.»

Giunio non poté replicare. La decisione era presa e irrevocabile. Marzio divenne duovir di Ostia il mese seguente, mentre i freddi dell’inverno cominciavano a calare portati da Aquilone.

Fin dalle prime avvisaglie della brutta stagione le loro attività subivano un forte rallentamento, sia per il ridursi dei lavori agricoli, sia per l’impossibilità del naviglio di avventurarsi in un mare divenuto insidioso. In quei mesi, per i commerci di materiali pregiati si preferiva ricorrere al trasporto terrestre, integrato dove possibile dal piccolo cabotaggio, sebbene questo facesse lievitare i costi di trenta o quaranta volte rispetto al trasporto marittimo. In ogni caso, Giunio approfittava di quei momenti di relativa calma per dedicarsi alla ricerca di nuove relazioni e attività commerciali. E, nei limiti del possibile, cercava di aiutare Marzio nelle incombenze del nuovo incarico.


L’importanza della città di Ostia era chiarissima nella mente di ogni cittadino dell’Urbe: assediare Ostia significava porre sotto assedio Roma. Se le cose non funzionavano alla perfezione nella più importante base logistica, in grado di soddisfare i bisogni quotidiani di ben oltre un milione di abitanti, gravi e immediate erano le ripercussioni nella capitale. E dipendeva probabilmente da questo motivo se spesso era l’imperatore in persona ad assumere la reggenza del Consiglio della città portuale; in particolare quando, ogni cinque anni, i duoviri ricevevano la qualifica di censori e con essa poteri eccezionali. La nomina di Marzio era venuta proprio in uno di questi anni censorii, ma Domiziano, appena salito al potere, aveva ben altre preoccupazioni e impegni che sobbarcarsi anche il governo di un piccolo centro: fu sicuramente per questo motivo se ratificò senza battere ciglio la decisione dei decurioni.

La città vera e propria si estendeva a sud della foce del Tevere, poco lontano da un’ansa molto ampia del fiume, e sorgeva sull’antico scheletro di un accampamento militare stabile, tanto da presentarne ancora la struttura viaria, fatta di strade tra loro perpendicolari. L’attività portuale si svolgeva invece quasi due miglia più a nord, fin da quando l’imperatore Claudio aveva costruito bacini e canali capaci di ricevere oltre duecento navi. Nel porto permanevano comunque diversi seri problemi, dovuti all’insabbiamento e alla pericolosa esposizione dei moli alle bizze del clima. Pochi anni prima, infatti, oltre centocinquanta navi da carico erano andate perdute a causa di un fortunale.

Un canale artificiale collegava il porto al Tevere, e da lì le merci prendevano la via d’acqua fino a Roma e oltre. In breve tempo, quella che tutti definivano la città di Porto si era andata arricchendo di magazzini, taverne e abitazioni. Il territorio circostante, invece, dove lo consentivano le zone paludose, era costellato di campi coltivati.

Il terreno su cui era stata fondata la città originaria era alquanto instabile, costituito da sabbie e argille, e un’opera di consolidamento si era resa necessaria già da diverso tempo, visti i continui smottamenti avvenuti nel centro urbano. Marzio si presentò al popolo proponendo proprio un ciclopico lavoro di riempimento. I lavori, subito cominciati, innalzarono di diversi piedi il livello originario del suolo. Una seconda opera di pubblico interesse e di vaste dimensioni ordinata da Marzio non appena arrivato al potere fu la ristrutturazione integrale delle terme.

Il consenso nei confronti di Marzio cresceva di giorno in giorno. Nessuno, in precedenza, sebbene rimasto in carica diversi mandati, era mai riuscito a fare quello che aveva messo in opera lui in quei pochi mesi. Per un uomo abituato come lui all’azione non era certamente facile destreggiarsi tra gli equilibri politici e le aspettative del popolo, ma riusciva comunque ad assolvere il suo compito con grande dignità, non venendo mai meno alle sue note doti di sincerità e schiettezza.


Roma imperiale. Anno 836 dalla Fondazione.

[83 d.C. (N.D.T.)]


Nella residenza imperiale era ormai in corso da diverse ore la cerimonia conclusiva del duplice trionfo indetto per le vittorie sui catti e sui daci e l’allargamento dei confini di Roma agli Agri decumates. All’evento presenziavano anche le sacerdotesse custodi del fuoco sacro, austeramente mescolate alla folla delle più alte cariche religiose, militari e civili dell’impero.

Nonostante passasse instancabilmente da un gruppo di persone all’altro per scambiarsi melliflue frasi di cortesia o per discutere con questa o quella personalità, lo scaltro Menenio non perdeva mai di vista l’imperatore, in attesa del momento favorevole per rivolgergli la parola. «Divino Domiziano», gli disse finalmente, quando si presentò un momento propizio, «negli ultimi mesi ho notato un notevole incremento di attività nella città e nel porto di Ostia.»

«Sì, certo», rispose l’imperatore, «sembra che le autorità locali si stiano dando molto da fare per il bene di Roma.»

«Per il bene?» replicò Menenio, mentre un lampo sinistro gli balenava negli occhi. «Mah! Io sarei di un altro parere.» Quindi, espressamente richiesto di un chiarimento, continuò: «Ho la sensazione che la solerzia di queste autorità, soprattutto da parte di un valente militare come Marzio, possa far nascere velleità di autonomia dal potere dell’impero. Ripeto: è una semplice sensazione, gli dei ne scampino, ma tu sai bene, signore, che cosa vorrebbe dire se i granai che ci riforniscono venissero a mancare, o se mani traditrici si impossessassero del sacro Tevere. Per Roma e i suoi abitanti significherebbe la fine nel giro di pochi giorni».

Il volto di Domiziano si fece pensoso, un reticolo di rughe gli segnò la fronte.

«Hai fatto bene a manifestarmi i tuoi sospetti. Sarà opportuno rimuovere il duovir Marzio alla prima occasione possibile; ma con cautela, senza creare un martire e suscitare conseguenze pericolose. Direi anzi che alla sua opera è il caso di tributare un riconoscimento. Un alto riconoscimento.» E sul viso gli si dipinse un sorriso non meno sinistro di quello del senatore.

Menenio si congedò soddisfatto: il messaggio era arrivato a segno.


In un angolo dell’immensa sala, Clelia osservava sgomenta e nauseata quella moltitudine di persone impegnate a mettersi in mostra in ogni modo possibile soltanto per strappare un cenno di approvazione o di riconoscimento da parte dell’imperatore. Sentì impellente il bisogno di una boccata d’aria e uscì nell’ampio parco che circondava la residenza imperiale. Si aggirò a lungo tra le siepi di lauro perfettamente potate e per i sentieri delimitati da sempreverdi.

Fu proprio mentre si soffermava ad annusare una bacca esotica di particolare fragranza, così strana in quella stagione, che li scorse. Il corpo di Menenio, in piedi, si agitava ritmicamente. Il suo viso era contorto in una torva smorfia di piacere. Cornelia, china di spalle davanti a lui, aveva le vesti rivoltate fino ai fianchi; il suo grosso deretano biancastro strusciava nudo contro il nudo bacino dell’uomo. Le anche si torcevano nei movimenti della passione erotica, dalla bocca uscivano mugolii e rantoli, inframmezzati da una sequela di espressioni irripetibili, sacrileghe.

