"Bradley,.Marion.Zimmer.-.Witch.Hill" - читать интересную книгу автора (Bradley Marion Zimmer)

MARIONZIMMERBRADLEY

MARION ZIMMER BRADLEY

WITCH HILL

(Witch Hill, 1990)

 

A Jonathan Frid e Barnabas

 

Nota dell'Autrice. Witch Hill e Madison Corners, con tutti i loro abitanti, esistono solo nella mia immaginazione; le città di Arkham e Innsmouth e la Miskatonic University furono create da H.P. Lovecraft. I personaggi del libro sono tutti immaginali; se viene citato il nome di una persona reale, una breve riflessione porterà il lettore a capire che qualunque nome di fantasia dev'esse­re stato attribuito, prima o poi, a una persona realmente esistente in questo nostro pianeta sovrappopolato. Quindi, se trovate citato il vostro, sappiate che non mi riferisco a voi.

M.Z.B.

 

CAPITOLO 1

Un posto dove andare

 

Cominciò a piovere proprio quando la li­mousine delle pompe funebri uscì dal cimite­ro, e durante tutto il tragitto verso la città le gocce che si abbattevano con violenza sull'au­to e il regolare fruscio dei tergicristalli punteggiarono le mie cupe riflessioni. Una settimana fa eravamo in quattro. Quattro Latimer. Mia madre - Janet Latimer -, fragile e spesso malata, per cui avevo rinunciato all'appassionante attività alla scuola d'arte ed ero tornata a casa a occuparmi di lei; la mamma era stata piena di vita e adorabile, e meri­tava tutte le attenzioni necessarie per risparmiare al suo cuore delicato ogni sforzo. Il papà - Paul Latimer - era un uomo ancora energico, magro e sempre ben dritto; i ca­pelli gli stavano diventando grigi, ma gli occhi erano viva­ci e luminosi come sempre e la sua voce forte e decisa. E Brad... Lo ricordavo con addosso l'uniforme il giorno in cui era partito per Parris Island, per il primo periodo di addestramento: aveva solo diciannove anni, ed era un ra­gazzo simpatico e sempre con il sorriso sulle labbra.

Eravamo una famiglia unita e piena di amore, in cui nessuno tentava di soffocare gli altri. Avevo abitato da so­la per tre anni, fino all'attacco di cuore della mamma, e sarei tornata a stare per conto mio quando si fosse ripresa. Brad aveva sempre desiderato entrare nei Marines: c'era stato un Latimer nelle Forze Armate fin dalla guerra d'in­dipendenza. Ciascuno di noi aveva certamente una vita propria, ma tutti avvertivamo la presenza delle radici e l'attaccamento a un nucleo saldo e compatto. Quando Brad era salito in treno, la famiglia non si stava smem­brando: stava semplicemente lasciando a mio fratello il necessario spazio per crescere. Brad era partito come un ragazzino goffo, proprio come me n'ero andata io quando ero un'adolescente timida, e sarebbe tornato uomo fatto, come io ero divenuta donna adulta e persino sofisticata, certa della direzione che volevo imboccare.

Nulla di tutto ciò era accaduto. Come una fila di tessere del domino, come fossimo stati allineati da una forza pri­va di intelligenza per essere poi abbattuti con un dito, era­vamo caduti. Tutto era cominciato con il telegramma del comandante di Brad, le cui parole mi si erano confuse da­vanti agli occhi: DOLENTE COMUNICO VOSTRO FIGLIO PAUL BRADLEY LATIMER IV MORTO INCIDENTE CON ELICOTTERO DURANTE ESERCITAZIONE, e un nome che non ero mai riu­scita a decifrare né ricordare. Il primo pensiero che io e papà avevamo avuto era stato: Mamma. Dobbiamo aspet­tare a dirglielo. Questo la ucciderebbe.

E così era stato. Era entrata mentre la notizia si leggeva ancora sui nostri visi e prima che potessimo nascondere il telegramma. Aveva detto in un sussurro: «Si tratta di Brad?» e prima ancora che potessimo rispondere o che cercassimo di temporeggiare o di mentirle era caduta a terra. Al pronto soccorso avevano dichiarato che doveva essere morta prima ancora di toccare il suolo, mentre io e papà ci precipitavamo a sorreggerla.

