"Le pietre della Luna" - читать интересную книгу автора (Buticchi Marco)2.Roma imperiale. Anno 821 dalla Fondazione. [68 d.C. (N.D.T.)] Se le vestali si avventuravano fuori del breve percorso dall’Atrium all’Aedes Vestae, ciò era in genere dovuto a motivi minuziosamente contemplati dalla legge, come l’obbligo di assistere alle funzioni sacre prescritte. In conseguenza di ciò, a una sola settimana dalla loro investitura Clelia e Gaia assistettero per la prima volta in vita loro a un sacrificio, inviatevi in rappresentanza della loro autorità religiosa. Dinanzi ai gradini del tempio dove erano state condotte videro l’animale, La vittima sacrificale venne aspersa di vino sulla fronte e poi cosparsa di Se la sorte avesse loro consentito di diventare vestali anziane, ogni anno, dalle None di maggio fino al giorno prima delle Idi di maggio, avrebbero dovuto porre quotidianamente alcune spighe di spelta in ceste da mietitore; quindi, una volta seccate, le avrebbero frante e macinate. Infine, tre volte all’anno — per i Lupercali, per la festa della loro Divina Vesta e alle Idi di settembre -, a questo macinato avrebbero aggiunto sale bollito e sale non raffinato, coperto di gesso, cotto al forno e successivamente tagliato con una sega di ferro, ottenendo appunto il tritello da sacrificio, o La Non vide l’animale morire dissanguato tra mille cautele del sacrificante e dei presenti, affinché il sangue non avesse a macchiare l’altare o la loro persona. Non lo vide sventrare per l’esame di cuore, fegato, polmoni, milza, reni. Soltanto dalle preghiere che si levavano alte e fervide capì che gli organi erano senza difetto e quindi il sacrificio riuscito. Quando finalmente si costrinse a riaprire gli occhi, timorosa che qualcuno si accorgesse del suo atteggiamento e le facesse infliggere una punizione dalla Vestale Massima; già le interiora bollite venivano raffreddate con vino, trinciate e nuovamente cosparse di A quel punto, sul piazzale del tempio ebbe inizio il banchetto conclusivo della cerimonia. Non tenute a parteciparvi anche a motivo dell’età, le due giovanissime vestali si avviarono a rientrare nella loro dimora, ritualmente precedute dai littori. Al loro passaggio la gente mostrava grande deferenza; c’era chi si inchinava, chi le benediceva, chi osava avvicinarsi per chiedere un’intercessione presso la Divina Vesta. Nei pressi del Foro, però, alcune urla concitate le spinsero a fermarsi, più incuriosite che spaventate. In una via laterale, attorniato da due ali di folla inferocita, videro un uomo anziano e curvo, coperto di sangue e di ferite provocate dalle continue percosse dei persecutori. Clelia fece segno ai littori di proteggerla e si avviò verso l’orribile scena. Non appena riconobbe la vestale, la gente si fermò e fece silenzio. «Quali reati ha commesso questo vecchio?» chiese la giovane, rivolta ai più esagitati. «Rinnega i nostri dei!» le fu risposto. «È cristiano!» incalzò un altro. Clelia guardò il volto anziano e sfigurato dai colpi; negli occhi non vide paura ma l’orgoglio di morire in nome del Dio in cui lo sventurato credeva. «Come ti chiami?» gli chiese. «Valeriano, nobile sacerdotessa!» rispose il vecchio, incapace di sollevare il corpo martoriato, ma alzando uno sguardo franco e limpido. «Queste persone sostengono che hai rinnegato gli dei.» «Io credo in un solo Dio, vestale, che ha mandato suo figlio Gesù di Nazareth in terra», rispose ancora il vecchio. A quelle parole uno degli uomini che brandiva un bastone lo colpì ai fianchi, inveendo. «Abbi almeno il ritegno di non bestemmiare di fronte alla messaggera di una dea, cane cristiano!» «Fermo!» ordinò Clelia, alzando la voce. Avrebbe potuto essere figlia di molti di loro, eppure la canea si placò immediatamente. «Dove lo state portando?» «Alle carceri, dove rimarrà chiuso per sempre senza poter provocare ulteriori guasti», rispose la folla quasi a una voce. E due dei quattro littori si posero ai fianchi del cristiano, che a stento si rialzò sulle proprie gambe. Senza dire più niente, Valeriano fissò sulla giovanissima sacerdotessa uno sguardo indomito, che con la sua intensità le fece correre un inesplicabile brivido lungo la schiena. Sembrava che non riuscisse a distogliere lo sguardo da lei; mentre veniva trascinato via, cercò più volte di voltarsi a guardarla. Clelia rimase ferma a lungo a osservarlo, chiedendosi quanto amore potesse legare quell’uomo al suo dio, al punto da infondergli, anche di fronte alla prospettiva del carcere perenne, il coraggio di un guerriero in battaglia. Mentre la raggiungeva, si vide guardare da Gaia con un’espressione severa. «Non dovevi comportarti così, Clelia!» la ammonì severamente l’amica. «Ricordati che sei una sacerdotessa di Vesta e non una protettrice dei malfattori.» «Quell’uomo era un cristiano, non un malfattore!» ribatté prontamente, senza riflettere. «Non capisco dove sia la differenza», replicò l’altra. «Chi è responsabile dell’incendio di Roma e di crimini inauditi non può trincerarsi dietro il proprio blasfemo dio per giustificarli. Questi cristiani stanno attentando all’impero, Clelia, e meglio sarà riuscire a metterli a tacere in ogni modo, prima che la loro empia fede si diffonda ancora di più.» Raggiunsero l’Atrium Vestae e riguadagnarono le stanze separate a cui erano state assegnate dopo la nomina. Non trascorse molto tempo che Cornelia mandò a chiamare Clelia. I toni con cui commentò il suo gesto furono severi e intransigenti. «Non azzardarti mai più a interessarti della sorte di un cristiano. Vuoi forse conoscere fin da adesso i piaceri del Campo Scellerato?» Il solo nome fece rabbrividire la giovanissima sacerdotessa: era quello dell’orribile luogo dove, in segreti cunicoli sotterranei, venivano seppellite vive le vestali macchiatesi della colpa di avere mancato al voto di verginità. L’istinto l’avrebbe indotta a ribattere, a difendere gli ideali di giustizia e di civiltà che si era sentita nascere nello spirito pur nel breve percorso della sua vita, ma preferì tacere e, chinando il capo, annuì. L’ira di Cornelia sembrò placarsi di fronte alla sua sottomissione. «Lo considereremo soltanto un incidente dovuto alla tua giovanissima età», disse. «Tieni però ben presente che non ammetterò altri errori da parte di una Sacra Vergine Vestale.» Clelia sentì le lacrime salire agli occhi, ma si impose di non darle ulteriore soddisfazione. Con il cuore gonfio di pena si congedò da lei, e soltanto quando fu sola nella sua stanza consentì libero sfogo allo sconforto. Aveva stranamente fisso negli occhi e nella mente lo sguardo del cristiano e le sue parole. In vista della città di Luna. Anno 830 dalla Fondazione di Roma. [77 d.C. (N.D.T.)] Si affacciarono dalla sommità di una collina coperta di verde e, lontano, videro risplendere di mille bagliori il mare. Il mare! Una vista che provocò in Giunio una profonda emozione. Laggiù, sotto di lui, si stendeva la sua terra. Si trattenne a stento dal gridare tutta la gioia che si era sentito montare in petto. Dopo tanti anni passati in terre remote e inospitali, tra il gelo delle nevi e i picchi ghiacciati delle montagne, rivedere quel familiare luccichio di acqua e sole lo riportò con il pensiero all’infanzia, alla famiglia, ai vecchi amici del luogo. Seguì con lo sguardo il corso del fiume che si snodava sotto di loro fino a versarsi nel mare. A poca distanza dall’estuario si stagliavano distinte le mura della città di Luna; già si scorgevano la grande struttura del Circo e, in posizione più elevata, il tempio di Venere. A sud si perdeva una sottile striscia di sabbia; a nord, quasi d’improvviso, la costa si ergeva prepotente. Ancora più in là, nella sconfinata distesa d’acqua, le due isole compagne