"Guerra eterna" - читать интересную книгу автора (Haldeman Joe)2— Benone, mettiamoci un po’ di Verso mezzanotte era arrivato un fronte d’aria calda e la neve si era trasformata in nevischio. La longarina di permaplastica pesava due quintali, ed era una rogna maledetta maneggiarla, anche quando non era coperta di ghiaccio. Eravamo in quattro, due ad ogni estremità, e trasportavamo quella trave con dita intirizzite. C’era la Rogers, con me. — Acciaio! — strillò il tipo che stava dietro di me, per spiegare che gli stava sfuggendo la presa. Non era d’acciaio, ma era abbastanza pesante per spaccarti un piede. Tutti lasciammo andare, e schizzammo via. La longarina ci innaffiò di poltiglia nevosa e di fango. — Accidenti a te, Petrov — disse la Rogers — perché non ti fai sbattere nella Croce Rossa o qualcosa del genere? Questo cazzo di arnese non è mica così pesante. — In generale, le ragazze erano un po’ più circospette di noi, in fatto di linguaggio. La Rogers invece non aveva peli sulla lingua. — Benone, muovetevi un po’, voi con la longarina… Squadra collante! Presto! Presto! I nostri due addetti al collante arrivarono di corsa, facendo dondolare i secchi. — Sbrighiamoci, Mandella. Mi si staccano le palle dal gelo. — Anche a me — disse la ragazza, con più partecipazione che logica. — Uno… due… issa! — Sollevammo di nuovo la longarina e avanzammo barcollando verso il ponte. Era già completato per tre quarti. Sembrava che il Secondo plotone sarebbe riuscito a batterci. Non me ne sarebbe importato un accidente, ma c’era il fatto che il plotone che finiva per primo il suo ponte se ne tornava indietro in volo. Per tutti gli altri, sei chilometri e mezzo di scarpinata nella palta, e niente riposo prima del rancio. Mettemmo a posto la longarina, la lasciammo cadere con un tonfo, e sistemammo le morse che dovevano tenerla fissata ai supporti. La femmina incollatrice della nostra squadra cominciò a versare il collante prima ancora che l’avessimo ben fissata. Il suo compagno stava aspettando dall’altra parte. La squadra incaricata della pavimentazione stava aspettando ai piedi del ponte: ognuno di loro teneva sopra la testa come un ombrello un pezzo di leggera, robusta permaplastica. Loro erano asciutti e puliti. Mi chiesi, a voce spiegata, che cavolo avessero fatto per meritarselo, e la Rogers suggerì un paio di possibilità colorite ma improbabili. Stavamo per ritornare a piazzarci vicino all’altra longarina, quando il comandante dell’esercitazione (si chiamava Dougelstein, ma noi lo chiamavamo "Benone"), suonò il fischietto e urlò: — Benone, soldati maschi e femmine, dieci minuti di sosta. Fumate se avete da fumare. — Si infilò la mano in tasca e fece scattare il comando che riscaldava le nostre tute. La Rogers e io ci sedemmo sull’estremità della longarina, e io tirai fuori il mio portaerba. Avevo un mucchio di sigarette d’erba, ma ci avevano ordinato di non fumarle prima del rancio serale. L’unico tabacco che avevo era un mozzicone di sigaro lungo otto centimetri. Lo accesi sul fianco della scatola: non era poi troppo cattivo, dopo le prime due o tre boccate. La Rogers ne tirò una boccata anche lei, tanto per mostrarsi socievole, ma fece una smorfia e me lo restituì. — Andavi a scuola quando ti hanno arruolato? — mi chiese. — Già. Avevo appena preso un diploma in fisica. Volevo prendere l’abilitazione all’insegnamento. Lei piegò la testa, pensierosa. — Io studiavo biologia… — Calza col tipo. — Schivai una manciata di fanghiglia. — Fin dove sei arrivata? — Sei anni. Maturità scientifica e poi specializzazione tecnica. — Fece strisciare uno stivale per terra, rivoltando una palata di fango e di neve impoltigliata che aveva la consistenza di latte condensato semigelato. — Perché cazzo mai doveva capitare una cosa simile? Io alzai le spalle. Quella frase non aveva bisogno di una risposta, men che meno della spiegazione che continuava a darci la FENU: l’élite intellettuale e fisica del pianeta che partiva per difendere l’umanità dalla minaccia dei taurani. Merda di soia. Era solo un grosso esperimento, per vedere se