In una limousine funebre proprio come quella, quattro giorni prima, papà aveva parlato - quasi per la prima volta - delle sue origini. Tra le altre cose, raccontò che eravamo imparentati con metà del Massachusetts. Tutto ciò che sa­pevo della prima parte della sua vita era che era nato in una cittadina del New England vicino alla costa e che se n'era andato a sedici anni per motivi che non ci aveva mai rivelato. Non conoscevo neppure il nome della città in questione, ma quel giorno, tenendomi la mano, mi chiese con voce implorante: «Sara, quando muoio voglio essere sepolto qui, accanto a tua madre. Non lasciarti convincere a riportarmi ad Arkham, qualunque cosa ti dicano i miei parenti».

«Parenti? Non sapevo neppure che ne avessi, non ne hai mai parlato, papà.»

«No, è vero», ammise. «Credo di aver rimandato il di­scorso, anno dopo anno. Davo per scontato che ci sareb­be stato tempo, che un giorno sarei tornato lì. Dopo la morte di zia Sara» - la sorella di mio padre, scomparsa sette anni fa - «avevo intenzione di tornare e rappacificar­mi con tutti loro, o almeno con quelli che erano ancora in vita; probabilmente ormai non rimane più nessuno. Pen­savo che avrei lasciato a tutti il tempo di dimenticare la mia esistenza, ma poi ho scoperto che di tempo non ce n'era.»

Il nome mi aveva incuriosito. «Una zia Sara? È in suo onore che mi chiamo così, papà?»

Sorrise con aria cupa. «No, Sara», rispose, «ma ero nei Marines - in Giappone, per essere precisi - quando sei nata. Avevo lasciato alla tua povera mamma il compito di decidere come chiamarti e, di tutti i maledetti nomi del calendario, ha scelto proprio Sara. Non intendo incolparla, naturalmente: era il nome della sua compagna di came­ra all'università. Ma Sara era anche l'unico nome che non ti avrei mai dato!»

«Perché?»

«Un'altra volta», ribatté con una smorfia. «No, anzi, parliamone subito, visto che il tempo a disposizione può essere poco. Be', tesoro, mettiamola così. C'è sempre stata una Sara Latimer nella nostra famiglia, e nessuna è mai stata particolarmente felice o fortunata. La prima Sara Latimer fu impiccata perché accusata di stregoneria, ad Arkham quasi tre secoli fa. E da allora... sei superstiziosa, tesoro?»

«Non credo. Non più di chiunque altro, almeno.» Avevo risposto rapidamente, senza pensare. Non mi face­va paura il sale rovesciato, passare sotto una scala o un gatto nero, e non leggevo il mio oroscopo sul giornale... se non per ridere. «No, per niente.»

Mio padre aveva sorriso tristemente. Aveva il viso se­gnato dalle rughe, e improvvisamente mi parve che fosse invecchiato di vent'anni in quattro giorni. Con un brivido di terrore mi resi conto che aveva più di sessant'anni. Ed era l'unica persona che mi era rimasta...

«Neanch'io ho mai creduto alle superstizioni, o nella sfortuna, nelle maledizioni e in quel genere di sciocchezze. Però... sono nato ad Arkham e, durante l'infanzia, mi sono sorbito racconti di ogni genere sulla storia della no­stra famiglia, sulla maledizione che incombeva su di noi e soprattutto sulle varie Sara Latimer e il fatto che fossero tutte destinate a una morte violenta: ebbene sì, si raccon­tava anche quello. Non ne ho mai accennato a tua madre e, prima della tua nascita, le avevo dato carta bianca quan­to alla scelta del tuo nome. Ma quando decise che ti saresti chiamata Sara - si tratta senza dubbio di una coinci­denza -, quando lessi la lettera al Quartier generale di Okinawa, ti posso assicurare che dei brividi gelati mi per­corsero la schiena.»

