"Le pietre della Luna" - читать интересную книгу автора (Buticchi Marco)

PARTE SECONDA ACQUA Le scoperte

6.

Alesund. Costa atlantica norvegese. 1995.


Che cosa c’era sotto? Se lo chiedeva con insistenza da diversi giorni. E in quel momento, ponendosi per l’ennesima volta la domanda, Laura Joanson stava cercando di vincere il senso di disagio che le provocava sempre il volo. Certo, il recupero di un sommergibile dell’ultima guerra avrebbe comunque fatto scalpore. Ma perché proprio l’U115? Perché, tra le migliaia di relitti che sarebbe stato molto meno impegnativo strappare agli abissi, erano andati a cercare un U-Boot malandato e nemmeno coperto di particolare gloria?

L’avversione naturale che provava per il volo era quasi paradossale, se raffrontata alle sensazioni di spazio infinito che sapeva infondere in lei un’immersione a centinaia di metri di profondità con un batiscafo.

Le ruote del McDonnell-Douglas delle linee internazionali norvegesi toccarono terra con un leggero scossone. Sebbene fosse nata e cresciuta negli Stati Uniti, Laura Joanson conservava gli originari caratteri fisici scandinavi. Era sicuramente una bella donna. Il viaggio transcontinentale, per quanto poco gradito, non sembrava averla stancata più di tanto. Non appena varcò il portellone del velivolo, si sentì avvolgere dal vento freddo del Nord; avvertì, sopra il sentore acre del kerosene, il profumo delle conifere e l’odore intenso dei muschi. Una certa aria di famiglia, una sensazione epidermica di benessere paragonabile al senso di protezione che sanno infondere le mura della propria casa dopo una giornata faticosa.

Appena messo il piede al suolo si diresse con passo spedito verso il bus che l’avrebbe portata al terminal. Gli sguardi incuriositi di diversi suoi compagni di viaggio la seguirono con ammirazione: non era difficile riconoscerla, visto che le sue foto comparivano con regolarità sulle copertine dei più popolari settimanali del mondo. Ogni romanzo di Laura Joanson costituiva un fenomeno letterario senza precedenti. Ma nel contempo lei portava avanti con il medesimo entusiasmo di sempre la sua professione originale di esperta di ricerche sottomarine e fondatrice-direttrice del Museo dei Reperti Sommersi a Key Biscayne. La storia, avrebbe cominciato ad apprendere di lì a poco, partiva da lontano e rimandava molto, molto indietro nel tempo.


Berlino. 13 aprile 1945.


Il dottor Leonard Speitz, direttore dell’osservatorio astronomico della capitale del Reich, era chino sui suoi calcoli, circondato da strumenti capaci di scrutare i più remoti angoli del cielo. Sembrava non curarsi del rombo sempre più vicino delle artiglierie russe: si aggirava indaffarato a passo veloce, orientandosi alla perfezione nel disordine della stanza. Scuoteva spesso la testa, meditabondo, con il solo effetto di far traballare gli occhiali. Sembrava che gli mancasse qualcosa: una tessera di un mosaico importante. Prese nuovamente posto sullo sgabello rotante, regolato in modo da avere l’asse ottico nelle immediate vicinanze del mirino del telescopio.

Osservò la Luna: era incredibile il fascino che provava ancora nello scrutare quei crateri silenziosi, quei reticoli arcani di segni, la loro infinita quiete. Era uno dei tanti modi di cui aveva imparato a servirsi per rilassarsi e pensare, riordinare la mente e trovare eventuali errori nei suoi calcoli. Si scostò di scatto dal telescopio e tornò a dedicarvisi, con un’espressione soddisfatta sempre più evidente sul viso.

Quando il tenente e gli uomini delle SS entrarono nella stanza, si stava accingendo a riformulare matematicamente una sua scoperta che riteneva — temeva — d’importanza cosmica.

«Doktor Speitz», si sentì chiamare. Si voltò: gli parve che, nell’atteggiamento del giovane ufficiale che aveva davanti, ogni asperità marziale si fosse smussata per lasciare il posto a una gran fretta. «Gli ordini del Führer sono di requisire ogni documento che possa risultare utile per la nostra offensiva e, comunque, di non lasciar cadere niente nelle mani del nemico», continuò il militare, estraendo un foglio da una cartella e mostrandolo rapidamente allo scienziato.

Speitz assunse un’aria infastidita e al tempo stesso ironica: «Che cosa credete? Che il mio lavoro possa interessare alle armate bolsceviche, quando arriveranno in questa stanza?»

«I russi non prenderanno mai Berlino», ribatté quasi istericamente l’ufficiale. «Stiamo soltanto adottando alcune misure di sicurezza, nel caso si dovesse ricorrere a una ritirata strategica.» Il suo tono crebbe d’intensità a ogni parola pronunciata.

Avrebbe potuto essere suo figlio, forse persino suo nipote, pensò l’astronomo, e di quante fandonie gli era stata riempita la testa. Ormai i tempi tra lo sparo della bocca da fuoco e il rombo della deflagrazione si erano fatti molto ravvicinati.

Speitz contò i secondi e replicò in tono sarcastico: «Tenente, i russi si trovano a meno di dieci chilometri dalla periferia. Se continuano ad avanzare con questo ritmo, tra poche ore saranno padroni del Reichstag. E lei viene qui a dirmi che non prenderanno Berlino?» Ma si accorse immediatamente di essere stato troppo crudo, sicché tentò di mitigare il tono. «Comunque non si preoccupi, tra pochi minuti sarò a sua completa disposizione.»

Lo sguardo glaciale del tenente fece calare nel locale una cappa di paura. «Lei sta forse cercando di ritardare l’ordine del Führer? Devo pensare che sia animato da spirito disfattista nei confronti del Reich?»

«Un momento, soltanto un momento…» cercò di prendere tempo Speitz, questa volta in un tono fermo e sicuro, con la testa di nuovo china sui suoi calcoli. «Ancora una piccolissima modifica e…»

«Le ordino…» Ma lo sguardo di Speitz gelò le parole dell’ufficiale: due occhi scuri e penetranti, illuminati dalla forza di un’intelligenza vivace e profonda. Di fronte al suo carisma, il giovane nazista si rese conto della propria inferiorità, che lo spinse a portare la mano alla Lüger d’ordinanza. Gli occhi intimoriti dello scienziato non suscitarono in lui nessuna compassione; sembrava esaltato dall’idea di essere padrone incontestabile di una vita umana. Esplose tre colpi in rapida successione. I suoi uomini impiegarono poco più di venti minuti per chiudere ogni scritto trovato nello studio dentro due casse di abete di medie proporzioni, evitando però accuratamente di urtare il corpo esanime dello scienziato ogni volta che gli passavano accanto.


Amburgo. 29 aprile 1945.


Tra il ponte dell’U115 e il piano della banchina c’era un dislivello di circa un metro. Il sommergibile era ormeggiato con la sua curiosa sagoma di enorme pesce semisommerso nell’acqua lurida del porto di Finkenwerder. L’eccezionale dimensione delle fiancate, dovuta ai serbatoi supplementari, gli conferiva un profilo meno idrodinamico, ma l’U115 era capace di una velocità di ventitré nodi in emersione e sette in immersione; inoltre, quel che più contava, di un’autonomia di 15.800 miglia a dodici nodi in superficie. Il comandante Reisberg firmò la bolla di carico proprio mentre l’ultima cassa a tenuta stagna veniva scaricata dal camion militare. Salutati in modo rigidamente marziale i due uomini in borghese, si diresse verso la passerella. Non aveva particolari simpatie per i fanatici dei servizi segreti, ma, di fatto, dipendeva da loro. Le tre buste rosse con gli ordini di viaggio, appena ricevute, ne costituivano la prova.

Sapeva che Berlino stava per cadere, e che secondo diverse voci non controllate il Führer sarebbe già fuggito. Doveva fare in fretta: tra non molto l’aviazione alleata avrebbe potuto cominciare a bombardare il porto.

L’U115 era stato costruito soltanto pochi anni prima, e ben diverso era il fine a cui il comando della marina avrebbe voluto destinarlo. Era nato come mezzo da trasporto per una compagnia di incursori, apparteneva alle unità subacquee dell’ultima generazione. Molto più lungo di un normale sommergibile della classe U-Boot, era armato con due coppie di cannoni semiautomatici da 12,7 e due mitragliatrici antiaeree in coperta, quattro tubi lanciasiluri a prora e due a poppa.

