"Guerra eterna" - читать интересную книгу автора (Haldeman Joe)8Le due settimane di addestramento intorno a Base Miami ci costarono undici vite. Dodici, se contate anche Dahlquist. Credo che dover passare il resto della tua vita su Caronte, senza una mano e senza le due gambe, sia più o meno come morire. Foster fu schiacciato da una frana e Freeland ebbe un’avaria allo scafandro che lo fece congelare prima che avessimo il tempo di portarlo dentro. Quasi tutti gli altri erano tipi che non conoscevo altrettanto bene. Ma ci dispiacque per tutti. E quelle morti sembravano solamente spaventarci, anziché indurci alla prudenza. E poi via, nell’emisfero buio. Un apparecchio ci portò là a gruppi di venti e ci scaricò accanto a un mucchio di materiale da costruzione, graziosamente immerso in uno stagno di elio II. Adoperammo i grappini per tirar fuori il materiale dallo stagno. Non è prudente andarci dentro a guado, perché quella roba ti si arrampica addosso ed è difficile capire cosa ci sia sotto: potresti mettere un piede su un lastrone di idrogeno e non avere la fortuna occorrente. Io avevo proposto che cercassimo di far evaporare lo stagno con i nostri laser, ma dieci minuti di fuoco concentrato non bastarono ad abbassare decentemente il livello dell’elio. E non bolliva neanche: l’elio II è un "superfluido", e quel po’ d’evaporazione che c’era, avveniva regolarmente, su tutta la superficie. Niente punti più caldi, e quindi niente bollicine. Non dovevamo usare le luci, per "non venire avvistati". C’era il chiarore delle stelle, in abbondanza, con il trasformatore d’immagini alzato al logaritmo di tre o di quattro, ma ogni fase d’amplificazione comportava una perdita dei dettagli. Al logaritmo di quattro il paesaggio appariva come un rozzo quadro monocromatico, e non riuscivi a leggere i nomi sugli elmi degli altri, a meno che non fossero proprio davanti a te. Comunque, il paesaggio non era molto interessante. C’era una mezza dozzina di crateri di media grandezza aperti dalle meteore (tutti esattamente con lo stesso livello di elio II) e una vaga impressione di piccole montagne appena oltre l’orizzonte. Il terreno accidentato aveva la consistenza d’una ragnatela gelata: ogni volta che posavi il piede, sprofondavi di un centimetro, con uno scricchiolio sinistro. Finiva per darti ai nervi. Impiegammo quasi tutta la giornata per tirar fuori la roba dallo stagno. Dormicchiammo a turno: si poteva dormire in piedi, seduti, oppure sdraiati a pancia in giù. Io non dormivo bene in nessuna di quelle posizioni, e perciò non vedevo l’ora che il bunker fosse costruito e pressurizzato. Non potevamo costruirlo sottoterra, perché si sarebbe riempito di elio II, perciò la prima cosa da fare era costruire una piattaforma isolante, un sandwich di permaplastica e vuoto a tre strati. Io facevo funzioni di caporale, con una squadra di dieci uomini. Stavamo trasportando gli strati di permaplastica sul posto scelto per la costruzione — due uomini ce la facevano facilmente a portarne uno — quando un "mio" uomo scivolò e cadde sul dorso. — Accidenti, Singer, stai attento a dove metti i piedi. — Avevamo avuto un paio di morti in quel modo. — Scusami, caporale. Ho inciampato. — Già, ma stai attento. — Si rialzò, tutto a posto, e lui e il suo compagno collocarono la lastra e tornarono indietro per prenderne un’altra. Tenni d’occhio Singer. Pochi minuti dopo, stava praticamente barcollando, e non è facile riuscirci in quello scafandro corazzato e cibernetico. — Singer! Dopo aver messo giù la lastra, voglio darti un’occhiata. — Okay. — Finì faticosamente il suo compito e poi arrivò ondeggiando. — Fammi dare un’occhiata alle letture. — Aprii lo sportello che aveva sul petto per vedere il monitor medico. La temperatura era di due gradi troppo alta; la pressione sanguigna e il ritmo cardiaco erano entrambi elevati. Non fino alla linea rossa, comunque. — Ti senti male o qualcosa del genere? — Diavolo, Mandella. Mi sento okay, solo un po’ stanco. Da quando sono caduto ho un po’ di vertigini. Spinsi con il mento la combinazione del medico. — Doc, qui Mandella. Vuoi venire qui per un minuto? — Sicuro. Dove sei? — Agitai il braccio e lui lasciò lo stagno e arrivò. — Qual è il problema? — Gli mostrai le letture di Singer. Lui sapeva cosa