"Le pietre della Luna" - читать интересную книгу автора (Buticchi Marco)4.Roma imperiale. Anno 833 dalla Fondazione. [80 d.C. (N.D.T.)] Trascorrere un intero anno chiusa tra quattro mura costituiva senza dubbio un sacrificio duro, anche se gli ampi e lussuosi spazi della dimora delle vestali non erano certamente paragonabili a una prigione. La scadenza del termine della sua punizione si stava avvicinando, e Clelia aspettava con ansia l’inaugurazione del nuovo anfiteatro, evento a cui, data la particolare solennità con cui l’imperatore aveva ordinato venisse celebrata la cerimonia, nessuna delle sacerdotesse sarebbe potuta mancare. Finalmente, in anticipo di quasi una settimana sullo scadere del castigo, la giovane sarebbe potuta rientrare in possesso della libertà personale, seppure nella consueta forma limitata e controllata. Gaia era stata la sola persona che sembrasse rendersi conto del suo stato di prostrazione. Al rientro dalle preghiere nel tempio o dalle cerimonie, trascorreva ogni volta diverso tempo in compagnia dell’amica, raccontandole con dovizia di particolari ogni evento degno di nota. Ma non era il solo argomento delle loro conversazioni. Una sera, per esempio, Clelia chiese a Gaia che cosa si dicesse in città dei cristiani. La seconda assunse un’aria preoccupata. «Una notte che non riuscivo a dormire, venuta nella tua camera in cerca di un po’ di compagnia sperandoti sveglia, ti ho invece sentito parlare nel sonno dell’uomo di Nazareth», disse per tutta risposta. «Bada bene, Clelia, fino a che sono io a scoprire i tuoi segreti non corri alcun pericolo, ma cerca di immaginarti che cosa accadrebbe se fosse Cornelia a origliare alla tua porta e ad ascoltare le preghiere che ti sento a volte recitare. Te l’ho già detto diverse volte e te lo ripeto: sta’ in guardia. Temo che aspetti l’occasione buona per disfarsi di te fin dal momento in cui sei stata consacrata alla dea. «Non c’è bisogno che sia io a ricordartelo: il suo cuore è di pietra. Ha un concetto quasi fanatico della propria e nostra funzione sacrale. Se arrivasse soltanto a sospettare quello che so io, non credo avrebbe la minima esitazione a metterti una lucerna nella destra e un tozzo di pane nella sinistra e a segregarti a vita in una delle celle sotterranee del Campo Scellerato.» Erano ormai trascorsi sette mesi dalla data dell’eruzione, e le calde serate primaverili costringevano i gladiatori a rimanere svegli fino a tardi, in animate discussioni sui metodi di lotta. Con il passare dei giorni i ranghi dell’antica scuola di Stabia si erano reintegrati. Dei centoquarantuno uomini riusciti a salvarsi con la nave, oltre ottanta erano gladiatori, gli altri costituivano parte dei famigli e degli addetti alle scuderie o al cantiere navale. Altre duecento persone circa, anch’esse scampate alla furia del vulcano fuggendo via terra, li avevano raggiunti non appena erano venuti a sapere dove si era ricostituita la scuola del Trace. Così, alla vigilia degli importantissimi giochi di inaugurazione della nuova arena imperiale, una delle più apprezzate scuole dell’impero sembrava essere stata semplicemente sfiorata dal disastro. In una cosa Velio aveva dimostrato di conoscere alla perfezione gli uomini affidati ai suoi insegnamenti: a nessuno dei gladiatori, sebbene schiavi, era venuto in mente di fuggire. Erano uomini votati alla morte: il loro destino era quello, non avrebbero mai potuto immaginarne un altro. Giunio trascorse insonne diverse notti di vigilia, come un tempo, ripercorrendo mentalmente con puntiglio gli schemi appresi presso la legione e i compiti che gli spettavano in battaglia, dapprima come legionario e poi come ufficiale. Mai aveva tuttavia provato le sensazioni da cui era pervaso in quel frangente. Era trepidante, forse persino intimorito come una recluta alla prima missione. Dell’ultima notte insonne pensò per un momento di trovare la causa nel grande banchetto che si era svolto quella sera in onore dei gladiatori della sua scuola. Banchetto offerto dai sostenitori che desideravano osservarli da vicino e valutarli, al fine di avere gli elementi di giudizio in base a cui, il giorno dopo, correre a scommettere. Ma in fondo sapeva che l’impossibilità di dormire non dipendeva dal cibo e dal vino, dei quali non aveva peraltro abusato. Dopo lunghe ore passate con gli occhi sbarrati nel buio, si appisolò quando mancava poco all’alba, cadendo in un sogno agitato in cui antichi ricordi del mare vicino alla città di Luna si mescolavano con altri meno antichi, riguardanti questa o quella battaglia, e ad altri ancora più recenti. Al filtrare della prima luce nella camerata si trovò sveglio. Provveduto alle abluzioni e a un pasto, scese a prepararsi per l’adunata nel cui corso sarebbe stata indicata la prima squadra di combattenti. I nomi dei prescelti venivano volutamente annunciati all’ultimo momento, al fine di evitare tensioni o un eccessivo rilassamento negli uomini il cui impegno era rimandato a più tardi: ognuno di loro doveva essere pronto a battersi sempre. Era quasi sicuro di appartenere al novero dei primissimi candidati, ma quando il lanista pronunciò il suo nome per ultimo, accompagnato dal grado di comandante della squadra, si sentì ugualmente pervadere da un fremito. Montarono sui carri quando il sole appena sorto illuminava le mura della città, facendole sembrare un interminabile serpente, rossastro e minaccioso. Nonostante la brevità del riposo, si sentiva carico e concentrato come non mai. Improvvisamente notò una grande animazione: una moltitudine di persone si dirigeva a passo veloce verso la medesima meta. Dopo pochi istanti, maestoso e imponente, davanti ai loro sguardi apparve il luogo dove avrebbero riscattato la loro vita o incontrato una morte orribile. L’anfiteatro Flavio era composto da tre ordini di immense arcate, sovrastati da un’ulteriore soprelevazione. L’intera circonferenza era delimitata da oltre duecento pali di ferro progettati per sorreggere l’enorme velario, che riparava il pubblico dalla pioggia o dal sole e la cui manovra era affidata ai marinai della flotta imperiale di Miseno. I due ordini di arcate che sovrastavano le ottanta porte di accesso erano adorni di statue in varie pose di combattimento. Il convoglio dei carri raggiunse finalmente la piazza nella valle, tra il Palatino, il Celio e l’Esquilino, dove sorgeva il Circo. A poca distanza, la statua in oro del dio Sole — un tempo simulacro del folle Nerone — sembrava osservare dall’alto dei suoi quaranta cubiti l’inesauribile affluire di pubblico. La folla si assiepava attorno all’ingresso e, non appena alcuni riconobbero le insegne della scuola di Stabia, si levarono grida e incitamenti mescolati a improperi e dileggi. Abituato all’attività militare, alla solenne gravità delle manifestazioni ad essa connesse, mai Giunio avrebbe immaginato che la passione per i combattimenti del Circo potesse portare a simili manifestazioni. I carri si fecero largo, avanzando con difficoltà in mezzo alla moltitudine vociante. Sulla sua destra, Giunio notò la presenza di almeno altre cinquecento persone, dall’aria dimessa, guardate a vista da molti militari. Stupito, chiese a Saulo chi fossero, e il Galata rispose con un sorriso maligno: «Non lo sai? Dove sei vissuto fino adesso, gladiatore? Sono i bestiari che non riescono a trovare posto nei sotterranei, ormai zeppi». Ancora più stupito, Giunio obiettò: «Non mi sembra che vestano le armature, o che abbiano le armi di chi combatte contro le belve, anzi…» «E chi ha detto», ribatté il Galata con una volgare risata, che rese stridula la sua voce tenuta alta per sovrastare le acclamazioni della folla, «chi ha detto che un cristiano debba godere del beneficio delle armi per difendersi da un leone? Non hanno già la protezione del loro dio unico e misericordioso a preservarli dal male?» E la risata si levò ancora più alta e sinistra. Entrarono direttamente nella caserma dei gladiatori, subito a ridosso della cinta dell’anfiteatro, prendendo possesso della grande stanza rettangolare loro assegnata e cercando di ingannare la febbrile attesa compiendo esercizi o esaminando le armi. Giunio prese tra le mani la rete e ne verificò la robustezza maglia per maglia, quindi bilanciò il tridente nella destra, rendendosi conto per la prima volta di quanta sicurezza fosse capace di infondergli l’unica arma di offesa di cui disponeva. Infine varcò la soglia e si mise a girovagare nel dedalo di corridoi