Reisberg aveva seguito ogni dettaglio della sua costruzione, prefigurandosi sbarchi di guastatori in ogni angolo del territorio nemico, ma aveva finito con il rassegnarsi a quel compito sicuramente poco gradito al suo spirito di combattente. L’U115 era una delle poche unità capaci di raggiungere, senza bisogno di rifornimento, le coste orientali americane. E quella era diventata la sua principale missione: fare la spola tra la Germania e la Nuova Scozia, per affidare a mani sicure, oltreoceano, le ricchezze personali dei gerarchi nazisti, i soli che sapessero da tempo da quale parte spirasse ormai il vento della vittoria.

Reisberg era convinto che quello sarebbe stato con ogni probabilità l’ultimo viaggio effettuato per conto del Terzo Reich. Nella sua mente balenò una punta di soddisfazione, subito repressa dal suo carattere severo. Rimase rigidamente eretto sulla torretta, salutando la bandiera rossa con la svastica nera in campo bianco che sventolava sopra la casamatta sulla riva destra dell’estuario dell’Elba. L’U115 aveva ordine di immergersi tra quarantacinque minuti, non appena il comandante avesse aperto la prima delle tre buste con le istruzioni di viaggio.


Mare di Norvegia. Marzo 1995.


Laura Joanson girò leggermente la testa verso il finestrino dell’elicottero della North Pole Oil. Si stava chiedendo come avrebbe fatto il pilota a centrare quella minuscola serie di cerchi concentrici con al centro la lettera H: le sembravano lontanissimi e sicuramente troppo stretti per poter accogliere la mole di quel velivolo da trasporto. Un errore di un solo metro avrebbe potuto farli precipitare sulla piattaforma petrolifera sottostante. Invece arrivarono a destinazione con una precisione impeccabile. Laura era in viaggio ormai da dodici ore, ma continuava a non sentire nessuna stanchezza.

«Benvenuta a bordo della piattaforma Crude Brent, dottoressa Joanson», sentì gridare da una voce alle sue spalle, talmente acuta da sovrastare il rumore delle pale dell’elicottero che ancora volteggiavano sospese a poca distanza da lei. Si voltò, ma dovette abbassare di molto lo sguardo prima di riuscire a vedere il cordiale omino che le stava davanti.

L’uomo le tese una mano in miniatura, sollevandosi sulla punta dei piedi: «Sono Oswald Breil, il dottor Oswald Breil, esperto di prospezioni sottomarine e comandante supremo di questa isoletta», disse, indicando la piattaforma petrolifera e facendole cenno di seguirlo per una ripidissima scaletta in metallo.

«Laura Joanson», ebbe solamente il tempo di rispondere la bella donna, stringendogli la mano. Provò comunque un immediato senso di simpatia per quell’uomo. Forse, sorrise tra sé, ho sempre sognato di incontrare un elfo… fin da piccola.

Appena furono giunti nella sala comando, immediatamente sotto il piano di atterraggio, Breil si tolse la sgargiante giacca a vento arancione, parlando e fissando sulla donna due occhietti vivaci e intelligenti: «Quello che non ho ben capito, dottoressa, è se devo mettermi ai suoi ordini o se posso mantenere il comando della nave anche nel corso di questa operazione. Come lei certamente saprà, la North Pole Oil ha messo a disposizione della missione la sua struttura oceanica più sofisticata e i suoi uomini più in gamba. Ma vedrà che collaboreremo nel migliore dei modi. Una tazza di caffè, prima di farla accompagnare al suo alloggio?»

Laura lo ascoltò con attenzione, mentre percorrevano i corridoi di quel vero e proprio laboratorio galleggiante: aveva immediatamente avvertito il rispetto con cui ogni membro dell’equipaggio si rivolgeva a quell’uomo che arrivava sì e no alla cintola di una persona di media statura.

«La struttura della Crude Brent» continuava intanto l’omino, «è concepita in modo da permetterle spostamenti autonomi. A differenza di altre piattaforme, questa è ancorata con sistemi mobili al fondo marino, tali da renderla pronta a mettersi in movimento nel giro di poche ore. Grazie ai suoi piedi a forma di scafi, può raggiungere una velocità di crociera di otto nodi. Un sistema satellitare computerizzato le consente, tramite la sola tensione delle catene delle quattro ancore, di rimanere ferma sul punto di perforazione a cinquecento metri di profondità con una tolleranza di soli due metri. Il sistema di trivellazione è capace di perforare la crosta terrestre fino a cinquemila metri. Ogni attrezzatura di bordo è quanto di più avanzato si possa incontrare nel campo della ricerca sottomarina.» E intanto sgambettava velocissimo, indicando con rapidi cenni della testa o delle mani i particolari del sistema antincendio e altre sofisticate apparecchiature.

La stanza destinata a Laura Joanson era degna del più temprato guerriero di Sparta: dimensioni standard per ufficiali, mobilio standard, colori standard. La bella donna s’infilò nella doccia, in un bagno che, sebbene lillipuziano, le era apparso come un miraggio.


Mare del Nord. 29 aprile 1945.


Nonostante le sue quasi 4000 tonnellate di dislocamento in immersione, l’U115 navigava agile e veloce; gli otto MWM diesel da duemiladuecento cavalli spingevano con prepotenza i suoi centoquindici metri di lunghezza quasi a pelo d’acqua. Sembrava un predatore degli abissi sempre pronto per il balzo finale. Reisberg si girò verso poppa per valutare l’emissione dei gas di scarico: un sommergibile in emersione aveva il primo grande nemico delle proprie capacità mimetiche in quel fumo denso e nero. Tornò a girarsi verso prora, fissando lo sguardo nella notte che cominciava a scendere veloce. Nemmeno quelle acque potevano ormai considerarsi sicure.

Abbandonò la plancia, calandosi abilmente per la ripida scala in metallo accanto alla quale correva il tubo del periscopio. Accertatosi con un rapido sguardo che ciascuno degli uomini fosse al suo posto, entrò nella saletta nautica, immediatamente a ridosso del ponte di comando: in pratica, il suo ufficio a bordo. Dal peso delle casse aveva dedotto che dovevano contenere soprattutto incartamenti. Soltanto tre, a suo giudizio, dovevano avere un contenuto di effettivo valore, almeno pari ai forzieri, che sapeva pieni di lingotti d’oro, affidatigli per i viaggi precedenti. In uno slancio di confidenza, uno degli ufficiali dei servizi segreti addetti a consegnargli il carico gli aveva rivelato che si trattava di effetti personali del Führer. «Praticamente i soprammobili della sua casa di Berlino», aveva detto.

Aprì senza alcuna emozione la prima delle buste. Era sicuro che la rotta indicata sarebbe stata la solita: verso nord, seguendo le coste della penisola scandinava fino al primo dei due rifornimenti volanti, dopo di che avrebbe dovuto aprire la seconda busta. Ma era convinto che la destinazione finale del suo viaggio sarebbe comunque stata la costa americana.


Mare di Norvegia. Marzo 1995.


«Una nostra nave per ricerche», stava dicendo Breil, «ha identificato circa un anno fa quello che sembra un relitto.» Laura indossava un paio di jeans e un maglione marinaro blu a collo alto che faceva risaltare l’azzurro intenso dei suoi occhi.

«Ecco le foto scattate dal nostro robot subacqueo», concluse Oswald.

Facendo scorrere quelle carte patinate, a Laura sembrò di violare un segreto, di abbattere le porte di un tempio. Le sue riflessioni vennero interrotte dalla voce di Breil che chiedeva: «Perché ha fatto morire Patricia? Mi piaceva tanto».

Le ci volle un attimo per emergere dalla concentrazione che l’esame delle foto richiedeva e capire a che cosa alludesse il suo nuovo amico. Oswald stava parlando della protagonista femminile del suo ultimo romanzo. Sebbene uscito da poco tempo, Il colore del sole era già stato tradotto in trentasei lingue ed era in testa alle classifiche di vendita in quasi tutti i paesi. Sorrise compiaciuta e provò un moto di ancor più intensa simpatia per la spontanea sincerità del suo ospite.

Nata come l’hobby di una giovane esperta di ricerche sottomarine, la sua attività di scrittrice era ormai diventata un’apparentemente inesauribile fonte di reddito. Laura non si era comunque lasciata guastare dal successo e aveva continuato a praticare con il medesimo impegno una professione cui dedicava una passione e una fantasia perlomeno pari a quelle che metteva nello scrivere i suoi fortunati romanzi di avventura. Una sola cosa era cambiata, grazie alla pioggia di diritti d’autore in tutto il mondo: i mezzi tecnici con cui la sua compagnia affrontava il lavoro. Il laboratorio di ricerche da lei creato e di sua proprietà si era conquistato sul campo una vasta fama grazie anche alle larghe disponibilità economiche di cui aveva potuto dotarlo. L’unico lusso — così le piaceva definirlo — che Laura si concedeva era il Museo di Key Biscayne che aveva intitolato alla memoria dei suoi genitori.


