"Le pietre della Luna" - читать интересную книгу автора (Buticchi Marco)

3.

Roma imperiale. Caserma dei pretoriani.

Anno 830 dalla Fondazione.

[77 d.C. (N.D.T.)]


Giunio venne immediatamente trascinato in una cella, senza che nessuno si degnasse di notificargli di quali reati fosse accusato. Si aggirava nell’angusto e buio sudiciume delle quattro mura come un leone in gabbia. Il senso di impotenza, l’essere all’oscuro delle imputazioni e la convinzione, comunque, della sua innocenza avrebbero potuto farlo impazzire.

Dopo tre giorni di isolamento e digiuno, venne finalmente prelevato e, sempre in catene, condotto davanti al magistrato. Il viso arcigno del difensore della legge si accompagnava con la durezza e intransigenza dei suoi toni. Formulate le domande tese ad accertare l’identità dell’uomo portato al suo cospetto, rimosse dal tavolo un drappo di stoffa.

Le Pietre della Luna apparvero con i loro riflessi d’oro rossastro. Sebbene stremato, Giunio non riuscì a trattenere un sorriso nel rivedere le familiari figure: sapeva che non potevano rimanere a lungo lontane da lui. Aveva sempre avuto la certezza che un giorno o l’altro le avrebbe riavute lì, davanti a sé.

«Conosci queste statue, tribuno?» chiese il magistrato con un grave tono inquisitorio che lo fece trasalire. Che cosa stava succedendo? Che cosa si voleva da lui?

«Certo che riconosco le Pietre della Luna», rispose prontamente. «Fanno parte dei beni della mia famiglia da tempi remoti, forse ancora da prima che Enea sbarcasse sugli arenili di Lavinio».

«Tu menti, Giunio!» tuonò il magistrato. «Questi ori fanno sì parte di un tesoro, ma di quello del popolo di Roma. Ancora non sappiamo come tu abbia potuto fare, ma ti sei introdotto nelle stanze dell’Erario e hai sottratto ai romani il loro oro. È un reato grave, tribuno, punibile con la morte!»

Giunio cercò di respirare lentamente, di vincere il tremito che sentiva in tutte le membra, effetto di prostrazione, fame e sete. Era comunque più tranquillo. Si erse in tutta la sua statura di combattente. «Ci sono diversi testimoni», rispose, «che possono confermare che quelle statue le ho ricevute in dono pochi giorni or sono da mio padre, nella città di Luna, dopo che erano state custodite per secoli dai miei avi.»

«Questi testimoni saranno ascoltati al processo, che decreto sia tenuto nella piazza del Foro, al cospetto del popolo di Roma», concluse sprezzante il giudice, facendo bruscamente cenno alle guardie di portare via il prigioniero.


Giunio rimase chiuso nella cella della caserma dei pretoriani un tempo che il buio non gli consentì di calcolare con precisione: il corpo, abituato alla disciplina militare, gli permise tuttavia, in base al ritmo di veglia e sonno e allo scarso e fetido cibo che gli veniva portato, di valutarlo in una decina di giorni. Un mattino venne finalmente trascinato in catene all’appuntamento con la giustizia. Dopo tanto buio, la luce abbagliante non gli permetteva di vedere niente. Le gambe, anchilosate dalla lunga immobilità a cui le avevano costrette i ceppi, stentavano a muoversi. Procedeva meccanicamente, con gli occhi semichiusi, sentendo sulla schiena i colpi dei suoi custodi che lo pungolavano come se fosse un animale.

Quando finalmente riuscì a vincere il dolore e a socchiudere gli occhi brucianti, vide che la piazza del Foro era gremita di folla: per i cittadini romani, avidi di giochi crudeli e di intrighi, il processo pubblico a un tribuno militare accusato di furto ai danni dell’impero era uno spettacolo da non perdere. Sulla tribuna dei rostrati era schierato il consiglio dei giudici nella veste dell’alto rango: l’imputato fu spinto in catene davanti al loro consesso.

Giunio vide il volto di Marzio, pallido, sconvolto, spuntare tra le teste delle prime file. Lo vide scuotere la testa con rabbia e rassegnazione. Capì quanto profonda e astutamente congegnata fosse la macchinazione.

Lo stesso giudice che lo aveva interrogato dichiarò aperta l’udienza e, con voce profonda e squillante, simile a quella degli attori tragici, comandò: «Sia sentito il sacro custode dell’Erario».

La lunga toga bianca ornata di porpora di un senatore fece sentire il suo fruscio nel silenzio assoluto, carico di aspettative, del pubblico. Menenio andò a sistemarsi al centro della tribuna e, rivolgendosi al consesso dei giudici, ma in modo da poter essere udito da tutta la piazza, dichiarò: «Ho portato con me l’inventario del sacro tesoro dai tempi del divino Augusto». E, così detto, indicò con un dito simile a un artiglio una moltitudine di rotoli ordinatamente disposti in una scaffalatura mobile in legno. «E da allora», continuò in tono grave, dardeggiando sguardi di fuoco sul pubblico, «da quei tempi gloriosi e remoti, che le tre stele in oro raffiguranti le fasi della luna fanno parte del tesoro di Roma.»

La celebre eloquenza del senatore anziano aveva affinato negli anni tutti gli artifici oratori necessari per fare presa sulla gente assiepata, per inchiodare a sé l’attenzione degli ascoltatori. Per quanto conoscesse alla perfezione il proprio diritto e sapesse benissimo che tutto ciò non poteva essere vero, Giunio non poté trattenere un fremito di angoscia, che lo scosse in tutto il corpo. Aveva la certezza che quelle statue appartenevano ai suoi avi fin dalla notte dei tempi, eccettuate le poche volte che erano state sottratte, per essere tuttavia recuperate in modi arcani.

Il sacro custode dell’Erario aveva senza dubbio contraffatto i documenti dell’inventario. Ma come avrebbe potuto, lui, ignaro di ogni intrigo, del tutto inerme di fronte alle tortuose macchinazioni della capitale, dimostrare la propria innocenza? Capì di essere perduto. Sentì che il pubblico cominciava a rumoreggiare. Era allo stremo delle forze, gli occhi bruciavano nelle orbite, le tempie gli martellavano, le membra anchilosate faticavano a reggersi erette. Con uno sforzo formidabile si impose di non cedere.

«Chiedo», stava dicendo il perfido Menenio, «che il magistrato prenda visione dei documenti e confermi quanto sostengo.»

Il presidente del tribunale estrasse un rotolo indicatogli dall’amanuense e prese a leggere: «Tre piccole statue in oro rosso del peso di cento once ciascuna, raffiguranti le fasi della luna, donate al divino Augusto dalla gente di Liguria». La descrizione, precisa, apparentemente inconfutabile, si ripeteva anno per anno fino all’ultimo inventario, compilato poco tempo prima.

«Quest’uomo», riprese Menenio, puntando l’artiglio accusatore sull’imputato e concitando ulteriormente i toni terribili della sua perorazione, «è penetrato con arti subdole nelle stanze del tesoro, eludendo scaltramente ogni sorveglianza, e si è impadronito del vostro oro, cittadini di Roma. Ci sono sette persone oneste pronte a testimoniarlo. Sette, vi dico.»

La gravità dell’affermazione, lo stesso numero dei testimoni, ritenuto magico da molti aruspici e dal popolino, fece immediatamente la presa desiderata. La folla cominciò ad agitarsi rabbiosamente e a urlare furibondi insulti all’imputato, finché un gesto imperioso del senatore non riportò il silenzio.

«Fortuna ha voluto che un probo cittadino di cui preferisco non rivelare il nome abbia smascherato il ladro e recuperato la refurtiva. Chiedo che il reato sia punito con la morte per crocifissione, come prescrive la legge dei romani per ladri e traditori!»

Dalla piazza si levò un boato di approvazione.

Per quanti sforzi facesse, Giunio non riuscì a tenere gli occhi aperti. La sua mente non riusciva ad accettare la realtà del fatto che proprio lui fosse il protagonista di quella farsa tragica. Ma gli occhi chiusi gli ridiedero la lucidità. Tutto si stava chiarendo: dallo strano attacco dei briganti sulle pendici delle Alpi, al massacro dei suoi uomini, alla sottrazione del tesoro. E, con esso, delle Pietre della Luna, preda evidentemente altrettanto ambita per motivi che lui, per quanto si sforzasse, non riusciva a chiarire. Che cosa si voleva da lui? Di quale spietato gioco era diventato una pedina inconsapevole?

Fu quindi la volta dei testimoni, che sfilarono argomentando le loro deposizioni con resoconti della più agghiacciante accuratezza. Chi avrebbe mai potuto smascherarli? C’era chi sosteneva di avere visto il tribuno entrare nel tempio di Saturno con aria circospetta, chi lo aveva osservato a lungo mentre si dirigeva con mosse furtive verso le stanze dell’Erario, chi lo aveva visto scendere la grande scalinata con un involto tra le braccia.

Il fatto stesso di vedersi definitivamente perduto caricò Giunio di una forza sovrumana. Riuscì a ergersi di nuovo in tutta la sua statura, puntò uno sguardo di fuoco sul suo principale accusatore, che lo osservava con un’espressione crudele e beffarda, provò un ultimo, disperato tentativo di autodifesa nell’unico modo che gli risultava possibile: raccontando la verità.