fino a raggiungere il sottopassaggio che portava ai sotterranei esterni del Circo. Il forte odore selvatico degli animali gli riempì le narici, sempre più pungente a mano a mano che si avvicinava alle gabbie. Osservò a lungo l’eleganza dei movimenti delle belve, le loro dimensioni, la ferocia delle loro espressioni. Ve n’era di ogni tipo, dai maestosi leoni d’Africa alle temibili pantere. Sembravano pronti, appena liberi, a far pagare con un sanguinoso tributo di vite umane lo stato di cattività in cui erano tenute. Quando degli inservienti comunicarono loro di prepararsi a entrare nell’arena, non sapeva quanto tempo fosse passato: come gli avevano preannunciato i compagni esperti, era sembrato interminabile, a lui come a tutti gli altri. Accertatosi che i trenta gladiatori al suo comando fossero pronti, si mise alla guida del drappello dirigendosi verso le scale che conducevano all’ingresso. Le torce illuminavano gli angusti passaggi, deformando ulteriormente i volti dei suoi uomini, già stravolti da curiose smorfie di tensione. L’improvvisa luce del sole lo abbagliò per qualche momento, mentre un urlo assordante si levava da oltre cinquantamila gole. L’interno dello stadio corrispondeva in tutto alla maestosità che aveva avuto modo di osservare all’esterno: ogni ordine di gradinata era stipato di pubblico urlante che non aspettava altro se non l’inizio dei combattimenti e delle carneficine. A poco a poco, abituandosi alla luce, lo sguardo gli rivelò uno spettacolo straordinario: il perimetro dell’arena era scandito da accurate scenografie che raffiguravano con meticolosa precisione scorci di paesaggi d’oltremare, macchie di foresta inestricabile, colline e laghetti artificiali. Erano i ripari dove avrebbero dovuto sfuggire agli inseguitori, i nascondigli da cui tendere le imboscate. Sebbene l’eccitazione rischiasse di prendere il sopravvento sulla lucidità della sua mente, ricordò a uno a uno gli insegnamenti del Galata e le sue descrizioni circa i vari punti di riferimento. Sulla destra vide la porta da cui venivano evacuati i corpi privi di vita. Il pensiero che molti di loro, se non forse lui stesso, sarebbero stati trascinati per le braccia o per le gambe attraverso quell’anticamera dell’Averno, con le membra abbandonate nella sabbia, gli diede un nuovo brivido di furore. Era pronto a vendere carissima la vita. Esattamente di fronte a sé vide il palco dell’imperatore, su cui troneggiavano due colonne adorne delle insegne imperiali. Puntò con passo risoluto verso Tito, seguito dai suoi uomini in ordine di marcia. Un silenzio irreale aveva avvolto ogni cosa. Erse fieramente la testa e, rivolto all’imperatore, pronunziò le frasi di rito, provate e sentite provare tante volte durante gli allenamenti, e presentò la sua forza. «Divino Tito», disse con voce stentorea, sentendo le sue parole levarsi alte tra l’attenzione spasmodica, «davanti a te è schierata la scuola di Stabia, pronta a battersi con onore fino alla morte. Si accorse che in quello stesso istante entravano in campo gli avversari, anch’essi accolti dagli incitamenti del pubblico. Valutò con occhio esperto la struttura fisica di ciascuno di essi: era ormai abituato a quei volti segnati dalle lame affilate, l’aspetto truce dei nemici non poteva impressionarlo. Il cerimoniale di saluto si ripeté e, finalmente, un cenno della mano di Tito diede il via al combattimento. Si dispersero prontamente nel grande spazio, trovando riparo dietro i giganteschi monoliti adagiati sulla sabbia o tra gli alberi piantati in aiuole di terra riportata; cercando, comunque, di non perdere mai di vista l’avversario. Al primo cozzo di armi, Giunio sentì il sangue scorrere più veloce e, scorto uno degli inseguitori nemici, lo fronteggiò mulinando la rete e puntandogli il tridente al petto. Cominciò a combattere sotto un sole alto e sfolgorante; quando stava per tramontare, ebbe ragione dell’ultimo avversario. La sua squadra aveva perso solamente due uomini, mentre una sorte ben più amara aveva subito il nemico. Abbandonarono l’arena accompagnati dagli incitamenti entusiasti e sfrenati della folla. Quegli spettacoli cruenti non erano certamente fatti per rallegrare lo spirito di Clelia che, al contrario delle altre, rimaneva quasi in disparte nel palco riservato alle sacre sacerdotesse, immediatamente di fianco a quello dell’imperatore. Non riusciva a darsi ragione di come le scie di sangue lasciate sulla sabbia dagli uomini feriti o morenti potessero infiammare gli animi di tutti, compreso quello della Vestale Massima che, abbandonato ogni ritegno e sporgendosi dalla balaustra, gridava espressioni inaudite alla volta dei gladiatori perdenti. Quando poi vide il gruppo malconcio e impaurito che aspettava inerme la morte al centro della grande platea, non riuscì a trattenere le lacrime. I cristiani erano una cinquantina; li vide stringersi l’uno all’altro quasi per farsi coraggio. Vide vecchi, donne e bambini, riparati al centro dell’improvvisato schieramento circolare, mentre nella parte esterna erano disposti gli uomini validi, disarmati. Nel silenzio spasmodico dell’attesa, un cigolio sinistro sembrò riempire lo stadio: le gabbie erano state aperte, e nell’arena si riversavano da ogni lato leoni e pantere. Vide le fiere fermarsi un attimo, interdette, probabilmente accecate dalla luce improvvisa, e poi, annusata l’aria, dirigersi con le loro andature eleganti e letali verso le prede. Ebbe ancora la forza di guardarle girare lentamente attorno a quella povera gente, quasi volessero valutarne la pericolosità, e poi le vide balzare con gli artigli protesi. In quell’istante chiuse gli occhi. Ma non poté fare a meno di sentire le urla disperate, i ruggiti delle fiere, il clamore della folla. Si sentì invadere da un dolore intollerabile. Una misericordiosa forza celeste ebbe pietà di lei, perse i sensi. Quando riprese conoscenza si trovava nell’infermeria del Circo, e Gaia le stava accanto tenendole la mano. «Perché?» chiese con voce tremante. «Perché?» «Il tuo malessere mi ha evitato di assistere al resto dello spettacolo», rispose una Gaia completamente nuova, un tempo tanto eccitata all’idea degli spettacoli del Circo e adesso, invece, tremante, indignata. «Non puoi sapere con quanto sollievo abbia abbandonato gli spalti. Ma temo che, nostro malgrado, dovremo abituarci. La regola vuole che presenziamo a tutti i cento giorni di combattimenti.» Lo svenimento di Clelia costituì tuttavia un alibi accettabile. Dal giorno seguente la giovane poté fingersi malata, evitando di assistere nuovamente a quegli spettacoli di intollerabile crudeltà. Roma imperiale. Anfiteatro Flavio. A mano a mano che Giunio e i suoi procedevano di vittoria in vittoria, il valore dei loro avversari si faceva sempre più elevato. E insieme aumentava la passione del pubblico, che ormai conosceva tutti i nomi dei suoi favoriti, i quali, nel corso di un combattimento, si sentivano esaltare in maniera cieca dall’urlo della folla. Nuovo a quegli spettacoli, Giunio non si era forse reso conto fino in fondo di quanto fosse idolatrato dalla folla, ma non poté non notare che ogni volta che scendeva nell’arena il suo nome si levava alto. La folla aspettava i gladiatori all’esterno dell’arena, nella speranza di poterli accostare, vedere da vicino, toccare, di poter manifestare loro il suo favore con frasi di incoraggiamento. Una sorta di pazzia collettiva da cui a poco a poco si era lasciato contagiare. Continuava a ritenere inutile provocare la morte di un avversario ormai sconfitto, ma con sempre minore esitazione affondava l’arma nella gola del nemico quando la folla inferocita gli gridava: «Non avere pietà, Giunio di Luna, sgozzalo!» E per converso, nei rari casi in cui il pubblico e l’imperatore ritenevano degno di grazia un gladiatore battutosi con particolare coraggio e valore, gli sembrava di non compiere a fondo la sua opera. La fine dei giochi si avvicinava rapidamente; sempre più prossimo diventava il giorno dello scontro finale. Aveva chiesto più volte a Saulo notizie di Marzio, ma non era mai riuscito a cavare dal torbido impresario dei giochi niente più di qualche frase generica. Finché, improvvisamente, una sera, venne da lui tratto in disparte e si sentì dire: «Ho finalmente saputo dove si trova il generale Marzio». Quindi, accertatosi con una pausa di avere conquistato tutta la sua attenzione, il Galata riprese: «Pochi giorni dopo il tuo processo, è stato a sua volta