"La prima indagine di Montalbano" - читать интересную книгу автора (Camilleri Andrea)treMimì Augello c’inzirtò e ci sbagliò. C’inzirtò in quanto alle dimensioni della, diciamo accussì, nova vittima, ci sbagliò invece in quanto non si trattava di una pecora. La matina di lunedì 13 ottobriro, Fazio s’arricampò in commissariato con la novità, che poi non era per niente una novità, che era stata ammazzata una capra. Solito colpo di pistola in testa, solito bossolo, solito pizzino. CONTINUO A CONTRARMI Nisciuno dei presenti sciatò, nisciuno s’azzardò a fare una battuta spiritosa. Nella cammara del commissario aleggiò un silenzio denso e perplesso. «Ci sta arriniscendo e come!» fece Montalbano decidendosi a parlare per primo. D’altra parte, gli attaccava: era lui il capo. «A che?» spiò Augello. «A farsi pigliare sul serio.» «Io l’ho pigliato sul serio subito» disse Mimì. «Bravo, vicecommissario Augello. La proporrò per un encomio solenne al signor Questore. Contento?» Mimì non replicò. Quanno il commissario era d’umore accussì agro, la meglio era di starsene con la vucca chiusa. «Sta cercando di farci sapere qualche altra cosa, oltri a tenerci al corrente dello stato della sua contrazione» ripigliò doppo tanticchia Montalbano. Parlava a mezza voce pirchì più che altro stava ragionando con se stesso. «Da che lo capisci?» «Ragiona, Mimì, se non ti viene troppo difficile. Se voleva farci sapere solo che si stava contraendo, qualisisiasi cosa significa per lui contrarsi, non aveva bisogno di correre da un posto all’altro di Vigàta e dintorni ammazzando ogni volta un armalo diverso. Perché cangia armalo?» «Forse le lettere iniziali di…» azzardò Augello. «Ci ho già pensato, PPCC o MPCC ti significa cosa?» «Potrebbe essere la sigla di un gruppo o di un movimento eversivo» azzardò timidamente Fazio. «Ah, sì? Fammi un esempio.» «Che so, dottore. Dico la prima cosa che mi passa per la testa. Per esempio, potrebbe essere Partito Popolare Cristiano-Comunista.» «E tu pensi che ci sono ancora comunisti rivoluzionari? Ma fammi il piacere!» lo liquitò sgarbato Montalbano. Calò altro silenzio. Augello s’addrumò una sigaretta, Fazio si fissò sulla punta delle scarpe. «Astuta la sigaretta» gli ordinò il commissario. «Pirchì?» spiò sbalordito Mimì. «Pirchì mentri tu te la stavi a fissiare a Magonza…» «Ad Amburgo ero.» «Dove eri, eri. Insomma, mentri tu eri fora da questo nostro bel paese, un ministro s’è svegliato una matina e si è preoccupato per la nostra salute. Se vuoi continuare a fumare, te ne vai a fare due passi strata strata.» Santiando tra i denti, Mimì si susì e niscì dalla cammara. «Posso andarmene?» spiò Fazio. «Chi ti tiene?» Rimasto solo, tirò un lungo respiro di soddisfazione. Si era sfogato per l’umore nivuro che quel cretino che andava ammazzando armali gli aveva fatto viniri. Era passata un’orata scarsa che per tutto il commissariato rimbombò la voce di Montalbano. «Augello! Fazio!» Si precipitarono. A solo taliare in faccia il commissario, Augello e Fazio si fecero persuasi che qualche ingranaggio si era messo in moto dintra al so’ cirived- dro. Stava infatti facendo una specie di surriseddro. «Fazio, lo sai il nome del proprietario della capra ammazzata? Aspetta, se lo sai fammi solo segno di sì con la testa, non parlare.» Fazio, strammato, calò ripetutamente la testa. «Vuoi vedere che indovino come comincia il cognome del proprietario? Comincia con la lettera «Giusto» sclamò Fazio ammirato. Mimì Augello fece una breve e ironica battutina di mano e doppo spiò: «Hai finito di fare giochi di prestigio?» Montalbano non gli arrispunnì. «E ora ripetimi i cognomi dei proprietari degli altri animali» disse invece rivolto a Fazio. «Ennicello, Contrera, Contino, Ottone: il proprietario della capra, quello che abbiamo detto ora ora, si chiama Stefano