«Non so», disse, mettendo il massimo impegno nel mantenere ferma e squillante la voce, come aveva imparato dal suo subdolo accusatore, «quali artifici tu abbia messo in atto per entrare in possesso di quelle tre stele, senatore. So soltanto che venti eroici legionari — uomini onesti e intrepidi, davvero pronti a dare la vita per difendere e accrescere i tesori di Roma — sono morti soltanto per cercare di salvaguardare immense ricchezze dello stato che essi stessi, con il loro sudore e il loro sangue, avevano contribuito a conquistare ai barbari. E, senza saperlo, per cercare di mantenere il possesso di quelle piccole statue al loro legittimo proprietario. Cioè a me, il loro comandante militare, tribuno Giunio della città di Luna. Se c’è un traditore, quello non sono certo io, ma gli infidi uomini che si sono macchiati dell’omicidio di tanti valorosi soldati, difensori del bene dei romani fino al sacrificio estremo. Le stele sono proprietà della mia famiglia fin dall’antichità, come può testimoniare ogni abitante della città di Luna. Quegli inventari ufficiali sono stati contraffatti al solo scopo di farmi cadere vittima di una congiura. Badate bene, voi che mi ascoltate: si tratta di una violazione sacrilega.»

«E tu credi, tribuno», lo interruppe sempre più sprezzante Menenio, con voce addestrata in tante battaglie oratorie e quindi agevolmente in grado di sovrastare la sua, «credi, ripeto, che la testimonianza dei tuoi genitori e di qualche parente stretto possa mettere in dubbio quanto risulta dagli antichi documenti imperiali e viene confermato da sette — badate bene, romani!, sette! — testimoni spontanei, privi di qualsiasi interesse personale nella vicenda?»

E il senatore concluse la sua allocuzione con una risata sarcastica, che salì fino ai toni striduli del grido di un falco. Quanto aveva dichiarato era di una logica inconfutabile: la montatura era perfetta. Quasi a coronare il successo del raggiro, Menenio riprese: «Tuttavia, ho immaginato fin dal principio che la tua linea di difesa avrebbe cercato di basarsi su questi espedienti meschini e risibili, sicché ti ho prevenuto». Quindi, fatta una pausa abilmente studiata, lasciando scorrere sul pubblico il suo sguardo di rapace, concluse a gran voce: «Chiedo che avanzi al cospetto del tribunale, onde rendere la sua testimonianza, un cittadino libero della città di Luna, nelle terre dei liguri».

Giunio non ricordava di averlo mai visto, eppure il nuovo convenuto asserì di essere un suo conterraneo e di conoscerlo fin dall’infanzia. Disse tra l’altro che era vero che un tempo le Pietre della Luna erano di proprietà degli avi dell’imputato, stimata famiglia, irreprensibili cittadini romani, ma che il padre del padre di suo padre ne aveva fatto dono al divino Augusto durante un viaggio dell’imperatore nelle terre dei liguri.

Giunio si sentì pervadere da una rabbia furente, cercò di scagliarsi alla cieca contro la perfida mente che aveva architettato tutta la macchinazione, ma le guardie ebbero facilmente ragione del suo corpo esausto prima che riuscisse a raggiungere Menenio.

«Tu sai che sono innocente», urlò fuori di sé, «maledetto mentitore assassino, vipera sanguinaria. Dopo aver fatto massacrare i miei valorosi uomini per rubare il bottino conquistato ai germani, che cosa vogliono ancora da me le tue sordide trame?»

Venne immediatamente ridotto al silenzio e all’impotenza da una schiera di nerborute guardie nubiane, che lo tempestarono di tremende sferzate su tutto il corpo. Il presidente del tribunale si alzò e, non appena le guardie furono con discreta fatica riuscite a ristabilire l’ordine tra il pubblico tumultuante, pronunciò l’espressione di rito: «Chi è a conoscenza di qualche fatto a noi ignoto lo dichiari adesso, prima che venga emessa la sentenza».

Una voce si levò dalle prime file della canea inferocita. «Chiedo la parola.» Era Marzio, che fendeva senza fatica la folla, intimidita e ammutolita dalla sua imponente figura di grande comandante militare. «Chiedo di essere ascoltato.»

Giunio sentiva il sapore del sangue in bocca, aveva la vista annebbiata da un velo rosso. Sentì le gambe cedere. L’onesto, incorruttibile Marzio, accorrendo generosamente in suo aiuto, rischiava di mettersi alla totale mercé degli spietati organizzatori dell’intrigo. Per una scelta precisa, vista irrimediabilmente compromessa la propria posizione, il giovane tribuno aveva evitato di chiamarlo in causa come testimone. Sapeva di dover morire e riteneva del tutto inutile invischiare nella turpe vicenda altre persone, con il solo effetto di avere qualche compagno sulla croce.

Giunto davanti al palco dei giudici, Marzio enunciò con toni solenni il suo grado di generale e il nome patrizio che portava. La gente lo riconobbe e il silenzio calò ancora più profondo sulla piazza percorsa dai fremiti della passione popolare.

«Ho conosciuto quest’uomo in battaglia», disse infine quando gli fu concessa la parola. «L’ho visto combattere sui limiti estremi dell’impero in nome di Roma e per il bene dei romani. Il grado di alto ufficiale che porta è premio del suo valore e della sua incorruttibile onestà. Il tribuno Giunio ha recuperato tesori inestimabili e li ha destinati all’imperatore. Io stesso ho visto suo padre fargli dono di quelle statue pochi giorni orsono, e sono pronto a giurarlo al cospetto degli dei.»

Un mormorio si diffuse tra la folla. L’ostilità nei confronti dell’imputato si era attenuata: nei presenti regnava una nuova incertezza, che venne peraltro immediatamente spazzata via non appena Menenio riprese la parola.

«È un vero piacere apprendere l’opinione di un così valente condottiero; tanto valente da lasciarsi trafugare, nel giardino della sua stessa villa, quasi sotto i suoi occhi, senza muovere un solo dito — un solo dito, romani -», ripeté, levando più che mai alto il suo artiglio, «metà del tesoro conquistato ai germani e, secondo le sue parole, destinato al tesoro del popolo di Roma.

«Il tuo estremo, quanto penoso e vano, tentativo di difesa mi commuove, Marzio», continuò sarcastico. Ma il lampo di perfidia che non riuscì a dissimulare nello sguardo fece finalmente capire chi fosse il vero obiettivo della congiura. «Tuttavia», riprese, «non saprei con precisione quale espressione impiegare. Mi commuove o mi insospettisce? Ripeto: non saprei. Potrebbe essere, legato dell’impero, che il tesoro dei barbari sia ancora in possesso dei tuoi uomini? Chissà.»

Un’accusa infamante, e Menenio lo sapeva. «Quanto poi all’onestà del tuo protetto», riprese con un risolino sprezzante, «consentimi di nutrire seri dubbi. Risponde o no a verità che durante il solo viaggio di ritorno è sparito oro per un valore di trecentomila sesterzi? Quanti si può dunque temere che ne siano stati trafugati lassù, in quelle che vi compiacete di definire le gelide e selvagge terre del nemico?»

Facendo scorrere lo sguardo sul pubblico, Giunio ebbe la certezza che nessuno ormai nutriva più il minimo dubbio circa la sua colpevolezza. Si sentì squassare da un brivido incontenibile al pensiero che le uniche persone al corrente dell’ammanco erano Marzio, lui stesso… e il ladro. Gli apparve finalmente fin troppo chiaro come avesse fatto Menenio a entrare in possesso dell’informazione: ecco svelati i motivi delle sue frequentazioni nelle taverne più turpi, e la presenza, tra gli effetti di Sestilio, della copia del sigillo di famiglia di Marzio… Valeva qualcosa, avere capito? Come impedire a quelle terribili persone di conseguire i loro sordidi fini?

Quasi fulminato da identici pensieri, Marzio tentò un estremo tentativo di difesa attaccando. «Risponderai in seguito di queste tue falsità infamanti, Menenio. Quello che mi preme adesso è salvare un innocente dalla morte e dalla vergogna. Il tribuno Sestilio, che tu stesso ti sei stranamente precipitato a inviare in missione lontano da Roma soltanto qualche giorno fa, era presente con me alla consegna delle statue da parte del padre di Giunio.»

«Quand’anche fosse vero, e tutto non sembrasse smentirti in maniera lampante e clamorosa», ribatté il senatore con un sorriso di trionfo sulle labbra livide, «ciò non sposta il problema di un solo crine, per così dire, d’asino. La legge prescrive comunque la morte, per chi ruba come per chi ricetta refurtiva proveniente dal tesoro imperiale. Quindi, va’ in pace, valente condottiero, e consenti al tribunale di pronunciare il suo verdetto. Va’.»

La sentenza fu emessa in pochi istanti: l’imputato, riconosciuto colpevole, era condannato alla pena capitale, oltre che spogliato di ogni suo avere e dei gradi di alto ufficiale dell’impero romano, che aveva disonorato con i suoi atti.

La voce del magistrato risuonò lontana come l’eco che mille volte Giunio era rimasto ad ascoltare nelle remote valli tra i monti. Aveva affrontato la morte un numero incalcolabile di volte, non poteva averne il minimo timore, ma a prostrare ogni sua residua volontà di resistenza era il modo infamante in cui sarebbe morto, e la consapevolezza della mostruosa beffa congegnata ai suoi danni.

Fu circondato da otto guardie nubiane che, fendendo la folla, lo trascinarono verso il suo triste destino. Non vedeva niente. Non sentiva niente. Non chi sputava sulla sua persona, non chi lo riempiva di ingiurie, non chi cercava di sfondare lo sbarramento delle otto gigantesche guardie per aggredirlo, non le pietre che lo colpivano. Più niente.

A poca distanza dal luogo del suo martirio, una giovanissima vestale, celata sotto i canonici veli, stava percorrendo frettolosamente i pochi passi che la separavano dalla dimora delle sue consimili. Appena superato il portico degli Dei Consenti, si accorse che la piazza del Foro era gremita. Come spinta da un impulso irresistibile, prese a farsi largo tra la folla che, non appena si accorgeva della sua sacra presenza, si affrettava a scansarsi.