«Strano», commentai con aria pensosa. «Ci sono tal­mente tanti nomi al mondo...»

«Be', Sara è senza dubbio piuttosto comune», mi in­terruppe mio padre, «ma quando seppi che aveva scelto di chiamarti così mi tornò in mente il vecchio detto sui fulmini. Quando ero piccolo e abitavo nel New England si diceva che il fulmine non colpisce mai due volte lo stes­so punto. Invece sì, è così. È addirittura più probabile che cada dove ha già colpito. La nostra vecchia casa su Witch Hill Road era in cima a una collina e ogni estate, quasi a ogni temporale, veniva colpita da un fulmine, quasi sem­pre nell'angolo di nord-ovest. Quando avevo dieci anni circa mettemmo l'elettricità, e sembrava che ogni tempe­sta danneggiasse il trasformatore all'esterno dell'abitazio­ne; mio padre fu costretto a staccarlo e tornammo alle lan­terne e alle candele. Diceva che non valeva la pena di ri­schiare un incendio solo per stare alzati fino a tardi e tra­sformare in giorno la notte. Zia Sara era contenta: a lei, l'elettricità non era mai piaciuta.»

Anch'io avvertii un leggero brivido lungo la schiena. Il fulmine si era già abbattuto due volte anche sulla nostra famiglia. Come potevo essere certa che non avrebbe col­pito di nuovo? «È per quello che non mi hai mai chiamata Sara quando ero piccola? Prima di andare a scuola ero Sissy, poi Sally fino al liceo. La mamma mi chiamava Sara, ma tu no.»

«Sì», confessò, «quel nome mi si impigliava in gola, per così dire. Avevo fatto tanto per impedire che mia figlia diventasse una Latimer... una Sara Latimer, volevo dire», si corresse. «E sembrava che il Fato fosse comunque in­tervenuto, indipendentemente dai miei desideri.»

Era una conversazione piuttosto tetra, eppure era pre­feribile parlare di quello che tornare con la mente al luogo da dove venivamo, al cimitero in cui la mamma e Brad gia­cevano l'una accanto all'altro. Sarebbe stato terribile en­trare nell'appartamento da soli. Forse sarei riuscita a per­suadere mio padre a venire via con me per qualche gior­no, magari a trovare la famiglia di cui non mi aveva mai parlato. Obiettai, quindi, con il tono più disinvolto che riuscii a trovare: «Non dirmi che tutte le Sara Latimer se l'è portate via il diavolo: io a Satana non ci credo, neppure se sta di casa ad Arkham. E poi le streghe non esistono, non ce ne sono più da almeno due secoli... neppure ad Arkham!»

«Non ne sarei così sicuro», ribatté cupamente. «E co­munque, erano brutta gente. Ci sono un sacco di Latimer da quelle parti, molti Latimer e Marsh. Mia madre era una Marsh. Sei imparentata con metà del Vermont e del Rhode Island. Tutte persone rispettabili, spesso si trattava di agricoltori, fabbri ferrai, qualche curato, di tanto in tanto una ragazza che se ne andava alla scuola normale - alle magistrali, diresti oggi - e tornava per diventare maestra. Gente cocciuta, però. Io non avrei mai chiamato mia figlia Sara come la prima con quel nome, che fu impiccata su Witch Hill. Ma la vecchia Bibbia di famiglia - la sfogliavo spesso da ragazzo, andava indietro fino al Settecento o giù di lì - citava una Sara ogni due generazioni, e appena arri­vava una nuova Sara in famiglia cominciavano i guai.»

Mio padre aveva smesso di rivolgersi a me: lo sguardo era distante, e la voce aveva preso una pronuncia nasale dell'entratemi che decenni prima si era costretto a perde­re. Stava pensando ad alta voce, non certo raccontando a sua figlia la storia della famiglia. «Una o due Sara sono morte presto, da neonate. Le altre, però, una peggio del­l'altra: Sara Jane Latimer, annegata nel 1812. Sara Lou Latimer, morta nel 1864, a sedici anni, dando alla luce un fi­glio. Era fuggita con un soldato confederato. Sara Anne Latimer fu uccisa dai cani nel 1884. E una, Sara Beth, non so esattamente cos'avesse fatto, però il suo nome è stato cancellato dalla Bibbia, quindi deve avere combinato qualcosa di terribile!»

