"La prima indagine di Montalbano" - читать интересную книгу автора (Camilleri Andrea)

due

Aveva dormito bene, per tutta la nottata una friscanzana leggera e danzante che veniva dalla finestra aperta gli aveva puliziato i purmuna e i sogni. Si susì dal letto, andò in cucina a prepararsi il cafè. Aspittando che colasse, niscì sulla verandina. Il cielo era netto, il mare piatto e come ripassato di colore fresco. Qualichiduno lo salutò da una barca, rispose isando un vrazzo. Ritrasì, versò il cafè in un cicarone da latte, se lo scolò, addrumò la prima sigaretta della jornata senza pinsari a nenti, la terminò, andò sutta la doccia, s’insaponò coscienziosamente. E appena l’ebbe fatto, capitarono due cose nello stesso momento: finì l’acqua del serbatoio e squillò il telefono. Santiando, rischiando di sciddricare a ogni passo per il sapone che gli colava dal corpo, corse all’apparecchio.

«Dotori, lei di pirsona pirsonalmente è?»

«No.»

«Domando pirdonanza, non è con l’abitazione del dotori e comisario Montalbano che io sto per parlando?»

«Sì.»

«E alora chi è che pigliò il posto suo di lui?»

«Arturo sono, il fratello gemello.»

«Davero?!»

«Aspetti che le chiamo Salvo.»

Era meglio babbiare accussì con Catarella piuttosto che farsi il fìcato una pesta per l’improvisa mancanza d’acqua. Tra l’altro il sapone, asciucandosi, principiava a fargli chiurito.

«Pronto, Montalbano sono.»

«La sapi una cosa, dotori? Proprio la stisa pricisa identifica voci di suo fratelo gimelo Arturo tiene!»

«Capita tra gemelli, Catarè. Ma perché parli accusì?»

«Acusì comu, dotori?»

«Per esempio, dici dotori invece che dottori.»

«Aieri a sira me lo dise uno milanise di Torino che qua avemo la tinta bitudine di parlari metendoci due cose, come si chiamano, ah ecco, consonatazioni.»

«Vero è. Ma a te che ne fotte, Catarè? Macari I milanesi di Torino fanno gli sbagli loro.»

«Maria santissima, dottori, un piso dal cori mi allevò! Difficile assà mi avveniva di parlari tinendomi accussì!»

«Che volevi dirmi, Catarè?»

«Tilifonò Fazio che mi disse di tilifonarle che hanno sparato al signor Tani. Lui sta per arrivando qua.

« L’hanno ammazzato?»

«Sissi, dottori.»

«E chi è questo Tani?»

«Non ci lo saprei diri, dottori.»

«Dov’è successo?»

«Non lo saccio, dottori.»

In bagno teneva una riserva d’acqua in una tanica. Ne versò la metà nel lavabo, meglio non consumarla tutta, chissà quando si sarebbero degnati di ridarla, l’acqua, a fatica arriniscì a scrostarsi il sapone vetrificato. Lasciò il bagno sporco, una vera fitinzìa, sicuramenti la cammarera Adelina gli avrebbe mandato mortali gastìme e sentiti agùri di mala annata.

Arrivò in commissariato contemporaneamente a Fazio.

«Dov’è avvenuto l’omicidio??»

Fazio lo taliò ammammaloccuto.

«Quale omicidio?»

«Quello di un certo Tani.»

«Gli disse accussì Catarella?»

«Sì.»

Fazio principiò a ridere prima chiano poi sempre più forte. Montalbano si squietò, macari pirchì sentiva un chiurito insistente in quella parte del corpo sulla quale si era assittato per guidare. E non gli pariva cosa decente dare, alla parte, una furiosa grattata. Si vede che non era arrinisciuto a liberarsi di tutto il sapone impiccicato.

«Se vuoi essere così cortese da mettermi a parte…»

«Mi scusasse, dottore, ma è troppo bella! Ma quale Tani e Tani! Io dissi a Catarella di riferirle che avevano ammazzato a un cani!»

«È stato il solito?»

«Sissignore.»

«Un colpo di pistola e via?»

«Sissignore.»

«Oggi è il 6 ottobre, no? Questa pirsona travaglia seguendo una scadenza settimanale e sempre nella nottata compresa tra la domenica e il lunedì» commentò il commissario trasendo nel suo ufficio.

Fazio s’assittò in una delle due seggie davanti alla scrivania.

«Il cane aveva un padrone?»