Il prigioniero procedeva ormai quasi in stato di incoscienza tra due ali di persone inferocite. Mai avrebbe saputo quale forza irresistibile lo avesse spinto ad aprire, per quella che riteneva l’ultima volta, gli occhi. La vide a poca distanza da sé, visione celestiale, eretta in tutta la sua luminosa presenza, con il velo a riparare la testa e i capelli, ma aperto più sotto per rivelare la veste di sacra sacerdotessa di Vesta.

Giunio pensò a un miraggio di preannunzio della morte, alla visione ultramondana di una dea. I loro sguardi si incontrarono per un lungo istante: quelli della vestale erano del colore degli zaffiri ed esprimevano al tempo stesso una bontà profonda e un intenso dolore nel vedere un uomo tradotto a morte.

La folla era improvvisamente ammutolita. Nessuno sputava più, nessuno tirava pietre, nessuno spingeva, finché nel silenzio non si levò stentoreo un grido: «Gli dei non vogliono che quest’uomo sia giustiziato».

«Sia applicata la legge e rispettata la volontà di Vesta!» gli fece immediatamente eco un’altra voce.

Soltanto in quel momento Giunio si rese conto che la celestiale apparizione rappresentava il salvacondotto per la grazia. Le guardie si fermarono, incerte, poi si voltarono di nuovo verso la tribuna dei rostri e si avviarono a ripercorrere a ritroso la piazza.

I magistrati non avevano ancora abbandonato il palco. Confabularono tra loro a lungo, con toni agitati di voce e gesti concitati, ma infine il presidente del tribunale si alzò per pronunziare la nuova e definitiva sentenza.

«La legge dispone che tu sia graziato, Giunio. Devi la vita alla dea Vesta, che nella sua imperscrutabile saggezza e pietà ha voluto farti incontrare una sacra sacerdotessa sul tuo percorso verso la giusta punizione. Non so tuttavia in quale misura ti convenga gioire di tanta pietà. Da oggi, infatti, sei condannato a vita ai lavori pesanti di pubblica utilità per il popolo di Roma. Mai ti sarà consentito di toglierti le catene.»


Roma imperiale. Anno 831 dalla Fondazione.

[78 d.C. (N.D.T.)]


Sesto Giulio mise da parte i disegni del percorso di una nuova condotta indispensabile, quella che attingeva alla polla dell’Anio Novus, e si preparò a lasciare il suo luogo di lavoro nella Basilica Giulia, proprio sulla piazza del Foro. L’unica cosa che riusciva a distrarlo un po’ dal fluire dell’acqua nelle gallerie degli acquedotti era il Circo, con gli spettacoli gladiatorii di cui era appassionato seguace. Quel pomeriggio doveva recarsi ad assistere a un torneo equestre, e per niente al mondo sarebbe stato disposto a perdersi lo spettacolo delle bighe lanciate in corsa sfrenata.

Sesto Giulio Frontino ricopriva il grado di Curatore delle Acque. La sete dell’Urbe era un tarlo per la sua mente. La sua unica ragione di vita sembrava essere diventata il rifornimento delle oltre mille fontane, dei dieci grandi complessi termali e dei circa settecento di più modeste dimensioni, dei quindici ninfei e dei due laghi artificiali usati per le battaglie navali, per non parlare delle esigenze di quasi due milioni di cittadini. Roma era un immenso pozzo in cui si perdevano giornalmente centoquarantacinque milioni di litri d’acqua, convogliati da undici acquedotti. E sembrava che non fosse ancora sufficiente.

Quando incontrava il suo eminente protettore politico, il senatore Menenio, era solito ripetergli: «Le grandi civiltà della storia ci hanno lasciato opere munifiche, ma improduttive. Pensa alle tombe dei faraoni o alle arti dei greci e paragonale alle nostre costruzioni, ai tortuosi e interminabili percorsi degli acquedotti, che sono portatori di vita». Nella sua logica aveva perfettamente ragione. Forse proprio per questo Menenio non lesinava mai nell’attingere dai beni della comunità per soddisfare le richieste del responsabile dell’approvvigionamento idrico.

Le immense arcate che convogliavano l’acqua nella città rappresentavano soltanto una parte del percorso di un acquedotto, che doveva snodarsi anche sotto terra. Laggiù, gli schiavi condannati ai lavori pesanti erano uniti a tre a tre con pesanti catene di poche maglie di ferro e lavoravano in condotte a malapena sufficienti per permettere il passaggio di un uomo. Alle difficoltà create dall’angustia degli spazi si aggiungeva dunque il doloroso impedimento di queste catene. Se tra i prigionieri non regnavano affiatamento e una perfetta combinazione dei tempi, riuscire a portare a termine il lavoro era quasi impossibile.

Il compito principale della squadra di Giunio era quello di scavare il cunicolo combattendo con le rocce, le asperità e la polvere acre che si depositava nei polmoni. Dovevano sempre mantenere una linea discendente, cercando per quanto possibile di traguardare i tre piedi di pendenza ogni mille di tracciato. Un agrimensore si sarebbe successivamente preoccupato di verificare le pendenze effettive utilizzando i suoi strumenti e immergendosi in calcoli. Le squadre che seguivano avrebbero infine provveduto a rifinire il lavoro, rivestendo di calcestruzzo la condotta e riducendo la discesa ai valori prestabiliti.

Da ormai quasi un anno Giunio lavorava all’ultimazione dell’Acquedotto Nuovo. Per fortuna aveva raggiunto con i due prigionieri aggiogati alla sua stessa catena un grado di sincronia che permetteva loro di muoversi come se fossero un corpo unico. Erano diventati letteralmente inseparabili. I suoi due compagni di pena erano accusati di reati secondari. Uno di essi aveva la pelle scura come il mogano e la forza di un cavallo da soma. Sosteneva di discendere da una stirpe di guerrieri della sua tribù, nel cuore dell’Africa. Era stato rinominato Leone per il passo agile che ricordava una fiera. L’altro era un giovanetto greco che aveva avuto l’imprudente arroganza di non cedere alle voglie del patrizio che lo aveva pagato ben milleduecento sesterzi. Era simpatico e colto, di sicuro più debole degli altri due, ma sapeva sopperire ai limiti fisici con un’intelligenza pronta e viva. Si chiamava Pericle. Ormai da diversi giorni era squassato da forti colpi di tosse e mostrava in volto i segni della malattia, anche se la sua indole coraggiosa gli vietava di essere d’impaccio ai due compagni di sofferenze.

L’ultimo diaframma che li separava dall’aria aperta stava per cadere, dopo di che, alla luce del sole, lavorare sarebbe stato più agevole. Faticavano da diverse ore, quando Leone vibrò con il piccone un colpo apparentemente più poderoso degli altri. O forse, di diverso, c’era soltanto il suono che rimbombò dalla roccia. Si sentì un forte scricchiolio, seguito da un rumore di smottamenti e crolli. Posatasi la polvere, i tre schiavi videro un abbagliante fascio di luce filtrare da un minuscolo foro nella roccia. Il possente africano ricaricò le braccia, e il sottile strato di pietra rovinò tra le grida di gioia dei lavoratori. Su novanta miglia di percorso totale, ben settanta erano state scavate sotto terra.

Ormai rimanevano da erigere soltanto i ponti e le grandi arcate; infine, una volta raggiunta la città, gli schiavi avrebbero dovuto costruire la grande cisterna. La luce del sole costrinse Giunio a socchiudere gli occhi. Mentre usciva coperto di polvere dal cunicolo, si accorse che Leone aiutava il giovane greco a reggersi in piedi.

Il grido di trionfo dei compagni di sventura li distrasse per un momento, ma la voce inesorabile del capo delle guardie li richiamò immediatamente alla dura realtà. «Inutile festeggiare, schiavi. Il vostro lavoro non è ancora finito: ci sono quei blocchi di pietra da trasportare fino alle arcate.» E, così detto, il rozzo individuo fece schioccare la frusta, quasi a sottolineare che non avrebbe ammesso indugi da parte di nessuno.

Come ogni sera Giunio si coricò con le membra a pezzi, ascoltando preoccupato gli ansiti del giovanissimo Pericle al suo fianco. Sapeva che quella vita di stenti, la fatica e la scarsa alimentazione, prima o poi, avrebbero ucciso anche lui, ma cercava di tenere duro con ferrea determinazione, nella certezza che un giorno — chissà quando, chissà come, ma senza il minimo dubbio — avrebbe riacquistato la libertà.

L’indomani erano già al lavoro per un tratto delle arcate lungo un quarto di miglio e alto quasi cento braccia. Eccitato dalla luce del sole e dalla purezza dell’aria dopo tanto tempo trascorso nei bui e maleodoranti condotti sotterranei, Giunio osservava per quanto gli era possibile il lavoro dei posatori e ascoltava quasi con piacere il rumore del martello che batteva sulla chiave di volta per assicurarsi della solidità di un arco. Ogni rintocco rappresentava un ulteriore passo verso la fine dell’opera e, conseguentemente, l’avvicinarsi di un possibile periodo di fatica meno massacrante.

I tre schiavi erano stati assegnati a un argano che controllava il movimento laterale di un’enorme gru. Quel giorno era in programma la visita del Curatore imperiale, sicché la già spietata severità dei carcerieri era aumentata.

Mentre il braccio stava basculando sotto la pressione di un grosso masso squadrato, Pericle cedette. I suoi due compagni di fatica cercarono di bilanciare il peso del macigno con le sole loro forze, ma non fu possibile. La ruota dell’argano si mise a girare vorticosamente e li travolse. Il masso andò a schiantarsi con violenza contro i pilastri, e fu un vero miracolo se la struttura dell’intero sistema di sollevamento non andò in frantumi.