Mare del Nord. 30 aprile 1945.


L’acuto avviso acustico del sonar riempiva gli angusti spazi della sala comando. Navigavano pochi metri sotto il pelo dell’acqua, lasciando emergere soltanto la torretta e le prese d’aria. Reisberg era di fianco al timoniere, quando la monotonia del suono che scandiva distanze e profondità fu rotta da una voce concitata: «Nave in avvicinamento ore sei, comandante».

«Immersione rapida, periscopio pronto, profondità dodici metri, stop ai diesel, silenzio assoluto.» I comandi uscirono di bocca a Reisberg in maniera meccanica, quasi istintiva.

L’U115 scese docilmente fino a dodici metri, poi si arrestò immobile a mezz’acqua. Le ultime parole che risuonarono nello scafo metallico furono i nuovi ordini del comandante: «Chiudere porte stagne, casse di compensazione aperte, sonar in cuffia, periscopio fuori». Da quel momento, gli unici rumori che si sentirono a bordo furono i rapidi cigolii delle maniglie e il ronzio del motore elettrico che estraeva il tubo a cannocchiale.

«Nave in avvicinamento a ore sei, distanza duemila metri», annunciò Reisberg agli uomini impegnati alle strumentazioni nella sala comando. «Tocca a lei, fonico.»

Era la prima volta che il comandante lo chiamava con il nomignolo che lo accompagnava da quando si era imbarcato. Il sergente maggiore posò gli spessi occhiali sul tavolo che aveva davanti, premendo entrambe le mani sulle parti metalliche delle cuffie.

«Motori diesel, da come cantano sembrerebbero due ventiquattro cilindri Rolls-Royce. Dirige verso di noi. Credo si tratti di un caccia inglese e penso che ci abbia intercettato», comunicò dopo qualche istante. Sapevano tutti che difficilmente sbagliava.

«Settanta metri, subito. Giù il periscopio. Comincia la caccia», ordinò Reisberg, chiudendo le due manopole sui fianchi del mirino ottico. I centodieci uomini dell’equipaggio si aggrapparono istintivamente a quanto di più saldo avessero nei pressi.

«Ci stanno passando sopra, comandante… Tuffo!» Un’espressione capace di suscitare terribile angoscia: significava che il caccia stava seminando un carico di morte nella sua scia. La deflagrazione della prima bomba di profondità echeggiò ancora abbastanza lontana, amplificandosi in un potente spostamento d’acqua che fece tremare gli oggetti a bordo. Il nemico, là sopra, non conosceva di sicuro la loro esatta posizione, né tanto meno la profondità a cui erano immersi. Sembrava lanciare a caso, nella speranza di un colpo fortunato. O forse stava soltanto aspettando rinforzi.

«Sonar, mi dica com’è il fondale nei dintorni: non credo che quel caccia sia solo», chiese Reisberg all’altro sottufficiale.

Quasi simultaneamente la voce del fonico riprese a trasformare in informazioni i rumori della superficie: «Ci sono altri tre bersagli, forse quattro, comandante».

«Il fondale, sonar, voglio il fondale!» esclamò di nuovo Reisberg, con un tono che non ammetteva ritardi.

«Il fondo è a circa 2400 metri sotto di noi, neanche pensarci. Però a venti gradi sulla dritta, a circa mezzo miglio da noi, sembra che si alzi un picco. È a centottanta metri di profondità.»

C’era forse una via di scampo, anche se il sommergibile avrebbe dovuto immergersi molto oltre i limiti di sicurezza.

Le deflagrazioni delle bombe di profondità si stavano facendo sempre più vicine e gli spostamenti d’acqua sempre più violenti. Il comandante si rivolse a tutti gli uomini: «Quegli avvoltoi stanno girando sopra le nostre teste in cerchi concentrici. Avviare i motori elettrici a mezza forza, profondità 90 metri. Mettere nel tubo numero quattro un ‘pacco per bambini poveri’». L’espressione indicava uno stratagemma con il quale si erano salvati diversi equipaggi di sommergibili in situazioni disperate. E quella in cui era incappato l’U115 era senza dubbio un’avventura dalla quale sarebbe stato molto difficile uscire.

«Tuffo, qui sopra!» informò il fonico. La sua voce, oltre a quella del comandante, era l’unico suono autorizzato a rompere il silenzio mortale. Tutti gli uomini presero mentalmente a scandire i secondi. L’U115 ebbe un sussulto violento. Pochi riuscirono a mantenersi in piedi. Reisberg prese immediatamente la cornetta dell’interfono per chiedere notizie sullo stato dell’equipaggio e le condizioni dei vari compartimenti stagni.

«Pare non ci siano danni allo scafo, e soltanto un ferito lieve», spiegò poi rivolto ai suoi. L’unica possibilità di salvezza era offerta dalla vetta sommersa, pensò il comandante. «Rotta due-sette-cinque», scandì chiaramente la sua voce. Un secondo boato, forse un po’ più lontano, ruppe immediatamente l’istante di tranquillità. Di nuovo il sommergibile ondeggiò, mentre le luci all’interno lampeggiavano per qualche attimo, spegnendosi poi del tutto come ogni altra attività elettrica. «Emergenza», ordinò Reisberg. «Inserite l’impianto d’emergenza. Fuori il pacco dei poveri.»

Pochi istanti più tardi uno scossone avvertì gli occupanti del locale di comando che il tubo lanciasiluri aveva espulso litri di olio e carburante, salvagenti e qualsiasi rifiuto in grado di galleggiare. Da quel momento in poi potevano soltanto sperare nell’ingenuità del nemico, convinto del loro affondamento dall’emergere dei relitti.

«Avanti al minimo, per due-sette-cinque», ordinò di nuovo il comandante.

Il ronzio dei due motori elettrici da millecento cavalli era impercettibile. Ma una spinta formidabile quanto improvvisa da poppa fece loro capire che gli inglesi non avevano creduto alla messa in scena. Compresse dalle titaniche forze della profondità, le strutture cominciarono a emettere suoni simili a lamenti.

Il profilo della vetta del monte sottomarino era simile alle corna di un bue, un avvallamento abbastanza ampio da poter accogliere lo scafo dell’U115. La corrente non era forte, ma la manovra si presentava ugualmente difficile, avendo là sopra cinque cacciatorpediniere inglesi che li stavano cercando. Guidato lentamente, con estrema cautela, il sommergibile nel riparo sommerso, Reisberg diede ordine di osservare il più assoluto silenzio e rimase in attesa che il loro destino si compisse.

Improvvisamente, senza alcun nesso logico, il suo pensiero tornò al carico che trasportava: sapeva che poteva trattarsi dei documenti privati e degli oggetti personali del Führer. Stranamente, questo rimase il suo pensiero fisso fino a quando lo scafo non venne squarciato sul lato di dritta. Con tutti i suoi uomini, non avrebbe mai più rivisto la luce del sole.


Roma odierna. Laboratorio di Sara Terracini.


Sara non poteva sapere che, poco più di un anno prima, Oswald Breil era occupato in una ricostruzione storica molto simile alla sua, e come la sua basata su vecchi documenti difficili da decifrare e interpretare, anche se molto meno antichi dei volumi del frate. Una ricerca, peraltro, molto più della sua fondata su congetture e infiorettature.

Né poteva sapere quale sottile ma tenacissimo filo collegasse la ricostruzione del suo piccolo amico a quella che stava effettuando lei nel suo laboratorio romano, dove Toni Marradesi le aveva appena portato i primi fogli restaurati del terzo volume.

Le prime righe del nuovo fragile foglio letto dallo scanner cambiavano completamente lo scenario, portandolo avanti di oltre millecinquecento anni. Evidentemente, nel corso dei secoli, passando di erede in erede, attraverso chissà quali vicissitudini, i quattro volumi originari non soltanto si erano sfasciati, ma anche scompaginati. A meno che, da un certo punto in avanti, il bravo compilatore della cronaca, oltre a costellarla di colorite espressioni castigliane, non vi avesse interpolato brani della propria vicenda personale. 1622, c’era chiaramente scritto nella seconda riga del foglio. Più o meno l’epoca a cui le analisi facevano risalire il materiale.

Bisognava che avvertisse al più presto Oswald, dovunque potesse essere. Intanto, però, avanti. Come aveva ordinato lui nei suoi frettolosi messaggi elettronici: anzitutto far *capire*. Poi, *riassumere*. E, caso mai, *integrare con giudizio*.