«Sissi, un pensionato, Carlo Contino, un ex impiegato del municipio. Ha una casuzza in campagna con l’orto e qualche armalo. Una decina di galline, qualche coniglio. Lui stava dormendo, è stato arrisbigliato dal colpo di pistola. Allora si è armato e…»

«Di cosa?»

«Un fucile da caccia. Ha il porto d’armi. Ha visto subito il cane morto e un attimo dopo ha sentito il rumore di una macchina che partiva.»

«Ha capito che ora era?»

«Sissi, ha taliato il ralogio. Era la mezzanotte e trintacinque. Mi ha contato che ha passato il resto della nottata a chiàngiri. Ci era assà aftezzionato, al cane. Poi, quando si è fatto giorno, è venuto qua. E io sono andato con lui a vedere.»

«Ha qualche idea?»

«Nessuna. Dice che non riesce a capacitarsi perchè gli hanno ammazzato il cane. Lui sostiene di non avere nemici e di non avere mai fatto torto a nisciuno.»

«La casa di questo Contino è nei paraggi dell’allevamento della volta passata?»

«Nonsi, e esattamente dalla parte opposta.»

«E rispetto al ristorante?»

«Macari lontano dal ristorante è.»

«Hai ritrovato il bossolo?»

«Sissignore, eccolo qua.»

Era identico agli altri due.

«A trovare il biglietto invece stavolta ci ho messo tanticchia più tempo. Il venticello di stanotte l’aveva portato lontano.»

Lo pruì al commissario. Solito quarto di foglio di carta quadrettata, solita biro.


CONTINUO A CONTRARIMI


«Bih, che grandissima camurrìa» sbottò Montalbano,  «quanto minchia di tempo ci mette ‘sto stronzo a finire di contrarsi?»

Trasì in quel momento Mimì Augello, frisco, sbarbato, elegante. Si era fatto una misata di vacanza in Germania, ospite di una picciotta di Amburgo che aveva la ‘stati avanti accanosciuto alla pilaja.

«Ci sono novità?» spiò assetandosi.

«Si» arrispunni secco Montalbano. «Tri omicidi.»

Quanno lo vedeva accussì arriposato e sorridente, al commissario gli smorcava il nirbuso e Mimì gle faceva ‘ntipatia.

«Minchia!» reagì Augello alla notizia saltando letteralmente dalla seggìa.

Poi, taliando in faccia gli altri due, si fece pirsuaso che c’era qualichi cosa di strammo.

«Mi state babbiando?»

Fazio si mise a taliare il soffitto.

«In parte sì e in parte no» disse il commissario.

E gli contò tutta la facenna.

«Questo non è uno scherzo» fece Mimì alla conclusione restando mutànghero e pinsoso.

«Mi dispiace solo che stavolta ha ammazzato un armalo che né io né Fazio ci possiamo mangiare» disse Montalbano.

Augello lo taliò.

«Ah, tu la pigli accussì?»

«E come la dovrei pigliare?»

«Salvo, quello va a crescere.»

«Non ti ho capito, Mimì.»

«Mi riferisco alle dimensioni delle…»

Si fermò, imparpagliato. Non gli pariva giusto chiamarle vittime.

«… degli armali. Un pesce, un pollo, un cane. La prossima volta, vedrete, ammazzerà una pecora.»


Venniridì 10 ottobriro il commissario stava assittato nella verandina che si era appena appena mangiato una caponatina da primo premio assoluto, quanno il telefono sonò. Erano le dieci di sira e Livia, come al solito, spaccava il secondo.

«Ciao, amore, eccomi qua puntuale. A che ora arrivi domani?»

Glielo aveva promesso a Livia, il mese avanti, che in ottobriro avrebbe potuto passare un sabato e una domenica con lei a Boccadasse. Anzi, nella telefonata della sera prima le aviva detto che, essendo tornato Mimì dalle vacanze, si sarebbe potuto trattenere macari il lunedì. Allora perché gli venni ci fatto di rispondere come rispose?

«Livia, mi devi scusare, ma temo proprio di non riuscire a liberarmi. Mi è capitato che…»

«Zitto!»

E calò un silenzio che parse tagliato con un colpo di mannaia.

«Non è per una questione di lavoro, credimi» ripigliò lui doppo tanticchia, coraggiosamente.

Voce di Livia proveniente dalle parti della Groenlandia del nord.

«Che ti è successo?»

«Ti ricordi di quel dente che mi doleva? Bene, mi è tornato all’improvviso un dolore che …»

«Sono io il dente che ti duole» fece Livia.

