"Babel-17" - читать интересную книгу автора (Delany Samuel)

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— Mocky, aiutami!

— Rydra? — Il dottor Markus T’mwarba sollevò di scatto la testa dal cuscino. Nell’oscurità, il volto di lei spiccava al centro del rettangolo luminoso sopra il letto. — Dove sei?

— Qui sotto, Mocky. Ti prego, devo parlarti.

Il suo viso agitato scivolava da una parte all’altra dello schermo, cercando di evitare il suo sguardo. Lui strizzò gli occhi a quel bagliore, poi li riaprì lentamente. — Vieni di sopra.

Il viso di Rydra scomparve.

Lui annaspò con una mano verso il pannello di controllo e una soffice luce invase la sontuosa camera da letto. Respinse la coperta dorata, appoggiò i piedi sul morbido tappeto di pelliccia e raccolse una tunica di seta nera dalla colonna di bronzo cesellato. Se la gettò sulla schiena, e il tessuto biologico si distese lentamente sulle spalle modellandosi intorno al torace. Sfiorò di nuovo il pannello al centro della grande cornice rococò e sulla parete si aprì uno sportello di alluminio. Una caffettiera fumante e una caraffa di liquore scivolarono verso di lui.

Un altro gesto fece gonfiare le poltrone sul pavimento. E mentre il dottor T’mwarba si girava verso il cubicolo dell’ingresso, questo mandò un leggero scricchiolio e due ali di mica scivolarono nelle pareti, lasciando entrare Rydra con il fiato mozzo.

— Caffè? — Le chiese lui, e spinse la caffettiera che, sostenuta dal campo di forza, veleggiò verso di lei.

— Mocky, lui… io…?

— Bevi il tuo caffè.

Lei ne riempì una tazza, ma la fermò a mezza strada dalle labbra. — Niente sedativi?

— Crème de cacao o Crème de café? — Lui le mostrò due piccoli bicchieri. — A meno che tu non ritenga anche l’alcol un sedativo. Oh, deve essere rimasto ancora un po’ di salsiccia e fagioli della cena. Ho avuto gente.

Lei scosse il capo. — Solo cacao.

Il bicchiere seguì la caffettiera lungo il fascio. — Ho avuto una giornata veramente spaventosa. — Unì le mani. — Non ho potuto lavorare per tutto il pomeriggio, a cena avevo ospiti che volevano discutere a tutti i costi e che dopo essersene andati mi hanno sommerso di chiamate. Mi ero infilato a letto dieci minuti fa. — Le sorrise. — Com’è andata la tua serata?

— Mocky, è… è stato terribile.

Il dottor T’mwarba sorseggiò il suo liquore. — Bene. Altrimenti non ti avrei perdonato di avermi svegliato.

Lei si sforzò di sorridere. — P…posso sempre e…contare sulla tua c…comprensione, Mocky.

— Tu puoi contare su di me per il buon senso e per qualche persuasivo consiglio psichiatrico. Comprensione? Mi dispiace, ma non dopo le undici e mezzo di sera. Ora siediti. Cosa è successo? — Un movimento della mano fece spuntare dietro a Rydra una comoda poltrona. L’orlo le sfiorò le gambe e lei sedette. — Ora smettila di balbettare. Hai superato per sempre questo stato quando avevi quindici anni. — La sua voce era gentile e sicura.

Rydra mandò giù un altro sorso di caffè. — Il codice, ricordi il codice sul quale stavo lavorando?

Il dottor T’mwarba si abbassò verso una larga amaca di pelle e si spinse indietro i capelli bianchi che gli cadevano sulla fronte, ancora arruffati dal sonno. “Ricordo che ti era stato chiesto di lavorare su qualcosa per conto del governo. E che tu non ne sembravi molto soddisfatta.”

— Appunto. E… bene, non è stato il codice… che fra l’altro è una lingua… ma quello che è successo questa sera. Io… io ho parlato con il generale Forester, è successo… voglio dire, è successo ancora, e io lo sapevo!

— Sapevi che cosa?

— Come l’ultima volta, io sapevo quello che lui stava pensando!

— Leggevi nella sua mente?