di tanti suoi sogni di bambino sdraiato sulla rena. Aveva il cuore pieno di una gioia tumultuosa. Marzio gli si avvicinò senza che se ne accorgesse. «Capisco quello che stai provando, tribuno Giunio», disse. Furono le sole parole che pronunziò prima di comandare che si riprendesse la marcia e, questa volta, a passo veloce. Poi si rivolse nuovamente al tribuno. «Prima di sera potrai riabbracciare i tuoi cari, Giunio», disse, rivolgendogli una di quelle espressioni di sincero affetto che il giovane aveva ormai imparato bene a riconoscere. Gli sembrò che quella breve distanza fosse interminabile, ma finalmente, seguendo il corso tranquillo del Magra, il convoglio giunse in vista delle mura. Lontano, davanti al porto, si vedevano diverse navi da carico alla fonda, in attesa del loro turno per riempire le stive del prezioso marmo di Luna da trasportare in ogni angolo dell’impero. Sapeva che un tempo suo padre usava rimanere nei campi fino al tramonto, sicché fece compiere al drappello una breve deviazione per verificare se ciò fosse ancora vero. Al centro del ben noto campo coltivato, a circa mezzo miglio dalle mura, vide un grosso bue che spingeva un Un uomo di corporatura alta ed eretta, nonostante gli anni, teneva la mano sinistra sulla cassa dell’attrezzo. I ganci ricurvi sistemati sul davanti del Giunio spronò il cavallo verso la figura isolata, a cui le ombre del tramonto conferivano una particolare suggestione. Il vento tiepido di primavera gli batteva sul viso, sentiva l’odore del mare. L’uomo non si girò verso di lui, sebbene il suo galoppo fosse stato volutamente rumoroso. «Cerco Giunio, vecchio!» disse il giovane non appena lo raggiunse, cercando di alterare la voce. L’uomo si fermò, ebbe un attimo di esitazione, ma poi, sempre rivolto in un’altra direzione, rispose. «Sono sicuramente vecchio, e anche cieco, ma, grazie agli dei, non ancora sordo. Non riuscirai a ingannarmi così facilmente, legionario!» Il giovane smontò rapidamente da cavallo, in preda a una commozione irrefrenabile. «Padre… Padre!» Furono le sole parole che riuscì a pronunciare, mentre le lacrime gli segnavano il volto temprato dalle battaglie. Il vecchio lo abbracciò con tenerezza, facendo scorrere a lungo le mani sul suo viso e sul corpo. «Ti credevo impegnato a batterti contro i barbari, invece sento che non porti ferite né, gli dei ne scampino, mutilazioni. Qual buon vento ti riporta a casa, figliolo?» La voce di Marzio, alle sue spalle, prevenne la risposta del giovane: «Il tribuno Giunio della città di Luna ha scelto di accompagnarmi a Roma e di diventare mio uomo di fiducia». Gli occhi vacui del padre si girarono da quella parte, quasi potessero vedere la fonte da cui proveniva la voce autorevole. «Chi ha parlato?» chiese, puntando la testa verso di essa, ma in un atteggiamento strano. Soltanto in quel momento Marzio capì di avere a che fare con un cieco; sceso da cavallo, si accostò al vecchio, spiegando. «Sono il legato Marzio, comandante della legione nella quale ha eroicamente combattuto tuo figlio, meritandosi la gratitudine mia e di tutto l’impero.» Il vecchio, pur avendo a sua volta vissuto una lunga esperienza militare, non aveva mai avuto l’opportunità di scambiare una sola parola con un così famoso generale. Fece un cenno di sottomissione con la testa, ma le salde braccia del legato gli impedirono di inchinarsi. «Marzio, la tua fama ti ha preceduto luminosa, consentendo anche ai miei occhi privi di luce di vedere le vostre gesta contro i germani, quasi fossi lì al vostro fianco, con l’arma in pugno come un tempo. Ho pregato a lungo che mio figlio non dovesse subire la mia stessa sorte, e che non venisse colpito dal nemico. Ma, dimmi, legato, dici il vero quando affermi che Giunio è un tribuno? Non menti?» Espressioni irriverenti, ma il generale seppe capire l’incredulità di un uomo costretto a vivere al buio. «Certo, buon vecchio», rispose, «ha meritato sul campo e con il suo valore diverse promozioni, fino a raggiungere i gradi più alti e sedere al mio fianco, meritandosi non soltanto il mio rispetto ma anche il mio affetto.» Le mani del padre vagarono per un istante nell’aria, incerte, prima di incontrare nuovamente il volto del figlio. A quel punto, vinto a sua volta dall’emozione e con un nodo in gola, il vecchio mormorò: «Quanto onore ci hai dato, figlio mio. Quanto orgoglio nutro per te… Tua madre… Dobbiamo andare a casa da tua madre… Non ha mai smesso di aspettarti». Entrarono in città in formazione da parata; da ogni angolo le persone spuntavano sempre più numerose, pronte a festeggiare l’evento. C’era chi chiamava a gran voce il nome di Marzio, ma, non appena qualcuno riconosceva negli abiti di un alto ufficiale il concittadino Giunio, era il suo nome a risuonare alto per le anguste vie della città di Luna. Il comandante della guarnigione locale, preoccupato per l’imprevisto movimento di truppe, si era fatto incontro al convoglio prima che raggiungesse le mura, scortato da un nutrito manipolo di uomini. Riconosciute le insegne, aveva però spronato alacremente il cavallo incontro ai combattenti tornati da tanto lontano, ansioso di organizzare un comitato di benvenuto che non lo facesse sfigurare di fronte al suo generale. Giunio aveva fatto montare dietro di sé sul cavallo il padre, che adesso si teneva aggrappato saldamente alle sue vesti in preda a una gioia incontenibile. Gli gridava senza tregua negli orecchi: «Senti come chiamano il tuo nome, senti che accoglienza? È un grande onore per un vecchio, figlio mio, un grande onore». Le truppe furono condotte fino allo spiazzo nei pressi del teatro, dove si sarebbero accampate per la notte. Poi, Marzio, Sestilio, Giunio e suo padre si diressero verso la casa di famiglia. Non appena il giovane arrestò con perizia il cavallo, il genitore pretese di precederlo. «Non vorrei», disse, «che l’immensa gioia potesse avere pericolose ripercussioni sulla salute di tua madre, figlio.» Dovette individuare a tentoni lo stipite ma, una volta all’interno, si mosse come se ci vedesse. Raggiunta la stanza dove la moglie trascorreva gran parte della giornata a cucire, non riuscì a nascondere la sua felicità. «Donna», annunciò, «credo che tu non possa immaginare chi è venuto…» Non poté finire la frase. «Giunio!» gridò la madre e, abbandonati stoffe e fili, si precipitò fuori ad abbracciare il figlio. Pianse a lungo, tenendolo stretto come se fosse ancora il bambino di tanti anni prima, accarezzandogli la testa e il viso con tanta dolcezza e amore da far comparire una punta di commozione anche negli occhi induriti da tante battaglie del generale. «Sette anni lunghissimi, figlio mio», continuava a ripetere. «Sette anni interminabili in cui ho pregato ogni giorno gli dei che ti risparmiassero il buio dell’Averno.» Quindi, staccatasi finalmente dall’abbraccio, osservò attentamente il figlio. «Come sei stanco e sciupato, figliolo, ma… ma porti le vesti di un alto ufficiale!» «È stato promosso al rango di tribuno, moglie», dichiarò il padre in tono solenne. «Nostro figlio è tribuno!» ripeté, non provando nemmeno a dissimulare l’intensa felicità. «Questo, madre», riuscì finalmente a dire Giunio, indicando il suo generale, «è il legato Marzio, accompagnato dal tribuno Sestilio.» «È un onore che un così valoroso generale visiti la nostra umile casa», rispose la donna, accennando una timida riverenza. Già stava percorrendo a una a una con la mente le stanze, timorosa che non fossero sufficientemente in ordine per ricevere due persone così eminenti. Il clima di serena felicità sembrava avere contagiato anche Marzio e l’imperscrutabile Sestilio. Finita la frugale ma squisita cena, gli uomini rimasero nel triclinio. Il padre raccontò le