condannato per alto tradimento e poi graziato dalla pena capitale in virtù dei suoi meriti militari. È comunque accusato di appropriazione di beni della collettività, a causa della scomparsa del tesoro dei germani. Attualmente è chiuso nelle carceri di Ostia, dove sconta una condanna a venti anni». «Marzio in carcere?» replicò, incredulo. «Sì, e ti assicuro che, se fosse stato chiuso al Mamertino invece che in quelle più umane prigioni vicine al porto, a quest’ora non sarebbe di certo più in vita.» Lo sguardo di Giunio si perse nel vuoto. Adesso aveva davvero qualcosa in cui credere e per cui combattere. Cento giorni possono non sembrare molti, ma, come sempre, nel chiuso della dimora delle vestali il tempo sembrava non passare mai. Clelia trascorreva le sue giornate in un’inedia totale, fino al rientro delle compagne dai giochi. Ma anche allora continuava a fingersi malata, cospargendosi il viso di ciprie chiare e sottolineando con un tocco di tinture d’Egitto le cerchiature sotto gli occhi. Aveva colto più volte lo sguardo sospettoso della Vestale Massima, ma era riuscita a schivare abilmente le sue pressanti domande fingendo violenti colpi di tosse convulsa. Sapeva comunque che la finzione non poteva continuare a lungo. Parlandole dei giochi, Gaia si era soffermata a lungo sulle gesta di Giunio, un gladiatore invincibile, capace di infiammare gli animi con il suo coraggio e il suo valore. A poco a poco Clelia si era lasciata convincere. Se fosse stata smascherata, avrebbe pagato caro il suo stratagemma. Quindi decise di ridurre gradualmente i falsi sintomi del malessere e di essere presente all’ultima giornata dei giochi. L’arena sarebbe stata allagata per una finta battaglia navale, e Clelia pensava, a torto, che lo spettacolo sarebbe stato meno cruento. Nel corso dell’ultima settimana gli allenamenti si erano fatti ancora più duri: in aggiunta ai consueti esercizi di lotta, i gladiatori trascorrevano molto tempo sulle imbarcazioni da battaglia, esercitandosi nelle manovre e negli speronamenti, simulando fughe o volando all’inseguimento, pronti ad arrembare. Nelle manovre di accostamento avevano raggiunto una tale sincronia, una tale perfezione e velocità da stupirsi essi stessi. Quando il corvo — la lunga passerella che permetteva di trasformare uno scontro navale in una battaglia corpo a corpo — era solidamente conficcato nel fasciame del ponte avversario, facevano destramente ruotare l’imbarcazione in modo da affiancarla all’altra. Quindi, invece di avanzare dove era naturale che i nemici li aspettassero, scavalcavano le murate contigue delle due navi e dilagavano sul ponte. La prima volta che Giunio aveva ordinato ai suoi di provare questa ardita tecnica, la squadra con cui si stavano allenando era stata colta di sorpresa, ancora schierata a prua in attesa di un assalto proveniente dalla passerella d’arrembaggio. Negli ultimi due combattimenti nel Circo, Giunio aveva perso un numero rilevante di uomini, quasi il doppio di quanti ne erano caduti in tutti gli altri giorni, ma ormai gli restava da affrontare soltanto una squadra nell’attesissima battaglia finale. Venivano da una terra lontana, a oriente di qualsiasi paese conosciuto; la loro forza si ammantava di leggenda; l’abilità con cui si battevano era tale da suscitare al tempo stesso ammirazione e sconcerto. Portavano armi inusuali e sopperivano a evidenti limiti fisici con un’agilità mai vista e una tecnica micidiale. I gladiatori della scuola d’Oriente erano temuti e rispettati ovunque: combattere contro di loro significava quasi sempre soccombere. Nella valle scorreva un piccolo rio, che un tempo alimentava il laghetto posto al centro della monumentale residenza di Nerone. Durante i lavori di costruzione dell’anfiteatro, il corso del ruscello era stato deviato e il suo letto incanalato con le stesse tecniche di costruzione di un acquedotto. L’apertura di una chiusa bastava per allagare il piano dell’arena. Nel giro di una notte l’acqua arrivò a lambire la base del palco imperiale, consentendo alle navi di navigare agevolmente. I magazzini e gli accessi che si trovavano sotto il livello dell’acqua erano stati sigillati con pesanti portali di legno, nelle cui fessure era stata colata pece fusa. Nonostante i giorni passati a combattere al centro dell’arena, vedere l’anfiteatro così trasformato per accogliere l’ultimo scontro provocò in Giunio una profonda emozione. Quando poi ebbe modo di osservare gli occhi sottili e freddi degli avversari, provò una sensazione che dovette riconoscere di disagio, se non addirittura di timore. Ai due poli dell’ellisse, gli scenografi avevano creato due isole artificiali, dove erano ormeggiate le imbarcazioni. Le due flotte, ciascuna di tre navi, si fronteggiavano minacciose in attesa del segnale d’inizio del combattimento. Una terza isola era stata sistemata direttamente davanti al palco imperiale: su quel rialzo i vincitori avrebbero ottenuto il meritato trionfo. Il pubblico appariva diviso in due fazioni quasi uguali; i nomi che venivano alternativamente scanditi, mischiandosi spesso con un effetto curioso, sembravano essere solamente il suo e quello di uno degli avversari. Viste da lontano, le navi erano una copia esatta delle Notato un inesplicabile ribollire dell’acqua in una zona del campo di battaglia, Giunio cercò di capirne il motivo. Aveva sentito parlare più volte di quei ripugnanti animali, simili a gigantesche lucertole con la pelle più dura della pietra, ma non li aveva mai visti. Invece, adesso, a pochi passi da lui, ne vedeva diversi impegnati a contendersi con furia un grosso pezzo di carne sanguinolenta. Distinse con chiarezza le fauci dai denti aguzzi. Capì che nessuno, una volta caduto in acqua, poteva avere scampo. Le sue navi si portarono al centro dello specchio d’acqua con rapidi colpi di remi, immediatamente raggiunte da quelle degli avversari. Con le prore rivolte verso l’imperatore, entrambe le squadre levarono alto il saluto, rimanendo in attesa del segnale. Erano ancora affiancati, con gli sguardi fissi sul grosso vessillo che, una volta issato, avrebbe decretato aperti i giochi, quando Giunio notò una strana agitazione sulle navi nemiche. Di norma gli attacchi veri e propri erano preceduti da momenti di attesa in cui gli avversari si studiavano prima di decidere le tattiche dell’assalto. Ma quella volta non fu così. Il vessillo non aveva ancora raggiunto la sommità dell’asta, quando, improvvisamente, dalle torri in legno che sovrastavano la poppa di ogni vascello nemico vide partire una pioggia di dardi che si lasciavano dietro una scia di fumo nero, piombando sul ponte della sua nave più vicina e seminando il panico tra l’equipaggio. Sentì arrivare chiarissime le imprecazioni degli uomini che tentavano di spegnere i molti incendi scoppiati simultaneamente. La nave avvampò come un fuscello secco e in un baleno divenne un rogo indomabile. Vide i suoi uomini cercare scampo gettandosi in acqua. Sulla piccola isola posta davanti al palco di Tito, scorse gli animali strisciare sulla terraferma, apparentemente goffi ma in realtà veloci, per tuffarsi in acqua e puntare sulle prede indifese. Fu costretto ad assistere impotente al massacro, fremendo a ogni invocazione di aiuto, presto soffocata dagli spasimi di una morte atroce. Gli uomini scampati al nutrito lancio di frecce incendiarie venivano fatti a pezzi dalle fauci voraci dei coccodrilli. Adesso si trovavano in netto svantaggio, oltre che disorientati dall’improvviso attacco. Non ci volle molto perché si riprendesse dallo sgomento e organizzasse la difesa. Guardò le tre navi nemiche che viravano con sincronia perfetta. Vide le loro prore, sollevate dal vigore dei vogatori, avanzare minacciose verso l’altro suo vascello. Si accorse che quei suoi compagni cercavano di sottrarsi all’impari sfida. Curiosamente, la nave amica e le tre avversarie presero a inseguirsi una in coda all’altra. Vide che i suoi arcieri stavano mietendo vittime sul ponte della prima delle inseguitrici. Decise che era il momento di intervenire. Ordinò di manovrare in modo da accodarsi alla fila, fino a che la loro prua non fu a ridosso della poppa nemica. Gli orientali ebbero un attimo di esitazione, un impercettibile rallentamento che fu sufficiente per cozzare contro di loro con forza. Gli giunse distinto il frastuono del fasciame che cedeva di schianto sotto la potenza del rostro. Gridò immediatamente ai suoi di invertire la direzione