volevano dire anche tutti gli altri quadranti e ammennicoli vari, perciò impiegò un po’ di tempo. — A quel che posso dire io, Mandella… scotta soltanto. — Diavolo, questo potevo dirlo anch’io — fece Singer. — Forse è meglio che tu gli faccia dare un’occhiata dall’armiere. — Due di noi avevano fatto un corso accelerato di manutenzione degli scafandri. Erano i nostri "armieri". Con un colpo di mento chiamai Sanchez e gli chiesi di venire subito con la cassa degli attrezzi. — Fra un paio di minuti, caporale. Sto trasportando una lastra. — Bene, mettila giù e vieni qui subito. — Cominciavo a sentirmi a disagio. Mentre lo aspettavamo, il medico e io guardammo meglio lo scafandro di Singer. — Uh-oh — disse Doc Jones. — Guarda qui. — Girai intorno a Singer e guardai quello che mi indicava. Due delle pinne dello scambiatore di calore si erano piegate e deformate. — Cosa c’è? — chiese Singer. — Sei caduto sullo scambiatore di calore, giusto? — Sicuro, caporale… proprio così. Non deve funzionare più tanto bene. — Credo che non funzioni Arrivò Sanchez con la sua cassetta diagnostica e gli spiegammo cos’era successo. Lui guardò lo scambiatore di calore, poi vi innestò un paio di spine e ottenne una lettura digitale sul piccolo monitor portatile. Non sapevo che cosa stesse misurando, ma risultò zero con otto decimali. Sentii un — Cosa? Non puoi rabberciare quello stramaledetto coso? — Forse… forse ci riuscirei, se potessi smontarlo. Ma non c’è la possibilità… — Ehi! Sanchez? — Singer parlava sulla frequenza generale. Trovato cos’è che non va? — Ansimava. — Hai uno scafandro di ricambio, no? — Ne ho due, del tipo taglia universale. Ma non c’è il posto per… ehi, dico… — Giusto. Vai a scaldarne uno. — Diedi un colpo di mento all’interruttore generale. — Stai a sentire, Singer. Dobbiamo tirarti fuori da quel coso. Sanchez ha uno scafandro di scorta, ma per fare lo scambio, dobbiamo costruirti attorno una casa. Capito? — Uh-uh. — Senti, faremo una cabina con te dentro, e la collegheremo all’unità ambiente. In questo modo potrai respirare mentre ti cambierai. — Mi sembra molto compis… compil… plicato. — Avanti, vieni con me… — Mi riprendo subito uomo, lasciami solo riposare… Lo afferrai per il braccio e lo guidai sul sito della costruzione. Lui camminava a zig-zag. Doc gli prese l’altro braccio, e tra tutti e due gli impedimmo di cadere. — Caporale Ho, qui il caporale Mandella. — La Ho era la responsabile dell’unità ambiente. — Vattene, Mandella, ho da fare. — Avrai da fare ancora di più. — Le spiegai il problema, in fretta. Mentre il suo gruppo si affrettava ad adattare l’unità (per questo, bastavano solo un tubo per l’aria e un riscaldatore) feci portare dalla mia squadra sei lastre di permaplastica, per poter costruire una grossa cabina attorno a Singer e allo scafandro di scorta. Avrebbe avuto l’aria di un’enorme cassa da morto, un metro quadrato per sei metri di lunghezza. Deponemmo lo scafandro sulla lastra che sarebbe stata il pavimento della bara. — Okay, Singer, andiamo. Nessuna risposta. — Singer, andiamo. Nessuna risposta. — Singer! — Lui stava lì, in piedi. Doc Jones controllò i dati. — È andato, uomo. Ha perso i sensi. La mia mente turbinò. Poteva esserci posto per un’altra persona, dentro la cabina. — Dammi una mano, su. — Presi Singer per le spalle e Doc lo prese per i piedi. Lo stendemmo cautamente alla base dello scafandro vuoto. Poi mi sdraiai anch’io, sopra lo scafandro. — Okay, chiudete. — Senti, Mandella, se c’è qualcuno che deve entrare lì dentro, quello sono io. — Vai a farti fottere, Doc. È compito Quelli alzarono la lastra, di taglio — aveva due aperture per i tubi d’uscita e d’entrata dell’unità ambiente — e cominciarono a saldarla alla tavola di fondo con un sottile raggio laser. Sulla Terra avremmo usato semplicemente il collante, ma lì l’unico fluido era l’elio, che ha un sacco di proprietà interessanti, ma decisamente non è adesivo. Dopo dieci minuti circa eravamo completamente murati dentro. Sentivo l’unità ambiente che ronzava. Accesi la luce del mio scafandro, per la prima volta da quando eravamo atterrati nell’emisfero notturno, e il chiarore fece danzare delle chiazze purpuree davanti ai miei occhi. — Mandella, qui è Ho. Resta nella tua tuta almeno due o tre minuti. Stiamo