— No. No, era come l’ultima volta! Io sapevo, da quello che lui stava facendo, quello che lui era sul punto di dire…

— Hai già tentato di spiegarmelo un’altra volta, ma ancora non capisco cosa sia successo, a meno che tu non stia parlando di una specie di telepatia.

Lei scrollò con furia il capo.

Il dottor T’mwarba fissò attentamente la punta delle sue dita e si spinse indietro con le spalle. Improvvisamente Rydra cominciò a parlare con voce piatta:

“Ora incomincio ad avere una chiara idea di quello che stai dicendo, mia cara, ma devi cercare di spiegarlo ancora con le tue stesse parole. Era questo che stavi per dire, non è vero, Mocky?”

T’mwarba inarcò le bianche estremità delle sue sopracciglia.

— Sì. Era proprio questo. E dici di non aver letto nella mia mente? Me lo hai dimostrato almeno una dozzina di volte.

— Io so quello che tu stai per dire; e tu non sai quello che io sono sul punto di dire. Non è giusto! — Fu quasi sul punto di alzarsi dalla poltrona.

Poi, insieme, dissero: — È per questo che sei un’ottima poetessa.

E solo lei proseguì: — Lo so, Mocky. Un poeta estrae dalla propria testa le cose che danno vita alle sue poesie e le presenta alla gente nella speranza che tutti le possano capire. Ma non è questo che io faccio negli ultimi dieci anni. Sai quello che faccio? Io ascolto le persone che mi circondano, mi immergo nei loro mezzi pensieri e nelle sensazioni mutilate che non riescono ad esprimere. Questo mi ferisce profondamente. Così vado a casa e lucido queste sensazioni, le levigo, le rendo raffinate con l’aggiunta di un metro ritmico e le faccio scintillare finché non mi feriscono più. Questa è la mia poesia. Io conosco ciò che la gente vuole dire, e lo dico al posto loro.

— La voce della tua epoca — mormorò T’mwarba.

Lei disse qualcosa di irripetibile e abbassò la testa. Quando la rialzò, c’erano delle lacrime sulle sue palpebre inferiori. — Quello che io voglio dire, quello che io vorrei esprimere, è… — Di nuovo scosse lentamente il capo. — Non riesco a dirlo.

— Se vuoi continuare a essere una poetessa, dovrai farlo.

Lei annuì. — Mocky, fino all’anno scorso io non sapevo neppure di scrivere le idee di qualcùn altro. Pensavo che fossero le mie.

— Ogni giovane scrittore che valga qualcosa deve passarci attraverso. È così che imparerai a servirti della tua arte.

— Ma adesso io ho qualcosa da dire che è soltanto mia. Non sono tutte le solite cose che pensano gli altri, abbellite ed esposte in maniera originale. E non sono soltanto violente contraddizioni di quello che loro pensano e dicono, ma sono cose nuove, e io sono spaventata a morte.

— Tutti i giovani scrittori che incominciano a maturare provano queste sensazioni.

— È facile ripeterlo, Mocky. Ma per me è difficile dirlo.

— Bene, questo significa che lo stai imparando proprio ora. Perché non mi racconti esattamente come funziona questo tuo… processo di conoscenza?

Lei rimase silenziosa per una decina di secondi. — Va bene. Tenterò ancora. Appena prima di lasciare il bar, stasera, stavo fissando lo specchio e il barista che mi era venuto vicino mi ha chiesto se c’era qualcosa che non andava.

— Aveva sentito che eri turbata?

— Non aveva “sentito” un accidente. Stava guardando le mie mani. Le avevo appoggiate all’orlo del banco e mi stavano diventando bianche per la tensione. Non c’era bisogno che fosse un genio per capire che qualcosa andava storto.

— I baristi sono molto sensibili a questo tipo di segnali inconsci. Fa parte del loro mestiere. — Finì lentamente il suo caffè. — Così le tue dita stavano diventando bianche? Che cosa ti aveva detto il generale, oppure cosa non ti aveva detto, dopo essere stato sul punto di farlo?

Sulla guancia di Rydra un muscolo sussultò due volte, il dottor T’mwarba si chiese se quel gesto fosse dovuto semplicemente al suo nervosismo.