di voga, in modo che lo sperone di bronzo a triplice punta si liberasse dai legni dello scafo avversario. Un nuovo schianto secco lo avvertì che si stavano disincagliando. Vide una colonna d’acqua riversarsi nella poppa della nave orientale attraverso l’ampio squarcio; l’imbarcazione si inclinò quasi subito, cessando di inabissarsi soltanto quando incontrò il fondo dello specchio d’acqua. Comandò all’arrembaggio soltanto una parte dei suoi, già pronti, preferendo trattenerne a bordo la maggioranza per fronteggiare eventuali nuove minacce. Vide gli uomini scagliarsi dal parapetto contro il vascello così curiosamente inclinato, mentre dalla loro torre le frecce continuavano a bersagliare i nemici non caduti in acqua per il contraccolpo. Li osservò battersi con tenacia ma, prima di poter essere certo dell’esito della battaglia, si accorse che una seconda nave nemica stava dirigendo verso di loro. Tentò di scostare, ma la catena dell’ Abbandonata la sua postazione a poppa, corse verso il punto dove si era conficcata la punta di ferro che li tratteneva. Già diversi uomini stavano cercando inutilmente di estrarre il grosso arpione. Gli orientali erano ormai loro addosso, sicché non poterono fare altro che prepararsi allo scontro. Giunio aveva insegnato ai suoi a non lasciare mai l’iniziativa agli avversari. Ordinò pertanto di rientrare i remi: non appena le murate si urtarono e prima che gli altri avessero il tempo di invadere il loro scafo, si riversarono sul ponte nemico seminandovi lo scompiglio. Nel raggiungere la bitta a cui era assicurata la catena di ferro dell’ La manovra di allontanamento fu rapida, e altrettanto improvvisa fu, non appena preso un po’ di abbrivio, la forza con cui speronarono l’imbarcazione nemica. Lo squarcio che si aprì quando si allontanarono fu tale da far colare a picco l’imbarcazione in pochi istanti. Sul ponte ancora emerso dall’acqua, notò diversi nemici rimasti in assetto di battaglia. Decise che sarebbe stato meglio occuparsi in seguito di quel manipolo di uomini, immobilizzato dalla chiglia posata sul fondo e quindi inoffensivo, rivolgendo altrove la sua attenzione. La carena della loro terza imbarcazione emergeva in tutta la sua lunghezza, mentre con inaudita violenza il rostro di quella nemica continuava a percuoterla dopo brevi rincorse. Dal ribollire dell’acqua attorno allo scafo capovolto si rese conto che anche per quei valorosi gladiatori non c’era scampo. Ormai rimanevano soltanto due navi: la sua e l’altra ammiraglia. Gli orientali puntarono velocissimi su di loro, e per alcuni interminabili momenti i due vascelli si inseguirono a vicenda, accompagnando ogni avvicinamento con un nutrito lancio di frecce. Mentre accostavano da prora l’avversaria, un gruppo degli uomini di Giunio era intento alle manovre del corvo. Rilasciate le cime, la passerella si abbatté oltre la murata dell’altra nave e lo sperone d’acciaio penetrò profondamente nel pagliuolo. I nemici si assieparono nel punto in cui terminava il sottile ponte, su cui già si stavano riversando alcuni degli attaccanti. Intenti a fronteggiare l’assalto simulato, gli orientali non si accorsero che i vogatori, mentre rientravano i remi da una murata, dall’altra remavano a tutta forza, creando mulinelli con le pale nell’acqua torbida. Le murate vennero a contatto e furono ancora una volta scavalcate per un nuovo arrembaggio. L’improvviso assalto dal fianco trovò gli orientali impreparati, e gli uomini di Giunio avrebbero potuto concludere la battaglia con quello scontro, se la passerella di prora non avesse ceduto di schianto. Le due navi si sarebbero presto separate. Giunio emise di nuovo il fischio che significava la ritirata, e i suoi lo seguirono in perfetto ordine, scavalcando i parapetti che ormai stavano allontanandosi l’uno dall’altro. Saltò per ultimo, quando la distanza tra i due scafi era diventata quasi invalicabile. Fu soltanto la certezza della morte per mano degli avversari o, prospettiva ancora più orrenda, nelle fauci fameliche dei coccodrilli a dare alle sue gambe la sovrumana forza necessaria per superare il vuoto. Atterrò pesantemente sul bordo del parapetto, accolto da un urlo di trionfo dei suoi uomini. Calcolò di avere praticamente dimezzato le forze nemiche: adesso era lui a trovarsi in vantaggio, già vedeva la vittoria a portata di mano. Sicuramente consapevole dello stato di inferiorità in cui si trovava, il comandante nemico fece accostare l’imbarcazione al lato opposto dell’arena, e da li puntò nuovamente la prora, prendendo una lunga rincorsa. Giunio ordinò immediatamente ai suoi di comportarsi nello stesso modo, sicché i due scafi si fronteggiarono, lanciati uno contro l’altro. L’urto frontale avrebbe sicuramente comportato la perdita delle due navi, ma qualsiasi tentativo di manovra rischiava di far mostrare il fianco al rostro di bronzo del nemico. Giunio vedeva due baffi di spuma formarsi davanti alla prora che avanzava minacciosa: l’impatto era questione di attimi. Sull’arena era calato un silenzio greve, rotto soltanto dal ritmo dei tamburi che davano il tempo ai rematori. L’urto fu tremendo e lo scaraventò sul ponte; colpì con la nuca la base della torre, perse i sensi per qualche istante. Fu il contatto con l’acqua a rianimarlo istantaneamente: si trovava in equilibrio su un’ordinata di legno della nave. Era miracolosamente illeso. Sorte ben peggiore stava toccando ai pochi uomini che, caduti in acqua, cercavano di combattere un’impari lotta contro i giganteschi sauri. Vide, a poca distanza da sé, Quinto impegnato in duello con uno di questi nemici invisibili, che lo trascinava sotto il pelo dell’acqua. Sporse le mani per tirarlo in salvo, ma quando riuscì finalmente a sollevarlo e a estrarlo dall’acqua vide con raccapriccio che le gambe del suo compagno non esistevano più. Non poté fare altro che rigettarlo in acqua, cercando di vincere la nausea. La corrente e pochi guardinghi colpi con le mani nell’acqua lo portarono fino all’isoletta davanti al palco di Tito. Respirando a fatica, la bocca invasa dal sapore della bile, il petto squassato da singhiozzi privi di lacrime, si stava avviando verso il palco quando si accorse che la folla era ammutolita, e fu forse quel silenzio innaturale a metterlo all’erta. Si voltò di scatto e vide il comandante degli avversari ergersi dall’acqua con due occhi sottili e gonfi di odio. La mano destra era già corsa istintivamente al fodero del pugnale, la sinistra aveva afferrato la rete mai abbandonata e ancora portata a bandoliera. L’orientale gli fu addosso con piccoli passi agili e veloci. Lo vide spiccare un salto; i piedi uniti volarono nell’aria, colpendolo in pieno sterno, togliendogli il respiro e facendolo ruzzolare a terra. Precipitatosi su di lui, l’irriducibile nemico cercò di immobilizzarlo inchiodandogli le braccia al suolo. Mai Giunio avrebbe pensato che un giorno sarebbe stato costretto a ringraziare Velio il Trace e le sue lezioni. Ma furono proprio i trucchi da lui appresi a consentirgli di sottrarsi alla presa mortale. Si sentì tuttavia colpire di taglio a mani nude, quindi vide l’orientale allontanarsi e prendere una nuova rincorsa. Lo intercettò a mezz’aria con un abile lancio della rete e, quando lo vide a terra, ormai immobilizzato, gli si scagliò addosso. Con tutta la rabbia che aveva nei visceri sollevò le mani congiunte, scaricando sulla nuca indifesa la forza omicida che si era sentito decuplicare in corpo. Sapeva che un colpo del genere avrebbe potuto uccidere un uomo, ma il comandante degli orientali, apparentemente invincibile, perse soltanto i sensi. Giunio raccolse il pugnale che gli era scivolato di mano nel corso del combattimento, pronto a fargli pagare la vita di tutti i suoi uomini. L’urlo della folla salì in un crescendo inarrestabile. «Sgozzalo!» gridavano a una sola voce i cinquantamila spettatori. Come imponeva la rigida norma, volse lo sguardo verso il palco di Tito per ricevere l’ordine imperiale, ma si sentì paralizzare da due occhi color cobalto fissi nei suoi. Attraverso la nebbia di terra e sudore, in quello che ormai sapeva essere il palco delle vestali, vide una giovane bellissima. Leggermente in disparte rispetto alle compagne, osservava la scena con espressione sgomenta. La riconobbe subito, sebbene la sua smorfia di orrore fosse parzialmente coperta dal velo. A quel viso doveva la vita. L’urlo del pubblico si levò ancora più forte; l’avversario stava riprendendo conoscenza. Lo