sue avventure di veterano nelle legioni di Giunio Domizio Nerone. Indicando le ferite alle tempie, spiegò con profonda amarezza: «L’ultimo ricordo che ho della luce del sole è accompagnato dalla visione del volto feroce di un arciere nemico, che mi sta precipitando nel buio con la sua arma». Una freccia acuminata gli aveva infatti attraversato il cranio da parte a parte, all’altezza delle tempie, lasciandolo miracolosamente in vita ma irrimediabilmente cieco. Era ormai tardi e la compagnia stava per congedarsi, malgrado la conversazione si fosse fatta sempre più piacevole, coinvolgendo tutti nel clima familiare della casa. Prima che si alzassero, il padre chiese licenza di consegnare una cosa al figlio e uscì con passo sicuro dalla sala, riapparendo dopo poco portando con sé un involto. «Figlio», disse, «tu sai quanta importanza abbiano per noi e per la nostra gente queste piccole statue. Vorrei che riposassero a fianco dei tuoi Lari nella tua casa. Abbi cura di loro e proteggile. Loro proteggeranno te.» E così detto consegnò l’involucro di paglia secca al figlio con gesti degni della solennità di un sacerdote. Giunio rimosse con cautela la paglia, anche per soddisfare la curiosità dei presenti. Alla tenue luce delle lanterne apparvero le tre stele della Luna, luminose, sfavillanti. Tre singolari figure antropomorfe, un poco tozze, con la testa in forma di luna: la prima calante e la seconda crescente; la terza rappresentava la luna piena. L’oro massiccio con cui erano costruite non mostrava il segno dei secoli, sebbene fosse molto duttile e di un colore rossastro. Quante volte le aveva viste. Quante volte ne aveva sentito raccontare la vicenda. Senza parole per l’emozione, Giunio tornò a riporle prudentemente nel loro involucro, quindi abbracciò il padre, sapendo benissimo che l’indomani lo avrebbe visto nella piazza dell’accampamento molto prima dello spuntar del sole, venuto lì per salutarlo. Improvvisamente, con il sorgere del giorno, la città di Luna si animò. Sembrava che tutti fossero scesi in strada per rendere omaggio agli eroi dell’impero in partenza per la capitale. Il convoglio aveva avuto ragione dell’impenetrabile ostilità dei monti, arrancando per superare passi impervi, inerpicandosi fin quasi ai limiti delle possibilità umane o scendendo cautamente per dirupi franosi. Sicché, adesso, la strada lastricata e pianeggiante che si trovavano davanti assomigliava ai loro occhi al placido corso di un largo fiume ove, comodamente sdraiati su di una zattera, si poteva lasciarsi trasportare dalla corrente. I blocchi di pietra del selciato erano disposti con estrema precisione, con una perfezione di intarsi tale da ricordare un mosaico. La convessità del lastricato era stata accuratamente realizzata per favorire lo scolo delle acque piovane. Quanti uomini e schiavi dovevano aver lavorato a quell’opera e alle tante altre che testimoniavano la grandezza di Roma e il suo grado di civiltà. Giunio era assorto in simili pensieri, quando sentì farsi più vicino lo scalpitare del cavallo di Marzio. «A che cosa pensi, tribuno?» gli chiese il legato. «Sono felice, generale», rispose sincero il giovane. «Sono felice di poter vedere presto Roma, di aver potuto condividere le tue vittorie e che mi sia concessa la possibilità di lavorare al tuo fianco per il bene dell’impero.» «Già», riprese Marzio. «Il bene dell’impero… Impegno tutt’altro che agevole, o privo di rischi. Nell’Urbe si fronteggiano schiere contrapposte di nemici giurati, che manovrano negli schemi di una politica ove tutto è lecito. La presenza di un militare al senato sarà tollerata, ma non certamente gradita: metterà in crisi gli equilibri preesistenti, già di per sé labili.» Così detto, Marzio fece una breve pausa, in preda a un’evidente inquietudine, ma lo sguardo curioso del suo interlocutore, ansioso di capire, lo indusse a continuare. «Sai quale credo sia l’unica vera differenza tra le nostre battaglie al fronte e la vita politica? Che in battaglia si può guardare il nemico negli occhi, mentre in politica questa facoltà non è concessa. Apparentemente tutti ti sono amici, ma nella realtà sono pronti a distruggerti con ogni mezzo. Non da ultimo, anche con un pugnale fatto vibrare da un sicario nella schiena.» Per la prima volta, dopo l’attacco dei briganti, a Giunio tornò in mente in un lampo la visione, tra le loro mani, di quelle armi forgiate nelle officine imperiali. «Quei singolari aggressori con armi romane…» mormorò, dando voce alle proprie riflessioni. Proprio in quel momento si accorse che Sestilio li aveva raggiunti come uscendo dal nulla, mettendosi a cavalcare alla sinistra di Marzio. Aveva evidentemente sentito, sembrò voler proporre una risposta logica per l’inquietante interrogativo: «Le avevano probabilmente sottratte a un nostro contingente», disse, con il tono di sufficiente onniscienza che usava spesso. I destrieri marciavano affiancati alla testa del contingente, incrociando spesso carri o uomini a piedi che si fermavano sul ciglio della strada per levare con deferente rispetto il loro saluto non appena riconoscevano le insegne di un generale. «Che cosa sono quelle statuette d’oro che ti ha consegnato tuo padre?» chiese Marzio a un tratto, dando voce a una curiosità che probabilmente nutriva dalla notte prima. «Sono la cosa più sacra della mia città, vengono tramandate da secoli e secoli di padre in figlio e gelosamente custodite. Secondo la leggenda, alla morte del primo sommo sacerdote, quelle tre figure furono scolpite nella pietra per rappresentare le fasi della luna e tutti gli inesplicabili fenomeni ad esse connessi. Successivamente le tre statue sarebbero state tumulate assieme al corpo del sacro messaggero dell’Aldilà. «Una notte Minerva sarebbe scesa nella tomba del sacerdote e lo avrebbe riportato in vita, conducendolo con sé come prezioso consigliere. Il mattino dopo le tre statue giacevano all’esterno del sepolcro; inesplicabilmente, non erano più scolpite nella rozza pietra ma in oro massiccio. «I saggi della città disposero subito un’ispezione alla tomba: i sigilli risultavano intatti, ma il corpo del sacerdote non era più lì. Fu pertanto stabilito che le stele della Luna fossero assegnate in proprietà ai discendenti del sommo sacerdote — un mio antico avo -, che la dea aveva evidentemente voluto ripagare del fatto di aver loro sottratto il corpo mortale dell’eminente antenato. «Si sostiene che siano dotate di poteri arcani e straordinari, e che sappiano salvaguardare il focolare presso cui sono conservate. In effetti, nel corso del tempo sono state sottratte diverse volte alla mia famiglia, ma, misteriosamente, sono sempre tornate di nostra proprietà.» «Speriamo possano preservare anche noi dalla sventura», commentò a mezza voce Marzio. E le sue parole manifestarono ancora una volta come fosse importante il legame che si era venuto a formare tra lui e il giovane tribuno. Sestilio mantenne un silenzio accigliato. Era roso dall’invidia, non poteva scopertamente sopportare il fatto che a lui, patrizio romano di antica stirpe, venisse preferito un qualsiasi provinciale di origini plebee. Il convoglio percorreva circa novanta miglia al giorno, accampandosi per la notte e riprendendo il cammino alle prime luci dell’alba. Secondo Giunio, quattro giorni di marcia sarebbero dovuti bastare per raggiungere la grande città imperiale, ma, quando Marzio gli rese noto il suo programma di viaggio, dovette correggere le proprie previsioni. «Faremo sosta presso la mia tenuta di famiglia a Ostia», disse una sera il legato, «in modo che uomini e animali possano riposare un paio di giorni e presentarsi in buon aspetto all’accoglienza trionfale. Nel frattempo tu, Giunio, compilerai