Clelia rimase impietrita, non riuscendo a credere di essere veramente testimone di quel sacrilego atto di piacere carnale. L’esitazione le fu fatale, impedendole di cercare subito un riparo dalla vista dei due. Quando vide gli occhi gonfi di malsana libidine della Vestale Massima aprirsi, si precipitò a nascondersi dietro una siepe, fuggendo poi in direzione della residenza imperiale.

I due amanti non potevano non averla vista, le rimaneva soltanto da sperare che non l’avessero riconosciuta. Angosciata e senza fiato, tornò a mescolarsi agli invitati, cercando di nascondere dietro un atteggiamento annoiato l’affanno e l’angoscia provocati in lei dal suo segreto. Cornelia raggiunse la grande sala affrescata pochi minuti dopo di lei. Sul volto non aveva dipinti i segni del sacrilegio, ma una smorfia di perfidia. Fece girare uno sguardo carico d’odio e, non appena i suoi occhi si posarono su di lei, Clelia capì che da quel momento la sua esistenza si sarebbe fatta ancora più difficile.

«Ma no», aveva detto Menenio, affettando un sorriso di circostanza, «devi esserti sbagliata.» Però era profondamente infastidito. Chiunque fosse stato a scoprirli, non sarebbe certamente andato in giro a raccontare che la Vestale Massima e il senatore si dilettavano a spregiare il nome degli dei compiendo affannati commerci carnali in piedi, nel parco dell’imperatore, come due cani infoiati. Ma da quel momento sarebbero stati costretti ad agire con molta più circospezione, e questo lo riempiva di bile. Per tutta la vita era sempre andato in cerca di sensazioni vietate dal comune senso naturale.

Gli piaceva, per così dire, praticare sentieri impervi, corrompere, stuprare, violare, quali che fossero il sesso, l’età o il ruolo della controparte. E non intendeva certamente negarsi il piacere di profanare una donna sacra a Vesta e vincolata alla castità. Che, oltre a tutto, sapeva abbandonarsi a oscene empietà capaci di quintuplicare il suo piacere.

«Non preoccupiamoci troppo», aveva concluso. «Cercheremo di stare più attenti. E, caso mai, non faticheremo ad agire.»

Con atteggiamento parimenti distaccato, Cornelia aveva risposto: «Sì, probabilmente hai ragione, ma terrò comunque d’occhio la giovane e la punirò con la massima severità per la minima mancanza, in modo che, se ha notato qualcosa, implori gli dei di stendere sulla sua mente un velo di oblio. Donnicciola di ghiaccio… Una vergine bellissima… oh, certo, com’è bella! Ma per sua sventura il destino l’ha voluta frigida».

«Be’… dal canto mio lo considererei un aspetto di grande interesse», ridacchiò Menenio, avviandosi a tornare tra gli invitati. «Saprei bene io che cosa insegnarle.»

L’espressione di Cornelia si fece impenetrabile. Lo seguì in silenzio, immersa nei suoi pensieri.


Alle prime avvisaglie della bella stagione, durante il periodo consacrato alle celebrazioni in memoria di Cesare, Giunio decise di recarsi nelle sue terre per alcuni giorni. Erano ormai diversi anni che non si concedeva un po’ di riposo ed era convinto che un breve periodo di svago non avrebbe potuto che fargli bene. I cantieri navali avevano appena varato una oneraria di dimensioni inusitate, da lui fatta costruire proprio per il trasporto dei grandi blocchi di marmo. Cogliendo l’occasione del viaggio inaugurale, prese il largo in una fredda mattina di marzo.

La brezza sostenuta e costante di Aquilone proveniva dalla loro stessa direzione di marcia, rendendo difficile risalire il vento. Il viaggio durò sei giorni, contro gli usuali tre o quattro con vento favorevole. Durante il giorno, allungato a prora, Giunio godeva il tiepido sole, di notte rimaneva sveglio fino a tardi ad ascoltare lo sciacquio delle onde lungo la fiancata, adagiato sulla branda in una cabina della tuga. In quel vascello, le misure classiche delle navi da carico erano state stravolte: la stiva poteva contenere diecimila anfore, contro la normale capacità di trequattromila. Anche le dimensioni erano circa il doppio di quelle di una nave da carico: invece di misurare trenta o trentacinque passi, era lunga da poppa a prora ben sessantadue. Giunio contava, nel corso della successiva brutta stagione, di poter effettuare viaggi anche di medio raggio, convinto che le dimensioni della nave avrebbero consentito di affrontare ogni tipo di mare.

In lontananza si cominciava a scorgere la terra che conosceva tanto bene, e l’ansia di arrivare a destinazione si era impadronita di lui, facendogli sembrare interminabili le distanze e i tempi necessari per superarle. Prima si delinearono le colline di contorno al corso del fiume, poi scorse da lontano il profilo delle due isole e infine apparvero perfettamente distinte le mura della città di Luna. Ancora una volta si presentò a casa senza preavviso, pregustando la gioia dei suoi genitori.

La madre, tuttavia, gli sembrò molto provata, notò con preoccupazione sul suo viso i segni della fatica e del tempo. Il padre, invece, esibì secondo il suo solito i modi rudi del militare, conditi da una dolcezza che forse soltanto il figlio riusciva a cogliere fino in fondo.

«Sento che qualcosa ti turba, figlio mio», si sentì tuttavia dire a bruciapelo, appena cessata la commozione dell’incontro. Suo padre aveva avvertito immediatamente il segreto che lo angustiava, probabilmente per effetto dell’affinamento di sensibilità generato dal buio della cecità.

«Mi sono state sottratte le Pietre della Luna, padre», rispose di getto Giunio, trovando un profondo sollievo nell’opportunità di rivelare l’accaduto.

L’espressione del padre, tuttavia, lo meravigliò: non un cenno di disappunto, non un moto di stizza. «Come è successo, Giunio?» gli chiese il vecchio, mostrando una calma inaspettata.

Giunio raccontò in breve i particolari della congiura, la sua schiavitù e la prigionia del suo signore, le battaglie nel Circo e la riconquistata libertà. «Purtroppo», concluse, «sembra che non ci siano strumenti legali per rientrare in possesso delle sacre statue.»

«Non devi darti pena, figlio mio», replicò suo padre, con un tono di voce sereno che fu come miele per il suo spirito. Le parole sembrarono avere il potere di assolverlo da una colpa. «Le Pietre sono nostre, e nessun altro può appropriarsene a lungo», continuò il vecchio. «Si dice che siano state trafugate ben tre volte ai nostri avi, ma sono sempre tornate al loro altare. Non angustiarti, non temere. Vedrai che un giorno ti si presenterà l’occasione di rientrarne in possesso.»

Fu allora la madre a prendere la parola, senza distogliere lo sguardo dal lavoro di tessitura in cui era impegnata. «Pensavo che fossi venuto a comunicarci qualche novità, Giunio… Il matrimonio… L’arrivo di un nipote…» E alzò finalmente con aria interrogativa lo sguardo al figlio, che sembrò rendersi conto soltanto in quel momento del fatto che prima le vicissitudini della vita e adesso gli impegni di lavoro lo avevano completamente sottratto a quel genere di vincoli.

Le schiave della villa erano sufficienti per appagare l’appetito di qualsiasi uomo, e lui non aveva mai pensato a un legame che andasse oltre il congiungimento carnale. Evocato da quei pensieri, affiorò prepotente il ricordo della giovane vestale, mentre cercava con fatica le parole per rispondere.