Portò le mani alla tastiera e ricominciò a digitare, riassumere o integrare *con giudizio*.


Cartagena. Colombia. Colonie spagnole dell’America del Sud.

28 luglio 1622.


La Santa Esmeralda era all’ancora esattamente al centro della rada; nonostante le oltre seicento tonnellate di stazza e il giardinetto molto elevato, tipico dei galeoni, aveva una linea snella. Era uno scafo moderno, costruito soltanto un anno prima dai più abili maestri d’ascia cubani. A poche centinaia di metri, le torce e i lampioni del molo illuminavano altre due navi, circondate da uomini e macchine da carico.

Juan Perez de la Molina aveva compiuto quarantadue anni, e ne aveva trascorsi almeno trenta a solcare mari e oceani. Era uno dei più valenti e giovani comandanti della Flota de Tierra Firme. Vestiva con abiti eleganti; il suo modo di portare la spada era spavaldo, quasi fosse sempre pronto alla reazione armata.

Camminava lungo la banchina con il primo ufficiale al suo fianco, arrestandosi di frequente per lasciare il passo agli uomini che conducevano i muli da soma. Osservando la lunga processione di schiavi e marinai scomparire nel ventre insaziabile della Nuestra Señora de Atocha, cercava di fare paragoni tra quel galeone e il suo gemello — la Santa Esmeralda - di cui era al comando dal momento del varo, anzi da ancora prima, da quando ne aveva seguito la costruzione nel porto di La Habana. Aveva visto nascere la sua nave, aveva studiato le soluzioni più ardite, con gli alberi e la zavorra più appruati, le vele più tese. Sportosi oltre la prora dell’Atocha, osservò in mezzo al golfo la sagoma della sua nave, le lanterne che segnalavano la fonda e le luci che filtravano dalle vetrate del castello di poppa.

Si voltò soddisfatto: al suo sguardo, pur alla luce fioca della luna, la Santa Esmeralda appariva senza dubbio più bella e slanciata della gemella, anche se gli occhi di un profano non avrebbero notato alcuna differenza tra quei due colossi del mare, alti più di due case e armati con quaranta cannoni. Per la sua nave ne aveva voluti due di meno, aumentando invece di sei unità le colubrine, più utili nel tiro ravvicinato e collocate nei due castelli, alle estremità del galeone.

«Señor Vasted», disse in tono autoritario, «non appena saranno iniziate le operazioni di carico, fate zavorrare a cinquecentosettanta tonnellate.»

Vasted, primo ufficiale da quasi un anno e responsabile del carico, sembrò perplesso: significava scaricare dal più profondo della stiva circa trenta tonnellate di pietre di fiume che costituivano il fulcro della stabilità del veliero. Fece rapidamente i calcoli: «Sono oltre mille pietre», obiettò, «ci vorrà una giornata di lavoro, a scapito o quasi di ogni altra operazione di carico, signore».

«Señor Vasted, avrete a disposizione tre ore», tagliò corto il comandante in un tono che non ammetteva repliche, «e non ho nessuna intenzione di consentire che si rallenti il caricamento. Siamo già in ritardo di una settimana. Avete idea di che cosa significa? Se il convoglio fosse arrivato con puntualità, avremmo dovuto essere già in mare. Stiamo entrando nel pieno della stagione degli uragani, e la prospettiva mi preoccupa molto.»

Vasted lo osservò di sottecchi: sapeva che mai una tempesta avrebbe potuto impensierire Perez de la Molina. Ben altro doveva essere il problema che lo rendeva cupo e nervoso. Ma che cosa? Non riusciva a capirlo. Pensieri che durarono pochi attimi, dopo di che i due ufficiali vennero risucchiati da un capannello di folla intenta a festeggiare, come ogni volta, la partenza della Flota.


Dalle miniere della Colombia, dal Perù e da ogni altro angolo delle colonie, oro, smeraldi, argento, legni pregiati e altre merci venivano cabotati lungo le coste occidentali dell’America del Sud. Giunti a Panama, venivano sbarcati e trasportati da interminabili carovane dirette a Portobello, appena al di là dell’istmo, o a Cartagena, sulla costa settentrionale della Colombia. Da lì, i galeoni della Flota de Tierra Firme facevano la spola tra il vecchio e il nuovo continente quasi senza soluzione di continuità. L’unico periodo in cui i traffici della flotta venivano sospesi era nella stagione delle tempeste.

Perez de la Molina sapeva bene che diverse pericolose perturbazioni avevano già cominciato a formarsi, flagellando l’arcipelago caraibico. Ma i veri problemi, quelli che lo angustiavano di più, erano la segretezza della missione e il carico che la sua nave avrebbe dovuto trasportare.

Le assi dei carri sprofondavano nella fanghiglia cui era ridotto il fondo stradale. Le difficoltà aumentavano a mano a mano che gli zoccoli dei buoi e le ruote degli oltre cinquanta mezzi affondavano sempre più nella melma o rimanevano incastrati nei profondi crepacci scavati dalle piogge tropicali. Il drappello di soldati con il classico elmo ricurvo seguiva il convoglio in un ordine molto approssimativo, tra mille difficoltà. Quella che stavano percorrendo era l’unica via di comunicazione, ma sembrava un torrentaccio scavato tra due argini di foresta impenetrabile.


Le tre pariglie di cavalli che trainavano la carrozza procedevano sicuramente al di sotto delle loro possibilità: non potevano lasciare indietro i due carri da trasporto e la scorta composta da venti guardie papali a cavallo. Ma improvvisamente, anche quel passo relativamente veloce, rotto dai continui scossoni e dalle sbandate delle ruote nella fanghiglia, si interruppe. Il segretario del cardinale de Blasi si affacciò al finestrino, imbrattandosi la toga con gli schizzi di fango che coprivano il vetro. «Vetturino», chiese, «che cosa succede?»

«Davanti a noi ci sono diversi soldati e un convoglio di carri in difficoltà che ci sbarrano il passo», rispose uno degli uomini a cassetta.

«Andate a dire che si tolgano di mezzo, siamo già in ritardo di una giornata, e Sua Eminenza non può certo perdere la partenza della Nuestra Señora de Atocha.»

Il cocchiere scosse la testa e si diresse verso l’ufficiale che comandava la scorta. Scambiarono soltanto poche battute, dirigendosi poi insieme verso la carrozza adorna degli stemmi papali.

«Capitano Silva al servizio del viceré di Spagna, agli ordini, Eminenza. Che il Signore sia con voi.» E il militare si chinò con una certa goffaggine a baciare il grosso rubino che de Blasi portava al dito.

Il cardinale emerse dalla carrozza fino a mezzo busto: «Siamo in grave ritardo, capitano, e per niente al mondo posso tollerare ulteriori intoppi. Fate sgombrare la strada e lasciateci passare».

«Sono desolato, Eminenza, ma la prossima radura dove possiamo cedervi il passo si trova a circa sette miglia da qui. Per di più abbiamo ben tre carri impantanati fino agli assi e ci vorranno alcune ore per liberarli.»

Il naso del messo papale sembrò farsi ancor più adunco e gli occhi più gelidi: «Capitano, io rappresento il Papa e la parola di Dio in queste terre di selvaggi, e trasporto beni di proprietà del Santo Padre. La nave sulla quale devo imbarcarmi salperà da Cartagena nelle prime ore del mattino. Credo vi rendiate conto di quello che significa.»

«Capisco, Eminenza», rispose l’ufficiale, «e cercheremo di fare del nostro meglio, anche se ci vorrebbe davvero un miracolo per farvi giungere in tempo per la partenza dell’Atocha.»

La mano del cardinale disegnò meccanicamente una croce nell’aria, mentre la sua figura tornava a scomparire, adagiandosi sui sedili della vettura.


Fratello Pietro di Marzio costituiva un raro, quasi indescrivibile connubio tra un frate di campagna e un lupo di mare. I suoi modi erano quelli di un sant’uomo, ma si capiva che aveva vissuto, e una vita non certamente facile. Era imbarcato come cappellano di bordo sulla Santa Esmeralda. L’altissima considerazione che de la Molina aveva di lui era nata diversi anni prima, quando lo aveva visto impugnare la spada per dare senza esitazioni il suo contributo a respingere un arrembaggio di corsari olandesi.

Il fisico robusto del religioso sarebbe sicuramente stato più adatto per la divisa del guerriero che non per il saio francescano. Eppure la sua presenza a bordo era quasi indispensabile, soprattutto nelle ore di bonaccia negli oceani sterminati, in cui anche il peggiore degli uomini dell’equipaggio sentiva improvvisamente il bisogno di chiedere qualcosa allo spirito. Per loro era pronto fratello Pietro, con le sue parole semplici e intense, con i suoi racconti, con l’alone di mistero che circondava la sua vita, con la sua capacità di mostrarsi aperto e comprensivo.