Il capo degli aguzzini fu loro addosso mentre Leone e Giunio si rialzavano doloranti e coperti di polvere. La frusta sibilò nell’aria, aprendo una striscia di fuoco sulla spalla dell’ex tribuno. Quindi si abbatté sulla pelle bruna del suo compagno, senza che questi emettesse un solo lamento.

Pericle era accasciato a terra accanto a loro, esanime. Un fiotto di bava gli usciva dalla bocca. La frusta si alzò ancora e si abbatté sul petto del giovane, che non ebbe nessuna reazione. Quasi indispettito, il carceriere urlò: «Alzati, cane», e colpì una seconda volta. «Ti ordino di alzarti!» Il corpo del giovanissimo greco fu squassato da una convulsione, mentre un rivolo di sangue gli sgorgava dalla bocca. La guardia caricò una terza volta il braccio armato di frusta.

Prima che potesse colpire, tuttavia, Giunio sentì le catene tendersi e si trovò trascinato in avanti, mentre la potente mole bruna di Leone si scagliava come una belva infuriata contro il carceriere. Il moro travolse l’aguzzino, ed entrambi gli schiavi rotolarono con lui nella polvere. Giunio vide distintamente la mano del suo compagno strappare la frusta al persecutore, ma quasi nello stesso istante si accorse che il guardiano aveva impugnato la spada.

Con un movimento fulmineo il gladio penetrò fino all’elsa nel costato dell’africano. Il capo delle guardie si rialzò con un’espressione di trionfo, mentre lo schiavo ferito era scosso da convulsioni. Incredibilmente, il poderoso africano ebbe comunque la forza di alzarsi in piedi e di accennare una nuova reazione. Il carceriere gli fu addosso, gli passò alle spalle, e la lama recise la gola, facendone sgorgare un fiotto di sangue rosso e rovente.

«Credo che lo spettacolo di questa tua testa scellerata servirà da esempio», esclamò la voce rauca della guardia. Bloccato dai ceppi a pochi passi di distanza, Giunio vide che affondava la spada nel collo del suo compagno, da cui il sangue continuava a sgorgare abbondante, nel tentativo di recidere completamente la testa.

Il rosso di quel sangue sembrò colorare tutta la sua visione, invadergli la mente. Nonostante l’impedimento dei ceppi, con uno strattone sovrumano riuscì a rimettersi in piedi e a scagliarsi contro il militare chino sul corpo ormai senza vita del suo compagno.

Ma si trattava appunto di un militare, rotto ai combattimenti e addestrato a tenere sotto controllo ogni possibile pericolo. Sapeva di dover temere una reazione del compagno di pena dell’uomo ucciso, e ne stava seguendo le mosse con la coda dell’occhio. Scartò repentinamente di lato con un balzo agile, vanificando l’impatto della carica. Giunio lo vide alzare il braccio e vibrare il colpo dall’alto in basso. Ma i lunghi anni di guerra sul confine, contro uomini feroci e abilissimi nell’uso delle armi, lo avevano a sua volta temprato, insegnandogli a schivare mosse ben più pericolose. La spada non lo sfiorò nemmeno; prima che l’avversario potesse rialzare l’arma, lo colpì ai genitali con un calcio in cui cercò di mettere tutta la forza che gli rimaneva. L’uomo si lasciò sfuggire il fiato con un sibilo rumoroso, ma non si piegò. I suoi occhi sprizzavano odio.

Giunio lo fronteggiò cercando di mettersi in una posizione che gli consentisse di scartare rapidamente di lato, ma la catena e i corpi esanimi dei due compagni riducevano a quasi niente le sue possibilità di movimento. Il nemico lo caricò frontalmente con impeto furibondo, mulinando la spada. Giunio riuscì ancora una volta a schivare il colpo e, quando l’altro lo sorpassò trasportato dallo slancio, gli sferrò un colpo di taglio sulla nuca. L’uomo barcollò un solo istante, ma tanto bastò perché lui gli fosse addosso, riuscendo a immobilizzarlo.

Più che la mente, a suggerirgli le mosse successive fu la lunga abitudine al combattimento. Prese la catena che lo serrava alle caviglie e che lo univa senza più tensione ai corpi esanimi dei compagni, la sollevò di scatto e la strinse attorno al collo dell’aguzzino. Ebbe un attimo di esitazione, nella mente improvvisamente lucida gli balenarono le sicure conseguenze del suo gesto, ma poi vide il corpo morente di Pericle, straziato dai segni delle frustate. Poco più in là giaceva il guerriero africano con la testa semistaccata dal busto. Non volle vedere più niente. Strinse le maglie con una forza che la furia rendeva sovrumana, finché non avvertì il rantolo di morte del nemico.

Riaprì gli occhi soltanto quando lo sentì completamente immobile. Si rialzò coperto di polvere, di sudore e del sangue dell’avversario. Sapeva di non avere più scampo. Rimase a testa china, le braccia basse, in attesa delle conseguenze. Invece sentì soltanto una voce pacata, alle sue spalle, priva di qualsiasi emozione. «Come ti chiami, schiavo?»

Si voltò. Stagliato nella luce del sole, non ebbe difficoltà a riconoscere l’imperiale Curatore delle Acque.

«Giunio della città di Luna», rispose meccanicamente, il petto ancora squassato dall’affanno.

«Ah, il tribuno Giunio.» Evidentemente Sesto Giulio Frontino conosceva la storia del prigioniero. Il suo protettore Menenio aveva senza dubbio provveduto a raccomandargli un trattamento particolare nei suoi confronti.

«A quanto pare, quel che ho sentito raccontare delle tue gesta guerresche corrisponde al vero», riprese la voce, tuttora priva di qualsiasi emozione. «Uhm… Sarebbe un vero peccato far giustiziare un così valido combattente», continuò, in tono meditabondo. «Va bene. Dispongo che tu non venga passato per le armi sul posto, come imporrebbe la legge, ma assegnato a una scuola gladiatoria, affinché della morte di un cane rabbioso tuo pari possano almeno avvantaggiarsi i giochi del Circo.» E, fatto un rapido cenno alle due guardie che lo affiancavano, voltò la schiena e scomparve.


Roma imperiale. Atrium Vestae.


«Come stanno i tuoi genitori?» le aveva chiesto Cornelia non appena era rientrata. Sembrava scesa appositamente nell’ombroso atrio per aspettare il suo rientro.

«Bene!» aveva risposto Clelia, mentendo a cuor leggero. L’incontro con il condannato a morte, l’essere riuscita a salvare una seconda vita, l’aveva riempita di una felicità senza limiti. Nella sua mente, il viso dolente e martoriato del vecchio cristiano era adesso costantemente affiancato da quello — le era apparso giovane, schietto e di virile bellezza anche sotto la patina di sudiciume — dell’uomo che aveva sentito chiamare Giunio.

L’espressione di Cornelia si era torta repentinamente in una smorfia di furore, gli occhi si erano trasformati in due globi di fuoco.

«Tu menti!» aveva esclamato la donna, rauca. «Non sei nemmeno passata da casa tua, ma hai compiuto un gesto inaudito. Sei andata alle carceri per incontrarti con quel prigioniero cristiano!»

Era inutile negare l’evidenza. Clelia aveva chinato la testa ed era rimasta in silenzio.

«Comunque», aveva continuato la Vestale Massima, dimostrando di essere al corrente di ogni movimento delle sacerdotesse affidate alle sue arcigne cure, «visto che la tua occupazione preferita sembra essere portare soccorso ai nemici dell’imperatore condannati alla loro giusta pena, è mia convinzione che sia opportuno infliggerti una punizione esemplare. Da oggi resterai chiusa nella dimora per un anno intero, senza nessuna possibilità di uscire né di vedere alcuno all’infuori delle tue compagne.»

Clelia ricordava le spietate parole a una a una. Le aveva accolte senza nessuna particolare emozione. Aveva il cuore gonfio di ben altri sentimenti. Le era sembrata una punizione pesante ma sopportabile.

Adesso, invece, a quasi sette mesi da quel giorno, la condizione di clausura la faceva sentire come un animaletto in gabbia. Si era chiusa in se stessa e non partecipava quasi più alle discussioni delle sacerdotesse, anche perché gli argomenti affrontati riguardavano soprattutto un mondo al quale non aveva più accesso. La vita di Roma e del suo popolo.

Erano sicuramente stati quei silenzi coatti, le interminabili ore trascorse a riflettere, il continuo interrogarsi su se stessa e sulla vacua scelta di vita che le era stata imposta, il confronto della sua perenne, privilegiata malinconia con la luminosità dello sguardo del vecchio Valeriano, con la sua serenità anche nell’estrema disgrazia, a riempirla di un’intensa curiosità per la spiritualità dei cristiani, che sempre più le appariva un universo di vita in confronto all’anticamera della morte in cui si sentiva reclusa. Per il loro… sì, per il loro misterioso dio ùnico e onnipotente, di cui non sapeva nulla.


Scuola gladiatoria di Stabia.


Si mormorava che Velio il Trace, essendo un assassino sanguinario e spietato ma capace di tacere anche sotto le più terribili torture, avesse prestato i propri nefandi e prezzolati servigi a ben più di un potente di Roma. Per questo, si diceva ancora, invece di essere condannato a un più che giusto supplizio da un tribunale del popolo romano, si era ritrovato a gestire una scuola di gladiatori, una delle migliori dell’impero, quella di Stabia.

Giunio vi fu portato di notte, ma non appena arrivato venne ugualmente condotto al cospetto del lanista, il direttore di quello sciagurato genere di scuola. Il Trace lo scrutò a lungo, facendolo girare più volte su se stesso e notando subito che l’uso degli attrezzi pesanti aveva modellato i suoi muscoli in un modo poderoso e perfetto.

«Hai un fisico da combattente, schiavo. Non credo che quello che mi è stato riferito di te sia stato solamente effetto della fortuna. Hai esperienza delle armi?» chiese, senza distogliere un solo attimo lo sguardo dalle membra dell’uomo che aveva davanti.