un inventario accurato del tesoro. Insieme a Sestilio mi accompagnerai poi dall’imperatore, a cui comunicheremo il momento dell’arrivo del convoglio e la precisa consistenza del bottino, concordando con la sua augusta persona le modalità dell’ingresso in Roma.» «Di solito», considerò il giovane, «è l’intera legione a marciare in parata nelle sfilate trionfali. È dunque un grande privilegio quello che ti viene concesso, Marzio.» «È vero», riconobbe il generale, «sembra che si voglia tributare l’onore prevalentemente alla mia persona, più che all’operato complessivo delle nostre armate. Presumo che tutto questo rientri in un unico disegno, teso a ricomporre i dissidi che dividono la famiglia dei Flavii e altre legate ai Vitellii come la mia. Cercherò comunque di approfittare dell’opportunità per gettare le basi della mia candidatura al senato.» Sestilio ascoltava sempre con la massima attenzione, anche se per converso sembrava calibrare con estrema cautela e precisione le parole dei suoi interventi. «A mio umile giudizio, comandante», disse, «è opportuno che tu proceda per gradi. Tieni nel giusto conto il fatto che, qualora la tua candidatura al senato dovesse fallire, il tuo avvenire politico sarebbe segnato, o comunque limitato in partenza.» «Discendo comunque da una famiglia patrizia», replicò Marzio, «e i miei successi militari, ulteriormente amplificati dall’eco del trionfo, dovrebbero senz’altro garantirmi un seggio nella Curia.» «In politica», riprese Sestilio con i suoi soliti modi di argomentare, insinuanti ma non per questo meno convincenti, «sai benissimo che niente è scontato. Personalmente ti consiglierei di frenare l’irruenza propria di noi militari e di agire con la massima cautela. A mio modo di vedere, una tua candidatura, preparata e rafforzata da un breve periodo di esperienza politica con risultati positivi, potrebbe essere più sicura.» L’espressione di Marzio si fece pensosa; le argomentazioni del suo consigliere erano in buona misura condivisibili. Soltanto «Non era questo che pensavo, signore», precisò Sestilio. «Non intendo certamente sminuire l’eminenza della tua persona, ma non credi che essere uno dei Le sue parole stavano facendo breccia; i cenni di assenso di Marzio si andavano facendo sempre più frequenti. Quasi se ne sentisse spronato, il giovane patrizio incalzò: «La tua Così detto, Sestilio osservò di sottecchi Marzio: sapeva che le sue parole si sarebbero fatte strada nel suo spirito, arrivando a segno. A Giunio, nella sua limitata esperienza, sembrava che avessero una logica perfetta. Un anno, pensò, non è poi un periodo così lungo. Roma imperiale. Atrium Vestae. Anno 828 dalla Fondazione. [75 d.C. (N.D.T.)] Gli anni erano trascorsi lentissimi, tediosi. La vita delle vestali era di una monotonia soffocante: la cura diuturna del fuoco sacro, le preghiere nel tempio; ogni mese di giugno la meticolosa organizzazione delle Vestalia, le festività della Dea. Otto giorni durante i quali corso il Tutto ciò inframmezzato — e via via più di frequente con il crescere di Clelia e Gaia — dal dovere di partecipare a una serie di manifestazioni pubbliche, dalle cerimonie solenni ai cruenti giochi del Circo. Ma costantemente sotto lo sguardo arcigno della Vestale Massima, sempre pronta a richiamare con durezza all’ordine le giovani sacerdotesse. Clelia, ormai diciassettenne, sembrava non sapersi adattare a quel genere di reclusione; le capitava spesso di lasciar vagare la mente in confusi sogni di libertà. Le rare volte che ne aveva occasione, osservava con un doloroso senso di invidia le coetanee intente al complicato gioco dell’adolescenza, fatto di passioncelle e curiosità, per quanto futili e frivole. «Che strano», rifletteva tuttavia, «magari lo stesso sentimento lo provano loro nei miei confronti, sacra sacerdotessa di Vesta, tutta presa da gravi cure.» Singolarmente, nei momenti di più profondo sconforto, quando le sembrava impossibile continuare in quella finzione ma non osava confidare le pene del suo spirito nemmeno a Gaia, l’unica cosa che sembrava poterla consolare era il ricordo degli occhi del vecchio cristiano, così pieni di luce e di gratitudine. Pensava con quanto coraggio quell’uomo era pronto ad affrontare la morte per il suo dio e, per contro, alle difficoltà che incontrava lei nel vivere una vita vissuta sì nel nome di una divinità, ma ricca di privilegi. Dove trovavano origine, su quale misteriosa forza si basavano la tersa luminosità dello sguardo di quel vecchio, l’evidente incrollabilità della sua convinzione? Fu Gaia, un giorno, a confidarle: «Ho saputo da un edile, mio cugino, che quel vecchio Valeriano è ancora chiuso nelle segrete delle carceri, dove, contro ogni logica, sopravvive ad angustie indescrivibili, capaci di uccidere uomini ben più gagliardi e forti di lui». Clelia fece finta di non prestare grande attenzione alle parole, ma si sentì riempire di un’emozione tumultuosa e giurò a se stessa che avrebbe cercato in ogni modo di incontrare ancora una volta il vecchio. Costasse quel che costasse. Doveva sapere. Capire. Città di Ostia. Anno 830 dalla Fondazione di Roma. [77 d.C. (N.D.T.)] Giunsero in vista della città portuale quando il sole era ormai prossimo al tramonto. Gli uomini erano stanchi, ma fu ugualmente deciso di continuare la marcia fino alla dimora di famiglia del generale. I possedimenti di Marzio furono raggiunti a notte fonda e venne disposto che il campo fosse eretto su un’altura a circa mille passi dalla casa. Dalla posizione in cui si trovava, Giunio poté osservare tutto lo sviluppo del perimetro della villa: non aveva mai visto niente di simile ed era convinto che niente potesse essere più magnifico e spettacolare. Marzio si assicurò che la truppa fosse accudita dagli schiavi, accorsi in massa per salutare il ritorno del loro signore, poi chiese ai due tribuni di accompagnarlo alla villa, dove avrebbero passato la notte. L’edificio sorgeva a poca distanza dal mare ed era protetto da un alto muro di cinta costellato di garitte equidistanti tra loro. Lungo la parte anteriore, al piano terreno, correva un grande porticato che dava su di un giardino perfettamente curato. Le oltre quindici arcate sorreggevano, al primo piano, un loggiato, anch’esso aperto sul giardino, sul quale si affacciavano le stanze dell’appartamento padronale. Ai lati dell’edificio principale si estendevano orti e appezzamenti coltivati, che continuavano anche al di fuori della cinta murata. A poca distanza dalla casa padronale sorgeva il quartiere rustico dove venivano spremuti gli oli e le uve, accuditi i cavalli nelle scuderie, preparati i formaggi e immagazzinati raccolti e sementi. Ogni locale della villa, dall’impluvio al triclinio, dal peristilio all’atrio, era riccamente decorato con pitture murali e stucchi. La maggior parte dei pavimenti erano in mosaico dalle azzurre tonalità del mare. Quasi sapesse leggere i pensieri del giovane ospite e comprendesse la sua meraviglia, Marzio spiegò: «Questa è la dimora della mia famiglia. Sarà la nostra isola di tranquillità quando, una volta stabiliti a Roma, torneremo qui per rilassarci e riprenderci dalle fatiche della politica». Il fattore che curava gli interessi di Marzio durante le sue interminabili assenze manifestava apertamente la gioia di essere di nuovo al fianco del padrone. Organizzò in brevissimo tempo una cena sontuosa. La serata fu trascorsa in piacevoli conversazioni, sempre in compagnia del fattore, nei confronti del quale il padrone di casa manifestava un affetto paterno, ricambiando le sue appassionate spiegazioni circa i miglioramenti dei raccolti con racconti delle imprese militari sue e dei suoi ospiti. Soltanto a notte fonda la compagnia si ritirò