Officiava la messa ogni mattino, anche quando la nave era alla fonda, sebbene in porto vi assistesse molta meno gente che nel corso delle traversate oceaniche, quando ogni membro dell’equipaggio non impegnato in un’attività marinara e ogni passeggero cercavano un senso di sicurezza nel rito quotidiano.

Frate Pietro ripose ostensorio e calice e si rivolse a Eduardo Ramos, comandante in seconda. Era l’esatto opposto di de la Molina: aveva appena passato i sessanta, preferiva il ragionamento all’irruenza del suo superiore, era dotato di uno spirito metodico che lo faceva contento del suo ruolo di subalterno.

«Mi emoziona pensare che la stessa maestà di quelle navi la esprime la nostra Santa Esmeralda», disse il frate, indicando la Nuestra Señora de Atocha e la Santa Margarita che doppiavano il molo nel lasciare il porto.

Appena in acque libere, i galeoni avevano spiegato le vele quadre, e il refolo sembrava far vibrare ciascuno dei tre alberi. Il vento di mascone aveva gonfiato le tele, e gli scafi si erano inclinati leggermente, assumendo un’andatura maestosa.

Ramos sorrise al frate, poi si girò verso la batteria del primo ponte, abbassando la spada. Il silenzio fu rotto dal fragore dei diciannove cannoni della murata di dritta. Come rispondendo a un segnale, salve di saluto esplosero un po’ ovunque. Ogni volta che la Flota partiva, era un avvenimento e una festa per tutti.

Ramos si volse di nuovo verso frate Pietro e chiese: «Vedete quelli?» indicando un gruppo di persone sulla banchina che salutavano i partenti e si abbandonavano a manifestazioni di smodata allegria. «Nessuno riesce a togliermi dalla testa che siano così contenti, ogni volta che la flotta parte, perché sanno di non dover pagare gabelle per più di un anno.»

«Per non parlare», rincarò il frate, «di tutto l’oro di contrabbando che stanno mandando in patria.» E il suo sguardo assunse un tono severo. Pietro sapeva benissimo che, con il consenso degli ufficiali, ogni nave trasportava quantità di preziosi non assoggettati al Quinto, la tassa reale del venti per cento, né all’Avería, un contributo per la protezione del convoglio che poteva arrivare fino al quaranta per cento.

«Capisco che non sia piacevole», continuò, «vedere ogni proprietà personale assoggettata ai bisogni delle avide casse della Corona, ma è anche vero che molti si stanno costruendo una fortuna contrabbandando ori e pietre preziose ottenuti con lo sfruttamento e la violenza sulle popolazioni indigene.»

Ramos si girò verso quattro schiavi che stavano ammucchiando le pietre della zavorra sul ponte. Non appena attraccata la nave, le avrebbero scaricate a terra. L’occhiata con cui rispose al religioso espresse a fondo quale fosse il suo pensiero in materia di razze.

«Sono stato vent’anni con uomini come quelli», disse il frate, ricordando la sua missione tra gli indios, «e vi assicuro che l’unica differenza tra loro e i cosiddetti civilizzatori sta nel minore attaccamento che hanno per l’oro e per i beni terreni.»

Pronunciando l’espressione «civilizzatori», la voce di Pietro di Marzio si era venata di un accento italiano che egli stesso riteneva di avere perso ormai da tempo.

«Fratello», replicò Ramos tagliando corto, «perdonatemi ma debbo disporre le cose per l’ormeggio di domani mattina.»

Il francescano si diresse verso la sua cabina. Un angusto loculo ricavato in un angolo degli alloggi ufficiali, dotato di un letto, uno scrittoio e una libreria a parete ricolma di volumi. Rovistato rapidamente nella sua cassettiera, ne estrasse il saio di ricambio e un cofanetto di legno privo di serratura. Nessuno a bordo avrebbe mai osato mettere le mani su qualsiasi cosa appartenesse a un uomo di Dio.

Aperto il coperchio del semplice scrigno, guardò per l’ennesima volta con un profondo senso di affetto le tre statue d’oro che aveva davanti agli occhi. Le uniche cose che non aveva consegnato all’ordine monastico quando si era spogliato di ogni suo bene terreno. Appartenevano ai padri dei suoi padri fin dalla notte dei tempi. Aveva chiesto perdono a Dio, ma se ne sarebbe separato unicamente per consegnarle al nipote designato, nel momento in cui fosse stato sicuro di sentire vicino il passo della morte.

Ma questa volta le Pietre della Luna gli comunicarono un senso di inquietudine. Era forse semplicemente il timore nei confronti dell’ignoto che provava chiunque si accingesse a varcare l’oceano, ma lo avvertì in un modo mai sperimentato.

«Partiremo tardi», pensò ad alta voce. «Tutta la Flota è partita tardi. E i mari sono pericolosi, pieni di tempeste. Assisti questi uomini, mio Dio.» E dicendolo giunse le mani, consolandosi tuttavia con il pensiero che a quel viaggio sarebbe seguito un periodo di riposo.

Si sedette allo scrittoio. Aveva mani lunghe e forti, che tuttavia mosse con grazia ed estrema cautela. L’ultima delle venti pergamene che aveva appena finito di tradurre in quello che riteneva un buon italiano venne ordinatamente riposta con le altre. In quelle antiche scritture ingiallite e indurite dai secoli erano raccontate le origini della sua famiglia, del suo stesso essere. Quando tornò a chiudere il bauletto che le conteneva, provò un senso di vuoto.

Poi i suoi occhi corsero ai quattro volumi posati sul tavolo. Aveva impiegato diversi anni per trascrivere quanto il romano Giunio aveva scritto perché rimanesse nella memoria dei suoi discendenti. Non avrebbe mai potuto dire di avere capito tutto alla perfezione. La pergamena era in più parti illeggibile, e la sua conoscenza del latino non si poteva di sicuro considerare pari a quella di un erudito prelato. Ma aveva onestamente cercato di fare del suo meglio, di interpretare le parole con certosina pazienza. Se la sua limitata erudizione non gli aveva consentito di cogliere qualche sfumatura, era sicuro che il buon Dio lo aveva già perdonato, così come lo aveva sicuramente perdonato per aver voluto conservare le tre Pietre della Luna.

I suoi occhi rimasero fissi per qualche istante sui quattro volumi manoscritti come se non li vedesse, quasi che il confuso presagio da cui era stato turbato stesse assumendo contorni più nitidi. Poi li accarezzò, con un sospiro: sapeva con assoluta precisione che cosa avrebbe dovuto fare il mattino dopo, non appena la Santa Esmeralda si fosse accostata al molo di carico.


Corte di Spagna. 1622.


A corte, all’interno della ristretta cerchia di nobili prodiga di inchini e adulazioni, Filippo IV era considerato da due punti di vista. Tutti sostenevano pubblicamente che l’educazione da lui ricevuta era tale da abilitarlo a governare nonostante la giovane età: era stato incoronato re di Spagna a soli sedici anni. Alcuni, però, seppure una minoranza, non riuscivano a non provare fastidio nel doversi sottomettere a un giovinetto.

Di certo Filippo non aveva ereditato una situazione facile: territori sconfinati su cui mantenere se non addirittura estendere il proprio dominio, guerre che duravano da decenni contro inglesi e olandesi, forzieri reali in gravi difficoltà. Il giovane aveva però dimostrato di sapersi destreggiare abilmente, anche seguendo i suggerimenti di preziosi consiglieri, ma soprattutto in forza delle enormi ricchezze delle colonie a cui il regno di Spagna poteva attingere. Tra gli eminenti personaggi che lo avevano guidato in ogni sua scelta spiccava il duca di Figueres, ammiraglio di tutte le Armate, cui era legato anzitutto da un rapporto di profondo affetto. Quel giorno, infatti, era a consulto con lui.

«Sire», disse l’ammiraglio, «la Flota de Tierra Firme dovrebbe prendere il mare in questi giorni. Tra due mesi al più tardi dovremmo pertanto essere in grado di sedare le preoccupazioni dei grandi banchieri privati. Senza contare il beneficio che ne verrà al tesoro della famiglia reale.»

«Non temete, ammiraglio, che mettere per mare ventotto navi cariche di preziosi costituisca un rischio molto grave in questa stagione?» chiese la voce ancora adolescenziale, seppure artefatta per renderla più grave e solenne, del re di Spagna.