«Conosco abbastanza bene la lotta e l’uso delle armi da taglio e da lancio», rispose brevemente Giunio. Un improvviso senso di prudenza gli sconsigliava di parlare della sua esperienza militare.

La faccia del gladiatore sembrava un sacco di pelle di montone cucito in fretta e male. Le cicatrici la solcavano; l’occhio sinistro era coperto da una benda nera. «Bene», concluse Velio. «Domani stesso vedremo che cosa sai fare.» Quindi ordinò alle due guardie che avevano scortato il suo nuovo allievo di togliergli le catene. «Non è mai successo che qualcuno riuscisse a scappare dalla mia scuola», rise cavernosamente.

Giunio venne condotto in una camerata simile a quelle dei legionari, dove gli fu indicato un giaciglio. Si massaggiò le caviglie, quasi incredulo di sentirle finalmente libere dopo più di un anno di ferri. Nei punti dove le fasce metalliche avevano serrato la pelle si erano formate due vaste zone callose. Non se ne curò più di tanto, gustando soltanto il piacere di potersi allungare senza essere costretto dai ferri a mantenere la posizione supina. Una sensazione che temeva di avere dimenticato e di non provare mai più. La stanchezza del viaggio ebbe quasi subito il sopravvento. Sprofondò in un sonno senza sogni.

Il rumore degli altri occupanti la camerata lo svegliò molto presto; guardandosi attorno, immediatamente all’erta, si accorse subito che in quell’ambiente sconosciuto regnavano uno spirito di corpo e una solidarietà molto simili a quelli dei ranghi militari. I suoi nuovi compagni vennero spontaneamente a conoscerlo e a presentarsi. Erano tutti schiavi, prigionieri di guerra o criminali sfuggiti all’esecuzione capitale, ma si comportavano da buoni commilitoni, in nome del destino che li accomunava e che non avrebbe lasciato loro scampo. Alla scuola del Trace vivevano più di trecento gladiatori o aspiranti.

Provveduto alle abluzioni obbligatorie, consumato l’abbondante pasto del mattino — il primo decente che consumasse da mesi e mesi a quella parte — e uscito a godere la luce del sole, scrutò con attenzione gli edifici che componevano la scuola. Sul lato orientale erano situati gli alloggi dei gladiatori e quelli del lanista, su quello occidentale i magazzini e l’armeria. Al centro del perimetro si trovava l’arena della palestra, dove si svolgevano gli allenamenti. Le stalle erano in una costruzione appartata, a monte, di fianco alla pista per le bighe. Uno dei quattro lati confinava con una scogliera a picco sul mare.

Attraverso una scalinata si arrivava all’approdo, attrezzato di un molo di legno e di bitte per l’ormeggio delle imbarcazioni. Su uno scalo vide alcuni scafi tirati in secco. Si accorse subito che erano miniature di navi da guerra, identiche in tutto tranne che nelle dimensioni. Misuravano circa due terzi delle oltre settanta braccia di una quinquereme da battaglia, e il pescaggio era ridotto in modo — come avrebbe appreso successivamente — da consentire il combattimento nelle arene allagate.

La baia era riparata dai venti e dal mare, aperta soltanto al tepore dell’Austro. Verso monte, sul lato opposto, la scena era dominata dalla mole fumante di un vulcano.

Venne chiamato quasi subito alle prove di abilità. Sotto il severo sguardo di Velio gli fu consegnata una spada smussata e non affilata. Il lanista volle cominciare per gradi, facendolo scontrare con avversari prima mediocri e poi via via sempre più temibili. I lungi mesi di viaggio e di prigionia avevano non poco appannato la sua esperienza di combattente, ma si accorse subito che riusciva comunque a tenere testa in maniera soddisfacente agli altri gladiatori.

La vera scoperta venne però quando impugnò il giavellotto; non credeva di saper lanciare ancora, né che la sua mira fosse rimasta quella di un tempo. Su dieci tiri da distanze progressivamente maggiori, non sbagliò un solo colpo.

Il Trace sembrava molto soddisfatto, e più volte gli batté la mano sulla spalla in segno di compiacimento. «Dovrai prendere dimestichezza con la rete», disse, congedandolo con un’ultima robusta pacca sul dorso nudo, «ma, vista l’abilità che dimostri con le armi lunghe, sono convinto che diventerai un ottimo reziario.»

Giunio non aveva mai assistito ai giochi del Circo, ma aveva sentito molte volte parlare delle diverse categorie di gladiatori. Sapeva che il reziario combatteva armato di forca e di una rete appesantita da piombi alle estremità, non portava né elmo né armatura e vestiva una corta tunica stretta da un largo cinturone. Nei combattimenti veniva generalmente contrapposto agli inseguitori, che si battevano armati di gladio, elmo e scudo in bronzo.

Fu inevitabile che ripensasse alla sua vita di legionario, ai lunghi anni passati con la pelle di lupo sulla testa e il giavellotto in pugno. Velio aveva visto giusto: il suo nuovo allievo dalle spalle poderose e dai muscoli che sembravano scolpiti nel marmo sarebbe diventato un ottimo reziario. Al di là di ogni più rosea previsione.


La discussione tra Sesto Giulio Frontino e Menenio sulla distribuzione delle acque si stava concludendo. Il senatore si era congratulato con il funzionario per la fermezza dimostrata nel reprimere la corruzione dilagante in quel genere di lavori pubblici e nel soffocare i continui tentativi degli abitanti meno abbienti di attingere abusivamente alla rete idrica. Non vedeva tuttavia motivo di soffermarsi sul trascurabile particolare che gran parte del danaro recuperato da Sesto con le sue operazioni di disciplina non finiva affatto nelle casse imperiali, bensì nelle sue capaci e fameliche borse.

Sul punto di congedarsi dall’ottimo funzionario, come per caso, chiese con aria vaga: «Quello schiavo… Giunio, mi pare… ti avevo raccomandato di riservargli un trattamento particolare, è riuscito a sopravvivere alle tue attenzioni?»

«Non soltanto è sopravvissuto, ma stava acquistando un pericoloso ascendente sui compagni di fatica», rispose prontamente Sesto, convinto di aver avuto una intuizione geniale. «Così, quando ha massacrato il comandante delle guardie, ho ritenuto opportuno e prudente affidarlo alla scuola di Velio il Trace. In quell’ambiente sapranno sicuramente accorciargli la vita!»

Menenio spalancò gli occhi. «Ha ucciso un capo delle guardie?» urlò stridulo. «E me lo dici con questo tono idiota? Hai avuto la possibilità di toglierlo definitivamente da questo mondo e invece lo hai graziato, elevando addirittura la sua condizione a gladiatore?»

«Ho pensato di agire nel migliore interesse di tutti, signore, e principalmente nel tuo», rispose costernato il funzionario. «Facendolo giustiziare, visto l’ascendente che aveva sugli altri, avrei rischiato una rivolta. Sai bene quali tempi calamitosi stiamo vivendo con gli schiavi, come stia dilagando perniciosamente tra loro l’idea del dio dei cristiani, che li rende pronti ad affrontare la morte con il sorriso sulle labbra, nella convinzione di finire in non so bene quale vita superiore e celeste. Illusi. Ma riottosi e pericolosi.

«In secondo luogo, ho affidato la sua vita alle sapienti mani di un tuo fedele servitore che, grazie alla tua generosità, gestisce la scuola gladiatoria più titolata dell’impero. Non credo ti sarebbe difficile ottenere che un banale incidente in allenamento tolga di mezzo il già tribuno Giunio, senza pericolosi echi o ripercussioni sul popolino superstizioso, legato all’idea che la sua vita sia stata risparmiata dal volere di Vesta. Ah! Vesta! Gli dei! Ehm… perdonami, signore, mi sono lasciato trascinare… Ma presta orecchio a quanto ti dice un fedele servitore: nei giochi di quest’anno potresti avere un motivo in più per divertirti.»

Una smorfia, più simile al ringhio di un lupo che a un sorriso, torse le labbra del senatore. L’infimo omuncolo aveva probabilmente ragione; la sua lungimiranza sarebbe stata ancora una volta oggetto di encomio e premio. Altrimenti… Be’, lo avrebbe spedito a occuparsi delle fogne cittadine, che avevano bisogno di cure almeno come gli acquedotti. Quanto a Giunio, avrebbe davvero potuto provvedere il Trace. Ma vederlo squartare nel Circo, o sbranare da una fiera…


Roma odierna.


«Una prospettiva di sogno», digitò rapidamente Sara Terracini. «Al pensiero, il patrizio romano sentì un fremito all’inguine, reso flaccido dagli eccessi più che dall’età.»

E, battuto sui tasti CTRL+SAVE, la giovane studiosa si abbandonò sullo schienale della poltroncina ergonomica, con le belle labbra carnose socchiuse in un sorriso malizioso. Chissà che cosa avrebbe pensato l’omino denominato Oswald Breil leggendo queste parole. Diabolico com’era, si poteva giurare che avrebbe capito subito che si trattava di una volgare interpolazione. Quando mai il pudibondo frate che, secondo lui, aveva provveduto alla trascrizione delle pergamene dal latino in un italiano irto di espressioni spagnole, avrebbe usato il termine «inguine». «Flaccido», per di più…

Ma se non le veniva lasciato qualche infinitesimale spazio di libertà, se non poteva dare almeno un po’ di sfogo all’innato spirito romanzesco che l’aveva indotta ad affrontare quell’estenuante esperienza di quasi clausura personale per soddisfare gli indecifrabili ghiribizzi di un nano inafferrabile…

A proposito, che cosa potevano mai combinare le vestali chiuse nei loro casti conventi protofemministi? Bisognava pensare un po’ anche alla piccola e sfortunata Clelia… E il buon Oswald andasse pure nella più vicina delle Geenne.