— È un uomo vivace, un po’ duro, ma piuttosto efficiente — spiegò lei. — Probabilmente non è sposato, e ha alle spalle una carriera militare che giustifica la sua insicurezza in certi momenti. Dev’essere sui cinquanta. È entrato nel bar dove avevamo appuntamento e ha socchiuso per un attimo gli occhi nel vedermi; teneva le braccia rigide lungo i fianchi, ma ho visto che le sue dita si torcevano mentre rallentava il passo per avvicinarsi a me. Poi gli ultimi tre passi li ha fatti quasi di corsa, e mi ha stretto la mano come se temesse che la mia potesse spezzarsi.

Il sorriso di T’mwarba si tramutò in una risata. — Si è innamorato di te!

Lei annuì.

— Ma perché ciò dovrebbe sconvolgerti? Penso che dovresti invece sentirtene lusingata.

— Oh, lo ero! — Rydra si sporse in avanti. — Io ero lusingata. E potevo anche seguire il corso dei suoi pensieri. Una volta, mentre lui stava tentando di concentrarsi sul codice, Babel-17, gli ho anche detto quello che lui stava pensando, solo per lasciargli capire che ero così vicina a lui. Ed è stato allora che mi sono accorta che lui prendeva in considerazione la possibilità che io leggessi nella sua mente.

— Aspetta un momento. Questa è la parte che non capisco. Come facevi a sapere esattamente quello che lui pensava?

Rydra appoggiò il viso al palmo di una mano. — Me lo ha confermato lui. Io gli ho detto qualcosa a proposito delle informazioni che mi servivano per decifrare la lingua, e lui non voleva darmele. Ho insistito che senza di esse non avrei potuto proseguire il mio lavoro, e che il problema era semplice. Lui allora ha sollevato il capo per una frazione di secondo… per evitare di scuoterlo negativamente. Se avesse scosso il capo e contemporaneamente stretto le labbra, cosa pensi che avrebbe voluto dire?

Il dottor T’mwarba sospirò. — Che non era così semplice come tu pensavi?

— Esatto. Ma lui ha fatto un altro gesto, senza muovere le labbra. Cosa significava quello?

T’mwarba scrollò il capo.

— Ha evitato quel gesto perché ha collegato il fatto che non si trattava per nulla di una faccenda così semplice alla mia presenza in quel posto. Quindi, per reazione, ha sollevato il capo.

— Qualcosa come: Se fosse così semplice, non avremmo bisogno di voi — suggerì alla fine T’mwarba.

— Perfetto. Ora, mentre lui alzava la testa, c’è stata una brevissima esitazione a mezza strada. Capisci che cosa significava?

— No.

— Se fosse così semplice… ecco la pausa… se solo fosse così semplice, noi non avremmo mai cercato il vostro aiuto. E io gliel’ho detto; poi lui ha irrigidito la mascella…

— Per la sorpresa?

— … Sì. È stato allora che si è chiesto per un secondo se io non avessi letto nella sua mente.

Il dottor T’mwarba si agitò inquieto sull’amaca. — È troppo esatto, Rydra. Tu mi stai descrivendo un saggio di lettura muscolare, tecnica che può benissimo essere accurata e rivelatrice, specialmente se si conosce l’area logica sulla quale sono puntati i pensieri del soggetto. Ma è ancora troppo esatto. Cerca di ritornare indietro al motivo che ti ha sconvolta. Il tuo pudore è stato offeso in qualche modo dalle attenzioni di questo… rude spaziale?

Lei si distese sulla poltrona senza mostrare nessuna traccia di modestia oltraggiata. Il dottor T’mwarba si mordicchiò nervosamente un labbro e si chiese se in quel momento lei lo capisse.

— Non sono più una bambina — mormorò Rydra. — E comunque, lui non stava pensando a nulla di male. Te l’ho già detto, mi sentivo lusingata dai suoi pensieri. E quando gli ho fatto quello scherzetto, cercavo solo di fargli capire che gli ero vicina. Pensavo davvero che lui fosse affascinante. E se fosse stato in grado di vedere chiaro in me come facevo io in lui, si sarebbe accorto che le sue attenzioni non mi spiacevano affatto. Solo quando se ne è andato…

T’mwarba sentì la voce di Rydra farsi più dura.