riuscivamo a indurre i taurani a impegnarsi in qualche azione al suolo. "Benone" suonò il fischietto con due minuti d’anticipo, come del resto era da prevedere, ma la Rogers, io e gli altri due addetti alla longarina riuscimmo a starcene seduti ancora per un minuto, mentre le squadre collante e pavimentazione finivano di coprire quella che avevamo già piazzata. Si gelava in fretta, a starsene lì seduti con le tute spente, ma restammo inattivi per una questione di principio. In realtà non aveva nessun senso, farci addestrare al freddo. Era la tipica logica sfasata dell’esercito. Sicuro, ci sarebbe stato freddo, dove ci mandavano, ma non un freddo da neve o da ghiaccio. Quasi per definizione, un pianeta portale restava sempre a un grado o due dallo zero assoluto — dato che le collapsar non irradiano — e se senti un brivido di gelo vuol dire che sei un uomo morto. Dodici anni prima, quando io avevo dieci anni, avevano scoperto il balzo tra le collapsar. Lancia un oggetto contro una collapsar a velocità sufficiente, e l’oggetto ti schizza fuori in qualche altra parte della galassia. Non c’era voluto molto tempo per calcolare la formula che prediceva dove sarebbe uscito: l’oggetto viaggia lungo la stessa "linea" (che in realtà è una linea geodetica einsteiniana) che avrebbe seguito se non ci fosse stata di mezzo la collapsar, fino a quando non arriva a un altro campo di collapsar, e allora ricompare, respinto con la stessa velocità con cui si era avvicinato al primo campo. Tempo impiegato nel viaggio tra le due collapsar… esattamente zero. Questo aveva comportato un sacco di lavoro per i fisici matematici, che erano stati costretti a ridefinire la simultaneità, e poi a fare a pezzettini la relatività generale e a ricostruirla daccapo. E aveva reso felici gli uomini politici, perché adesso potevano spedire a Fomalhaut un’astronave carica di coloni, spendendo meno di quanto costasse una volta spedire un gruppetto di uomini sulla Luna. C’era una quantità di gente che gli uomini politici preferivano vedere su Fomalhaut, a realizzare una gloriosa avventura, anziché a fomentare guai in patria. Le astronavi erano sempre accompagnate da una sonda automatizzata che le seguiva a una distanza di qualche milione di chilometri. Sapevamo tutto dei pianeti portale, pezzettini di detriti cosmici che turbinavano intorno alle collapsar: la funzione della sonda consisteva nel ritornare indietro a informarci, nel caso che un’astronave fosse andata a sbattere contro un pianeta portale a 0,999 della velocità della luce. Una catastrofe di questo genere non era mai capitata, ma un brutto giorno una sonda era ritornata indietro da sola, zoppicando. I dati erano stati analizzati, ed era saltato fuori che l’astronave dei coloni era stata inseguita da un altro veicolo spaziale ed era stata distrutta. Il fattaccio era successo dalle parti di Aldebaran, nella costellazione del Toro, latino Taurus, ma poiché "Aldebaraniani" era un po’ lungo da pronunciare, i nemici erano stati battezzati "Taurani". A partire da quella volta, le astronavi dei coloni si erano messe in viaggio protette da una scorta armata. Spesso la scorta annata si metteva in viaggio da sola, e alla fine il Gruppo Colonizzazione venne abbreviato in FENU, Forza Esplorativa delle Nazioni Unite. Con l’accento su Forza. Poi qualche genio dell’Assemblea Generale aveva deciso che bisognava piazzare un’armata di fanti e fare la guardia ai pianeti portale delle collapsar più vicine. E questo portò alla Legge per la Coscrizione Elitaria del 1996, e alla creazione dell’esercito più elitario in tutta la storia della guerra. E perciò adesso noi eravamo lì, cinquanta uomini e cinquanta donne, con quoziente d’intelligenza superiore a 150, e fisico dotato di salute e di forza fuori del comune, a trascinarci elitariamente nel fango e nella neve impoltigliata del Missouri centrale, a meditare sull’utilità della nostra bravura nel costruire ponti su mondi dove l’unico fluido che si può trovare è qualche pozzanghera stazionaria di elio liquido. |
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