Oh, be’, la quasi reclusione che stava vivendo non faceva di lei una vestale. Dio ne scampi. Sara si scoprì ancora una volta con le dita della destra tese nel gesto delle corna. Scoppiò in una risata allegra. Fuori delle finestre si vedeva uno splendido tramonto romano, reso ancora più teatrale dalla colorazione dei vetri. Niente al mondo avrebbe potuto privarla di una serata delle più piacevoli in un locale di Trastevere, se non addirittura nel fresco dei Castelli. In ottima compagnia. Ottimissima, anche se non si poteva dire.

Tornò ad allungare la destra alla tastiera e premette alcune volte CTRL+QUIT. La macchina chiuse disciplinatamente tutte le finestre aperte sullo schermo, zittendo di botto ogni fruscio e ronzio.

«Quittiamola qui», esclamò ad alta voce Sara, a esclusivo beneficio delle pareti. «La vestale del computer se la batte, caro dottor Breil. Buonanotte.»


Stabia. Anno 832 dalla Fondazione di Roma.

[79 d.C. (N.D.T.)]


La notizia della morte di Vespasiano giunse poco prima della prevista partenza dei gladiatori per Roma, dove Giunio avrebbe dovuto prendere parte al suo primo combattimento. Ma ogni rappresentazione fu sospesa in segno di lutto e rinviata a data da destinarsi.

Al defunto imperatore era succeduto il figlio Tito, ma più di una voce malevola sosteneva che quest’ultimo, sebbene fosse stato un ottimo consigliere per il padre, non potesse essere all’altezza del ruolo di guida suprema dell’impero.

I gladiatori continuarono comunque gli allenamenti, in vista dei ludi che avrebbero dovuto celebrare l’ormai imminente inaugurazione dell’anfiteatro Flavio.

Giunio aveva acquisito sempre maggiore dimestichezza ed esperienza con la forca e la rete; in particolare, dei continui esercizi si erano avvantaggiate le gambe, fattesi sempre più forti e agili. Com’era inevitabile, la voce dei suoi trascorsi di tribuno militare aveva fatto in fretta ad arrivare anche alla scuola, guadagnandogli un soprannome canzonatorio che accomunava le sue esperienze alle sue origini: per tutti era ormai Giunio, il tribuno di Luna.

Durante un allenamento si sentì chiamare alle spalle. Pur non avendo riconosciuto subito la voce, il tono ostile e gelido di essa gli diede un istintivo brivido alla spina dorsale. Istantaneamente in guardia, si voltò.

Vide il Trace al fianco di Menenio, accompagnato come sempre dal suo fedelissimo seguito di membri del senato.

«Dunque», disse il senatore anziano, «ci rivediamo, schiavo Giunio. Pensa alla fortuna di cui hanno voluto favorirti gli dei: dovresti essere stato giustiziato almeno due volte e invece ti scopro vivo. E proprio qui, in questa scuola che è la mia stessa generosità a finanziare.» Il solito ghigno malvagio, più simile al ringhio di un lupo che a un sorriso, gli torse le fattezze del viso… «Vedo che ti trovi bene nella pratica di questa arte nobile e pericolosa. Mi auguro che i successi nei combattimenti ti aiutino ad abbandonare le brutte strade che avevi intrapreso.»

Un augurio che suonò come una maledizione. Senza ulteriori parole, il senatore si allontanò con portamento altero, seguendo il lanista nelle sue stanze. Giunio ebbe l’amara certezza che, a partire da quel momento, la sua vita sarebbe diventata ancora più complicata e piena di insidie. Lo assillava inoltre un’ulteriore angustia: se il finanziatore della scuola, così notoriamente generoso, era l’infido senatore, nessuno poteva togliergli dalla testa che i suoi rapporti con Velio non si limitassero all’addestramento dei combattenti. C’era sicuramente dell’altro. Giurò a se stesso che avrebbe fatto tutto il possibile per scoprirlo.

«Quell’individuo ha tante vite come le divinità degli inferi», stava intanto inveendo Menenio, furente, rimasto solo con Velio. «Devi garantirti nel modo più assoluto che non venga a sapere niente del nascondiglio dei carri, né dei nostri rapporti privati. Nemmeno un vago accenno, la minima traccia, l’indizio più evanescente. Chiaro? Anzi, no, lasciamo perdere le strampalate idee di quello sciocco di Giusto Frontino. Avrò occasione di veder morire tanti altri uomini nel Circo. Vediamo quindi, non appena se ne presenta l’occasione, di fare in modo che un incidente tolga di mezzo questo tribuno di Luna. È un uomo molto pericoloso.»

«Come comandi, signore», replicò il lanista, raggrinzendo la cartapecora del volto in un ghigno scaltro. «Mi occuperò personalmente di lui.»

Inaspettatamente, Giunio doveva avere conferma dei suoi sospetti già il mattino dopo, quando, affacciandosi sullo specchio della baia dalla finestra della sua camerata, non riuscì a frenare un moto di sorpresa e indignazione. Davanti ai suoi occhi, tranquillamente all’àncora, la nave da carico che i suoi uomini avevano cercato con tanto inutile impegno beccheggiava pacifica sulle onde. I marinai erano intenti a ripiegare le vele e si accingevano alla manovra di accosto.

Il grande aplustro in forma di testa di cigno svettava sulla balconata di poppa. Scese precipitosamente la scala che conduceva al mare, costringendosi a dissimulare l’ira. Quando chiese a un inserviente addetto all’ormeggio di chi fosse la nave, conosceva già la risposta. «Appartiene alla scuola», rispose l’uomo, «viene utilizzata per il trasporto delle provviste o dei gladiatori.»

Animato da una nuova determinazione, salì di nuovo verso gli edifici della scuola. Le rocce che costeggiavano la scala erano di natura lavica e si aprivano di frequente in immense grotte o in cunicoli profondi. Arrivato nella palestra, vide che Velio lo stava aspettando. La sua aria ambigua lo mise immediatamente in guardia.

«Hai fatto progressi straordinari, Giunio», disse il lanista. «Addirittura impensabili, nonostante l’esperienza che ho di uomini e combattimenti. Ho notato con vero piacere che ormai, in allenamento, nessuno riesce più a tenerti testa. Oggi voglio pertanto metterti alla prova. Ti allenerai con me.»

A terra giacevano già la rete e la forca spuntata. Velio strinse la cinghia dell’elmo e gli fu addosso prima ancora che potesse raccoglierle.

Con un abile scarto, Giunio riuscì a svincolarsi dalla stretta e a impugnare fulmineamente le sue armi. Per farlo, aveva tuttavia perso istanti preziosi. Schivò un primo colpo di spada, ma il secondo, abbattutosi potentissimo sul manico ligneo della sua arma, lo tranciò di netto. La lama di Velio non era di quelle innocue che i gladiatori usavano in allenamento: aveva il filo arrotato alla perfezione. Giunio capì che l’incontro con Menenio aveva avuto immediatamente l’effetto prevedibile. Il lanista era pronto a uccidere, come confermava la luce livida del suo sguardo.

Si lasciò cadere sulla sabbia e rotolò più volte su se stesso, non abbandonando mai la forca, sebbene fosse ormai ridotta a uno spezzone poco più lungo del suo braccio, e la rete. Non disponeva di altri strumenti di difesa o attacco. Cercò di parare con la rete il secondo assalto, ma la lama affilata lo sfiorò sulla parte alta del torace, facendo scaturire un fiotto di sangue.

Una ferita superficiale, di quelle che nei lunghi anni di guerra aveva imparato a non tenere in nessun conto: sarebbe guarita in pochi giorni. Ma ben più letali minacciavano di diventare gli effetti degli attacchi del Trace. L’unica maniera per cercare di difendersi era trasformarsi da aggredito in aggressore. Ma Velio aveva dalla sua decenni di esperienza: scartando di lato con una potente torsione delle gambe e del busto, schivò l’affondo del moncone di forca e affibbiò un calcio poderoso allo stomaco dell’avversario. Giunio rimase senza fiato per qualche istante, cercando di tenere lontano il lanista con tutti i mezzi possibili per riuscire a riprendere fiato e vendere cara la pelle. Appena il dolore si fu attenuato, fece roteare la rete sopra la testa e la lanciò in direzione dell’assalitore, già ripartito alla carica.

Lo vide tentare di districarsi dalle solide maglie, ma ogni suo movimento otteneva l’effetto contrario. Cadde rovinosamente a terra e lui gli fu addosso in un lampo, premendogli le ginocchia sui bicipiti immobilizzati al suolo.

Levò alta sopra la testa la forca, che era sì spuntata ma comunque in grado di provocare la morte se vibrata con decisione da così poca distanza, ma fu costretto a bloccarsi un attimo, quasi ipnotizzato dall’unico occhio del suo avversario. Vi si vedeva una paura livida, incontenibile, forse la medesima paura di morire che lo stesso Trace aveva visto dipinta sul volto del fattore di Marzio o in quello di sua moglie. Sentì svanire ogni esitazione. «Muori!» gridò, e vibrò il colpo.

Ma aveva sottovalutato la forza del lanista, addirittura raddoppiata dalla disperazione. Con un guizzo poderoso, Velio si liberò dalla morsa delle sue gambe e lo fece ruzzolare a poca distanza. Giunio fece in tempo a vedere che si stava liberando dalla rete, ma in un lampo, prima che potesse rialzarsi, si trovò a sua volta immobilizzato.

Vide la letale lama abbassarsi verso la sua gola. «Sarai tu a morire, cane!» sibilò il Trace, alitandogli in faccia un respiro fetido. Lo vide prepararsi all’esecuzione, attese con rassegnazione il colpo mortale. Aveva fatto tutto quello che poteva.