pompando dentro aria calda, ma torna indietro trasformata in liquido. — Per un po’, restai a guardare le chiazze purpuree che svanivano. — Okay, è ancora freddo, ma puoi farcela. — Feci scattare il mio scafandro. Non si aprì completamente, ma non faticai molto a sgusciarne fuori. Era ancora abbastanza freddo da staccarmi la pelle dalle dita e dal deretano, mentre ne uscivo. Dentro quella specie di bara, dovetti strisciare a piedi in avanti per raggiungere Singer. Via via che mi allontanavo dalla mia lampada, si faceva rapidamente più buio. Quando feci scattare lo scafandro di Singer, una zaffata di fetore caldissimo mi investì in piena faccia. Nella luce fioca, aveva la pelle paonazza e piena di macchie. La respirazione era superficiale, e vedevo le palpitazioni del cuore. Per prima cosa sganciai i tubi dell’evacuazione — una faccenda molto sgradevole — e poi i biosensori; e quindi ebbi il problema di estrargli le braccia dalle maniche. Farlo da soli è molto facile. Ti giri e ti rigiri da una parte e dall’altra, e le braccia vengono fuori. Ma farlo dall’esterno è tutta un’altra faccenda: dovevo girargli il braccio e poi infilare sotto la mano e muovere di conserva il braccio dello scafandro… e ci vuole molta forza per una simile manovra. Quando fui riuscito a tirargli fuori un braccio, tutto diventò più facile; mi limitai ad avanzare strisciando, misi i piedi sulle spalle dello scafandro, e lo tirai per il braccio già libero. Lui scivolò fuori dall’involucro, come un’ostrica che esce dal guscio. Aprii lo scafandro di scorta e con un mucchio di spinte e strattoni riuscii a infilargli dentro le gambe. Agganciai i biosensori e il tubo d’evacuazione anteriore. L’altro avrebbe dovuto metterselo da solo: è troppo complicato. Per l’ennesima volta, mi dissi che era una fortuna non essere nato femmina; le donne devono portare due di quegli stramaledetti cateteri, invece di uno solo più un semplice tubo. Lasciai le braccia di Singer fuori dalle maniche. Lo scafandro sarebbe stato comunque inutile per qualunque genere di lavoro: i waldo devono venire adattati su misura a ogni individuo. Singer sbatté le palpebre. — Man… della. Dove… cavolo… Glielo spiegai, adagio, e lui sembrò capire quasi tutto. — Adesso devo chiuderti, quindi infilarmi nello scafandro. Dirò alla squadra di tagliare l’estremità di questo scatolone e poi ti tirerà fuori. Capito? Egli annuì. Era uno strano spettacolo: quando annuisci o scrolli le spalle dentro a uno scafandro, quel gesto non comunica affatto il suo significato. Mi infilai nel mio scafandro, agganciai tutto quello che c’era da agganciare e con un colpo di mento attivai la frequenza generale. — Doc, credo che si stia riprendendo. Adesso tirateci fuori di qui. — Provvediamo. — Era la voce della Ho. Il ronzio dell’unità ambiente fu sostituito da un cicalio, poi da una pulsazione. Evacuavano la cabina per evitare un’esplosione. Un angolo della saldatura diventò rovente, poi incandescente, e un luminoso raggio cremisi entrò, come una lancia, passando a una trentina di centimetri dalla mia testa. Mi rannicchiai per scostarmi il più possibile. Il raggio risalì lungo la saldatura e intorno ai tre spigoli, fino al punto di partenza. L’estremità della cabina cadde, lentamente, trascinando dietro di sé filamenti di permaplastica sciolta. — Mandella, aspetta che torni a indurirsi. — Non sono tanto stupido, Sanchez. — Ecco, vai. — Qualcuno mi gettò una fune. Così sarebbe andata molto meglio che se avessi dovuto trascinarlo fuori da solo. Feci passare un lungo tratto sotto le braccia di Singer, e poi glielo annodai dietro al collo. Quindi mi trascinai fuori per aiutare gli altri a tirare, il che era sciocco… c’era già una dozzina di persone pronte a cominciare. Singer ne venne fuori sano e salvo, e si stava addirittura tirando su a sedere, quando Doc Jones andò a leggergli i dati. Tutti venivano a chiedermi com’era andata e a congratularsi con me, quando all’improvviso la Ho disse: — Guardate! — e tese il braccio verso l’orizzonte. Era un’astronave nera, che arrivava a tutta velocità. Ebbi appena il tempo di pensare che non era giusto, che non dovevano attaccarci fino agli ultimi giorni, e l’astronave ci arrivò sopra la testa. |
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