«Sai, madre», riuscì finalmente a balbettare. «Prima ci sono state le armi, poi tutto quello che vi ho raccontato; e oggi il lavoro non mi lascia molto tempo per…» Non finì la frase. A toglierlo dall’imbarazzo venne un provvidenziale intervento del padre. «Lasciamo perdere questi discorsi da donnicciole, figlio. Devi assaggiare il vino della scorsa vendemmia, è dolce e profumato come non era mai successo.»

Bevvero in allegria, ringraziando gli dei per avere loro concesso di stare insieme ancora una volta. La sera seguente, non appena completate le operazioni di carico, Giunio sarebbe ripartito alla volta di Ostia, e chissà quando avrebbero avuto l’occasione di rivedersi.

Quando Giunio varcò la porta nord delle mura, cavalcando uno splendido baio donatogli dal padre, era mattino presto. Desiderava rimanere solo per un po’ e ripercorrere i sentieri della sua infanzia, immersi nel verde delle terre dei liguri. Cavalcò alcune ore in assoluta libertà, fermandosi spesso a osservare il panorama di quel mare amico. Rivide golfi e insenature il cui ricordo si perdeva nel tempo, oltrepassò villaggi fatti di poche case di pescatori. Infine, tornando verso la città di Luna, si soffermò a osservare dall’alto delle colline il tortuoso corso del fiume Magra. Arrivato a casa, trascorse qualche ora con i genitori, che vollero poi accompagnarlo fino al porto.

La nave era all’ancora: se ne potevano facilmente confrontare le inusitate dimensioni con quelle degli altri mercantili intenti a caricare o scaricare merci. Il comandante gli venne incontro raggiante: «Siamo riusciti a stivare quasi tre volte la quantità di un normale viaggio, tribuno Giunio», spiegò.

E finalmente, abbracciati con profonda commozione i genitori, mentre il sole stava per calare dietro le montagne, Giunio riprese la navigazione verso il porto di Ostia. Adesso Aquilone li spingeva da poppa, e le lanterne di bordo illuminavano il ponte con una luce fioca.

Il giorno seguente Giunio volle fare una breve sosta nell’isola Ilva, poco distante dalle coste dell’Etruria: era un viaggio che aveva programmato da tempo per esaminare nuove opportunità commerciali. Era convinto che i minerali ricchi di ferro di quelle terre potessero costituire una valida fonte di traffici. Fin dall’inverno precedente aveva infatti scritto al proprietario, preannunciandogli una visita.

Il comandante della nave conosceva alla perfezione insenature e porti. Ormeggiarono in una rada riparata. A terra si vedevano lunghe file di schiavi gravati di ceste di giunco: stavano caricando una nave affiancata al molo.

Sceso a riva con la scialuppa, Giunio si soffermò qualche tempo a osservare la fatica dipinta sul volto di quegli uomini. Nel suo spirito bruciava ancora il ricordo del lavoro forzato di minatore cui era stato condannato, degli infiniti scavi sotterranei per gli acquedotti, di quella polvere letale. Mentre guardava la scena, uno schiavo ruppe l’ordine monotono della fila, fermandosi davanti a lui. Aveva la disperazione dipinta negli occhi e la voce roca, scossa da pesanti colpi di tosse. «Tribuno Giunio», disse in tono accorato, «ho fatto parte con onore delle legioni, ho combattuto al tuo comando nella valle del Reno, e adesso sto per morire nelle viscere di questa maledetta terra.»

Non lo ricordava, ma sarebbe forse stato impossibile che lo riconoscesse. «Perché sei qui, legionario?» gli chiese.

«Ho rubato, signore», rispose con estrema franchezza lo schiavo. «Da quando sono stato congedato, ho dovuto patire fame e povertà. Ho rubato soltanto per non vedere i miei figli morire di stenti. Quindi credo che la punizione che ho ricevuto sia eccessiva».

In quel momento si sentì il sibilo della frusta nell’aria. La mano di Giunio si alzò istintivamente, intercettando la striscia di cuoio che stava per abbattersi sul suo sventurato interlocutore. Senza riflettere, diede uno strattone allo scudiscio, facendo perdere l’equilibrio alla guardia. Un altro uomo gli si avvicinò immediatamente, chiedendogli in tono autoritario: «Chi sei, straniero, per malmenare le mie guardie?»

«Il mio nome è Giunio, tribuno militare e membro della confederazione mercantile di Ostia. Sono sbarcato sull’isola per verificare l’opportunità di intraprendere un commercio del vostro minerale.»

L’uomo sembrò abbandonare i modi minacciosi e, con voce più calma, riprese: «Sono lieto della tua visita, Giunio. Ritienimi a tua disposizione per soddisfare ogni curiosità. Ti stavo aspettando da tempo. Sono Venanzio, proprietario di quelle miniere», continuò, indicando con la mano le montagne rossastre di minerali di scarto, «e dal canto mio sarò lieto di valutare ogni tua proposta». Infine, in tono di nuovo irritato, ordinò alla guardia: «Che cosa aspetti con quegli occhi sbarrati da bue? Porta via quello schiavo, che non importuni il nostro ospite».

«Quell’uomo non mi stava importunando, Venanzio. È un mio vecchio soldato, e ti prego di lasciarlo ancora in mia compagnia», intervenne prontamente Giunio.

«Ogni tua richiesta per me è un ordine, nobile tribuno», replicò il proprietario delle miniere, a cui premeva entrare in rapporti di affari con una delle confederazioni mercantili più potenti dell’impero.

Quando riprese il largo, alcune ore più tardi, Giunio aveva già concordato non soltanto il periodo in cui si sarebbe svolto il primo viaggio, ma anche il prezzo che avrebbe pagato per ogni libbra di quel carico di prova. Dopo alcune resistenze, dovute allo stato di affidamento dello schiavo, Venanzio aveva anche accettato di cederglielo per la somma di soli cinquanta sesterzi, a patto che gli cambiasse il nome e che sulla faccenda venisse mantenuto il segreto più assoluto. Qualche giorno dopo avrebbe denunciato la morte di un condannato, e tutto sarebbe finito lì.

Una volta a bordo, quando il legionario si fu ripulito e vestito con abiti decenti, Giunio quasi non lo riconobbe. Aveva un fisico tarchiato, braccia forti e sguardo intelligente, anche se sembrava far fatica a guardare l’interlocutore negli occhi. Giunio non poté non notare la cosa con un vago senso di inquietudine. A suo dire, aveva fatto parte della cavalleria imperiale, che da tempo veniva reclutata presso gli abitanti delle province, non essendo i romani abili cavalieri. Era originario di Cartagine e si era trasferito a Roma in giovanissima età. Dopo il congedo aveva tentato diverse strade, ma senza successo, riducendosi infine a rubare per fame.

Lo scafo fendeva veloce il mare azzurro, i rigori dell’inverno venivano spazzati via da una brezza tesa e sostenuta. Nonostante le sue iniziali incertezze, Giunio provava compassione per quel militare, squassato dai colpi di tosse e duramente provato nel fisico. Si convinse che i suoi occhi abbassati esprimevano un misto di timidezza e profonda riconoscenza; decise che poteva fidarsi di lui. Dietro sua richiesta, da quel giorno lo chiamarono Dario.

Dopo il loro ritorno, la primavera si annunciò repentina, accompagnata dalle piogge calde che segnalavano l’imminenza della bella stagione.