nelle stanze assegnate: finalmente in un letto. Non disturbato dai rumori dell’accampamento e dal senso di attiva preoccupazione che essi sempre suscitavano nel suo spirito improntato alla disciplina militare, Giunio si svegliò molto tardi. Scese nel cortile dove era stato sistemato il tesoro, guardato a vista da venti uomini, e iniziò il non facile lavoro dell’inventario. Pur con l’assistenza di quattro uomini fidati, l’impresa richiese quasi due giorni interi. Concluso il lavoro, Giunio confrontò l’inventario appena compilato con quello redatto alla data della partenza. Rimase interdetto. Verificò il tutto una prima e poi una seconda volta. Lo stupore non poté che aumentare. Dall’ultimo carro sigillato mancavano settantacinque libbre d’oro, per un valore di circa trecentomila sesterzi. Una cifra enorme. Quando fu messo al corrente della scoperta, Marzio si informò dello stato di chiusure e sigilli, ma nel complesso cercò di minimizzare, addebitando la differenza, più che a un furto, a una trascrizione affrettata e quindi errata al momento del primo inventario. In effetti, la pur rilevante somma significava molto poco rispetto al valore dell’intero bottino, che superava i trenta milioni di sesterzi. «Ecco», disse quella sera stessa, «adesso siamo pronti per recarci al cospetto di Vespasiano.» Il mattino seguente, scortati da trenta uomini a cavallo, il legato e i due tribuni partirono alla volta della città imperiale. Nel corso di una delle tante veglie serotine attorno ai fuochi del campo, celebrando con espressione sognante le bellezze di Roma, Marzio aveva chiesto a Giunio se l’avesse mai visitata. Alla risposta negativa del giovane ufficiale, gli aveva battuto allegramente una mano su una spalla e gli aveva profetizzato: «Bene, tribuno, ti assicuro che avrai di che meravigliarti». Mai profezia avrebbe potuto corrispondere di più al vero. Tra le due strade che da Ostia portavano a Roma, il legato aveva scelto quella a sud del Tevere, molto meno ingombra di traffico di quella settentrionale, che puntava direttamente sul porto. «In questo modo», aveva spiegato, «raggiungeremo la capitale e il Foro con un notevole risparmio di tempo.» Varcate le imponenti mura della città, dopo aver superato gli accampamenti di diseredati e piccoli commercianti che soggiornavano fuori della cinta, davanti agli occhi di Giunio si presentò uno spettacolo straordinario. Un reticolo di vie, in tutto e per tutto simile a un labirinto, si snodava tra case in mattoni alte quattro o cinque piani, le insule. Se avesse perso il contatto con la sua eminente guida, non sarebbe sicuramente mai riuscito a ritrovare da solo la strada del ritorno. Non aveva mai visto niente di simile. Continuava a girarsi da una parte e dall’altra, frastornato, osservando con gli occhi sgranati la vita che si svolgeva tutto attorno a lui. Botteghe e taverne a ogni passo, zeppe di persone intente alle compere o a oziare beatamente in compagnia. Marzio cavalcava al suo fianco e, tenendo l’animale al passo, gli illustrava pazientemente le cose degne di nota: «La popolazione censita è di quasi un milione di persone», disse, «ma penso che in realtà ammonti a quasi il doppio. Per questo le strutture urbane sono in costante sviluppo, soggette a continue modifiche per rimanere al passo con le nuove esigenze della popolazione». Via via che procedevano accanto a un’interminabile sfilata di monumenti e templi, ne descrisse le origini e la destinazione. Improvvisamente si parò loro davanti un’immensa arena. Senza attendere domande e indicando i cavalli che sputavano schiuma dalla bocca e dalle nari, Marzio spiegò: «È il Circo Massimo, giovane amico. Sai bene qual è la sua destinazione prevalente. Nei suoi vari ordini di posti può ospitare quasi trecentomila persone». Fu poi la volta di un cantiere, dove si intravedevano le fondamenta di una grande struttura ellittica. «Quello è il nuovo anfiteatro voluto da Vespasiano», continuò il legato. «Sarà prevalentemente destinato ai combattimenti tra uomini. Nella valle dove adesso vedi il cantiere e sui colli Oppio e Celio che la racchiudono, Nerone, al culmine della sua follia, aveva voluto che gli venisse riservata una superficie enorme, dove aveva edificato la sua residenza, la Domus Aurea. Ho avuto modo di visitarla prima che venisse rasa al suolo nel tentativo di cancellare ogni ricordo dell’imperatore folle. Non puoi avere idea dello sfarzo sfrenato che regnava al suo interno.» Lasciati i cavalli e la scorta a poca distanza dal tempio di Venere, finalmente raggiunsero il Foro. Giunio non poté fare a meno di confrontare le strutture e le dimensioni degli edifici sacri e degli stadi che andava via via incontrando con gli unici termini di confronto a sua conoscenza: il tempio di Venere, il Foro e il teatro della città di Luna. Non era davvero possibile fare paragoni. Il movimento frenetico nella piazza del Foro si faceva ancor più caotico. Ovunque si vedeva un autentico turbinare di persone indaffarate in mille occupazioni, che passavano da questo a quell’edificio pubblico, o parlavano animatamente raccolte in piccoli crocchi, o si aggiravano sul lastricato di marmo. Il modo incantato, quasi ammaliato, in cui Giunio girava continuamente la testa, soffermandosi ad ammirare ogni cosa, aveva già suscitato più di un moto di stizza in Sestilio, che ormai lo trattava apertamente alla stregua di un campagnolo ignaro di qualsiasi uso di mondo. Giunio se ne accorse, ma non si adontò. Il giovane patrizio aveva ragione: le uniche cose grandiose che avesse mai visto erano le vette delle Alpi. Marzio, invece, sembrava orgoglioso di potergli mostrare gli splendori dell’Urbe e continuava a non lesinare le spiegazioni, qualsiasi fosse la struttura o l’oggetto che attirava lo sguardo del suo affascinato pupillo. «L’altura che vedi di fronte a noi», disse, «è il colle del Campidoglio, con i templi di Giove e Giunone. In basso, sotto il Quindi compì una rotazione completa del busto e continuò nella spiegazione: «Quello, invece, è l’arco di Augusto, fatto erigere dal senato per celebrare la restituzione delle insegne legionarie catturate dai parti. Proprio sotto quell’arco sfileremo nei prossimi giorni, e il mio nome sarà scolpito nella lapide interna, accanto a quello di tanti altri eroici condottieri». La sua voce aveva assunto toni di un’euforia che a Giunio risultava completamente nuova ma del tutto comprensibile. «All’interno di quel tempio rotondo, dedicato a Vesta, arde il fuoco sacro», proseguì, mentre dirigevano verso il Palatino. «E quelle costruzioni sono le sedi dei pubblici uffici e dei tribunali.» E finalmente, abbandonata la piazza del Foro e percorsa la via Sacra, il terzetto raggiunse la residenza dell’imperatore, sul cui monumentale ingresso dovette passare tra una lunga, doppia schiera di guardie e sottostare al controllo dei pretoriani, che procedettero alla loro identificazione e si accertarono che fossero attesi da Vespasiano, dopo di che ordinarono a due militari di condurre gli ospiti al cospetto del sovrano. Attraversarono sale sfarzose, con fontane zampillanti e colonne. Ogni cosa sembrava concepita per esaltare il potere dell’imperatore. Al centro esatto della residenza si trovava un immenso peristilio rettangolare, delimitato da un portico in marmo numidico, i cui capitelli corinzi sembravano capaci di sorreggere il mondo come Adante. Al centro spiccava una grandiosa fontana a forma ottagonale, tra i cui alti giochi d’acqua si distingueva un blocco statuario in bronzo ricoperto d’oro. Le fattezze delle divinità che lo componevano ricordarono a Giunio certi busti che aveva visto anche agli estremi confini dell’impero: vi erano raffigurati l’imperatore e i suoi