fissò negli occhi, già sapendo che cosa vi avrebbe visto. Non avrebbero mai potuto esprimere paura; la loro fierezza gli vietò di vibrare il colpo fatale. Un impulso irresistibile lo costrinse a voltarsi ancora una volta verso il palco delle vestali. Le sacerdotesse sembravano aver perso ogni contegno e si sporgevano dalla balconata unendosi smodatamente all’urlo della folla: « Soltanto lei taceva, immobile. Ma finalmente, dopo qualche interminabile istante, quasi avesse colto la domanda espressa dallo sguardo di Giunio, schiuse le labbra in un sorriso malinconico e volse il pollice al cielo. Il gladiatore chinò la testa e ripose la lama nel fodero. Tra gli spettatori e nel palco dello stesso Tito calò un silenzio smarrito. Un istante brevissimo, seguito da un crescendo di voci. Evidentemente appagata dal sangue scorso, la folla prese a scandire il nome di Giunio, prima quasi in sordina e poi sempre più alto, fin quando Tito non si compiacque di mostrare a tutti il pollice alzato. Giunio si erse in tutta la sua gagliarda statura sull’isola artificiale di fronte al palco imperiale. Vide uno schiavo avvicinarsi a Tito reggendo sulle braccia protese un cuscino ricamato. L’imperatore sollevò verso il cielo la spada di legno che gli era stata portata, simbolo della riacquistata libertà dello schiavo, e gliela gettò. Giunio ne seguì con sguardo incredulo il volo fin quando non arrivò a toccare terra ai suoi piedi. La raccolse trepidante e la sollevò a sua volta al cielo: gli dei lo avevano assistito, era di nuovo un uomo libero. Roma imperiale. Clelia non riusciva a cancellare dalla mente il volto del gladiatore. Le era stranamente familiare, sebbene non ricordasse dove potesse avere già incontrato quell’uomo, il cui nome le era stato rivelato dalle urla della folla e delle sue stesse compagne: Giunio della città di Luna. Il ricordo non voleva abbandonarla, finché un pensiero confuso non si fece strada nel buio della sua mente. Rivide una piazza gremita di folla inferocita, un uomo condotto a morte, coperto di insulti e sputi. Le apparvero due occhi sgomenti e increduli. Ecco il perché dello sguardo angosciosamente interrogativo che si era levato a lei dall’arena, del privilegio concessole di decidere per la vita di un altro uomo. Quel corpo atletico e segnato dalle ferite, quel viso sconvolto dalla fatica e dal dolore, quello sguardo fiero e onesto. Il nome le affiorò spontaneo alle labbra, irresistibile. «Giunio», mormorò. Si lasciò cadere sul letto. Capì che avrebbe portato per sempre con sé il pensiero di quell’uomo. Sapeva che si trattava di un pensiero vietato, sacrilego. Ma non poteva mentire a se stessa: avrebbe voluto avere quell’uomo accanto a sé. Il cavallo correva a briglia sciolta. In lontananza si scorgeva il mare, sulla cui sponda spiccava la residenza di Marzio. Da quella distanza sembrava che niente fosse cambiato, ma, a mano a mano che si avvicinava, agli occhi ansiosi di Giunio divenne sempre più evidente lo stato di degrado della proprietà. Quando abbandonò la cavalcatura all’interno del cortile, si vide circondare da uno stuolo di schiavi e inservienti, inquieti quanto lui. Il nuovo fattore lo mise al corrente delle difficoltà che stavano attraversando, rappresentate anzitutto dalla chiusura di ogni sbocco per le merci provenienti dalle tenute di un patrizio accusato di essere un traditore della patria. Insieme a lui, Giunio organizzò la spedizione per le prime ore della mattina seguente. Giunsero a Stabia al tramonto. Aveva condotto con sé trenta schiavi a cavallo, due carri carichi di attrezzi e dodici animali da soma. Era ormai trascorso un anno da quando il Vesuvio aveva seminato morte e desolazione. Il paesaggio era completamente cambiato. Dove un tempo c’erano verdi vallate ubertose e prosperi centri abitati, adesso si vedeva un’unica distesa di ceneri e roccia lavica solidificata a comporre curiose sculture, o drammaticamente venata di solchi e crepacci. Uno spettacolo desolante. Mentre si dirigevano verso il mare, Giunio si augurò che la colata non avesse ostruito l’ingresso della grande grotta in cui aveva portato i carri, o che gli uomini di Menenio non avessero scoperto il nuovo nascondiglio del tesoro. Notò che la morfologia delle coste era stata trasformata dalla colata lavica, e che le ampie strade di accesso al mare erano scomparse. Analoga sorte avevano subito gli edifici della scuola. Ormai il manto bruno si stendeva sopra ogni cosa. Localizzò a mente la posizione della grotta. La grande imboccatura originaria era stata parzialmente ostruita, ma rimaneva un’angusta fenditura, quasi messa lì da una forza superiore per segnalare ai suoi occhi la posizione esatta del nascondiglio. Introdottosi nel cunicolo con una torcia, verificò l’integrità dei carri. Lottarono tutta la notte contro la roccia dura come il ferro, ma, finalmente, alle prime luci dell’alba il foro d’entrata era abbastanza ampio da lasciar passare un carro. Lavorarono senza sosta, con l’aiuto di diversi argani, sin quando — sul far del tramonto — i carri del bottino di guerra non furono allineati in un viottolo di campagna risparmiato dalla lava. Decise di non ascoltare le proteste degli uomini che, esausti, reclamavano qualche ora di meritato riposo, e diede l’ordine di dirigersi verso Roma. Una volta estratto da quel recesso inviolabile ed esposto agli sguardi del mondo, il tesoro poteva trasformarsi in un’arma micidiale. Sapeva per antica esperienza che Menenio aveva occhi e tentacoli ovunque. La perdita anche solo di pochi minuti poteva essere fatale. La marcia si rivelò più faticosa che all’andata; i buoi sbuffavano rumorosamente dalle narici nel trascinare l’enorme peso dell’oro dei germani. Ma, fortunatamente, le due notti e il giorno necessari per completare il viaggio trascorsero senza incidenti. Alla mattina del secondo giorno entrarono in città. Giunio sapeva che, come ogni primo del mese, l’imperatore avrebbe presenziato alla riunione della Curia. Aveva scelto con cura la data; e anche per questo aveva cercato di evitare ogni indugio. Guidò la carovana fin sulla piazza del Foro. Gli sarebbe certamente stato difficile incolpare Menenio dei suoi crimini: nessun tribunale sarebbe mai stato disposto a prendere per buone accuse tanto infamanti nei confronti del senatore da parte di un ex gladiatore. Perché lui ormai era questo, e nient’altro. Non un fedele servitore dell’impero, un soldato che aveva versato con onore il sangue per Roma, ma un ex schiavo sottratto alla catena soltanto per la sua scelta di uccidere altri uomini nei ludi del Circo. Ma non gli importava. Ciò che più gli stava a cuore in quel momento era rendere la libertà a Marzio. I littori che montavano la guardia al senato si meravigliarono nel vedere i quattro carri percorrere il lastricato della piazza, ma, colti di sorpresa e in assenza di istruzioni, preferirono non intervenire. Con l’avanzare del mattino la folla si andava intanto facendo sempre più numerosa, finché, sulla soglia della Curia, non comparve lo stesso Tito, accompagnato dalle guardie e da un seguito di senatori. Nessuno di loro avrebbe potuto non vedere i quattro carri ordinatamente allineati. Sottile fu il piacere di Giunio, quando vide Menenio impallidire. «Chi osa turbare le riunioni del senato di Roma?» tuonò la voce dell’imperatore, sovrastando il brusio dei presenti. «Il mio nome è Giunio, divino Cesare, uomo libero grazie al tuo magnanimo volere», rispose. A quelle parole Tito abbassò uno sguardo furente sull’uomo che aveva osato rivolgergli la parola, violando la più elementare regola del cerimoniale. Lo scrutò a lungo, tanto perplesso da tardare a impartire l’ordine che lo sfrontato venisse fatto sparire dalla sua vista, finché sembrò ricordarsi improvvisamente del gladiatore a cui soltanto pochi giorni prima aveva conferito la libertà. «In segno di gratitudine per il dono che hai fatto alla mia umile persona», si affrettò a riprendere Giunio, prima che l’effetto della sorpresa svanisse, «ho recuperato la parte misteriosamente scomparsa del tesoro del popolo di Roma. Per questi carri colmi d’oro, noi legionari abbiamo combattuto con valore e abnegazione tra i freddi perenni, portando le nostre insegne al di là del Reno. Ma, ahimè, chi ci ha guidato con ardore e patriottismo alla vittoria oggi langue in prigione, ingiustamente infamato da accuse gravi quanto false.» «Che cosa vuoi dire, gladiatore?» chiese Tito con voce rauca, ormai