Ottone.» «Ecco!» gridò Mimì. «Ecco che?» spiò Fazio imparpagliato. «E quello che ha scritto» gli spiegò Augello. «Hai detto giusto, Mimì» fece Montalbano. «Con le iniziali dei cognomi ci sta scrivendo un altro messaggio. E noi sbagliavamo a pinsari che il messaggio lo stava componendo con gli armali ammazzati.» «Ora mi spiego pirchì!» fece Fazio. «Spiegalo macati a noi questo pirchì.» «Nella casLizza dei pensionato al quale ha ammazzato il cane, c’rano macari due capre. E io stamatina mi spiai perché non tosse tornato dal signor Contino invece di andare a sdirruparsi a venti chilometri di distanza per cercare un’altra capra. Ora ho capito. Gli abbisognava un cognome che principiava con la vocali «Che possiamo fare?» intervenne Augello. Il suo tono era tra il nirbuso e l’angosciato. Macari Lazio taliò il commissario con gli occhi di un cane che voli l’osso. Montalbano allargò le braccia. «Non possiamo aspettare che spari a un uomo per intervenire. Perché la prossima volta, ne sono più che pirsuaso, ammazzerà a qualcuno» insistette Mimì. Montalbano allargò nuovamente le braccia. «Io non capisco come fai a startene accussì calmo» fece, provocatorio, Augello. «Perché non sono tanto fissa come a tia disse frisco frisco il commissario. «Vuoi chiarire?» «Prima di tutto, chi ti dice che sono calmo? Poi: me lo spieghi tu che minchia possiamo fare? Costruiamo un’arca come Noè, ci mettiamo dintra tutti gli armali e aspettiamo che l’omo venga ad ammazzarne uno? Terzo: non è detto, non è scritto da nessuna parte che la prossima volta spara a un omo. Lui ammazzerà un cristiano solo alla fine del messaggio. Fino ad ora ha scritto la prima parola, che è “ecco”. La frase evidentemente non è finita. Non sappiamo quanto sarà lunga, quante parole ci vorranno. Vi consiglio di armarvi di santa pacienza.» La matina di lunedì 20 di ottobriro, Montalbano, Augello e Fazio si trovarono in commissariato alle sett’albe e senza che si erano dati appuntamento. A vederseli davanti a quell’ora di primo matino a momenti a Catarella gli pigliò il sintòmo. «Che fu, ah? Che successe, ah? Che capitò, ah?» Ebbe tri risposte diverse, tri farfantarìe. Montalbano disse che non aviva chiuso occhio per una forti acidità di stomaco, Mimì Augello spiegò che aviva dovuto accompagnare al trino un amico so’ che era venuto a trovarlo, Fazio che era stato obbligato a nesciri presto per accattare l’aspirina a so’ mogliere che aviva tanticchia di fevri. Ma di comune accordo lo mandarono a pigliare tri cafè ristritti dal bar vicino ch’era già aperto. Vivuto il cafè in silenzio, Montalbano s’addrumò una sigaretta. Augello aspettò che tirasse la prima vuccata e quindi diede il via alla sua privata vendetta. «Ah ah!» fece agitando un indice ammonitore. «E che gli conti al signor ministro se capita qua e ti vede?» Santiando, Montalbano niscì dalla cammara e si mise a fumare sulla porta del commissariato. Al terzo tiro, sentì squillare il telefono. Tornò dintra con la velocità di una palla allazzata. E si vennero a trovare tutti e tri contemporaneamente, Montalbano, Fazio e Augello, a voler trasire in quel vero e proprio pirtuso ch’era l’ingresso del centralino che a sua volta era un vano tanticchia più granni di un ripostiglio per le scope. Principiò una specie di lotta a spallate. Atterrito per l’irruzione, Catarella si fece erroneamente pirsuaso che quei tri ce l’avessero con lui. Lasciò cadere la cornetta che stava sollevando, si susì di scatto con gli occhi sbarracati, si addossò con le spalle alla parete e, le mani isate in alto, gridò: «Mi arrenno!» Montalbano si impadronì d’autorità del microfono. «Qui parla il…» Venne interrotto da una voce fimminina acutissima, isterica. «Pronto! Pronto! Cu è ca palla?» «Qui parla il…» «Di subito accurrite! Rompitivi l’osso del coddro e accurrite!» «Per caso, signora, le