— … quando se ne è andato, il suo ultimo pensiero è stato: “Lei non ne sa nulla. Non le ho detto nulla”.

I suoi occhi si incupirono… no, le palpebre si erano socchiuse e i suoi occhi sembravano più neri del solito. Tmwarba lo aveva già visto succedere migliaia di volte, da quel giorno in cui gli avevano condotto una magra bambina artistica di dodici anni che doveva essere sottoposta a neuroterapia. A quella aveva fatto seguito una psicoterapia, e in seguito era nata l’amicizia. La meticolosità di osservazione di Rydra si era puntata su di lui, prima che sugli altri, e quella era stata la prima volta che lui era riuscito a comprendere la meccanica del fenomeno. Solo quando la terapia era stata ritenuta chiusa ufficialmente la sua sorprendente capacità aveva avuto campo libero per mettersi alla prova, e solo allora lui aveva potuto studiarla più da vicino. Cosa significava quell’incupirsi dello sguardo se non un cambiamento? Lui sapeva perfettamente di presentare innumerevoli punti nella sua personalità che lei sapeva leggere come un microscopio. Ricco com’era, dedito a una certa vita mondana, aveva conosciuto parecchie persone non certo inferiori a lei come reputazione. E quella reputazione non gli aveva mai suscitato alcun timore. Ma spesso lei ci riusciva.

— Pensava che io non avessi capito. Pensava di non avermi detto nulla. E io mi sentivo furiosa. Ero ferita. Tutte le incomprensioni che legano il mondo e tengono separata ogni persona dalle altre si erano radunate intorno a me e si agitavano come serpenti, aspettavano che io le districassi, le spiegassi, e io non potevo. Non conoscevo le parole adatte, la grammatica, la sintassi. E…

Qualcosa di strano stava succedendo sul suo viso orientale dagli occhi obliqui, ed egli si sforzò di afferrare quella cosa. — Sì?

— … Babel-17.

— Quella lingua?

— Sì. Conosci quella che io chiamo la mia “abilità”?

— Quando interpreti subito il senso di una lingua straniera?

— Be’, il generale Forester mi ha detto che il materiale in mio possesso non costituisce un monologo, ma un dialogo, cosa che prima non sapevo. Questo coincideva con certe sensazioni che avevo avuto. Mi pareva quasi di poter distinguere dove le voci cambiavano, e allora…

— Ne hai compreso il significato?

— Molto più che non questo pomeriggio. Ma c’è qualcosa ih questa lingua che spaventa molto di più me del generale Forester.

Lei fece di sì con la testa.

— Cosa?

Il muscolo sulla guancia di Rydra si agitò di nuovo. — Per prima cosa, io credo di sapere dove avverrà il prossimo incidente.

— Incidente?

— Sì. Il prossimo sabotaggio che stanno preparando gli Invasori, sempre che si tratti davvero di loro, cosa di cui non mi sento molto sicura. Ma la lingua stessa… è… strana.

— In che modo?

— È piccola — cercò di spiegare lei. — Compatta. Unita… questo non significa nulla per te? In una lingua, voglio dire?

— Concisione? — chiese il dottor T’mwarba. — Ho sempre pensato che fosse un’ottima qualità, per una lingua parlata.

— Sì — e la sibilante affermazione si trasformò in un respiro affrettato. — Mocky, ho paura!

— E perché?

— Perché sono sul punto di tentare una cosa, e non so se ne sarò capace.

— Se il tuo tentativo è meritevole, non dovresti avere paura. Di che cosa si tratta?

— L’ho deciso quando mi trovavo ancora nel bar, ma ho pensato che prima avrei dovuto parlarne con qualcuno. E questo voleva dire che l’unica persona alla quale potevo rivolgermi eri tu.

— Avanti.

— Voglio risolvere da sola questa faccenda di Babel-17.

T’mwarba inclinò il capo, senza dire nulla.