sorpreso al punto da avere lui stesso dimenticato le regole. «Che ciò che ti porto in dono appartiene unicamente a Roma, signore. L’ho recuperato io stesso dalle mani traditrici che lo avevano sottratto.» E, a un gesto della sua mano — aveva imparato combattendo nell’arena quanto il pubblico potesse essere infiammato da un gesto plateale fatto al momento giusto -, uno degli schiavi sollevò la copertura del carro più vicino alla scalinata. Gli ori e le gemme lanciarono lampi di luce sotto i raggi di sole, suscitando nella piazza un mormorio di meraviglia. Rinfrancato, ormai sicuro dell’esito del suo azzardo, Giunio alzò la voce a sovrastarlo e continuò: «Ecco, imperatore di Roma: il tribuno Giunio, poiché tale io sono, riconsegna al popolo di Roma il tesoro dei germani». Menenio, ancora mortalmente pallido, si fece strada fino a mettersi di fianco a Tito e intervenne in tono concitato: «E come mai, Giunio di Luna, quel tesoro torna soltanto adesso al suo legittimo proprietario? Se non sbaglio eri stato condannato a morte per il suo furto. Negalo, se puoi! Il mio legittimo sospetto è che tu voglia salvare in ogni modo la vita al tuo complice, il tuo scaltro comandante, anche a costo di rinunciare all’enorme ricchezza che insieme avete sottratto ai romani». Giunio gli fissò negli occhi uno sguardo privo di timori. Aveva affrontato uomini ben più letali, sebbene meno infidi. Decise di giocare il tutto per tutto, nella speranza che Menenio capisse la velata minaccia delle sue parole. «Non sono venuto qui», riprese, continuando a fissare uno sguardo di fuoco negli occhi sfuggenti del malvagio senatore, «per cercare facile gloria raccontando le mille insidie che ho dovuto superare per condurre a Roma questi carri dal fronte del Reno, né per parlare dei traditori che ho dovuto fronteggiare per restituire al nostro popolo quanto costoro, e non già Marzio e io, gli avevano sottratto. Senza contare, senatore Menenio, che, se il ladro fossi davvero io, avrei potuto approfittare della libertà per impadronirmi del bottino di guerra e non per riconsegnarlo al divino Cesare e al popolo. Chiedo soltanto che venga resa giustizia a un innocente.» Lo sguardo truce dell’imperatore dissuase Menenio dal riprendere la parola. E fu personalmente Tito a replicare, alzando la destra: «Siamo stupiti dalle tue gesta, tribuno Giunio. L’intera città ti sia grata per quello che hai fatto. Ordino che il generale Marzio sia rimesso immediatamente in libertà e che gli vengano resi tutti gli onori che gli sono stati negati per un’accusa palesemente ingiusta. Così ha deciso l’imperatore di Roma». Avvistato il drappello che si avvicinava provenendo da Ostia, Giunio saltò agilmente dal muro di cinta da dove scrutava l’orizzonte. Anche da quella distanza aveva riconosciuto la figura di Marzio e il suo modo di cavalcare. Quando il drappello varcò il portale della villa, era già nel parco, pronto a dare il benvenuto al suo generale. Il sorriso illuminava un volto pallido e sciupato, ma Marzio abbandonò la cavalcatura con l’agilità di sempre. Tenendo a freno l’entusiasmo, Giunio si mantenne a rispettosa distanza in posizione marziale, alzando la destra in cenno di saluto. Marzio gli si accostò rapidamente e lo strinse al petto con grande trasporto, non facendo niente per nascondere la commozione. Poi, scostatosi ma continuando a tenergli le mani sulle spalle, scrutò a lungo il fedele amico. «Sei più vecchio e più segnato, legionario», disse con il suo ben noto sorriso, indicando le cicatrici del volto di Giunio. Era vero: i cento giorni di combattimenti avevano marchiato la sua pelle più degli anni trascorsi al servizio delle legioni e persino degli interminabili mesi trascorsi tra gli stenti del lavoro coatto. «Ho avuto un po’ di traversie, signore», rispose in tono scherzoso, mentre il generale lo prendeva sottobraccio. «Avrai tempo e modo di raccontarmi tutto, Giunio», concluse Marzio, avviandosi verso l’interno della villa. Menenio era adagiato sul triclinio alla destra dell’imperatore e sembrava prestare scarsa attenzione all’aspetto delle portate che si susseguivano, una più fastosa e ricercata dell’altra. Ma le sue dita, grondanti grasso, dimostravano chiaramente quanto, pur nel totale disinteresse per le scenografie del servizio, lo assorbissero i piaceri della gola. Trangugiava ogni cosa con avidità, senza ritegno. Spentosi il clamore suscitato tra i commensali da una portata di particolare teatralità, valutò giunto il momento opportuno per dare il via a un’ennesima trama. «Pensi davvero, nobile Augusto», chiese in tono falsamente distratto, facendo intanto cenno di avvicinarsi a un giovanissimo coppiere, un fanciullo di Bitinia celebre per la sua pelle di velluto, «pensi davvero che Marzio meriti il trionfo che gli hai promesso?» Tito conosceva troppo bene la doppiezza degli uomini che avrebbero dovuto essere i pubblici servitori di Roma, per farsi incantare. Lanciò un’occhiata in tralice a Menenio, chiedendosi dove volesse andare a parare. «Ritengo», rispose poi, «che la carcerazione di un eroe del popolo come Marzio abbia avuto soltanto risvolti negativi, rendendo ancora più tesi i rapporti con i vertici militari. Penso quindi di aver fatto bene riabilitandolo, tanto più che quel gladiatore lo aveva scagionato di fronte a tutti.» Ma sapeva che la cosa non sarebbe finita lì. Fin troppo note gli erano la scaltrezza e la tenacia del senatore anziano. «Su questo hai sicuramente ragione, signore», replicò Menenio reggendo con una mano unta una coscia di cigno e accarezzando con l’altra il tenero collo del coppiere accorso al suo comando. «Ma rimane ancora tutta da verificare la veridicità dei racconti di quello schiavo. Un uomo dal passato perlomeno oscuro, che non gode certo di una buona reputazione.» «Buona o non buona», tagliò corto Tito, «quell’uomo è il vincitore del torneo e ha sul popolo la stessa presa di una divinità.» Si stava annoiando. La conversazione rischiava di rovinargli la splendida cena. Con un movimento del ciglio destro chiamò a sé una delle giovanissime danzatrici fatte appositamente venire dalla remota Corinto per allietare quella serata. «Hai l’impagabile fortuna di essere giovane, divino Tito, e non ricordi il male che hanno provocato Aulo Vitellio e i suoi sodali alla tua famiglia», riprese in tono accorato il senatore, facendo una pausa sapiente affinché le sue parole arrivassero a segno. Quindi riprese: «Ma rimane vero che uno di questi sodali, uno dei più convinti sostenitori di Aulo, uno zio di Marzio, ha partecipato alla congiura per uccidere il fratello di tuo padre, mio signore… Eppure, nonostante questo esecrabile ricordo, hai ordinato di conferire a Marzio un trionfo. Che cosa potranno dedurne i nemici della tua imperiale carica, gli dei li sprofondino nell’Averno?» «Non ricordo affatto male, Menenio, ma sono storie vecchie e superate», rispose l’imperatore, troppo soddisfatto dei piaceri offerti dalla serata per aver voglia di perdersi in discussioni sgradevoli. «Nel caos seguito alla morte di Nerone, qualcuno doveva pur prendere il potere. Aulo Vitellio fu uno dei tre reggenti che si susseguirono nello stretto giro di quell’anno tenebroso. L’importante, oggi, è che la pace civile sia rafforzata e che il comando sia saldamente in mano all’unica «Ed è giusto che sia così», convenne il senatore con voce ridotta a un sussurro, «ma ti prego di non scordare il contributo che ho personalmente dato perché questo avvenisse, scaraventando Aulo nel precipizio…» «Vedo», tagliò corto Tito, «che la prospettiva di un’eventuale carriera politica di Marzio ti preoccupa. Va bene, tienilo sotto controllo, visto che la questione ti sta tanto a cuore, ma senza eccessi. E in ogni caso ti ordino di riferirmi minuziosamente le tue eventuali scoperte.» E, così detto, Tito lasciò chiaramente intendere che la questione era chiusa. Il suo sguardo, dimentico della giovane danzatrice, prudentemente ritrattasi tra le compagne, era già perso su un’altra giovane di suprema bellezza, introdotta in quel momento nella sala dal responsabile delle stanze imperiali. Non ebbe bisogno di fare cenni. «Le donne ti porteranno alla tomba», pensò malignamente Menenio, memore della passione dell’imperatore per la bella principessa giudea Berenice e della ridda di voci malevole che essa aveva suscitato. Quindi infilò la mano lurida nell’ampia tunica dell’adolescente coppiere e lo attirò contro il proprio corpo, mentre la