E riattaccò.

Montalbano s’infurio. Va bene, le aveva contato una farfantarìa, ma metti che il malo di denti ce l’avesse avuto pi davero, era quello il modo di rispondere di una fìmmina innamorata? A uno che arraggia per il duluri? Ma almeno una parola di compatimento, Christo santo! Tornò ad assittarsi nella verandina spiandosi pirchì aviva detto a Livia che non sarebbe più andato a trovarla. Fino a un secondo prima era deciso a partire, poi quelle parole gli erano nisciute dalla vucca accussì, senza controllo, senza che se ne rendeva conto. Un attacco incontrollato di lagnusìa, vale a dire un’irresistibile voglia di non fare nenti, standosene a tambasiare casa casa in mutande?

No, provava veramente gana di aviri Livia allato a lui, sentirla vivere, sentirla respirare nel letto addrummisciuta, sentirla trafichiare, sentirla ridere, sentire la sua voce che lo chiamava dalla spiaggia o dall’altra cammara.

E allura pirchì? Una botta di sadismo, come spisso o capita tra innamorati? No, non era cosa che apparteneva alla natura so’. Possibile che aviva fatto una cosa senza senso, irrazionale?

Lontano, al limite dell’udibilità, un cane abbaiò.

E tutto ’nzèmmula fiat lux! Eccola, la spiegazione! Assurda, certo, ma indubbiamente era quella. Un attimo prima di andare al telefono e rispondere a Livia aviva sintuto lo stesso abbaìo di cane. F dintra di sé, a livello quasi inconscio, aviva capito che era venuto il tempo di occuparsi seriamente della facenna del pisci, del pollo e del cani assassinati. Le frasi scritte su quei pizzini di carta quatrittata contenevano certamente una minaccia oscura, indecifrabile, ma reale. Cosa sarebbe capitato quando quel pazzo avrebbe finito, come diceva lui, di contrarsi? E inoltri quel verbo, contrarsi, in che senso andava pigliato?

Andò a taliare sull’elenco il numero della “Sirenetta”, lo fece.

«Il commissario Montalbano sono. C’è il signor Ennicello?»

«Glielo chiamo subito.»

Il ristorante doveva essere pieno. Si sentivano voci animate, risate di màscoli e fìmmine, scruscio di posate e bicchiera, le note di un pianoforte, una voce fimminina che cantava.

“Al momento del conto vi voglio!” pinso Montalbano.

«Commissario, sempre agli ordini!»

Aveva la voce allegra, Ennicello, gli affari dovivano andargli bene.

«Mi scusi se l’ho disturbata. Le telefono a proposito del pesce dell’altro giorno…»

«Qua da noi lo mangiò? Non era fresco?»

Mangiare alta “Sirenetta”! Manco sutta tortura!

«No, mi riferivo a quel muletto che hanno sparato nella…»

«Ancora di quella passata si ricorda commissario?»

«Non dovrei?»

«Ma quello certamente uno scherzo fu! Vede, nel  primo momento mi preoccupai, ma dopo, riflettendoci a mente fridda, mi feci pirsuaso che era stat tutta una babbiata…»

«Una babbiata pericolosa, non crede? Poteva, che so, passare la vigilanza notturna, accogersi di un estraneo armato nel ristorante…»

«Ha ragione, commissario. Però, vede, per fare uno scherzo che arrinesci bene qualcosa bisogna rischiare.»

«Eh già.»

«Senta, commissario, ho il ristorante pieno e…»

«Ancora una domanda e la lascio tornare ai suoi clienti. Signor Ennicello, secondo lei del tipo di pesce da ammazzare fu voluta o casuale?»

Ennicello dovette strammare.

«Non ho capito, commissario.»

«Le rivolgo la domanda in un altro modo. Mi spiega come fece quell’uomo a tirare for a dalla vasca il muletto?»

«Non tirò fora il solo muletto, dottor Montalbano. Col coppo pigliò tri pesci. Scelse quello forse perchè era il più grosso di tutti.»

«E lei come fa a sapere che pigliò tri pesci?»

 «Perché quella mattina stessa trovai nella vasca macari una tinca e una trota morte.»

«Sparate?!»

«No, per asfissia, per mancanza d’acqua: secondo me, quello ha svacantato il coppo sull’erba e ha aspettato che i pesci morissero. Gli sarebbe venuto difficile tenerli in mano mentri erano vivi. Poi ha pigliato il muletto e ha rigettato gli altri due nella vasca.»