figli Tito e Domiziano. Giunsero infine di fronte a una porta in bronzo, davanti a cui stazionavano due littori con i grandi fasci armati tra le braccia. Al loro arrivo si spalancò di scatto; sentirono uno schiavo annunziare con voce stentorea i loro nomi. Furono introdotti in un’immensa sala, non coperta da una volta a cupola ma con diverse capriate che sostenevano uno sterminato soffitto a cassettoni, decorato con dipinti ricorrenti dai colori tenui; nelle pareti mirabilmente affrescate dominavano invece i toni purpurei, ocra e i verdi accesi. Vespasiano imperatore sedeva in fondo alla sala, a più di quaranta passi dall’ingresso, su un trono coperto di seta arabescata; alla sua destra era assiso il collaboratore più fidato: il figlio Tito. Nella sala si trovavano altri cinque uomini, che Giunio comprese essere senatori dal laticlavio. Quante cose nuove. Persino troppe. Ricordò improvvisamente le parole del suo signore circa la diversità dei rischi che si possono correre in battaglia e nella vita politica, dove essi possono essere infinitamente più sottili e subdoli. Accolto il loro reverente inchino, l’imperatore prese subito la parola, rivolgendosi con solennità a Marzio: «Legato dell’impero», disse, «ho appreso dei tuoi valorosi successi sul Reno, che fin dai tempi del divino Augusto sembrava costituire l’estremo limite nordorientale dell’impero di Roma. Oggi, invece, grazie a te, so che così non è. Da quanto mi risulta, le legioni al tuo comando hanno ampliato i territori di Roma per centinaia di miglia, costringendo alla sottomissione popoli feroci e ribelli che costituivano una grave minaccia per la romanità. La conquista di città e territori ha già fruttato cospicui bottini, e mi risulta che ulteriori tesori mi sono recati in dono da te. Per il tuo valore, Publio Marzio, ho deciso ti venga tributato l’onore del trionfo militare, che sarà celebrato da oggi a…» — si girò verso Tito, che gli suggerì la data — «da oggi, dicevo, a dodici giorni. Così ho deciso». La faccia dell’imperatore era arrossata dallo sforzo di parlare a voce così alta, onde rendere più solenne il suo dire e farlo amplificare dalle volte della sala. La conclusione del discorso equivaleva comunque a un congedo, sicché, disciplinati, non appena Marzio ebbe consegnato nelle mani di Tito una copia delle dodici pergamene dell’inventario meticolosamente stilato da Giunio, i tre lasciarono la sala delle udienze. «Chissà», pensò il giovane, reso sfrontato dalla sua stessa ingenuità e inesperienza. «Chissà che tutto quel luccicare di gemme non addolcisca un poco la tua freddezza, divino Vespasiano. Dal canto mio», non poté trattenersi dal concludere, «sarei pronto a giurarci.» Mai avrebbe immaginato di poter provare così poco timore reverenziale al cospetto di un imperatore. Ma nella sua memoria si affollavano troppi aneddoti irriverenti sentiti raccontare nelle camerate ai margini dell’impero. Il giovane edile Vespasiano che, reo di non aver fatto pulire adeguatamente le strade dalla spazzatura, viene coperto di fango dai soldati per ordine di Caio Cesare. Il proconsole Vespasiano che, durante un viaggio in Acaia, si addormenta e russa sonoramente mentre il divino imperatore Nerone canta, suscitando la sua furibonda rabbia e cadendo in pericolosa disgrazia. L’imperatore Vespasiano che, dietro ansiosa richiesta di un cieco, gli sputa negli occhi per fargli recuperare la vista, secondo una prescrizione ricevuta in sogno da Serapide. Ma anche il rude e valoroso soldato che, infuriato, scaccia dalla propria augusta presenza un giovane prefetto, colpevole di prestare più attenzione ai profumi che al rispetto della disciplina: «Avrei preferito che puzzassi di aglio», si diceva gli avesse gridato, revocandogli il grado… Giunio si scoprì a ridacchiare, tanto da doversi portare una mano davanti alla bocca. Furono accompagnati fuori della residenza dai cinque senatori, uno dei quali, quando furono di nuovo per strada, si accostò senza ambagi al legato. «Publio Marzio», disse, «sono il senatore anziano Menenio. Consenti che ti esprima la mia gratitudine per quanto hai fatto.» Quindi, ascoltate a stento poche parole di ringraziamento dell’altro, riprese immediatamente con uno strano lucore negli occhi: «Ai miei orecchi è giunta la voce che vorresti rientrare a Roma per dedicarti alla vita politica. È vero?» Marzio sembrò disorientato dall’immediatezza della domanda; gli erano con ogni probabilità tornate alla mente le parole di Cesare: «La fama viaggia più veloce del vento, precedendo spesso gli avvenimenti». «Niente è ancora deciso», rispose finalmente, «ma non ti nascondo che mi farebbe piacere poter essere di nuovo utile alla comunità.» «Sappi, nobile generale», replicò il senatore, «che nel consesso che presiedo ci sarà sempre posto per persone del tuo valore.» Quindi alzò il braccio destro in segno di saluto e si allontanò rapido come era arrivato, accompagnato dai colleghi togati. I tentacoli della politica cominciavano evidentemente a tendersi prima ancora che l’eroe di tante battaglie combattute in nome dell’impero si fosse affacciato sul suo insidioso percorso. Sestilio aveva mantenuto un silenzio enigmatico, che ruppe tuttavia d’improvviso, mentre il terzetto stava per riguadagnare i cavalli, con una proposta singolare: «È ancora presto, mio generale; perché non ci fermiamo in qualche taverna a festeggiare l’evento?» Fatto davvero strano, per un uomo perennemente assorto nei calcoli della convenienza. Marzio scosse la testa, senza lasciar intendere i suoi sentimenti. «No», rispose seccamente. «Avremo tempo e modo di festeggiare una volta concluso il trionfo.» E senza ulteriori commenti montò la sua cavalcatura. «Be’», insistette il tribuno, «perché, allora, non conduciamo il tribuno Giunio alla tua dimora di città, in modo da potergli mostrare gli infiniti altri splendori dell’Urbe?» Giunio non poté non stupirsi del repentino cambio di atteggiamento da parte di Sestilio, che fino a quel momento era parso profondamente annoiato dallo svolgersi degli eventi, forse infastidito dallo scarso interesse rivolto alla sua persona, e che adesso invece insisteva per continuare la visita di Roma. A beneficio del giovane collega d’armi, per di più. Ancora non guastato dalle tortuose logiche della capitale, Giunio non volle prestarvi attenzione più di tanto. Attribuì il cambiamento di modi di Sestilio alla soddisfazione di essere arrivato al cospetto dell’imperatore, per di più alla presenza di un gruppo di senatori. «Va bene», concluse non meno seccamente Marzio. «Allungheremo un poco la strada e passeremo davanti all’antica dimora della mia famiglia per rientrare a Ostia lungo la via settentrionale.» E pungolò immediatamente il cavallo. Oltrepassato il Tevere su uno dei tanti ponti monumentali che lo sovrastavano, Marzio indicò a Giunio, tra molte altre ville, la casa patrizia della sua famiglia. Non sostarono tuttavia che pochi istanti, dopo di che proseguirono verso il mare incuneandosi bravamente tra il traffico commerciale diretto al porto, che, nonostante la loro perizia di cavallerizzi, frenò non poco il loro passo. Giunti in vista della villa con notevole ritardo sul previsto, la singolarità di un fatto li avvertì immediatamente che qualcosa non andava: sopra il muro di cinta non si vedeva alcuna sentinella. Li prese un gelido senso di preoccupazione. Il presentimento di una tragedia andò facendosi più concreto a mano a mano che, avvicinandosi, sempre più chiaro appariva che la casa era deserta. Anche negli orti non ferveva la solita animazione degli schiavi intenti alla cura delle coltivazioni. La spiaggia davanti alla villa era preclusa al loro sguardo da un avvallamento. Senza dire una sola