«Certo, Maestà. Nel periodo delle tempeste sarebbe meglio tenerle al riparo in qualche porto, ma l’urgenza non ci dà altra scelta. Gli inglesi stanno costruendo nuove navi e cercano con ogni mezzo di contenderci il primato sui mari. I loro corsari ci razziano milioni di pesos ogni giorno. Dobbiamo dare una risposta esemplare al nostro nemico di sempre. E poi, non c’è motivo di preoccuparsi: galeoni come l’Atocha o la Santa Margarita hanno dimostrato di essere in grado di tenere qualsiasi mare e vento.»

«Non posso che convenirne con voi, ammiraglio. Ma che dire della Santa Esmeralda? Dovrà viaggiare da sola e senza scorta per un lungo tratto di mare.»

«Quella nave, Sire, trasporta una quantità di oro e pietre preziose pari a quella dell’intera Flota de Tierra Firme, e il suo carico andrà ad arricchire il vostro tesoro personale. Ho dunque pensato che fosse opportuno coprire il suo viaggio con il massimo di segretezza, anche per non far confluire i beni personalmente destinati a Voi nella voragine dei debiti del regno. Soltanto il comandante della Santa Esmeralda, un passeggero e alcuni ufficiali superiori conoscono la natura del carico. Vedrete, tra pochi giorni la nave si congiungerà alle altre del convoglio, e tutte insieme raggiungeranno sane e salve le coste spagnole.»


Cartagena. Colombia. 28 luglio 1622.


L’uomo era in abiti raffinati e costosi, al collo aveva una pesante catena d’oro a maglie molto grandi. Ogni maglia era cesellata a mano e pesava esattamente quanto un escudo: in pratica si trattava di un accessorio utilizzato come borsa dalla quale attingere per regolarizzare i pagamenti delle normali transazioni commerciali.

La carrozza su cui viaggiava occupava il terzo posto nella lunga carovana di veicoli che, superato il tratturo paludoso, sostava in una vasta radura. Sul sedile di fronte a lui, una giovane sembrò emergere dall’oscurità. Affacciatasi al finestrino e intravisti gli stemmi papali sul primo dei tre carri che stavano oltrepassando il loro convoglio, disse: «Padre, credete che si tratti del messo del Papa a cui abbiamo tributato una così calorosa accoglienza a Lima?»

Francisco Llobet, indubbiamente uno degli uomini più ricchi del Nuovo — e forse anche del Vecchio — Mondo, sembrava assorto in tutt’altri pensieri. «E se anche fosse, Antonia?» rispose distrattamente.

«Consentitemi, padre», continuò lei, «ma non trovo assolutamente niente di santo nel cardinale di Blasi, o de Blasi, o come si chiama. Anzi, il suo sguardo mi fa paura.» Così detto, fece una breve pausa ma, non appena si accorse di avere richiamato l’attenzione del padre, riprese: «Dopo il suo passaggio, si mormora che nessuno dei tesori delle nostre chiese sia rimasto intatto».

«Sono cose che non ti riguardano», tagliò corto il padre, che la sola parola «tesoro» era stata sufficiente a far ripiombare in cupi pensieri.

«L’importante è che non me lo trovi come compagno di viaggio… Un’intera traversata atlantica… Il duca di Figueres non vi ha assicurato che le mie ancelle e io saremo i soli passeggeri a bordo?» Ma lo sguardo severo del padre ebbe l’effetto di farle morire la frase in gola.

«Mi hanno assicurato che non ce ne saranno altri», ribatté Llobet in tono irritato. «Ti pregherei anzi di parlare il meno possibile degli alti personaggi di corte con cui ho concluso questo importante accordo. Dovessero chiederti qualcosa, dovrai dire che ti stai imbarcando per la Spagna, dove raggiungerai tua zia Margarita a Siviglia. Nient’altro. Per combinazione, sulla tua stessa nave viaggia un carico di legname pregiato proveniente dalle mie terre. Ricordatelo bene e una volta per tutte!» concluse Francisco Llobet, visibilmente irritato.

Antonia sapeva come farsi perdonare. Lasciò passare alcuni istanti in silenzio e poi riprese: «È veramente necessario che io parta, padre?»

L’irritazione era ormai scomparsa dal volto dell’uomo, lasciando il posto a un velo di malinconia. «Ciò che mi preme, in questo momento, anche se non sarà facile saperti così lontana, è la tua educazione, sono i tuoi studi. Da quando è mancata la tua sfortunata madre ho dovuto constatare quanto sia difficile educare una figlia che sta diventando donna. Quanto potrai apprendere sarà certamente di qualità molto più elevata rispetto a ciò che possono offrirti questi paesi selvaggi.» E Llobet si perse con lo sguardo su ciò che lo circondava: in ciascuno di quei carri, insieme alle cataste di travi scure e squadrate, saldamente legate, viaggiava un valore pari alla produzione annua della più attiva delle sue miniere.


Tutto era cominciato un anno prima, quando il duca di Figueres, ammiraglio della marina spagnola, si era recato in visita nelle colonie d’oltreoceano come inviato del re. Llobet era stato il suo cortese anfitrione nel corso del viaggio in Perù: la loro intesa, nata in maniera casuale, si era andata via via sviluppando nel corso dei giorni. L’ammiraglio si era a poco a poco lasciato andare a confidenze su argomenti di grande riservatezza, di cui sembrava strano sentir parlare con tanta disinvoltura dall’uomo più vicino a Filippo IV. Ma Llobet era troppo uomo di mondo per non capire come certe osservazioni non fossero gettate lì a caso, ma perché si volevano da lui pareri e consigli. Se da un lato le casse del regno erano continuamente svuotate dalla politica di egemonia militare, dall’altro il tesoro personale del sovrano non versava in condizioni migliori. Il proprietario di due terzi di tutte le miniere delle colonie dell’America del Sud sarebbe dunque potuto risultare molto prezioso.

Con quali averi il sovrano di Spagna poteva pagare gli ori e le pietre preziose che Llobet era in grado di fornirgli? Il consigliere di Filippo IV e il mercante avevano elaborato rapidamente uno scaltro piano, organizzando nei dettagli un traffico fittizio di materiali verso le Filippine. Secondo i documenti, i trasporti si sarebbero susseguiti con cadenza mensile per un anno intero. Ma la merce non sarebbe mai partita, e i manifesti di carico falsi avrebbero fatto maturare il credito di Francisco Llobet nei confronti del regno di Spagna. Il pagamento dell’intera operazione, secondo la lettera di credito garantita da sei istituti bancari europei, sarebbe avvenuto contestualmente all’arrivo del presunto ultimo carico, da consegnare non nell’arcipelago asiatico ma nel porto di Cadice. Quest’ultimo carico viaggiava sulla Santa Esmeralda, l’unica nave effettivamente destinata alla fittizia serie di spedizioni. Anche in questo caso i documenti erano contraffatti: le cataste di legno semilavorato erano tali soltanto in apparenza, ma nascondevano nel loro ventre un preziosissimo segreto.

La voce di Antonia lo distolse dai suoi pensieri. «Che cosa avete, padre? Mi sembrate preoccupato.»

Lo era, infatti. Correva voce che la flotta appena partita, forte di ventotto navi protette da tre galeoni, trasportasse tre milioni di escudos in oro e gioielli, senza contare il carico clandestino, spesso superiore in valore a quello ufficiale. Tra il bruno legno pregiato che viaggiava sui suoi carri, poi, era ermeticamente nascosto un favoloso tesoro in barre d’oro, smeraldi e preziosi per oltre quattro milioni di pesos. Inoltre, una squadra di centotrenta schiavi, da poco inviata a Cartagena, stava per caricare cinquanta tonnellate di lingotti d’argento da venticinque chilogrammi ciascuno, anche questo in totale spregio delle leggi doganali ma in forza di un accordo privato tra Llobet e il comandante de la Molina.

Il rischio era grande. Un galeone destinato a viaggiare isolato e lontano dal convoglio fino a La Habana non poteva non rappresentare una preda estremamente appetibile per i corsari olandesi e inglesi che infestavano i Caraibi. Ma, una volta raggiunta la flotta a Cuba, la Santa Esmeralda avrebbe affrontato l’Atlantico con l’intera formazione. Questi erano gli accordi che il comandante de la Molina aveva preso personalmente con il Capitan General des Galeones, comandante della flotta. Così avevano riferito a Llobet le staffette inviate in avanscoperta e rientrate da Cartagena. Certo, aveva considerato il mercante, la Flota de Tierra Firme non può perdere giorni preziosi a causa del nostro ritardo.