stupenda fanciulla si accomodava languidamente sulla sponda del triclinio di Tito. Con accurate ricerche, Giunio era riuscito a rintracciare quasi duecento soldati appartenenti alla sua vecchia legione. Li guardava marciare fieri al suo fianco, preceduti dal loro amato generale. Aveva già avuto occasione di vedere la città parata a festa, ma adesso tutto gli sembrava diverso. Il suo spirito era sicuramente più sereno di quanto non fosse dopo la vittoria nel torneo circense, quando la sua mente era oppressa dal rimorso di essere l’unico superstite. La gente si assiepava sui lati della via che conduceva al Foro, inneggiando a Marzio. Ovunque ondeggiavano stendardi con i simboli del più grande impero mai esistito sotto la luce del sole. Giunio era fiero di Roma, dell’immensità del suo territorio, di quella città densa di storia e di memorie. Ammirava i monumenti, che il suo stato d’animo gli faceva apparire persino più belli e imponenti della prima volta che li aveva visti in compagnia di Marzio. Lo vedeva, da dietro, inchinarsi per rispondere ai saluti della folla, immaginava il suo sorriso. Voleva bene a quell’uomo forse quanto a suo padre, non lo avrebbe abbandonato per niente al mondo. Gioiva nel vedere coronata la più alta aspirazione di un militare. Pensava alle pene che aveva dovuto soffrire una persona della sua rettitudine infangata da false accuse. Sentiva di essergli debitore: se non fosse stato per lui, per il modo in cui lo aveva notato tra la calca dei combattenti, forse adesso ci sarebbe stato un umile soldato in più con il petto trapassato da una lancia e sepolto per sempre sotto i ghiacci delle Alpi. Giunio vestiva gli abiti di tribuno militare, grado nel quale era stato reintegrato in seguito all’ordine dell’imperatore. Gli sembrava che il tempo si fosse fermato e che quegli anni infami fossero volati via senza lasciare ricordi. E fu forse quell’andare a ritroso nel tempo che lo spinse a pensare a Sestilio. Aveva saputo che il suo pari grado di un tempo stava raccogliendo onori in Giudea, dove, dopo la distruzione di Hierosolyma da parte delle legioni di Vespasiano guidate da Tito, permanevano preoccupanti focolai di ribellione tra la popolazione locale. Era del tutto probabile che l’importante incarico rientrasse nel prezzo pagato da Menenio per i suoi servigi. Immerso in questi pensieri, raggiunse la piazza del Foro addobbata a festa. Richiamato al presente ammirò le insegne della legione che aprivano la parata; come per ogni contingente, sotto l’aquila di bronzo, simbolo degli eserciti imperiali, era posto lo stemma della loro armata, raffigurante un simbolo zodiacale. Al seguito dei veterani, l’imperatore aveva disposto che sfilasse un contingente di quasi mille militari: un trionfo con soltanto duecento uomini sarebbe stato una rappresentazione scialba, con il rischio anzitutto di sminuire la munifica figura di Tito, sempre attento a distrarre la plebe dalle cure quotidiane con pubblici svaghi di grande splendore. L’imperatore aveva preso posto nella stessa tribuna dei rostrati che aveva visto Giunio condannato a morte soltanto poco tempo prima. Adesso, avvicinandosi in ben altro stato d’animo, poté notare lo sfavillio dei rostri bronzei delle antiche navi dei volsci, perpetua testimonianza di valore. Tito si alzò, cercando di assumere un’aria imponente: non era di alta statura, e un viso tondeggiante accentuava la pinguedine del corpo. Ma era il divino Augusto. Un ampio gesto del suo braccio impose il silenzio: «Credo», esordì, «che siano note a ogni cittadino romano le ingiuste ragioni che hanno portato a rinviare la data del trionfo. Ma non puoi sapere, valoroso Marzio, quanta gioia alberghi nel nostro cuore nel vedere resa giustizia ai tuoi ineguagliabili e indubitabili meriti». Quindi si rivolse alla folla, alzando ulteriormente i toni della voce e riprendendo: «È in ogni caso bene ricordare tutto ciò che questo impavido comandante e i suoi valorosi legionari hanno fatto per Roma, portando le insegne dell’impero al di là del fiume Reno, che sembrava l’insormontabile confine dell’impero fin dai tempi di Augusto. Preferisco, invece, non tornare sulle infondate accuse che hanno rischiato di macchiare la sua nobile figura, preferisco dimenticarle, addirittura cancellarle dalla memoria, ma ritengo sia da accreditare alla giustizia di Roma il merito di saper riconoscere gli errori compiuti e porvi rimedio. Questo accade perché l’errore è insito nella natura degli uomini, ma ciò che conta, non appena lo si sia individuato, è avere il coraggio di ammetterlo e riabilitare la dignità di chi è rimasto ingiustamente offeso. Così ho dunque agito, poiché l’equità delle nostre leggi è il perno di ogni civiltà». Giunio non poté fare a meno di sorridere amaro alla disinvolta sicurezza dell’imperatore, convinto, con quella sua abile allocuzione, di avere cancellato ogni ingiustizia, di avere posto rimedio a quasi due anni di carcere scontati da un innocente. Per non parlare di tutto ciò che aveva dovuto subire lui. Così, rifletté, sono i potenti. «Ho personalmente preso visione dei tesori che i tuoi valorosi hanno recuperato ben due volte», stava intanto dicendo Tito, «sottraendoli con gravi rischi alle mani criminali che li avevano trafugati. L’Erario dei romani non può che felicitarsi per questo tuo ulteriore servigio, Marzio. Ho stabilito che ti venga donata la somma di un milione di sesterzi, affinché mai lo spettro della necessità possa gravare sulla tua nobile persona. Delibero inoltre che siano distribuiti gratuitamente cinquecentomila assi di grano al popolo, e che tale regalia sia fatta a tuo nome. Per concludere», e Tito abbandonò i modi imperiali, rivolgendosi a Marzio come se parlasse con persona di pari rango, «mi sia consentito esprimere il desiderio di stringerti al petto, eroe di Roma.» Mentre Marzio si avviava verso le scale della tribuna, Giunio rifletté sull’entità della somma con cui si cercava di cancellare ogni possibile, pericoloso risentimento da parte di un grande condottiero. Era enorme, certo, ma, tutto considerato, rispetto al bottino di guerra conquistato dalla loro legione e inviato a Roma nel corso dei lunghi anni passati al fronte, rappresentava poco più di un’inezia. Il generale aveva ormai raggiunto Tito. Giunio li osservò scambiarsi il gesto di affetto voluto dall’imperatore, mentre la folla inneggiava al condottiero. Toccò quindi a Marzio prendere la parola. «Divino Augusto, popolo di Roma. Non voglio ricordare in questa sede il dolore che ha gravato sul mio animo di fedele servitore dell’impero mentre languivo in carcere coperto d’infamia. Desidero anch’io, più di ogni altra cosa, dimenticare. Voglio però sia noto a tutti che, se un tempo ero giustamente convinto di dover attribuire una parte dei miei successi al più fedele e valoroso dei miei uomini, oggi il debito che ho nei suoi confronti è ingigantito dal fondamentale contributo che egli ha dato alla realizzazione del mio sogno di essere un giorno gratificato del trionfo militare al cospetto dell’imperatore e del popolo di Roma. Tutti voi conoscete sicuramente le gesta di Giunio della città di Luna, la fama del suo coraggio travalica ormai i confini della città. In questa giornata di felicità, chiedo pertanto che l’uomo che considero alla stregua di un figlio condivida con me un onore che pertiene di diritto anche a lui.» Giunio fu colto di sorpresa. I presenti cominciarono a indicarlo e a invocare il suo nome. Quando Tito gli fece cenno di salire sul palco, ebbe una reazione poco degna di un soldato rotto a mille battaglie: troppe cose si stavano sommando, l’emozione ebbe di nuovo il sopravvento, rischiò di inciampare nella scala che portava alla tribuna. L’imperatore gli fece cenno di accostarsi e lo abbracciò. Arrivava a stento alla spalla dell’erculeo guerriero e gladiatore, ebbe qualche difficoltà a cingere il suo torace con le braccia tozze. Finalmente, liberato dalla frettolosa e impacciata stretta, e sempre più commosso, Giunio poté voltarsi verso Marzio, ma le parole lo tradirono. Avrebbe voluto esprimere con eleganza la propria devozione, ma tutto quel che riuscì a dire fu: «Sia gloria a te, di nuovo tra gli uomini liberi, generale». Passato il momento di intensa commozione, Giunio girò il suo sguardo sugli astanti, osservandoli con attenzione a uno a uno: le massime autorità di Roma, gli uomini più vicini all’imperatore. Era un soldato, un gladiatore, era abituato a misurare