«In altri parole, ha fatto una scelta. Secondo lei ha pigliato il muletto perché era il più grosso, ma le ragioni potrebbero essere altri, non le pare?»

«Commissario, come faccio a sapere quello che passa per la testa a un…»

«Un’ultimissima cosa. A che ora ha chiuso il risto­rante la sera avanti del fatto?»

«Io chiudo sempre, per i clienti, a mezzanotte e mezza.»

«E il personale per quanto si trattiene?»

«Ancora un’orata, pressappoco.»

Ringraziò, riattaccò. Quindi, munito di un foglio e di una biro, tornò ad assittarsi nella verandina. Scrisse:


Lunedì, 22 settembre = pesce

Lunedì, 29 settembre = pollo


Gli venne da ridere, pareva un menu.


Lunedì, 6 ottobre = cane


Perché sempre nelle prime ore del lunedì? Per il momento, meglio sorvolare. Scrisse le iniziali di ogni armalo ammazzato.


PPC


Non aveva senso. E non aveva manco senso se alla p di pesce sostituiva la c di cefalo.


CPC


E meno che mai se alla c di cefalo sostituiva la m di muletto.


MPC


Gli venne un pinsero goliardico: l’unico significato che poteva dare a quelle tri consonanti messe in fila era:


MANCO P’O’ CAZZO

Appallottolò il foglio, lo gettò a terra, si andò a cor­care più confuso che pirsuaso.

Mentri Montalbano s’arramazzava nel letto per arrinèsciri a pigliari sonno doppo una mangiata quasi industriale di sarde a beccafico, l’omo, nella sua cammara granni tutta tappezzata da scaffalature stracome di libri e la cui unica splàpita luce era data da un lume da tavolo, isò l’occhi dal libro antico e preziosa­mente rilegato che stava leggendo, lo chiuse, si levò gli occhiali, si appoggiò allo schienale della poltrona di ligno. Restò qualche minuto accussì, passandosi di tanto in tanto due dita sull’occhi che gli abbrusciavano. Doppo, con un sospiro funnuto, raprì il cascione destro della scrivania. Dintra, in mezzo a carte, gom­me da cancellare, chiavi, vecchi timbri, fotografie, c’era la pistola. La pigliò, estrasse il carricatore va­cante. Circò con la mano ancora più a fondo sempre nello stesso cassetto, trovò la scatola delle cartucce, la raprì. Ne restavano otto. Sorrise, bastavano e superchiavano per quello che aviva in mente di fare. Intro­dusse una sola cartuccia nel carricatore, una sola, co­me sempre faciva, rimise a posto la scatola, chiuì il cascione. La pistola se l’infilò nella sacchetta destra della giacca sformata. Tastiò la sacchetta di mancina: la torcia era al suo posto. Taliò il ralogio, si era già fatta la mezzanotti. Per arrivare al posto stabilito sicura­mente ci sarebbe voluta un’orata, il che veniva a si­gnificare che avrebbe potuto agire all’ora giusta. Si rimise gli occhiali, stracciò un rettangolino di carta da un quaderno a quadretti, ci scrisse supra con una biro, si mise il pizzino nel taschino della giacchetta. Appresso si susì, andò a pigliare l’elenco telefonico, lo sfogliò fino alla pagina che l’interessava. Doviva essiri più che sicuro che l’indirizzo era quello giusto. Doppo raprì la carta topografica che teneva a portata di mano sulla scrivania, controllò il percorso da fare partendo dalla so’ casa. No, forse ci avrebbe messo qualichi cosa di più che un’orata. Meglio. Andò alla finestra, la raprì. Una vintata fridda lo pigliò in piena taccia, lo fece arretrare. Non era cosa di nesciri col solo vistito. Quanno montò in machina aviva un impermeabili pisanti e un cappello nivuro.

Mise in moto ma doppo qualichi rantolo il motore si fermò. Riprovò. Stesso risuitato. Riprovò ancora e il motore ancora s’arrefutò. Si sentì sudare. Se la machina si era definitivamente scassata, tutto quello che aviva in testa di fare non poteva essere fatto. E allura? Saltare l’avviso di quel lunedì? No, sarebbe stato un gesto di slealtà e lui non poteva, proprio per sua natura, commettere slealtà. Non restava che rimandare, ricominzare daccapo. Ma se fossero scaduti i termini? Sarebbe riuscito a compiere l’eccezionale impresa di contrarsi? Perso era. Riprovò, dispirato, e stavolta il motore, doppo qualichi colpo di tosse, s’addecise a partire.