Come la natura, anche ogni attività sembrava uscire dal lungo torpore invernale, ovunque fervevano lavori e preparativi. La città di Porto sembrò rianimarsi, le vie e le piazze di Ostia si colorarono delle vesti variopinte dei mercanti. File di schiavi carichi di merci ripresero a percorrere le banchine. Quell’atmosfera aveva sul fisico ancora giovane di Giunio lo stesso effetto degli speroni sui fianchi di un cavallo. Si sentiva forte e instancabile.

Dal canto suo, il nuovo venuto, Dario, mostrava doti difficilmente riscontrabili nei suoi soliti collaboratori. Sapeva scrivere e fare di conto, aveva un fiuto innato per gli affari e non si stancava mai di imparare.


Roma imperiale.


Da quando aveva scoperto il suo sacrilego segreto, Clelia viveva nell’angosciosa attesa della vendetta di Cornelia. Allorché, dopo alcuni giorni di indecifrabile silenzio, una delle ancelle venne a chiamarla al cospetto della Vestale Massima, capì che il momento era arrivato. Si preparò ad affrontare la terribile donna con il massimo coraggio.

Ma non poca fu la sua meraviglia quando, superata al centro dell’atrium la statua di Numa, fondatore del culto della dea, invece che verso la stanza da studio di Cornelia si vide condurre verso il suo cubiculum e poi, attraverso quello, fu introdotta nel balineum, il bagno rigorosamente riservato alla Vestale Massima e, per quanto ne sapeva, inaccessibile alle altre vestali. Stupita, inquieta, immaginò che Cornelia fosse malata.

Appena entrata nel balineum, si sentì avvolgere dalla temperatura elevata e dall’umidità. L’ancella le chiuse la porta dietro le spalle. Attraverso il vapore, gli occhi di Clelia riuscirono finalmente a individuare la grande vasca in marmo bianco, molto più grande di quella del balineum comune riservato a loro. L’acqua calda continuava ad affluire, diffondendo vapore, da una bocca di leone azzurra sporgente poco sopra l’orlo. Le membra di Cornelia affioravano molli, biancastre. Sulle labbra della donna aleggiava un sorriso indecifrabile.

«Ecco la migliore delle sacerdotesse!» si sentì accogliere con una strana voce roca, in un tono che non riuscì a capire se era cordiale o sarcastico. L’inquietudine persistente le impose di rimanere all’erta. Per una punizione, era un luogo ben strano.

Con profondo imbarazzo notò che il pelo pubico di Cornelia, nero e ispido, emergeva dall’acqua come una chiazza di vegetazione palustre. La Vestale Massima non faceva niente per nascondere i suoi segreti, sembrò anzi divaricare le gambe. «Questi vapori salutari rilassano lo spirito e la mente, e predispongono all’indulgenza. Non ho intenzione di punirti ancora per i tuoi comportamenti incauti, per certe curiosità che non si addicono di sicuro a una sacra sacerdotessa…»

Curiosità? pensò Clelia. Dunque, come temeva, era stata riconosciuta. Ma non era certamente stata la curiosità a portarla alla sconvolgente scoperta degli atti sacrileghi di Cornelia.

«Non nutro alcuna curiosità particolare, Sacra Vestale Massima, al di là del necessario per adempiere con coscienza alle mie mansioni quotidiane», replicò in tono sottomesso ma fermo.

«Sì, certo Clelia», la interruppe Cornelia, «so con quanta dedizione assolvi al tuo ufficio. Se finora mi sono comportata duramente con te, ciò era imposto dall’esigenza di fare di te una vera sacerdotessa di Vesta. E finalmente, osservandoti con attenzione, credo di esserci riuscita. Rimane qualche minimo dettaglio, ma supereremo anche quello. Con l’esperienza, la conoscenza e, finalmente, tra noi, una vera amicizia.

«Vieni, dunque, cara giovane, immergiti anche tu tra questi balsami. Ne trarrai sicuramente beneficio, le tue membra si rilasseranno. E potremo conversare in piena serenità, da buone amiche, tranquille, non disturbate.»

Così detto batté due volte le mani, e come dal nulla apparvero due schiave. Dopo pochi istanti Clelia si trovò nuda. La sua pelle d’avorio rifletteva la luce delle lanterne. Rimase un attimo dov’era, incerta. Ma anche sollevata: l’offerta di amicizia da parte di Cornelia la stupiva, ma finalmente aveva capito i motivi del malanimo mostratole fino a quel momento. Le era stato spiegato. Era finto, imposto dall’alto ufficio di Cornelia.

Era arrivata in quella stanza pronta a ricevere rimproveri e punizioni. Invece era attesa con amicizia in quell’acqua calda e profumata. Scese rapidamente i quattro scalini. Cornelia la seguì con lo sguardo in ogni mossa, gli occhi fissi sulla perfezione del suo corpo, riempiendola di ulteriore imbarazzo. Cercò di proteggersi alla meglio tenendo le mani sul ventre. Nessuna l’aveva mai vista nuda, nemmeno la sua compagna di camera, Gaia, che invece non si vergognava a spogliarsi e rivestirsi allegramente davanti a lei.

Le venne in aiuto uno sconosciuto tono di dolcezza della Vestale Massima: «Vieni, Clelia, non temere, non arrossire. Sono donna, come te e come le tue compagne. Il mio corpo è uguale al vostro. Sono stata giovanissima, come te e Gaia. So quanto sia difficile per una donna affrontare le privazioni della vita sacerdotale, e tanto più per una così bella… Come potrei non saperlo? Credi che anch’io non abbia sentito e non senta tuttora gli impulsi del corpo?»

Cornelia le si era fatta più vicina. «Credi che non conosca il fremito insopprimibile da cui siamo prese in certi momenti?» continuò, mentre, sotto la superficie dell’acqua, le sue mani cominciavano a carezzarle le cosce sode e tornite.

«Credi che non riconosca il profumo degli umori più segreti?» Le dita della donna raggiunsero il ventre di Clelia, lo accarezzarono dolcemente e poi scesero. Fecero una pressione leggera.

«No… no…» protestò Clelia sottovoce, ritraendosi. Ma improvvisamente Cornelia si erse, uscendo dall’acqua. I vapori che si disperdevano dalla sua pelle la facevano sembrare un personaggio salito dall’Averno. Con una mano ferma e forte afferrò la nuca della giovane seduta e la trasse a sé.

L’odore del sesso di Cornelia le entrò nelle narici. Clelia se ne sentì invadere, violare, rivoltare. Si divincolò. «No!» gridò disperata. «Mai! Meglio il supplizio. Meglio la morte!» Un grido di terrore e angoscia. Clelia aveva già riguadagnato il bordo della vasca. Senza ascoltare le frasi sconnesse che le rivolgeva la voce arrochita di Cornelia, ancora in piedi nell’acqua come una terribile creatura degli abissi terreni, avvolse alla meglio il corpo in un telo di lino e si precipitò verso l’uscita, sentendosi urlare alle spalle un’oscura minaccia: «La morte? Il supplizio? Proverai qualcosa di molto più sottilmente duro, Clelia: ti manderemo a conoscere il mondo!»


Città di Ostia.


La strada che portava al porto di Roma era invasa dal traffico commerciale. Il percorso del piccolo corteo veniva continuamente ostacolato dai lenti carri stracarichi. I littori precedevano la portantina dove, dietro fini tende di seta, si celava la sacra sacerdotessa. Seguiva quindi una scorta di dodici armati che non l’avrebbero mai abbandonata nel corso di tutto il viaggio.