parola, Marzio spronò il cavallo, immediatamente imitato dagli altri due. Superato di slancio l’avvallamento, ai loro occhi si presentò uno spettacolo di desolazione. L’accampamento mostrava tutti i drammatici segni di un assalto. Gli uomini lasciati di guardia vagavano come disorientati, brandendo armi ormai inutili. Alcuni di essi indicavano una vela all’orizzonte. Sulla spiaggia si vedevano tre carri. Le loro ruote, insabbiate, avevano evidentemente impedito agli assalitori di trafugarli. Dalle cinte di ferro che rinforzavano i cassoni appariva chiaro che erano parte dei carri del bottino. E gli altri? Un ufficiale si fece loro incontro e, confuso e concitato, riferì l’accaduto. Poco dopo la loro partenza per Roma, una flottiglia di piccole imbarcazioni da pesca aveva cominciato a incrociare nel tratto di mare davanti alla casa. Sembravano pescatori intenti a una battuta, nessuno aveva prestato loro grande attenzione; nemmeno quando si erano accostati a riva per tirare le reti. Al di là di esse era apparsa una grossa nave, con la balconata sovrastata da un grande aplustro in forma di cigno, che aveva ammainato le vele a poca distanza dalla costa. L’ufficiale era con il resto della guarnigione all’interno dell’accampamento e, come tutti gli altri uomini appostati sulla collina, si era reso conto che stava succedendo qualcosa di grave soltanto quando aveva scorto i carri aggiogati correre sulla sabbia. Si era precipitato armi in pugno verso il mare, ma troppo tardi. Abbandonati senza indugi sulla sabbia i carri insabbiati, i falsi pescatori avevano assicurato ciascuno degli altri a due barche da pesca disposte parallelamente ai loro lati. Gli oltre duecento legionari non avevano potuto fare niente di più che rimanere lì a guardare le imbarcazioni che si allontanavano con larghissima parte del tesoro destinato all’imperatore, che era stato caricato sulla nave, pronta a prendere immediatamente il largo. «Gli uomini nella villa… che sorte è toccata al corpo di guardia?» gridò Giunio, già presagendo la portata della tragedia. L’ufficiale scosse la testa, sconsolato, e la smorfia del suo viso diede conferma ai più tristi presagi. Quando raggiunsero la casa, attraverso il portale di bronzo spalancato, ai loro occhi si presentò un orribile spettacolo di morte e devastazione. Le tre sentinelle poste a guardia del muro perimetrale erano state trafitte da frecce precise, che le avevano falciate spietatamente senza lasciare loro alcuna possibilità di dare l’allarme. Gli assalitori erano dunque penetrati nella cinta, infierendo sugli altri difensori, colti completamente alla sprovvista. Erano tra i migliori uomini scelti da Giunio: il fatto che giacessero riversi e orrendamente mutilati testimoniava la crudeltà ma soprattutto l’esperienza degli assalitori. Giunio vide il suo generale inginocchiarsi accanto a un corpo coperto di sangue. Non si accorse subito che si trattava di una donna. La moglie del fattore. Poco più in là videro lo stesso fattore, trafitto da un giavellotto che, dopo averlo colpito e trapassato da parte a parte, si era conficcato profondamente in una porta di legno, inchiodandovelo ancora ritto. E adesso il fedele servitore sembrava guardarli con gli occhi sbarrati e una chiazza di sangue rappreso sul petto tutto attorno all’asta assassina. Almeno cinquanta schiavi erano stati rinchiusi, sotto la minaccia delle armi, all’interno del magazzino del grano. Altrettanti giacevano a terra accanto ai corpi dei legionari. Nel giardino della casa non c’era più traccia del tesoro dei barbari. I saccheggiatori non avevano limitato il loro scempio all’esterno della casa, ma avevano razziato tutte le stanze. Con un tuffo al cuore, Giunio si precipitò verso la cassapanca dove aveva riposto le stele d’oro della Luna, nella camera da letto che gli era stata assegnata. Quando vide che non erano più lì, la sua angoscia si fece infinita. Il loro singolare destino di scomparse e ritrovamenti sembrava volersi ripetere all’infinito. Quella notte, adempiuto al triste compito di dare sepoltura ai morti, nessuno riuscì a prendere sonno. All’alba le ultime speranze di rientrare in possesso del bottino di guerra parvero cadere. Avevano subito mandato un plotone al porto, per far salpare due navi in caccia degli assalitori, ma un messaggero rientrò alla villa riferendo che, nonostante le ricerche, quella dei predatori, pur così riconoscibile, sembrava essersi dissolta nel nulla. Le ricerche sarebbero comunque continuate per altri due giorni, ma le possibilità di individuare i fuggitivi nel mare erano ormai molto scarse. Giunio non riusciva a darsi pace; gli sembrava impossibile che gli assalitori si fossero dileguati senza lasciare traccia. Il luogo migliore per iniziare le indagini non poteva che essere il porto di Ostia: avrebbe interrogato gli equipaggi di tutte le navi in arrivo, chiedendo se avessero incrociato un vascello con un grande cigno a poppa. Chiunque lo avesse avvistato non avrebbe mai potuto scordarselo. Poco dopo già si stava aggirando tra le taverne affacciate sul molo principale, in cerca degli equipaggi in attesa di un ingaggio, ma soprattutto di quelli occupati a ritemprare con il vino le fatiche di un viaggio appena concluso. Era prostrato. La notte insonne e la tensione, unite al profondo sconforto per la perdita delle Pietre della Luna — cimelio tanto prezioso per la sua famiglia, che glielo aveva affidato -, pesavano sul suo fisico più di quanto avrebbe mai potuto immaginare. Per quanto girasse, scrutasse e interrogasse, nessuno sembrava aver incontrato gli assalitori. Sconsolato, stava per abbandonare le ricerche, quando la sua attenzione venne richiamata da due uomini in vesti dimesse, seduti a un tavolo appartato in una taverna sgangherata. Due volti alla cui vista sentì il sangue montare alla testa e le gambe, suo malgrado, piegarsi. Uno di essi era il senatore Menenio. Ascoltava con i crudeli lineamenti da falco torti in un’espressione torbidamente soddisfatta. Quanto all’altro, che parlava animatamente, non avrebbe mai potuto non riconoscerlo: era Sestilio. Giunio si nascose dietro lo spigolo scrostato della porta e rimase lì qualche istante, cercando di recuperare il fiato e la capacità di riflettere. Che cosa ci facevano in quel luogo, chiaramente mascherati sotto vesti dimesse procurate chissà dove e da chi, quei due ambigui individui? Impostesi calma e cautela, si dileguò in silenzio prima che i due si accorgessero di lui. Come comportarsi? Decise che per il momento era prematuro rendere partecipe Marzio della sua singolare scoperta: quell’incontro poteva essere frutto del caso, assolutamente nulla lo legittimava a esternare i suoi sospetti. Rientrato alla villa, apprese che il generale, prima di mettere l’imperatore al corrente dell’accaduto, aveva deciso di aspettare il rientro degli inseguitori, ma che poi, caduta anche l’ultimissima speranza di recuperare i quattro carri trafugati, aveva deciso di recarsi immediatamente a Roma per chiedere udienza a Vespasiano. L’imperatore lo ricevette senza farlo attendere. Sicuramente era già stato informato dell’accaduto, ma, sentendosi raccontare i dettagli dell’imboscata, finse ugualmente stupore. «Così vorresti dire», tuonò, «che più della metà di un bottino appartenente al popolo di Roma ti è stato sottratto per la negligenza tua e dei tuoi uomini?» Sulla sala calò un silenzio minaccioso. «Non posso accettarlo», proseguì Vespasiano. «Dispongo pertanto che il trionfo che avrebbe dovuto celebrare le tue gesta venga annullato, anche se la mia magnanimità mi impone di tenere ugualmente conto delle tue valorose imprese. Ritieniti graziato dall’accusa di alto tradimento e inchinati alla mia