la pericolosità degli avversari con un solo sguardo, negli istanti che precedono lo scontro. Davanti a sé vedeva espressioni abituate al potere, volti da cui si potevano dedurre stati d’animo e sentimenti meglio che da qualsiasi Contro simili persone aveva combattuto una battaglia che ora sembrava vinta. L’idea lo riempì di un’improvvisa incertezza. Poteva essere vero? Vedeva volti paffuti, guance rosee, fisici un tempo da combattente ora logorati dagli anni, toghe orlate di porpora, vesti confezionate con preziose stoffe d’Oriente. L’unico tratto comune che scorgeva in quei volti allineati era la cieca fame di potere, la bramosia che si era impadronita di quegli uomini e che mai li avrebbe abbandonati, un bisogno insaziabile, il cui traguardo era rappresentato dal raggiungimento del massimo gradino possibile nella lunga scala di onori che portava su su fino al divino Augusto, imperatore di Roma. Quegli sguardi sapevano riflettere come una superficie d’acqua immobile gli umori di Tito, emulare il suo stato di compiacimento o irritazione, fare da specchio al gradimento o al fastidio che questo o quel notabile suscitava in quel momento nell’imperatore. Giunio continuò a osservarli rapidamente ancora per qualche istante. La sua attenzione fu inesorabilmente attratta da qualcosa di indefinibile, eppure di inequivocabilmente estraneo a quella massa omogenea di espressioni, una nota che stonava in tutta quella compatta e cieca bramosia. Fu catturato da uno sguardo azzurro cobalto. Lo guardò a lungo, a sua volta guardato. Era un uomo di guerra, abituato a muoversi con accostamenti furtivi, senza farsi notare. Fece dunque in modo di arrivare come per caso vicino alla vestale. Non consentì che l’imbarazzo e le rigide regole dell’etichetta prevalessero, le rivolse immediatamente la parola: «Le nostre strade sembrano incontrarsi di frequente, sacerdotessa. Spero di avere modo un giorno di sdebitarmi». Le labbra della giovane si aprirono in un sorriso, sentì la sua voce rispondergli: «Credo tu non abbia nessun debito nei miei confronti, tribuno. Ad appagarmi e rendermi felice basta il fatto che sei vivo». Giunio si sentì percorrere da un brivido: gli parve che in quelle parole risonassero tonalità più che umane. Non poté tuttavia non notare con apprensione che la Vestale Massima li stava osservando severamente. La festa seguita al trionfo durò fino a tarda notte, tra banchetti, danze, spettacoli e libagioni. Invano Giunio cercò più volte la giovane che lo aveva ferito al cuore, ma dovette arrendersi alla possibilità che l’etichetta vietasse alle vestali di intervenire a simili festeggiamenti. Cornelia aveva comandato bruscamente alle sacerdotesse di rientrare alla dimora, vietando loro di intervenire persino ai preliminari del banchetto, cui erano normalmente ammesse. Era evidentemente in preda a un’ira incontenibile. Non appena furono rientrate tra le mura della dimora, convocò in tono imperativo Clelia. «Ho dovuto ancora una volta notare un tuo atteggiamento sconveniente», attaccò senza preamboli appena furono sole. «Ti sbagli, sacra Vestale Massima; non credo di avere fatto niente che non dovessi», provò a giustificarsi timidamente la giovane. «Ah, no, vero? Credi non abbia notato il tuo sguardo mentre rivolgevi la parola a quell’uomo… a quel… a quel gladiatore. Un gladiatore! Un ex schiavo! Non mentire. So fin troppo bene che cosa significano certe occhiate.» E il tono si fece minaccioso. «Non credo sia il caso di ricordarti il giuramento solenne e la sacralità della veste che porti. O devo farlo?» Ormai certa di una punizione terribile, Clelia si limitò ad annuire in atteggiamento remissivo. Invece Cornelia si limitò a concludere: «Se dovesse succedere di nuovo, non esiterò a punirti in un modo che tu stessa troverai esemplare. Adesso ritirati nella tua stanza». Clelia obbedì senza fiatare. Tornata nella sua cella, si coricò e spense immediatamente la lanterna, non sicura che la severa custode della sua vita non avesse un ripensamento. Non riusciva tuttavia a prendere sonno. La voce virile che aveva osato rivolgerle la parola, gli occhi verdi e fieri di Giunio della città di Luna le arrivavano all’anima, scatenando un sentimento che sapeva perfettamente esserle vietato. Soltanto dopo lunghe ore inquiete si abbandonò esausta ai sogni che, ormai da tempo, avevano un protagonista. Molte cose versavano in stato di abbandono, anche se il degrado non era sicuramente imputabile a negligenza da parte dei famigli di Marzio. Nonostante le somme che gli erano state messe a disposizione, Giunio era consapevole che restituire la proprietà alla sua primitiva floridezza avrebbe richiesto molto tempo e grandi sacrifici. Si gettò con passione nell’impresa, godendo via via dei risultati sempre più evidenti. Faceva la spola tra Roma e la residenza di Ostia, dove, memore delle lunghe giornate trascorse nella primissima giovinezza nei campi del padre, aveva riorganizzato i piani del lavoro nei campi, le semine e i raccolti. In quei lunghi mesi di abbandono, gli animali avevano costituito la sola forma di nutrimento disponibile per gli occupanti della fattoria, di fatto estromessi da ogni commercio durante la prigionia di Marzio. Il loro numero si era pertanto ridotto di troppo. Fu dunque suo immediato impegno recarsi personalmente alle aste e ai mercati, dove, con una spesa rilevante ma non eccessiva, riuscì a ricostituire il nutrito patrimonio di bovini e cavalli. La parsimonia e l’attenzione che usava nel maneggiare danaro non suo divennero in breve tempo proverbiali, tanto che i mercanti con cui trattava avevano cominciato a trattarlo con un rispetto non scevro di un certo astio. A lui, invece, sembrava del tutto naturale comportarsi in quel modo, quasi fosse ancora sul campo di battaglia: come allora aveva cercato di difendere la vita del suo comandante, così adesso ne curava gli interessi. Puntualmente, ogni fine settimana, stilava un rendiconto meticoloso per Marzio, esponendogli le sue opinioni e valutando i preventivi delle nuove spese. Un ricordo non avrebbe mai potuto uscirgli dalla mente: quello delle Pietre della Luna. Vi pensava di continuo, elaborando avventurosi piani per rientrarne in possesso. Adesso che aveva riconquistato la libertà, avrebbe potuto cercare, con l’appoggio di Marzio, una via legale per rientrare in possesso di ciò che gli apparteneva per diritto famigliare. Non poteva avere occasione migliore per mettere il generale al corrente delle sue idee, e infatti ricevette la promessa che si sarebbe tentata ogni strada perché le sacre statue gli venissero restituite. Marzio era uomo abituato a tenere fede alla parola data. Già il giorno seguente, infatti, lui e il suo fido collaboratore si recarono a Roma, da Cocceio Nerva, un parente di Marzio che rivestiva un alto incarico nella magistratura. Il togato si dimostrò di profonda affabilità e disponibilità; in sua compagnia si inoltrarono nel «Voi sapete», disse finalmente Cocceio Nerva, alzando lo sguardo dal rotolo, «che la sacralità del tesoro del popolo di Roma è seconda soltanto a quella del divino Giove. Per niente al mondo un bene di proprietà dell’Erario può essere alienato, a meno che non si tratti di grave causa di pubblica necessità. Dai documenti processuali rilevo altresì che le prove e le testimonianze tese a suffragare la proprietà delle statue da parte dello stato sono inconfutabili, visto che in ogni inventario annuale compare la loro puntuale descrizione e che diverse persone hanno deposto concordemente. Temo che il tribuno Giunio debba mettersi l’animo in pace e considerare perso per sempre ciò che sostiene appartenergli. Non vedo quali possano essere gli estremi per chiedere una riapertura del processo, e credo che nemmeno l’imperatore in persona si assumerebbe la responsabilità di commettere una grave violazione della legge, riconsegnando le Pietre della Luna.» Malgrado il responso non gli lasciasse speranze, Giunio non si perse d’animo: a dargli forza rimaneva la leggenda secondo cui quelle statue erano comunque destinate a rientrare in possesso dei loro legittimi proprietari. Sapeva che in tutto il mondo conosciuto non potevano esistere migliori custodi delle grandi mura del tempio di Saturno, vegliate giorno e notte da sentinelle armate. Bastava aspettare: era fermamente, incrollabilmente convinto che il tempo avrebbe dato ragione all’antica credenza. |
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