«Ti manderemo a conoscere il mondo…» Che cosa poteva mai significare? Come poteva essere più dura della morte l’ebbrezza della libertà che le era stata inopinatamente concessa?

Senza alcun preavviso, mentre aspettava angosciata lo svolgersi degli eventi chiusa nel suo cubiculum, da cui non osava uscire, le era arrivato un ordine perentorio. Doveva partire. I territori della Giudea erano tuttora pervasi da fremiti di rivolta, rinfocolati dalle eresie nate in quelle terre. Era improcrastinabile che vi venisse ristabilito l’ordine della vera religione di Roma, e che, tra gli altri, il culto di Vesta tornasse a esservi rispettato in tutta la sua sacra importanza.

Così aveva decretato l’imperatore, e il Promagister, d’accordo con la Vestale Massima, aveva indicato lei per l’altissimo incarico. Lei, la più giovane e quindi la più forte delle vestali, e di conseguenza quella maggiormente in grado di affrontare le difficoltà e i pericoli del lungo viaggio, un evento inaudito nella tradizione dell’Aedes Vestae. Giunta in Giudea avrebbe operato in stretta collaborazione con il governatore della provincia, nei modi che quest’ultimo avrebbe giudicato più opportuni in base alla sua profonda conoscenza del territorio e delle popolazioni.

Proprio lei, inesplicabilmente, per una missione di estrema delicatezza e inaudito azzardo, pochissimi giorni dopo che la Vestale Massima le aveva gridato l’oscura minaccia: «Ti manderemo a conoscere il mondo…» Che cosa poteva significare? Quale prezzo non sarebbe stata disposta a pagare per quell’inattesa libertà?

Stordita dal precipitare degli eventi, Clelia guardava attraverso una fessura tra le tende l’animato spettacolo della strada ingombra, respirando l’aria salubre e fresca, godendo il rigoglio della natura che si risvegliava al caldo sole primaverile.

Oltrepassata Ostia lasciandola sulla sinistra, si diressero verso la città di Porto, dove li attendeva una nave militare. Fu nei pressi dei magazzini che, con un tuffo al cuore, quasi un mancamento, Clelia rivide Giunio.


La liburna era accostata a dritta della banchina principale. Giunio si soffermò a lungo a studiare ammirato la maestosità della macchina da guerra, i colori forti dello scafo lungo quasi settanta passi e i minacciosi disegni sulla prora, dove svettava il corvo. Dalla murata spuntavano le pale dei due ordini di remi, opportunamente ritirati nella manovra di accosto. Generalmente l’equipaggio di quelle regine del mare era composto da duecento uomini, di cui una settantina ai remi e i restanti divisi tra fanti di marina, ufficiali e sottufficiali.

Poco lontano dalla nave imperiale era ancorata un’oneraria al rientro dalle coste dell’Africa, che trasportava un carico di fiere destinate ai sanguinari spettacoli del Circo. Le gabbie dove erano rinchiusi gli animali venivano sollevate con grande cautela per mezzo di una gru e posate sui carri disposti lungo la banchina in attesa del carico. Le fiere sembravano impazzite, costrette in quegli spazi angusti si aggiravano agili e minacciose tra le robuste sbarre di ferro, emettendo ruggiti e digrignando i denti.

Una pantera si scagliava contro le sbarre, cercando invano la libertà. Giunio osservò per qualche tempo la linea scattante dell’animale, i muscoli possenti, la sua furia indomabile, ricordando i brividi del Circo, finché il suo sguardo non venne attratto dal piccolo corteo. La presenza dei littori denotava l’alto rango del personaggio che occupava la portantina dalle tende azzurre.

Con un trasalimento, vide il sublime volto della vestale affacciarsi tra le cortine, ne fissò gli occhi quasi volesse berne lo sguardo e, accortosi di un suo uguale sussulto al vederlo, sorrise. Si guardarono a lungo ancora una volta, e ancora una volta Giunio sentì che il trasalimento si trasformava in un inesplicabile tremito delle gambe.

Il momento magico fu bruscamente interrotto da un urlo: si voltò istintivamente proprio mentre la gabbia metallica si schiantava pesantemente a terra. La pantera si accucciò come un grosso gatto, pronta a compiere un balzo, finché non si accorse che le sbarre avevano ceduto. Fu libera in un istante.

Giunio vide la gente fuggire terrorizzata, il drappello di armati indietreggiare e scappare come davanti a un intero esercito. Gli otto schiavi che sorreggevano la portantina non ebbero quasi il tempo di allontanarsi. La belva impazzita si avventò su quello più vicino e gli recise la gola con una sola unghiata. Gli altri mollarono istintivamente la presa. La portantina cadde a terra rovesciandosi.

Giunio vide la sacerdotessa ruzzolare fuori dal veicolo. La pantera sembrò distratta per qualche istante dalle vesti che volteggiavano nell’aria, poi si rimise in posizione d’attacco.

Dalla portantina, Clelia aveva sentito le urla degli uomini, ma non aveva provato paura: si era, anzi, stranamente scoperta ad ammirare la leggerezza e la velocità con cui l’animale superava la distanza che la separava da lei. A riportarla alla realtà furono lo scossone della lettiga che si rovesciava e il sangue del portatore schizzato fin sui cuscini.

Si ritrovò distesa sul selciato, i suoi occhi incontrarono quelli impazziti della belva. Di nuovo, il suo sguardo non esprimeva paura, quanto piuttosto rassegnazione. Vedeva davanti a sé quella morte che aveva tante volte invocato nei più cupi momenti di disperazione, poiché nient’altro se non la morte poteva essere ciò che la stava osservando con quegli occhi gialli e penetranti. Tra poco la belva avrebbe spiccato il balzo ed estratto gli artigli letali. E le pene di Clelia sarebbero finite per sempre.

Giunio raccolse da terra la lancia abbandonata da un uomo della scorta. Caricò il braccio quasi d’istinto e scoccò l’asta. Seguì con gli occhi il percorso dell’asta, che sembrò durare istanti interminabili, e cercò di prevederne la traiettoria: con un profondo senso di angoscia si rese conto che avrebbe mancato il bersaglio. La punta di ferro toccò infatti terra con violenza, lambendo quasi il muso dell’animale ma senza ferirlo. Vide che la pantera aveva distolto il suo interesse dalla facile preda che aveva davanti e stava ruotando la testa in cerca della minaccia.

La belva puntò poi lentamente sul nuovo nemico, quasi volesse gustare il piacere della vendetta. Giunio vide le sue scapole alzarsi ritmicamente e indietreggiò cautamente fino a che non ebbe le spalle a ridosso del muro di uno dei magazzini del porto. La belva lo fronteggiava, agilmente piantata sulle zampe. Cercò invano con lo sguardo una qualsiasi arma con cui difendersi. Vide soltanto alcune ceste e reti di pescatori. Il corpo agile del potente felino si contrasse nello sforzo, lo vide librarsi altissimo in aria.

Richiamati affannosamente alla memoria i lunghi allenamenti nelle arti gladiatorie, Giunio scartò fulmineamente di lato e si gettò a terra, tirandosi dietro il lembo di una rete. La fiera ricadde tra le maglie di corda, tentando invano di divincolarsi con terribili ruggiti, ma riuscendo unicamente a impigliarsi sempre di più nella trappola. Giunio si alzò e rimase dov’era, fissando negli occhi l’animale ormai immobilizzato che continuava a cercare di liberarsi. In un lampo i bestiari gli furono addosso e lo legarono saldamente per le zampe.