Il mercante sorrise alla giovane. Le sue preoccupazioni riguardavano anche la figlia, prossima ad affrontare i rischi della traversata. Ma un galeone — si disse — era quanto di più sicuro ci fosse per varcare l’oceano. E Antonia aveva senza dubbio bisogno di un’educazione diversa da quella che le sarebbe stata impartita in una colonia.


Il sentiero era ormai molto più agevole, tale da consentire lunghi tratti al trotto. Cartagena era in vista a qualche lega di distanza, sulla costa colombiana quasi pianeggiante e costellata di larghe anse. Scrutando con attenzione si potevano intravedere due dei tre alberi di un galeone sporgere di diversi metri sopra i tetti delle case del porto.

«Ne ero sicuro. Mio Dio, ti ringrazio!» E le mani affusolate del cardinale de Blasi si congiunsero, con un fruscio dei guanti di seta. «La Nuestra Señora de Atocha non ha ancora preso il largo.» Ma il cardinale si sbagliava: quegli alberi appartenevano alla Santa Esmeralda.

La Nuestra Señora de Atocha, invece, non era affatto in porto ma immobile, paralizzata dalla bonaccia circa sessanta miglia a nord di Cartagena. A partire dall’uscita del porto aveva incontrato un vento fresco che l’aveva accompagnata per tutta la notte, ma che all’improvviso era calato. Il compito del galeone era quello di guardare le spalle del convoglio veleggiando a mezzo miglio dall’ultima delle navi, ma l’assenza di vento aveva confuso distanze e formazioni, sicché adesso l’Atocha dondolava pigramente in mezzo alle altre imbarcazioni, con le vele flosce.

Il mattino, quando i primi raggi del sole torrido cominciavano ad arroventarla, dall’acqua si sprigionava una leggera nebbia che faceva assumere al convoglio un aspetto spettrale. A bordo della Nuestra Señora de Candeleira, il marchese di Cadereita, comandante di quella flotta di fantasmi, scrutò a lungo il breve tratto di mare che la nebbia gli consentiva di vedere: anche quel giorno niente lasciava presagire che il vento ricomparisse.

Rimase dunque dov’era ad ammirare le strutture della Nuestra Señora de Atocha, immobile a poche centinaia di metri dalla sua nave. Guardò il castello di poppa, alto più di dieci metri, le vele quadre che pendevano inerti, le bocche dei venti cannoni di dritta e, a poppa, la bandiera reale di Spagna che svettava sulle ampie vetrate degli alloggi ufficiali. Erano ormai intrappolati da cinque giorni, sicché, nella migliore delle ipotesi, non sarebbero mai potuti arrivare a La Habana prima del 20 agosto.

Già erano partiti con enorme ritardo. Tutto era cominciato con ritardo fin dal marzo precedente, in patria, quando gli era stato comunicato sui due piedi di prepararsi a ripartire per il Nuovo Mondo. Con i suoi uomini e la sua nave, era appena arrivato in Spagna. Erano stanchi di mare e vento, stremati dal sole e dalle onde. Si aspettavano soltanto di poter godere di un meritato riposo.

L’ordine si era abbattuto sulla Flota de Tierra Firme come un fulmine a ciel sereno, sebbene lo si sostenesse emanato in nome di validissimi motivi d’interesse nazionale: l’oro e le gemme trasportati nel corso dell’ultimo viaggio non erano stati sufficienti nemmeno per cominciare a soddisfare la interminabile lista dei creditori della Corona. Altre ricchezze erano in attesa nelle Americhe, pronte per essere trasportate in Europa e contribuire al finanziamento di una delle tante interminabili guerre contro i nemici inglesi e olandesi.

Il marchese di Cadereita si sporse oltre la murata di dritta a osservare il mare, con quel suo singolare colore scuro e la totale assenza di vento; quindi mosse la testa quasi volesse annusare l’aria. Anche in quella calma piatta, il vecchio uomo di mare sapeva riconoscere il presagio, rispettare e temere il sempre possibile scatenarsi delle forze incontrollabili della natura.


L’arrivo ad andatura sostenuta delle tre pariglie e della carrozza papale gettò un certo scompiglio nella fila degli schiavi intenti a scaricare le pietre di zavorra con un lungo passamano. Il segretario del cardinale scese precipitosamente dalla carrozza, rischiando di inciampare nello scalino, e puntò risoluto su Vasted, il primo ufficiale della Santa Esmeralda, intento a controllare le operazioni di scarico della zavorra.

«Ufficiale, ufficiale!» urlò, curiosamente impacciato negli abiti della Compagnia di Gesù. «Grazie a Dio, non avete ancora levato le ancore. Vi prego di riferire i nostri ringraziamenti al vostro comandante per avere aspettato l’arrivo di Sua Eccellenza e del suo carico.»

Lo sguardo interrogativo di Vasted rese superflua ogni sua parola.

«Sì», continuò il gesuita, «non credo che la Nuestra Señora de Atocha sia rimasta in porto, mentre la flotta è evidentemente già partita, se non per aspettare il messo papale cardinale de Blasi.» Ma il tono incerto della sua frase tradiva il nascere di un dubbio.

«L’Atocha, padre», rispose il giovane ufficiale indicando con la testa un punto lontano sull’orizzonte, «sarà ormai quasi in vista di Cuba, se questo vento ha tenuto.»

Il segretario di de Blasi si sentì gelare il sangue nelle vene. Non sembrò comunque perdere il controllo di se stesso e incalzò immediatamente: «Dove siete diretti, signore, e come si chiama la vostra… la vostra nave… Si tratta di un galeone, vero?»

«La Santa Esmeralda è la gemella della Nuestra Señora de Atocha, costruita nello stesso cantiere a un solo anno di distanza. La nostra rotta è Cuba e poi l’Atlantico e la Spagna, padre. La rigorosa consegna, se state pensando a questo, è di non accogliere nessun passeggero a bordo.»

«Capisco», annuì il prete. Ma conosceva ogni segreto del personaggio più potente al servizio del Papa, e molti dei modi in cui si può far cambiare idea agli uomini. «Credo tuttavia che, se il cardinale de Blasi potesse avere un colloquio con il vostro comandante, molti aspetti della faccenda sarebbero appianati.»

Quando, poco più tardi, Vasted vide i carri del cardinale accodarsi agli altri, pronti per essere scaricati, si rivolse al sottufficiale che gli stava di fianco. «Vedete, sergente, noi ci diamo un gran daffare per conquistare metà, un quinto, due dodicesimi di tutte le terre emerse», disse, indicando con il mento la figura di de Blasi che si sporgeva dalla murata. «Combattiamo, moriamo per pochi palmi di terra, mentre c’è chi detiene davvero il potere e non deve fare grandi sforzi per mantenerlo.»

Gli schiavi avevano appena finito di scaricare; pochi minuti di pausa e avrebbero ripreso a riempire la chiglia con le nuove zavorre, più compatte e pesanti, costituite da barre di piombo di forma trapezoidale.

Vasted salì a bordo e, passando vicino al cardinale, fece un profondo inchino di cui soltanto lui conosceva il senso ironico.

Il comandante de la Molina lo stava aspettando nel quadrato, seduto alla scrivania in noce intarsiata. Era capitato spesso che dovessero caricare o scaricare zavorra, ma in nessuna occasione — pensò Vasted — il comandante aveva preteso di essere informato così puntualmente sullo stato dell’operazione. Si convinse che il motivo della premura doveva risiedere nella serie di ritardi che avevano accumulato nel corso del viaggio.

«Abbiamo appena terminato di scaricare le pietre, signore», annunciò. «Tra pochi istanti cominceremo a caricare i lingotti di piombo.»

Il volto di de la Molina si aprì in uno dei suoi rari sorrisi. «Mi sembra che si stia rispettando la tabella di marcia, señor Vasted.» Ma riassunse immediatamente un tono grave. «Però non li chiamate così: non si tratta di lingotti ma di semplici pesi di piombo per zavorra. Non vorrei che la parola lingotto potesse scatenare le fantasie di qualche spia dei corsari o ispettore delle dogane.» E di nuovo sorrise.

Il giovane Vasted, incoraggiato forse dall’atteggiamento aperto del comandante, provò a indagare sulla presenza a bordo di de Blasi. «Signore, permettete… Non avevate detto che non ci sarebbe stato nessun passeggero a bordo, oltre alla figlia di un mercante con le sue ancelle?»