Ma evidentemente gli dei non si erano ancora dimenticati di lui. In quel preciso istante la terra tremò e si aprì sotto di loro come mai avrebbe immaginato che potesse succedere. In un lampo gli edifici furono ridotti a macerie polverose, e una fenditura, larga diversi passi, si fece strada a grande velocità esattamente al centro del cortile, con una tremenda serie di crepiti e schianti. Vide alcuni gladiatori cadere e sparire nel baratro, mentre contemporaneamente sentiva la presa dell’avversario farsi meno potente. Il tremito della terra si fece ancora più terribile, tutto sembrava andare in frantumi, inabissarsi, esplodere. Velio era come paralizzato, il braccio ancora levato a colpire, un ginocchio a terra, uno sguardo di terrore fisso sullo spaventevole scenario di distruzione.

Chiamate disperatamente a raccolta le ultime forze, Giunio inarcò la schiena e se lo scrollò di dosso, scaraventandolo lontano. Il corpo di Velio rotolò sul terreno fino alla tremenda fenditura, che sembrava essersi fermata proprio per aspettare lui. Lo vide precipitare, scomparire, lasciando cadere sul terreno la letale spada. Le dita opposero un’ultima resistenza, macchiandosi di sangue, aggrappate per qualche istante ai bordi della voragine. Finché un nuovo scossone del terreno, meno violento ma ugualmente devastante, non lo fece precipitare verso il ventre della terra, fino al posto sicuramente a lui destinato nell’Averno.

Il vulcano stava vomitando fuoco e seminando distruzione ovunque. Sotto lo sguardo attonito di Giunio e degli altri gladiatori accorsi all’aperto, gli orli del baratro si riaccostarono, suturandosi come una ferita e chiudendo per sempre la tomba del malvagio Trace. Gli altri, disorientati e in preda a un panico incontenibile, presero a fuggire in ogni direzione. Lui no. Gli dei gli avevano mostrato in maniera inequivocabile il loro volere: gli avevano assegnato una missione, e doveva portarla a termine. Il sospetto sorto in lui quel mattino, per quanto persino più labile di quelli nati alla vista del colloquio segreto tra Menenio e Sestilio, era un motivo imprescindibile per rischiare ancora. Chi poteva essere stato, se non gli stessi dei, a mettere sotto il suo sguardo in quel modo la nave oneraria dal lungo collo di cigno?

Sapeva che nelle stalle c’era un magazzino il cui accesso era rigorosamente precluso a tutti i gladiatori. Raccolta meccanicamente la spada di Velio, si precipitò in quella direzione, mantenendo faticosamente l’equilibrio sul suolo tuttora scosso da squassanti tremiti. Mentre correva verso la costruzione, da cui sentiva arrivare i nitriti degli animali impazziti per il terrore, cercò di dare ordine ai suoi sospetti. Se era stato lui a trafugarle, Menenio non poteva essersi disfatto in così breve tempo delle enormi ricchezze del bottino conquistato ai germani. Non avrebbe mai potuto farlo senza dare pericolosamente nell’occhio. Sarebbe stato smascherato in breve tempo: le guardie imperiali erano in possesso del meticoloso inventario redatto da lui stesso nella residenza di Marzio a Ostia, oggetto per oggetto: barre d’oro, gemme, monili d’ambra, fibule.

Doveva averlo nascosto da qualche parte, in attesa che le acque fossero più tranquille. E la scuola dei gladiatori poteva essere un posto buono come tutti gli altri. Il migliore, anzi, il più inavvicinabile, il meglio protetto.

Appena superato l’ingresso, l’odore pungente dello stallatico gli riempì le narici, coprendo addirittura quello di zolfo di cui era impregnata tutta l’atmosfera. Nelle stalle, tra i poveri animali, abbandonati al loro destino dagli stallieri fuggiti alla prima scossa, regnava una confusione inverosimile. I cavalli, legati a un’unica solida fune, stavano strattonando rabbiosamente il morso, riducendosi la bocca a una maschera di bava e sangue. Ma per il momento Giunio non si curò di loro. Non aveva tempo. Era preso da un’urgenza incontenibile, un fremito fratello in tutto e per tutto di quelli che avevano appena devastato la terra. In fondo allo stanzone aveva avvistato la porta rinforzata del magazzino vietato. Si precipitò in quella direzione, ma, fatti pochi passi, si bloccò. Con le sue sole forze non avrebbe mai potuto avere ragione di quel portale di bronzo, fermato da una sbarra trasversale dello stesso metallo.

Scelse i due animali che sembravano meno terrorizzati e li separò dagli altri, legandoli in fondo alla stalla, verso la porta del magazzino segreto, lontano dal cavo che attraversava l’ambiente da un capo all’altro e al quale erano assicurate tutte le cavezze. Quindi fece passare l’estremità di una fune nel primo dei due anelli terminali di ferro che, uno dopo l’altro, tenuti uniti da una correggia tripla di cuoio, fissavano il cavo comune alla parete di fondo della stalla. Infine, assicurata con una serie di esperti nodi l’altra estremità della fune alla sbarra di bronzo che univa i due montanti della porta del magazzino, tagliò la tripla correggia con un colpo secco dell’affilatissima spada del Trace e incitò i cavalli con urla e scudisciate.

Il cavo comune, improvvisamente libero dalla tensione che lo teneva fissato al muro, vibrò come un serpente, torcendosi nell’aria con una sferzata tremenda che colpì diversi cavalli, aumentandone la frenesia. Come impazziti, gli animali scattarono verso l’ampia uscita, trascinandosi dietro tutto il cavo, in cui le cavezze erano rimaste incastrate. L’anello di ferro che fissava il cavo verso l’apertura della stalla cedette di schianto, lasciandoli finalmente liberi di scappare, e i pochi attimi di tensione della forza di venti cavalli sani e robusti sulla sbarra che bloccava il portale furono sufficienti a svellerlo.

Uno dei due battenti si abbatté di schianto e venne trascinato rovinosamente per diversi metri sul pavimento della stalla, sollevando una nuvola fetida di polvere e stallatico, e finalmente il branco delle bestie imbizzarrite riuscì a fuggire verso la libertà.

Quando il denso pulviscolo si fu diradato, Giunio entrò nel magazzino. In un istante i suoi sospetti trovarono conferma. I quattro carri che aveva portato dalla Rezia erano lì allineati, con le braghe disposte verso l’uscita.

Non perse tempo, incurante delle scosse di terremoto che continuavano a succedersi e dei paurosi gorgoglii del vulcano. Aggiogò ciascuno dei due animali separati in precedenza dal branco a un carro e, tenendo a mano le briglie, si lanciò di corsa verso lo strapiombo sul mare.

Sebbene a fatica, i poveri cavalli, terrorizzati ma lieti di poter fuggire lontano dall’inesplicabile furia delle rocce, riuscivano a trainare lo stesso peso a cui, nel corso del viaggio della legione verso Roma, erano aggiogate ben due coppie di tiro per ogni turno.

Nel corso degli addestramenti, Giunio aveva notato l’esistenza di una grotta a poca distanza dall’inizio della scala che scendeva all’approdo. Dal mare era impossibile vederla, in quanto completamente riparata dietro uno sperone di roccia. Non senza difficoltà, riuscì a guidare i cavalli appaiati fino all’inizio del vertiginoso dirupo che si levava dalla spiaggia, e poi, legate le briglie del secondo animale al primo carro, fece avanzare il più possibile il duplice convoglio all’interno della grotta fino a un punto in cui, restringendosi, le pareti impedivano di proseguire oltre.

Quindi, liberati dal giogo i puledri, montò il più fresco dei due e, stringendo le briglie dell’altro, raggiunse nuovamente il magazzino delle stalle per ripetere l’operazione. Precisamente in quel momento metà della montagna sembrò esplodere con un fragore tale da provocargli un cocente dolore alle orecchie. Una massa di rocce volò verso il cielo ricadendo come una pioggia martellante di pietre roventi e cenere.

Governare i cavalli era diventato quasi impossibile, ma riuscì comunque ad abbandonare la stalla con il suo prezioso carico nello stesso istante in cui un blocco di lava incandescente colava sul tetto, facendo cedere di schianto la struttura già lesionata dal terremoto.

Una vera pioggia di fuoco accompagnò il secondo viaggio verso la grotta. I due poveri animali dovettero essere frustati a sangue e trascinati con tutte le forze per il morso, ma finalmente la missione richiesta dagli dei protettori del tesoro di Roma fu compiuta.

Liberati i cavalli e lasciatili andare con una sonora pacca sul dorso schiumante di sudore, Giunio rimase qualche istante a osservarli galoppare verso sud, in cerca della salvezza. Avesse potuto imitarli e scappare in quel modo anche lui, libero come un giovane animale sano.

Ma non era possibile. La missione di cui si sentiva investito dagli dei aveva un seguito obbligato, a cui non avrebbe mai potuto sottrarsi. Alzò gli occhi alla scuola. Delle strutture originarie non rimanevano che poche rovine fumanti. Corse verso il mare, scendendo la scalinata con la velocità del vento.

Una bonaccia gonfia di vapori irrespirabili bloccava la nave dove avevano cercato scampo i suoi compagni. Dall’alto vide che, martellata com’era dall’incessante pioggia di proiettili fiammeggianti, sembrava bersaglio del lancio di mille catapulte.

Le vele erano strappate in più punti e stavano per essere preda delle fiamme. A bordo regnava il panico; nessuno riusciva a ordinare la fuga. Si tuffò dal pontile e raggiunse la murata nuotando in un mare che sembrava ribollire. Issatosi a bordo a forza di braccia, mise a profitto i lunghi anni di comando militare e di vita marina, e, cercando di mantenere lui stesso la calma, tentò di ristabilire una parvenza di ordine tra gli uomini terrorizzati.