— Devo farlo, per trovare chi parla questa lingua, e sapere da dove proviene, e che cosa sta cercando di dire.

Lui spostò la sua testa dall’altra parte.

— Per quale motivo? Be’, molti libri di testo dicono che una lingua è un meccanismo per l’espressione dei pensieri. Ma la lingua stessa è pensiero. Il pensiero costituisce l’informazione e la forma che essa si sceglie. La forma concretizza una lingua, e la forma di Babel-17 è… sorprendente.

— Che cosa ti sorprende in questa lingua?

— Mocky, quando si impara un’altra lingua, si impara il modo in cui un altro popolo vede il proprio mondo, l’universo intero.

Lui annuì.

— E quando io guardo questa lingua, incomincio a vedere… troppo.

— Mi sembra molto poetico.

Rydra scoppiò a ridere. — Questo lo dici sempre per riportarmi con i piedi sulla terra.

— Il che non devo fare troppo spesso. I buoni poeti tendono a essere pratici, e aborrono il misticismo. — T’mwarba fece una pausa. — Va bene. Ma ancora non capisco come conti di risolvere il mistero di Babel-17.

— Vuoi davvero saperlo? — Le mani di Rydra scivolarono sulle ginocchia. — Acquisterò un’astronave, metterò insieme un equipaggio e mi recherò sulla scena del prossimo incidente.

— Questo va bene, hai la licenza per la guida interstellare. Ma puoi affrontare la spesa?

— Il governo mi sovvenzionerà.

— Oh, perfetto. Ma perché vuoi farlo?

— Conosco almeno una mezza dozzina di lingue degli Invasori. Babel-17 non ne fa minimamente parte. Non è neppure una delle lingue dell’Alleanza. Voglio trovare chi la parla… soprattutto perché voglio trovare chi, o che cosa, nell’universo pensa secondo questi schemi. Pensi che ci riuscirò, Mocky?

— Bevi un’altra tazza di caffè — le consigliò lui, e risospinse verso di lei la caffettiera. — Questa è una buona domanda. Ci sono molti fattori da considerare. Tu non sei certo la persona più stabile di questo mondo, ma possiedi quello speciale tipo di psicologia adatto al controllo di una ciurma spaziale. I tuoi documenti, se ben ricordo, sono stati il risultato di quel tuo… ehm, bizzarro matrimonio, un paio di anni fa. Ma finora ti sono serviti soltanto con equipaggi automatici. Per un viaggio di questo tipo, non dovresti ricorrere a personale dei Trasporti?

Lei annuì. — Sia mio padre sia mia madre appartenevano ai Trasporti. Lo sono stata anch’io fino all’embargo.

— È vero. Supponi che io ti dica: “Sì, penso che ce la farai”. Cosa faresti?

— Ti risponderei “grazie”, e partirei domani.

— E ora supponi che io ti dica che vorrei una settimana di tempo per esaminare i tuoi psico-indici con un microscopio, mentre tu te ne staresti buona buona nel mio appartamento a riposare, senza avere contatti con nessuno: cosa faresti?

— Ti direi “grazie”, e partirei domani.

T’mwarba sogghignò. — Allora perché mi fai perdere tempo?

— Perché… — Rydra alzò le spalle. — Perché domani sarò occupata e non avrò il tempo per salutarti.

— Oh! — La smorfia si sciolse subito in un sorriso.

E T’mwarba ricordò per l’ennesima volta l’episodio della gracula indiana.

Rydra, tredicenne, magra e sgraziata, era entrata di corsa attraverso la tripla porta della serra, con quella nuova cosa chiamata sorriso che ora aveva imparato a far nascere sulle labbra. E lui si sentiva ogni volta paternamente orgoglioso di quel gracile corpicino accanto al suo, che gli era stato affidato solo sei mesi prima e che ora ritornava a essere quello di una ragazzina allegra. Una ragazzina dai capelli ancora corti e dagli scoppi di ira immotivati, ma piena di curiosità e di carezze per i due porcellini d’India che aveva soprannominato Zolletta e Zollettino. Il sole penetrava nella sala dal soffitto trasparente, e attraverso le larghe pareti di vetro si poteva ammirare il giardino. Lei gli aveva chiesto:

— Quello che uccello è, Mocky?