«Il cardinale è il messo del Papa, e il Papa rappresenta Dio in terra. Non avrei in alcun modo potuto negare a una così eminente e santa figura la possibilità di raggiungere la flotta a Cuba. Anzi, seiior Vasted, ricordatevi di far caricare il bagaglio del cardinale in maniera che possa essere scaricato agevolmente, una volta a La Habana.» E così dicendo accarezzò una piccola tasca segreta cucita nella pettorina della divisa. La sagoma dello smeraldo grezzo di almeno venti carati sotto le dita provocò in lui un fremito di eccitazione; senza contare le barre d’oro che il cardinale gli aveva promesso una volta arrivati a Cuba.

«Due carri carichi fino all’inverosimile, e lui lo chiama bagaglio…» pensò Vasted, annuendo tuttavia meccanicamente e chiedendosi allo stesso tempo con preoccupazione dove avrebbe potuto sistemare il carico di quei carri in una stiva già zeppa di parallelepipedi di legno.


Nella sua mente si conservava vivido ogni ricordo della sua terra, ogni pianta delle alte montagne, ogni corso d’acqua, ogni lembo di cielo, ogni schiena di guanaco piegata sotto il peso delle sacche. Nei suoi occhi si leggevano l’orgoglio e la tragedia del suo popolo. Mai vi si sarebbe potuta vedere rassegnazione o paura. Come tutti gli altri, faceva parte della misera catena umana intenta a caricare i pesanti blocchi di piombo. Ma per la sua gente rimaneva e sarebbe sempre rimasto il Figlio del Dio Avvoltoio, il principe della dinastia. Per tutti gli altri, invece, era semplicemente Juan, anche perché nessuno degli spagnoli sarebbe riuscito a pronunciare il suo vero nome.

Tazpletacuz, re designato degli aztechi, si muoveva con grande agilità anche nel buio della chiglia. A lui era affidato il più gravoso dei compiti: doveva adagiare ogni peso di piombo in maniera precisa, uno accanto all’altro, forte solo delle sue braccia e dei muscoli lombari. Dopo quasi dieci anni di prigionia, capiva ormai perfettamente lo spagnolo, ma fingeva di non avere alcuna conoscenza della lingua e rivolgeva ai carcerieri unicamente il suo sguardo fiero e imperscrutabile.

Fu forse per un moto intimo di ribellione che la sua destra mancò la presa, lasciando cadere pesantemente la zavorra sugli altri blocchi di metallo scuro. Prima che il dolore del colpo di frusta gli raggiungesse il cervello, notò che l’involucro di piombo si era spezzato di netto. Vide il lingotto d’argento. Il principe azteco avrebbe saputo riconoscere alla perfezione qualsiasi metallo prezioso anche se non avesse dovuto vivere tre anni da schiavo nelle miniere peruviane. Il suo guardiano gli fu immediatamente addosso e lo scansò con violenza per verificare eventuali danni. Raggiunta la catasta, si fece luce con la lampada a olio.

«Sergente Funches, venite qui, presto!» chiamò in tono carico di eccitazione.

Funches, il capo del plotone di sorveglianza, aveva due caratteristiche fondamentali: crudeltà gratuita e totale mancanza di scrupoli. Il suo accento portoghese era inconfondibile, come i suoi modi violenti e la sua testardaggine. Tutti sulla Santa Esmeralda, forse persino gli ufficiali e il comandante, avevano paura di lui.

«Rimetti a posto quel peso, cretino», urlò al sottoposto, affrettandosi ad aggiungere a voce più bassa, non appena le due parti dell’involucro di piombo furono ricongiunte in modo quasi perfetto: «Non farne parola con nessuno. Capito?»

L’uomo annuì, impaurito, mentre il sibilo della frusta brandita dal superiore fendeva il silenzio. La schiena dello schiavo Juan si tinse del rosso della carne viva, ma nessun lamento uscì dalla bocca del principe azteco.

«Anche tu non hai visto niente, Juan», ingiunse la voce gracchiante del portoghese, che tornò a far vibrare la frusta. Ma la sola risposta che ebbe fu il solito sguardo fiero e indomito.


Non appena frate Pietro fu salito sul ponte, gli bastò uno sguardo per capire che lo schiavo Juan aveva bisogno di cure. La striscia di pelle, scarnificata dal colpo di frusta, risaltava sulla carnagione scura. Scese la scala attraverso cui si accedeva al castello di poppa. «Sergente Funches», disse con voce ferma, «ho bisogno di uno schiavo che mi aiuti a trasportare questi quattro volumi fino al convento francescano.»

«Stiamo zavorrando, frate», ribatté Funches. Quindi sputò fuori bordo, con un sorriso sempre più irriverente. «Nessuno degli schiavi può essere distolto dal suo lavoro.»

Pietro gli si avvicinò con passo deciso. «Sergente, preferite affidarmi un aiutante per pochi minuti di vostra spontanea volontà, o volete un ordine del comandante?»

Funches borbottò qualcosa, poi abbassò gli occhi e, con un gesto teatrale, indicò la fila di schiavi: «Avete preferenze, uomo di Dio?»

«Vorrei Juan. E ricordate che tutti gli uomini sono figli di Dio.»

Appena furono lontani dal porto, Pietro si chinò e aprì i ferri alle caviglie dello schiavo, lo guardò negli occhi e, pur pensando che Juan non potesse capire, gli disse comunque, parlando lentamente: «So che non fuggiresti mai, se non altro per il rispetto che hai per me».

Quindi deterse le piaghe provocate dai ferri, mise un unguento sulla ferita inferta dalle scudisciate e, finita la pietosa incombenza, sollevò lui stesso due dei quattro volumi: «Divideremo il peso fino al convento. Frate Tomaso avrà cura dei miei scritti fino al nostro ritorno».


La carrozza di Llobet giunse al porto alla testa della carovana dei cinquantadue preziosi carri. La presenza delle guardie papali di sentinella richiamò la sua attenzione nonostante l’oscurità rotta soltanto dai fuochi e dalle torce. Sulla Santa Esmeralda stavano ancora caricando derrate e merci minori. Stimò che non avrebbero potuto iniziare le operazioni prima dell’alba. «Credo che non sarai la sola passeggera», mormorò perplesso, rivolto alla figlia, indicando la carrozza del cardinale a poca distanza da loro.

«Quell’uomo non mi piace, padre», provò a dire Antonia, ma venne immediatamente zittita da un gesto imperioso della mano del mercante. Llobet aveva finalmente gettato la maschera anche con se stesso, ammettendo quali erano le sue reali paure. Ricordò le parole del consigliere del re, quando aveva sottoscritto l’accordo.

«La vostra cautela non mi stupisce, signor Llobet», aveva detto il duca di Figueres. «E mi rendo conto che richiedere un avallo bancario rientri nei vostri diritti. Ma quale garanzia potete offrire voi? Sarò più chiaro: le banche pagheranno non appena la Santa Esmeralda attraccherà a Cadice con un carico di legname. Ma chi può garantire al re che non si tratti veramente di solo legname pregiato, senza ulteriori pregi al suo interno?»

«Avete riscontrato voi stesso non poche difficoltà per ottenere una garanzia così cospicua, signor ammiraglio», aveva risposto Llobet. «Per fornirla… e al regno di Spagna, badate bene, non a un semplice commerciante come me, si sono dovute consorziare addirittura sei banche.»

«Non potranno certamente essere le banche a garantire il rispetto dei patti da parte vostra, signore, ma un pegno per voi molto più prezioso e caro. Su quella nave viaggerà la vostra unica figlia, Maria Antonia. In questo modo saremo sicuri che quanto concordato verrà rispettato fino all’ultima oncia di… materiale da voi spedito.»

Llobet sapeva dunque che stava rischiando tutto quello che aveva, sia nell’ambito finanziario che nella sfera degli affetti più cari. Rabbrividì al pensiero che un naufragio avrebbe potuto avvelenargli ogni giorno che gli rimaneva da vivere.

Cercò di trovare sollievo nel pensiero del tesoro ordinatamente allineato dietro di loro. Ogni carro aveva un contenuto pressoché identico: un parallelepipedo di tronchi bruni e squadrati, tanto serrati tra loro da costituire un corpo unico. Ciascun fascio misurava circa quindici piedi in lunghezza per sette di larghezza e altezza, misure accuratamente studiate per conciliare le esigenze del trasporto con quelle della cantieristica navale. Era all’interno che le cose cambiavano: in ciascuna delle cataste era stato realizzato un doppiofondo in cui erano sistemati i forzieri pieni di barre d’oro, pezzi da otto e pietre preziose che rappresentavano una ricchezza inestimabile.

Nessuno si sarebbe potuto comunque accorgere di niente, a meno che una delle cataste non si fosse sfasciata a causa di un fortissimo urto. Anche il tesoro era stato accuratamente suddiviso in modo che ogni blocco di travi non superasse di molto il peso di una comune catasta di legno.