Giunio girò lo sguardo in direzione della portantina rovesciata. Clelia era china sullo schiavo ferito a morte e stava cercando di portare un ultimo conforto al corpo squassato dai sussulti dell’agonia prima che l’ultima tenebra se ne impadronisse. Si avvicinò.

Quando la fanciulla rialzò lo sguardo, i suoi occhi erano pieni di lacrime.

«È… morto», disse, sconvolta.

«Tu come stai, nobile sacerdotessa?» ribatté lui, inquieto.

«Sto bene. Mi hai salvato la vita, Giunio, e non soltanto a me. Senza il tuo coraggioso intervento, chissà quante altre persone sarebbero state dilaniate dalla furia della belva.»

«Non dire niente, sacra vestale. Ricorda soltanto che ho un immenso debito nei tuoi confronti. E che non lo considero ancora saldato.»

Furono distratti da nuove urla alle loro spalle, questa volta non di terrore, ma di rabbia.

Incidenti di quel genere non erano rari durante gli sbarchi di animali feroci. La gente era ormai esasperata e sembrava voler far pagare ogni colpa all’armatore della nave dei bestiari. L’uomo, visibilmente impaurito, cercava di tenere testa con le parole a una turba di persone persino più inferocite della pantera fuggita. «Due mesi fa, un leone scappato ai tuoi uomini ha quasi ucciso mio figlio», urlò una donna brandendo un bastone.

In circostanze normali, Abis l’egizio doveva avere un colorito olivastro. Ma in quel momento il terrore di essere massacrato dalla folla lo faceva apparire di uno strano pallore tendente al verde. I suoi occhi continuavano a guizzare qua e là in cerca di aiuto, incontrando però soltanto volti pieni d’ira. «Che colpa ne ho io?» farfugliava con il suo strano accento africano. «Perché ve la prendete con me? Vi prego, ragionate!»

«Sei tu il responsabile di tutto questo! Senza l’intervento di Giunio, la tua pantera avrebbe seminato la morte in mezzo a noi!» esclamò un uomo di grossa corporatura, vibrandogli un colpo sulla testa. Abis si piegò in due, e la rabbia della gente sembrò esplodere.

Giunio vide mani e bastoni abbattersi rabbiosamente, si rese conto che il poveretto sarebbe sicuramente stato ucciso. Conosceva personalmente quei concittadini a uno a uno, ma non fu facile ricondurli alla ragione. Dovette intervenire con la massima decisione per salvare lo sventurato da una fine orribile quanto immotivata. Preso l’egizio per un braccio, lo spinse da parte, mentre, coperto di graffi e di lividi, quello continuava a protestare la sua innocenza.

«È stato un incidente», disse facendogli scudo con il corpo. «Quest’uomo non ha nessuna colpa.» A parlare era Giunio, il grande soldato e gladiatore la cui fama aveva largamente superato le mura di Roma, l’uomo di fiducia di Marzio, che dava pane e lavoro a tanti di loro. La folla inferocita si placò a poco a poco e finalmente si sciolse, non senza avere rivolto nuove minacce al commerciante di animali.

Abis si inginocchiò, prese le mani di Giunio e se le portò al volto. «Grazie, nobile tribuno, grazie.» Aveva la pelle di ghiaccio, la fronte imperlata di sudore.

Quando Giunio cercò di nuovo Clelia con lo sguardo, si accorse che il corteo aveva ormai abbandonato il molo. Guardatosi attorno senza successo, lo vide finalmente spuntare da dietro la murata della nave della marina imperiale. Sapeva che quello stesso mattino il vascello militare sarebbe partito alla volta della Giudea. Sentì nuovamente vacillare le gambe, ma per un ben diverso motivo. L’eventualità di non vedere mai più la creatura dei suoi sogni gli parve intollerabile.

Il comandante era sceso a terra, accompagnato da alcuni ufficiali. Nelle vicinanze del canale che si congiungeva al Tevere era stata elevata una piccola ara in marmo dedicata a Nettuno. I militari le si disposero attorno. Uno reggeva tra le mani un remo, il comandante portava una ciotola colma di vino. Giunio li vide chinare il capo chiedendo al dio del mare di voler concedere loro un viaggio tranquillo e privo di insidie. E di punto in bianco si accorse che stava pregando fervidamente con loro, che la bellissima vergine non dovesse conoscere la furia della tempesta e potesse un giorno tornare lì. A lui.


Clelia rimase a osservare gli argani che mettevano in forza le cime, e il molo che si allontanava lentamente dalla fiancata. Non appena furono a una distanza sufficiente, gli oltre ottanta remi ridiscesero in acqua quasi all’unisono. Gli ordini degli ufficiali addetti alla manovra giunsero fino a lei secchi e precisi, mentre il ritmo dei grossi tamburi cominciava a scandire la voga. Pensò semplicemente che nel corso dei trenta giorni di viaggio avrebbe avuto modo di abituarsi a quel suono monotono e cupo. Rimase affacciata al parapetto finché la figura solitaria che si stagliava sul molo esterno non scomparve alla sua vista. Sapeva di amarlo, ma sapeva anche che il giuramento solenne le imponeva di cancellare ogni pensiero rivolto a lui.

Giunio rimase sull’estremità del molo finché le tre navi di cui si componeva il convoglio non divennero dei vaghi puntolini sull’orizzonte. Sentiva sulla pelle l’intensità degli sguardi della giovane che aveva per la prima volta saputo suscitare nel suo spirito il più incandescente degli amori, un amore che ormai sapeva lo avrebbe accompagnato per tutta la vita; vedeva le sue vesti mosse dal vento. Non c’era stato nessun gesto di saluto, ma non era necessario.

La voce di Dario venne a distoglierlo dal sogno a occhi aperti. «Si sta facendo tardi, Giunio, e abbiamo ancora diversi carichi da controllare.» Lo seguì a malincuore. Sentiva che una parte di sé si stava allontanando con quella nave da guerra. Era in preda a un incomprensibile senso di vuoto.

Tornò verso i magazzini, si fece largo tra i sacchi di grano e le altre derrate. Non aveva nessuna voglia di lavorare. Dario sembrò capire e si offrì per sostituirlo.

Abbandonò la città di Porto cavalcando il suo baio fino alla villa di Marzio. Aveva bisogno di parlare con qualcuno, di dividere e confrontare le sensazioni che stava provando. Cercò il padrone di casa, ma inutilmente. Gli fu spiegato che era andato a Roma. Irresoluto, chiamò due schiave nella sua stanza. Le loro voci allegre sembrarono distoglierlo da quella strana forma di ansia, le loro mani sciogliere la tensione del suo fisico, ma, una volta finito, il desiderio e il vuoto che si sentiva nell’intimo si fecero ancor più grandi e prepotenti.


I remi si tuffavano nell’acqua azzurra con un ritmo incessante, gli uomini erano ben addestrati e sembravano non sentire la fatica. Dall’alto della tuga, a poca distanza dai grandi tamburi, Clelia osservava le schiene curve e muscolose piegarsi per compensare lo sforzo delle braccia. Le percussioni riempivano l’aria provocando un greve senso di fastidio alle orecchie. La giovane percorse tutto il ponte, fino a raggiungere la prora. Si sporse un poco dal parapetto e rimase affascinata a osservare la spuma che formava mulinelli attorno al rostro di bronzo. A ogni colpo di voga il vascello sembrava sollevarsi e volare sulle onde.