ammazzarono un qualichi armalo?» La domanda imparpagliò la fìmmina. «Eh? Di quali armalo palla? Che è, ‘mbriacu di prima matina?» «Mi scusi, declini le sue generalità.» «Ma comu palla, chistu?» «Nome, cognome, indirizzo.» A conclusione della disagiata conversazione telefonica, si capì che la signora De Dominici Agata, abitante in contrada Cannatello, “propiu allatu allatu alla funtaneddra”, era scantata a morti per via che il marito Ciccio era nisciuto di casa armato di fucile per andare a sparare a tale Armando Losurdo. «Accriditimi: se lo dici, lo fa.» «Ma perché gli vuole sparare?» «E chinni sacciu? Chi lu veni a cuntari a mia, me’ maritu, ‘u pirchì?» «Vai a dare un’occhiata» ordinò Montalbano a Fazio. Fazio niscì murmuriartdosi e, a sua volta, ordinò a Galluzzo, che era appena arrivato in commissariato, di andare con lui. La signora Agata De Dominici, cinquantina sicca sicca che pariva la personificazione della caristìa, appena vitti i due addecise d’abbattersi in lagrime sul petto capace di Galluzzo. Contò ai due esausti rappresentanti della legge (contrada Cannatello si trovava allo sdirrupo, avevano dovuto farsi tri quarti d’ora di strata a piedi pirchì con la machina non ci si arrivava) che il marito, nisciuto di casa alle cinco e mezza del matino per badare alle vestie, era rientrato deci minuti doppo che pariva addivintato pazzo, una stampa e una figura con Orlando, quello dell’òpira dei pupi, aviva i capiddri dritti in testa, santiava che manco un turco arraggiato, dava tistate al muro. Lei gli andava appresso addimandandogli che era capitato, ma lui pariva addivintato surdo, non ci dava risposta. A un certo momento si mise a fare voci che lui stavolta ad Armando non gliela faciva passari in cavallaria, ci sparava, quant’era veru ’u Signuruzzu. E difatto aveva pigliato il fucile che teneva a capo di letto ed era nuovamente nisciuto. «Stavolta l’incastro gli danno! Non nesci cchiù dal càrzaro! Pi sempri si consumò!» «Signora, prima di parlare d’ergastolo» intervenne Fazio, che aveva la testa di tornare al più presto al commissariato, «ci dica chi è questo Armando e dove abita.» Risultò che Armando Losurdo era un tale che aviva qualiche sarma di tirreno in parte confinante con quello di De Dominici e non passava jornata che i due non si facessero una sciarriatina, ora uno tagliava i rami di un àrbolo all’altro con la scusa che invadevano il suo campo, ora l’altro s’impadroniva di una gallina che aveva casualmente sconfinato e se la faciva a brodo. «Ma lei, signora, lo sa che è successo stavolta?» «Non lo saccio! Non me lo disse!» Fazio si fece spiegare dove abitava Armando Losurdo e partì, sempre a piedi, con appresso Galluzzo che la signora Agata aviva continuato ad abbrazzare vagnandogli la giacchetta di lagrime e mòccaro che le colava dal naso. Quanno arrivarono sul posto, si vennero a trovare dintra a una scena di pillicola miricana di cobbois. Dall’unica finestra di una casuzza rustica, qualichiduno tirava revorbarate contro un viddrano cinquantino, chiaramenti Ciccio De Dominici, che, appostato darrè un muretto, ricambiava con fucilate le revorbarate sparate dalla finestra. Troppo occupato nel duello, De Dominici non si addunò dell’arrivo alle sue spalle di Fazio che gli satò addosso arriniscendo macari, quando quello si voltò, a mollargli un gran cazzotto nella panza. Mentri tentava di ripigliare sciato, Fazio l’ammanettò. Intanto Galluzzo faceva voci: «Polizia! Armando Losurdo, non sparare!» «Non mi fido! Jativìnni o sparu macari a vui!» «Siamo della polizia, stronzo!» «Giuralo sulla testa di tua matri!» «Giura» gli ordinò Fazio, «altrimenti qua facciamo notte.» «Ma siamo pazzi?» «Giura e non scassare!» «Giuro sulla testa di mia madre che sono un poliziotto!» Mentri dalla casuzza veniva fora Losurdo con le mani isate, Fazio