Erano più di centocinquanta, stipati in ogni spazio disponibile. Levando alta sul frastuono degli elementi una voce a cui cercò di conferire una sicurezza che non provava affatto, ordinò a un gruppo di occuparsi di domare gli incendi, altri li comandò alla voga con i sei lunghi remi normalmente utilizzati per le sole manovre o per i vuoti di vento. E finalmente, con una lentezza esasperante, la grossa nave cominciò ad allontanarsi dalla baia e dalla mortale portata delle esplosioni del vulcano.

Appena raggiunta la sicurezza, non poté non riflettere su quanto fossero strane le coincidenze: quella nave, che aveva seminato la morte tra i suoi legionari determinando un radicale cambiamento della sua vita, adesso lo stava portando in salvo.

Spinse lo sguardo a poppa, al di là della grande testa del cigno. L’aria era tuttora oscurata da una densa nebbia giallastra, formata dalle ceneri in sospensione, ma a tratti si riuscivano a distinguere la vetta del Vesuvio e i fiumi di lava che ne rigavano il versante a mare, travolgendo e distruggendo ogni cosa. Se quello che aveva vissuto era l’effetto dell’eruzione sulla lontana zona di Stabia, che cosa poteva mai esserne stato di località più vicine al vulcano, come Pompei o Ercolano? Su tutta la costa martoriata, i superstiti dovevano essere ben pochi.

L’oscurità calò con notevole anticipo, favorita dalla coltre impenetrabile che gravava sulla zona. Il buio rimase pervaso da un turbinio di livide iridescenze rosse e violacee, testimonianza visibile delle colate laviche e delle fiamme che dilagavano ovunque.

Gli uomini osservavano ammutoliti il terribile, inarrestabile spettacolo. La lava era ormai arrivata al mare, sprofondando tra vapori e fumi. Ogni cosa cedeva al peso e al calore di quel fiume rosso. Dalla vetta rimbombavano ancora sinistre esplosioni; qua e là, nel buio venato di rosso, si intravedevano le colonne d’acqua sollevate dai proiettili esplosi dal vulcano.

Ma la furia degli dei nei confronti degli uomini era ben lungi dal placarsi. Nel cuore della notte la tempesta scoppiò improvvisa, preannunciata soltanto da un refolo di vento nella calma più piatta. Il mare montò, quasi volesse non dimostrarsi da meno di fronte allo scatenarsi degli elementi terrestri.

Le vele erano state ammainate e alcuni uomini stavano cercando di riparare i grossi strappi provocati dai lapilli incandescenti. Non sarebbero comunque mai riuscite a reggere la furia del vento che si scatenò dopo pochi minuti.

I fuggiaschi cercarono di riparare dietro le isole di Ischia e Procida, ma governare la nave era diventato impossibile. I colpi del mare si abbattevano senza sosta sul ponte stipato di uomini, trascinandone alcuni in acqua ogni volta.

Le onde avevano ormai distrutto quattro remi su sei, i timoni erano prossimi a spezzarsi. Rivolto lo sguardo al ribollire delle acque, Giunio pregò mentalmente Nettuno di perdonarlo. Quali potevano essere le sue colpe di fedele servitore dell’impero romano? Se altri dei gli avevano affidato una missione, non avrebbe voluto il dio dei flutti marini consentirgli di portarla a termine?

La nave offrì il fianco alle onde; preoccupato si volse verso il lato della tuga dove si trovava il timone di sopravvento, che avrebbe dovuto essere ancora in grado di preservarli da quella pericolosa manovra. Non vide tracce del timoniere, probabilmente trascinato via da un’onda. Gli apparve evidente che, se avessero subito ancora qualche colpo di mare al traverso, sarebbero stati inevitabilmente travolti. Si trovava qualche braccio più in alto rispetto al timone di dritta, quindi si lanciò nel vuoto, cercando di afferrare al volo durante la caduta la lunga impugnatura della pala del timone. Spinse con tutto il peso del corpo e sentì che a poco a poco, con uno sforzo sovrumano, lo scafo aveva ragione della sbandata, finché non vide la prora allinearsi alle onde e fendere le mortali pareti d’acqua.

Sperò che le strutture dell’oneraria non li abbandonassero proprio allora, ma il fasciame sembrò tenere senza grossi problemi; era di vitale importanza non presentare di nuovo il fianco alle onde.


Vento e mare li flagellarono per quasi tutta la notte. Una notte di paura e invocazioni agli dei: vedere la morte in faccia sgomentava anche quegli uomini votati a doversi giocare giorno per giorno un’esistenza comunque breve. Gli dei vollero essere clementi con loro: alle prime luci dell’alba, improvvisa com’era venuta, la tempesta cessò e il sole cominciò a colorare di rosso le murate di sinistra.

Presero terra nei lidi a sud di Roma, abbandonando al suo destino la nave oneraria con la grande scultura a forma di cigno. Era ormai irreparabilmente danneggiata dalla furia di quella sola notte di tempesta.

Giunio la seguì con lo sguardo, vedendola andare alla deriva e finalmente scomparire: senza gli uomini impegnati a gettare fuori bordo l’acqua imbarcata, si inabissò in pochi istanti. Vedendo il cigno scomparire per sempre tra i flutti, provò un inesplicabile senso di sollievo.

Nessuno dei gladiatori pensò di approfittare della libertà concessa loro dalle forze della natura. E del resto sarebbe stata una libertà precaria. Dopo una rapida consultazione tra i capi riconosciuti del gruppo, fu deciso di fermarsi a una certa distanza dalla città e che una delegazione si sarebbe recata dal senatore Menenio, patrono della scuola, a chiedere istruzioni.

Quinto, il giovane ordinato alla guida della delegazione, tornò il giorno dopo, promosso al grado di lanista. Il senatore aveva disposto che venisse loro assegnata una caserma dell’esercito temporaneamente abbandonata, nei pressi della città, dove il nuovo lanista avrebbe potuto riorganizzare la scuola e prepararla ai giochi indetti da Tito.

Data la giovane età, Quinto era entusiasta dell’incarico ricevuto — ogni gladiatore sognava di poter un giorno dirigere una scuola -, ma sapeva che quella carica era soltanto temporanea. Trascorse infatti un brevissimo periodo nel corso del quale ciascuno dei suoi compagni accettò disciplinatamente di trattarlo con il rispetto dovuto al capo, ma già dopo pochi giorni, assieme al carico delle armi, giunse il nuovo lanista, e Quinto fu rispedito senza cerimonie ad allenarsi con gli altri.

Il nuovo titolare della scuola, Celsio, era un ottimo istruttore militare, e fu forse per questo che tra lui e Giunio nacque una spontanea affinità. Ma la sua esperienza di combattimenti circensi era evidentemente scarsa, al punto di indurre spesso i gladiatori a rimpiangere i consigli del malfido e crudele Trace scomparso nel ventre della terra.

Per loro fortuna, tuttavia, arrivati in prossimità dei giochi, le redini della scuola vennero di fatto prese saldamente in mano dall’impresario, Saulo, un uomo originario dell’asiatica Galazia, che ostentava una grande padronanza dei giochi. A suo dire, la scuola di Stabia avrebbe dovuto in gran parte la propria fama ai suoi continui interventi di organizzazione e al suo costante interessamento. Non aveva certamente l’aspetto del combattente: era grasso e molle, con pochi capelli su una testa perennemente sudaticcia, e i pochi denti rimastigli in bocca erano ridotti a moncherini di un colore brunastro, ma per il resto era piacevole ascoltare i racconti che, finiti gli allenamenti, dispensava ai gladiatori raccolti attorno a lui per il consueto scambio di opinioni e giudizi.

«Credo che nessuno di voi», disse una sera il Galata, «possa nemmeno immaginare la maestosità del nuovo anfiteatro voluto dalla famiglia Flavia.» E così dicendo tracciò un’ellisse sulla rena, mettendosi a descrivere la struttura fin dalle fondamenta. «Sotto il piano si trovano i magazzini e un labirinto di sotterranei, nei quali aspetterete il vostro turno. Vi sono poi gabbie capaci di contenere fino a quasi cinquecento fiere, e sistemi di sollevamento per introdurle nell’arena senza alcun contatto diretto con gli inservienti. Per celebrare il nuovo anfiteatro, il divino Tito Flavio ha indetto cento giornate ininterrotte di giochi. Quasi cinquantamila persone potranno assistere ogni giorno alle lotte e agli spettacoli.

«Ma ricordate, e ficcatevelo bene in quelle teste dure, che il torneo sarà a eliminazione», sogghignò, mostrando i pochi denti malati, «e del resto non potrebbe essere altrimenti. Vi esibirete secondo un calendario prestabilito che prevede, per ogni turno, un giorno di battaglia e uno di riposo. Le due scuole che riusciranno ad arrivare allo scontro finale si cimenteranno in una tra le più grandiose battaglie navali mai allestite in un Circo. Come sempre: massima gloria o morte.»

Quindi, fatta una breve pausa perché tutti assimilassero a fondo le sue parole, riprese: «Voglio augurarmi che le recenti disavventure non abbiano compromesso lo spirito della scuola di Stabia, la più valorosa che sia mai esistita».

Parole che suonarono come un incitamento alla battaglia: gli uomini risposero con un boato carico di ardore: «Massima gloria!»

«Non c’è bisogno», riprese ancora il Galata, «che spieghi proprio a voi che l’imperatore sarà magnanimo con chi si distinguerà nei giochi. Molti di voi potrebbero tornare uomini liberi, talmente ricchi da comperarsi non una ma dieci scuole.»

Il discorso dell’impresario aveva toccato nel vivo quei combattenti: uomini forti e senza paura, ma schiavi. Dopo quella sera gli allenamenti furono condotti da tutti con impegno ancor più indefesso. Massima gloria o morte.