Era l’unica donna a bordo, ma mai nessuno le avrebbe mancato di rispetto o si sarebbe rivolto a lei con toni che non si confacessero a una sacra sacerdotessa di Vesta.

Ogni volta che raggiungevano un porto per fare provviste o cercare riparo dalle minacce del tempo, al momento della partenza venivano affiancati da altri vascelli che li accompagnavano per lunghi tratti. Quei mari erano pieni di insidie e di pirati, e le navi della marina imperiale rappresentavano un ottimo deterrente.

Oltrepassato lo stretto di Scilla a notte fonda, la giovane fu pervasa da uno strano senso di angoscia, di paura dell’ignoto che si celava al di là della distesa buia e interminabile. Un deserto infinito in cui l’unica loro guida erano le stelle.

Alcuni giorni più tardi avvistarono le coste della Cirenaica, basse e prive di vegetazione. Si spinsero ancora a oriente, senza però abbandonare la vista delle sconfinate distese di sabbia rossa. Quindi fecero una breve tappa ad Alessandria, per rifornirsi di acqua e viveri. Clelia non provò mai il desiderio di scendere a terra. Infine ripresero il viaggio verso la Giudea, sempre tenendo la costa molto vicina sulla dritta.

La giovane passava gran parte della giornata sotto la grande tenda di poppa a osservare il paesaggio. Ogni cosa le appariva nuova e diversa da ciò che aveva visto fino allora: i colori, la gente, le carovane di cammelli che a passo lento si avventuravano sulla spiaggia, il clima umido e caldo.

Le onde, il deserto, i silenzi la inducevano a cercare nel suo intimo le vere ragioni, il vero fine dell’esistenza degli uomini.


Il fatto che Dario si dimostrasse in grado di assolvere a ogni compito che gli veniva affidato provocava in Giunio sensazioni contrastanti: da un lato si sentiva sollevato da una mole di lavoro, potendo contare su un così valido collaboratore; dall’altro, però, il confronto gli era continuamente di sprone a fare meglio, quasi non volesse che l’allievo superasse il maestro. A poco a poco l’atteggiamento del fenicio era andato cambiando, mettendo in luce un’altezzosità di modi, per non dire addirittura vanagloria, che costituiva un serio motivo di preoccupazione. Dal canto suo, Marzio aveva accolto il nuovo venuto con cortesia, ma aveva mantenuto con lui un rapporto distaccato.

I viaggi a Roma del patrizio si erano fatti sempre più frequenti e, quasi con la stessa frequenza, richiedevano la presenza al suo fianco di Giunio. Quando però rimaneva a Ostia si fermava immancabilmente a scrutare a lungo il mare dalla stessa estremità del molo da dove aveva visto allontanarsi la nave da guerra, sognando a occhi aperti di vederla spuntare all’orizzonte, diretta verso il porto. Ma al desiderio subentravano spesso apprensioni, paure. Quasi un secolo prima, un grande e sfortunato poeta, Ovidio, aveva scritto: res est solliciti plena timoris amor: «l’amore è un sentimento permeato di paure angosciose».


L’imperatore comandò ai presenti di abbandonare la sala. Il trono su cui era assiso si trovava proprio al centro di due grandi bracieri. Menenio era a capo chino in segno di sottomissione, ai piedi della breve scala di marmo che conduceva al seggio imperiale.

«Bene», disse Domiziano appena furono soli, «mio bravo Menenio, che novità mi porti dalla Curia?»

Il senatore era abbastanza scaltro da sapere che non era soltanto quello il motivo per cui l’imperatore lo aveva convocato, ma finse di stare al gioco, riferendo all’Augusto: «L’unanimità dell’assemblea ha approvato proprio oggi il provvedimento che tanto ti preme, divino Augusto. L’esercito sarà gradualmente abbandonato dai cittadini romani, che verranno via via rimpiazzati da abitanti delle province».

Menenio conosceva bene i motivi di quella scelta. Il primo, ufficiale, era costituito dal preoccupante spopolamento delle campagne da parte degli abitanti a favore della carriera militare, certo più rischiosa ma assai più remunerativa del lavoro agricolo. Ma il motivo vero, quello che aveva indotto Domiziano a volere la legge, era un altro: in quel modo, le alte gerarchie militari, notoriamente avverse all’imperatore, avrebbero a poco a poco perduto il favore di cui godevano presso la popolazione. D’altra parte, agendo in quel modo, pilotando la scelta ma lasciandone la responsabilità alla Curia, Domiziano non si sarebbe compromesso, né si sarebbe esposto personalmente alle pesanti e inevitabili critiche di chi, con l’esercito di fatto in mano straniera, non si sarebbe sentito sufficientemente protetto.

Anche Menenio era convinto che quella decisione avrebbe segnato l’inizio della decadenza e un preoccupante rilassamento dei costumi marziali che avevano portato Roma a essere la capitale del mondo conosciuto. Ma era troppo scaltro e uso alle navigazioni tortuose: mai avrebbe dato modo all’imperatore di dubitare delle sue opinioni, nella giusta convinzione che il suo peso nelle gerarchie del potere si sarebbe potuto accrescere soltanto manifestando una fedeltà assoluta.

«Ma torniamo a una vecchia questione, Menenio», riprese l’Augusto dopo una pausa di silenzio. «Secondo i miei informatori, il duovir di Ostia starebbe raccogliendo consensi sempre più numerosi presso la popolazione. Devo dire in tutta sincerità che, a prescindere dalle opere pubbliche che fervono nella cittadina, anche qui nell’Urbe abbiamo notato un netto miglioramento dei traffici commerciali, una maggiore celerità. Ma questo ha suscitato in me profonde riflessioni.» E, mentre così diceva, nei suoi occhi comparve una luce maligna. «Sono sempre più convinto che tu abbia visto giusto. Temo che Marzio sia un uomo pericoloso e che la sua ascesa politica non vorrà limitarsi al controllo di un porto, seppure importante. Ritengo pertanto che i suoi servigi all’impero meritino… ehm, una promozione. Non credi?»

Certo, pensò Menenio, in quel modo la persona del generale sarebbe stata profondamente gratificata, ma nello stesso tempo i suoi poteri di duovir sarebbero stati notevolmente ridotti, dovendo egli rispondere delle proprie decisioni non più soltanto all’altro duovir di Ostia ma all’intera Curia senatoriale, che sapeva fin troppo bene soffocare qualsiasi voce fastidiosa e isolata.

Come aveva detto Domiziano fin dalla prima volta che avevano affrontato la questione, l’idea di uccidere il suo acerrimo rivale di sempre doveva essere scartata, almeno per il momento. Marzio era una figura celebre e amata dal popolo, molto più, persino, di quando si era coperta di onori al comando delle truppe imperiali. Uccidendolo si sarebbe soltanto creata la memoria di un martire, che col trascorrere del tempo sarebbe potuta diventare pericolosa. Molto più facile tenerlo sotto controllo attirandolo nella tana del lupo.

«Hai ragione, mio imperatore», disse Menenio, con un identico lampo di malignità negli occhi. «Sono totalmente convinto anch’io che i meriti acquisiti dal nobile Marzio, prima come condottiero e poi come governatore del porto di Roma, rendano improcrastinabile un degno riconoscimento!»


Mancavano ormai pochi giorni alla scadenza del mandato di Marzio come reggente della piccola e florida città portuale. Forse anche perché confortato dal consenso dei cittadini, il grande patrizio aveva deciso di riproporre la propria candidatura al Consiglio dei decurioni. In quell’anno molte cose erano cambiate. Non che fosse unicamente merito dei governanti, ma era innegabile che ogni attività aveva avuto un impulso poderoso.