E lui, sorridendo alla bambina chiazzata di sole nei suoi pantaloncini bianchi e nell’inutile maglietta, aveva risposto: — È una gracula. Prova a dirle ciao. Ti risponderà.

Il grande occhio nero era morto come un chicco d’uva, con appena una punta di spillo di luce nell’angolo della cornea. Le piume scintillavano al sole e il becco aguzzo come un ago riposava semiaperto sulla lingua. Rydra aveva inclinato il capo per fissare l’uccello negli occhi, e aveva sussurrato: — Ciao?

Il dottor T’mwarba lo aveva addestrato per due settimane, nutrendolo con vermi freschi, per fare una sorpresa a Rydra. L’uccello si era chinato a fissarla dalla sua spalla sinistra e aveva gracchiato: — Ciao, Rydra, fuori è una bella giornata e io sono felice.

Un urlo.

E del tutto inaspettato.

Lui aveva pensato che la bambina si sarebbe messa a ridere. Ma il viso di Rydra era sconvolto, e la bambina agitava le braccia contro qualcosa che non c’era, vacillando all’indietro finché non era caduta. Lui era subito corso a sollevare la piccola e isterica figura dal pavimento, mentre la voce gracchiante dell’uccello sovrastava ancora i suoi lamenti che si spegnevano: — fuori è una bella giornata e io sono felice.

T’mwarba aveva già assistito prima ad acuti attacchi di quel genere, ma questo lo aveva scosso come nessun altro. Quando lei era stata in grado di parlare, più tardi, aveva detto solamente, fra le labbra ancora bianche: — Mi ha fatto paura!

E la cosa sarebbe finita lì, se tre giorni dopo quel dannato uccello non si fosse liberato per andare a impigliarsi nell’antenna a rete che lui e Rydra avevano installato insieme nel giardino per consentire alla bambina di ascoltare le comunicazioni iperstatiche delle astronavi da trasporto in quel settore della galassia. L’uccello si era impigliato con un’ala e una zampa nelle maglie, e dibattendosi aveva cominciato a urtare contro un cavo elettrico scoperto, facendo schizzare scintille visibili anche alla luce del giorno. — Dobbiamo tirarlo fuori! — aveva gridato Rydra. Teneva le dita premute contro la bocca e i suoi occhi non lasciavano per un solo istante la gracula, e lui l’aveva vista impallidire sotto l’abbronzatura. — Ora me ne occupo io, tesoro — le aveva detto lui. — Tu cerca di non pensarci.

— Ma se colpisce ancora un paio di volte quel filo, morirà!

Lui l’aveva sentita appena, perché era corso dentro a cercare una scala. Al suo ritorno, si era immobilizzato. Rydra si era arrampicata su per l’alberello di catalpa fino all’altezza del filo. Quindici secondi più tardi lui la osservava sporgersi di lato, ritirare la mano, tentare di nuovo di raggiungere le nere penne scarruffate. Lui sapeva maledettamente bene che Rydra non aveva nessuna paura dei cavi scoperti; in pratica li aveva installati da sola. Un’altra pioggia di scintille. Allora Rydra si sporse con maggiore decisione. Un minuto dopo stava correndo attraverso il cortile, stringendo l’uccello arruffato all’estremità di un braccino teso. Il suo viso sembrava essere stato immerso in un bagno di calce.

— Prendilo tu, Mocky — aveva sussurrato con un filo di voce da dietro le labbra tremanti — prima che dica qualcosa e io mi senta male.

Così anche adesso, a tredici anni di distanza, qualcos’altro le stava parlando, e lei diceva di essere spaventata. Lui sapeva fino a quale punto potesse giungere la sua paura, ma sapeva anche con quanto coraggio lei fosse in grado di affrontarla.

Le disse: — Arrivederci. Sono contento che tu mi abbia svegliato. Mi sarei infuriato come un galletto colto di sorpresa da un acquazzone se tu non fossi venuta.

— Tocca a me ringraziarti, Mocky — disse lei. — Ho ancora molta paura.