spiò a Galluzzo: «Ma tua madre non è morta da tri anni?» «Sì.» «E allora pirchì la facevi tanto longa?» «Non mi pareva giusto.» Appena De Dominici vide comparire Losurdo, con un ammuttuni si liberò di Fazio e, ammanettato com’era, si lanciò a testa vascia, una specie d’ariete, contro il suo nemico. Uno sgambetto di Galluzzo l’atterrò. Intanto Losurdo gridava: «Non lo saccio che gli pigliò a questo pazzo! S’appostò e accominzò a spararmi. Io nenti gli feci! Lo giuro sulla testa di me’ matri!» «Ma quest’omo è amminchiato con le teste delle madri!» commentò Galluzzo. De Dominici si era intanto messo agginocchiuni, ma la raggia che aviva era tanta che non ce la faceva a parlare, le parole gli si affollavano nella vucca, gliela attuppavano e si trasformavano in bava. La faccia gli era addivintata di colore viola. «U sceccu! U sceccu!» arriniscì finalmente a dire con voci lamentiosa, a un passo dal pianto. «Ma quali sceccu?» gridò Losurdo. «U me’, grannissimo cornuto!» E poi, rivolto a Fazio e a Galluzzo, spiegò: «Stamatina lo trovai a u me’ sceccu! Mortu spara- tu! Un colpo in testa! E fu iddru, stu garrusu e figliu di buttana, ad ammazzarimìllu!» Alle parole “un colpo in testa”, Fazio s’appara- lizzò, appizzando le orecchie. «Fammi capire» spiò lentamente a De Dominici, «ci stai dicendo che stamatina hai trovato il tuo asino ammazzato con un colpo in testa?» «Sissi.» Sparì, letteralmente, alla vista di Galluzzo, De Dominici e Losurdo che impietrirono, come se era passato quell’angelo che dice “ammè” e ognuno resta accussì com’è. «Pirchì scappò?» spiarono contemporaneamente De Dominici e Losurdo. Fazio arrivò alla casuzza di De Dominici sudato e senza sciato. Lo sceccu stava ancora attaccato con una corda a un àrbolo nelle vicinanze, ma era stinnicchiato ’n terra, ammazzato. Un filo di sangue gli nisciva da un’orecchia. Trovò subito il bossolo, praticamente tra le zampe della vestia, e, a occhio, gli parse uguale ai precedenti. Ma del biglietto non c’era traccia. Mentri stava a circarlo nei paraggi, capace che il vinticeddro di primo matino se l’era portato appresso, a una finestra della casuzza s’affacciò la signora De Dominici. «L’ammazzò?» spiò con voce potente. «Sì» arrispunnì Fazio. E si scatinò l’iradiddì, il quarantotto, il virivirì. «Aaaaaaahhhhhh!» ululò la signora De Dominici scomparendo dal vano della finestra. Macari a distanza, Fazio percepì il botto del corpo che cadiva ’n terra. Si mise a curriri, trasì nella casuzza, acchianò una scala di ligno, trasì nell’unica cammara sopraelevata che era quella di letto. La signora De Dominici stava sutta la finestra, sbinuta. Che fare? Fazio le si agginocchiò allato, le diede due schiaffetti leggeri: «Signora! Signora!» Nenti, nisciuna reazione. Allura scinnì la scala, andò al focolare, pigliò un bicchiere, lo inchì da un bummolo, risalì, assuppò d’acqua il fazzoletto, lo passò e lo ripassò sulla faccia della fìmmina continuando a chiamarla: «Signora! Signora!» Finalmenti, come piacì a Dio, quella raprì l’occhi e lo taliò. «L’arristastivu?» «A chi?» «A me’ marito.» «E perché?» «Ma comu? Non ammazzò ad Armando?» «No, signora.» «Allura pirchì mi disse sì?» «Ma io pinsavo che lei m’addumannava dello sceccu!» «Quali sceccu?» Mentri s’avventurava in una complessa spiegazione dell’equivoco, Fazio, dalla finestra, vitti arrivare a Galluzzo con De Dominici e Losurdo. Per evitare che I due si pigliassero a botte, Galluzzo li aviva ammanettati e li faciva caminare a cinco passi di distanza l’uno dall’altro. Lasciò perdiri la signora, che del resto pariva essersi ripresa benissimo, e raggiunse il trio. Coll’aiuto dei due viddrani e di Galluzzo arriniscì a spostare la carcassa dell’asino. Sutta c’era un pizzi- no di carta a quadretti. MI CONTRAGGO ANCORA |
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