La nomina di Marzio a membro del senato di Roma arrivò inaspettata e improvvisa. Giunio non poteva non rallegrarsi della luce di soddisfazione e di orgoglio che vedeva brillare negli occhi del suo signore, ma, a suo modo di vedere, l’assegnazione della nuova carica apriva inquietanti spiragli su una serie di dubbi che solo il tempo avrebbe potuto chiarire. Nessuno, infatti, ignorava la naturale avversione dell’imperatore nei confronti dell’aristocrazia, ristretta cerchia di cui Marzio rappresentava una figura eminente. Tuttavia, quando cercò cautamente di esporre al novello senatore tutti i suoi dubbi, si accorse che Marzio era perfettamente consapevole di ciò che lo aspettava.

«Credi, Giunio», rispose, «che io non immagini chi possa essere stato a proporre questo riconoscimento inatteso? Credi che non sappia perché si tenta di mettermi da parte in questo modo, dando per converso l’impressione di volermi assegnare un alto riconoscimento? Pensi che non abbia capito che il governante di una piccola città ha di fatto un potere maggiore di uno solo degli oltre novecento senatori? Diamo tempo al tempo, amico mio. Non sarà di sicuro facile, ma mi rifiuto di pensare che il governo di Roma sia in mano unicamente a persone dello stampo di Menenio. A piccoli passi cercherò di conquistarmi credito e fiducia all’interno della Curia, e verrà il giorno in cui il serpente pagherà per le sue colpe.»

Ascoltata l’appassionata esposizione dei motivi del suo signore, Giunio sentì più tranquillo, ma un punto rimaneva tutt’altro che chiaro: quale sarebbe stato il suo ruolo in questo nuovo scenario?

«Ho bisogno di te al mio fianco in questa nuova e difficile avventura», continuò Marzio, quasi gli avesse letto nel pensiero. «Come ai vecchi tempi.» E gli batté paternamente la mano su una spalla.

Giunio rivide mentalmente le orde dei barbari, la pelle di lupo che portava sulla testa, le battaglie, il sangue. Ancora una volta sentì risalire per la spina dorsale la febbre della sfida. Era pronto ad affrontare queste nuove battaglie, aveva ormai capito quanto più subdole e difficili potessero essere, e quindi impegnative, un confronto durissimo in cui era spesso impossibile determinare da quale parte il nemico avrebbe sferrato l’attacco. Unico elemento in comune, il prezzo della sconfitta: la morte. Ma, come sempre, si sentiva pronto ad affrontare anche quella.


Roma odierna. Fine di maggio 1996.


Sara Terracini allontanò le mani dalla tastiera e le portò alla nuca, indolenzita dalle lunghe ore passate in quella posizione innaturale. Stirò con forza dita e collo. Sbuffò: «Uffa!»

Sarebbe diventata gobba? Chissà. Per adesso era profondamente soddisfatta del suo lavoro. Molto divertita, persino. Quel giorno era stata alla tastiera più di quindici ore, con brevi pause per rifornire con i fogli restaurati da Toni Marradesi le infernali apparecchiature collegate allo scanner. Ma i primi due volumi delle memorie del tribuno romano, trascritte dal frate italo-spagnolo, erano stati interpretati e riassunti.

Ma il diabolico nano di nome Oswald Breil, riemerso dal nulla in cui si era eclissato, sembrava saperlo già. Nel primo pomeriggio, senza il minimo preavviso, la bandierina colorata si era messa a sventolare rumorosamente nell’angolo in alto a destra dello schermo, mentre nella striscia scura che attraversava la base scorreva rapidamente la scritta: ALLORA, POSSO COMINCIARE A VEDERE QUALCOSA?

OH, YES! aveva risposto d’impulso, in preda alla profonda allegria che sapevano sempre infondere in lei i contatti, in qualsiasi forma, con l’inafferrabile omino a cui doveva tanta parte della sua brillante carriera.

QUANDO? era stata la laconica nuova domanda che aveva attraversato lo schermo.

QUESTA SERA, aveva risposto immediatamente, rimanendo tuttavia un attimo perplessa. Dove poteva essere Oswald in quel momento? Seduto su quale parallelo, a cavallo di quale meridiano? Che senso aveva, per lui, l’espressione «questa sera»?

INSOMMA, si era affrettata a digitare di seguito sulla tastiera, FRA UN PO’.

MAGNIFICO! BRAVA! era stata l’immediata replica. COMPRESS AND ENCRYPT, PLEASE. ASPETTO, CIAO. E nella striscia scura dello schermo non si era visto più niente.

«Compress and encrypt»? Oh, bella. Che il documento computerizzato in cui aveva salvato il riassunto dei due volumi del frate dovesse essere «compresso» e quindi reso meno ingombrante, per una più rapida spedizione in rete elettronica, era del tutto normale.

Ma: «encrypt»? Perché doveva spedirlo «criptato»? Era noto a tutti che le reti telematiche erano completamente sforacchiate, violabili da intere torme di crackers, diabolici geniacci del computer capaci di penetrare ovunque con i loro trucchi elettronici, dalle apparecchiature delle maggiori banche internazionali fino al cuore del Pentagono, provocando guasti capaci di suscitare uragani di ilarità nell’universo di utenti e «filosofi» delle autostrade dell’informazione. Ma quale stravagante cracker poteva mai essere in volpina attesa di mettere occhi e mani sulle romanzesche vicende di un ex gladiatore romano e dei luminosi destini affidatigli dagli dei? Che cosa poteva… sì, diciamo pure: fregargliene?

Che si divertissero a sgraffignare un po’ di milioncini di dollari da questo o quel forziere bancario computerizzato, o qualche segretissimo piano per una nuova spartizione del mondo tra le potenze, poteva capirlo chiunque, ma le memorie dell’adamantino ex gladiatore, della sua amata e ingenua vestale e delle enigmatiche Pietre della Luna, a chi diavolo potevano interessare?

Che cosa c’era sotto?

Mah.

Non erano problemi suoi. Oswald aveva comunicato: COMPRESS AND ENCRYPT, PLEASE, e lei si sarebbe comportata di conseguenza.

Riportò le mani sulla tastiera, aprì un programmino accuratamente nascosto nei meno accessibili visceri del suo computer e gli ordinò di occuparsi del file di testo intitolato PIETRE.

COMPRESSION LEVEL? le chiese immediatamente una finestra aperta al centro dello schermo dall’affidabilissimo programma.

MAX, rispose meccanicamente.

ENCRYPT? chiese di nuovo il programma, dopo pochi secondi di operazioni effettuate nel silenzio più assoluto. YES, rispose Sara, ridacchiando. Che domanda. Se Oswald voleva così…

Ancora un’attesa di pochi secondi.

SEND ENCRYPTED FILE?, chiese finalmente il programma. «Spedisco il documento criptato?»

«Ma sì», borbottò Sara, «spedisci, spedisci!» E picchiò una robusta ditata con il pollice sul tasto di ritorno.

Movimento tra i più sconsigliati dai filosofi dei nuovi malanni professionali.

Chissà come avrebbe preso, il sempre assente ma telepatico omino, le sue infiorettature. Oh, be’, le prendesse come voleva, soprattutto visto che le voleva criptate. Ancora una volta: che cosa c’era sotto?