persona, ringraziando gli dei che mi hanno ispirato nel farti salva la vita.» Non occorreva altro. Dopo tanti anni passati al servizio di Roma, dopo interminabili battaglie e sacrifici inenarrabili, sotto sole, pioggia, tempesta e neve, dopo avere visto tanto sangue e avere versato in più occasioni anche il proprio, il legato Marzio era un uomo finito agli occhi di ogni romano. L’umiliazione che provava lo spinse a non tentare nemmeno una difesa. S’inchinò meccanicamente e abbandonò la stanza. Quando Giunio tornò alla villa, dopo aver effettuato un ulteriore, ostinato giro di indagini infruttuose al porto, né Marzio né Sestilio, che non appena informato della partenza del generale per Roma si era precipitato a seguirlo, erano ancora rientrati. Imponendosi di superare ogni scrupolo, si insinuò di nascosto nella stanza di Sestilio e rovistò con metodo tra le sue cose. Ma che cosa cercava? Che cosa avrebbe potuto trovare per dare corpo alle sue supposizioni? Perché di supposizioni si trattava, e niente di più, si ripeté più volte; probabilmente generate dalla scarsa simpatia che Sestilio manifestava apertamente per lui, dal suo tono di sufficienza, persino dal suo elegante latino di cittadino di Roma, tanto diverso dal suo, greve di inflessioni provinciali. Scuotendo la testa, scontento di se stesso, decise di smettere con quella follia. Doveva mettere da parte ogni dubbio, ogni dissapore personale; di Sestilio doveva fare un alleato nelle ricerche. Stava per mettere la mano sulla pesante maniglia della porta, quando sulla parete opposta notò una cassapanca in cui, nella concitazione del momento, non aveva guardato. Ancora una volta mise da parte gli scrupoli e l’aprì. Come aveva ispezionato tutta la camera, poteva ispezionare anche quella. Nella cassapanca aperta, come prevedibile, non vide che gli indumenti di Sestilio. Ma sul fondo, in un angolo, un lieve bagliore metallico colse il suo sguardo. Infilò la mano tra il legno e gli indumenti. Quando la ritirò, stringeva un piccolo disco di bronzo. Portatolo accanto a una finestra, lo osservò attentamente. L’effigie a rilievo che recava era una copia identica del sigillo che si vedeva sull’anello di Marzio. Che cosa poteva significare? A quale uso era destinato quel dischetto di bronzo? A ingannare quali occhi? E, se di eventuali inganni si poteva parlare, anche il mistero dell’oro mancante avrebbe forse potuto cominciare a mostrare contorni più definiti. E Sestilio poteva non essere estraneo ai due sanguinari attacchi subiti dal convoglio. Possibile? Inutile vivere di dubbi. Decise che, appena fosse riuscito a rimanere solo con Marzio, lo avrebbe informato delle sue scoperte, fossero o non fossero soltanto supposizioni. Rientrato sul far della sera, il generale gli raccontò l’esito dell’incontro con l’imperatore. Nessuno avrebbe potuto riconoscere in lui lo spavaldo condottiero, il vincitore di tante battaglie sui limiti estremi dell’impero. La sua proverbiale forza indomita, la saggezza che lo aveva fatto amare da migliaia di soldati sembravano dissolte. Purtroppo, però, fino al momento di ritirarsi ciascuno nelle proprie stanze, Sestilio non li abbandonò nemmeno per un istante, sicché Giunio non ebbe modo di esternare i suoi sospetti. D’altra parte, gli sembrava veramente poco opportuno, per non dire inutile, dare ulteriori preoccupazioni a Marzio proprio quella sera. «Domani», pensò, «avrò tutto il tempo di restare solo con lui.» All’alba, invece, fu svegliato di soprassalto da uno scalpiccio di cavalli al galoppo. Uscito dalla stanza, si affacciò al loggiato che dava sul giardino. Due pretoriani, accompagnati da dieci guardie imperiali, stavano varcando la cinta. Scese al piano inferiore per riceverli, accorgendosi che anche Marzio, inquietato dalla visita, si era a sua volta precipitato in giardino. «Chi di voi è il tribuno Giunio?» chiese uno dei pretoriani. Giunio si fece avanti e quello continuò con voce stentorea: «Abbiamo l’ordine dell’imperatore di condurti a Roma». Cercò di chiedere spiegazioni, di conoscere i motivi della convocazione, ma il pretoriano si strinse sprezzantemente nelle spalle: «Non sei convocato, tribuno, sei in arresto». Roma imperiale. Atrium Vestae. La soppressione della solenne cerimonia che avrebbe dovuto celebrare il trionfo di Marzio offrì a Clelia uno spiraglio di libertà. Chiese e ottenne di potersi recare in visita alla propria famiglia, che non vedeva da lungo tempo. Velata, irriconoscibile, si sarebbe mossa senza la scorta dei littori, così come era d’uso nelle rare occasioni non ufficiali che connotavano la vita di una sacerdotessa. Giunta in prossimità dell’ingresso del carcere, tuttavia, lo imboccò senza esitazione, scostando brevemente il velo per far riconoscere l’abito. Le guardie rimasero attonite: non soltanto una donna, ma addirittura una divina sacerdotessa chiedeva di parlare con un prigioniero. Un cristiano, per di più. «Questore», disse la giovane, rivolgendosi al più alto in grado e sfoderando come meglio poteva il tono imperativo che era prerogativa del suo stato sacrale, «la legge e gli dei mi conferiscono il privilegio di cercare di riportare quell’uomo sulla giusta via, di fargli abbandonare le sue stolte e criminali convinzioni per tornare ai nostri diletti dei e in particolare a Vesta.» Il capo delle guardie, costretto alla remissività di fronte a una tra le più alte personalità dell’impero ma anche convinto della nobiltà della missione della giovane vestale, non oppose resistenza. Clelia fu fatta entrare in una stanza buia e maleodorante, dove venne pregata di attendere che il prigioniero venisse prelevato dalle segrete e condotto lì. Nell’attesa si guardò intorno, non riuscendo a immaginare in che stato dovessero versare quelle segrete, se il fetido, buio locale in cui si trovava era la stanza di accoglienza. La porta si spalancò e una guardia spinse dentro il vecchio, richiudendo immediatamente l’uscio. Valeriano era di una magrezza spaventevole, con la barba e i capelli incolti, la pelle dei polsi e delle caviglie ridotta a un’unica piaga sanguinante nei punti dove stringevano le catene. Ma gli occhi erano tuttora pieni della luce, della fierezza e imperturbabilità che Clelia portava impresse nella memoria. La giovane allungò una mano e sfiorò il volto martoriato, senza dire una sola parola. Gli occhi del vecchio si riempirono di lacrime, le sue braccia si tesero. «Questa è la carità che ha predicato Cristo», disse. «Questo è l’amore di cui spesso non riusciamo a capire la vera natura. Ho pregato a lungo per te, vestale, perché nei tuoi occhi ho visto l’innocenza, l’amore e la misericordia propri del Gesù di Nazareth.» «Ti ho pensato», rispose lei, «ti ho pensato molto, Valeriano, ogni volta che cadevo in preda a sconforto e desolazione. Ho pensato ai tuoi occhi fieri, al tuo Dio che insegna l’amore tra gli uomini, al tuo sacrificio. E ogni volta questo è bastato perché la nebbia che avevo nell’anima si diradasse come per incanto.» Incerto, non osando toccarla con le dita sudicie e torte dai ferri, il vecchio le sfiorò il viso con grande tenerezza, replicando: «Dio saprà ricompensare il tuo operato, giovane donna. Non ti chiedo di abbandonare la strada che hai scelto o ti è stata imposta: diverresti immediatamente vittima delle inesorabili leggi delle tue divinità. Ma, qualsiasi cosa accada, promettimi che agirai sempre per il bene e nel rispetto del prossimo». «Te lo giuro, uomo di fede.» Proprio in quel momento la guardia bussò alla porta; il tempo concesso era volato. Quando il vecchio fu sgarbatamente allontanato da lei, Clelia ebbe la sensazione che le venisse strappata una parte del cuore. |
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