«Non mi stupisco che creda alla maledizione della fa­miglia», commentai. «Mi sembra tutto piuttosto... sini­stro. E cosa puoi dirmi di mia zia Sara, quella a cui non devo il mio nome?»

Il viso gli si irrigidì di nuovo. «Tua zia Sara», disse len­tamente, «era una delle peggiori. Trasformò in un inferno la vita di mio padre, di mia madre e la mia. Quando le an­nunciai che me ne andavo e portavo mia madre con me, mi predisse che sarei morto nel sangue, e giurai che, fin­ché fossi vissuto, non avrei più messo piede nello Stato in cui si trovava. E così fu. È per questo che...»

I freni della limousine stridettero; venni proiettata in avanti e mi afferrai al bracciolo. Poi udii uno schianto tre­mendo di lamiere che si accartocciavano e vetri che anda­vano in frantumi, un lamento dalla provenienza incerta e un urlo terribile, e il mondo scomparve. L'ultima cosa che vidi fu il volto di mio padre: il sangue gli colava lentamen­te su un occhio immobile; poi sparì anche quello.

Quando ripresi i sensi al pronto soccorso dell'ospedale, non ci fu bisogno che mi comunicassero la sua morte. Durante le ore di incoscienza quelle parole - le sue ultime pa­role, dopotutto - mi erano riecheggiate in testa.

Mi predisse che sarei morto nel sangue...

Tutte le Sara Latimer erano destinate a una morte vio­lenta...

Il colore del sangue, il suo odore, invadevano i miei pensieri.

Si scoprì che non avevo nulla di grave, solo una leggera commozione cerebrale, una sbucciatura sulla gamba de­stra e qualche livido; mio padre, invece, era stato proietta­to fuori dall'auto al centro dell'autostrada e due o tre vet­ture l'avevano investito prima di riuscire a fermarsi. Mi consigliarono di non vederne il corpo, e all'ospedale evi­tarono di mostrarmi i giornali. Intravidi però un titolo sul quotidiano di qualcun altro: PROFESSORE UNIVERSITARIO UCCISO MENTRE RIENTRA DAL FUNERALE DI DUE FAMILIARI. Non lo lessi; girai semplicemente la testa verso il muro e lasciai che lo seppellissero in una bara sigillata.

Per la seconda volta nel giro di una settimana, stavo tornando a casa dal cimitero; la pioggia cadeva sulle tom­be di Paul Bradley Latimer III, Paul Bradley Latimer IV e Janet Soames Latimer, e stavo quasi sperando che l'auto su cui mi trovavo facesse la stessa fine dell'altra. Al diavo­lo! Il fulmine colpisce sempre due o tre volte, tutte le Sara Latimer erano finite male, e c'era posto ancora per un'al­tra tomba vicino ai miei.

La pioggia continuava a scendere scrosciando, e mi mi­si a fissare intristita la strada bagnata che scorreva davanti ai miei occhi. Il dolore sordo e bruciante alla testa, dovuto per metà alla commozione cerebrale e per metà alle lacri­me non versate, mi confondeva la mente. L'autista guida­va con lentezza e attenzione meticolosa; immagino gli fossero state impartite istruzioni precise per evitare che il ful­mine si abbattesse due volte sul suo posto di lavoro. Un pensiero macabro mi attraversò la testa: temeva pensasse­ro che cercava di farsi nuovi clienti? Iniziai a ridacchiare mio malgrado; l'autista accennò a girarsi e mi lanciò uno sguardo.

«Tutto bene, signorina?»

Borbottai una frase qualunque, sperando che avesse preso la risatina per un singhiozzo o per uno sfogo isteri­co. Maledizione, perché mai non potevo ridere? Mia ma­dre e mio padre avevano riso più di qualunque altra per­sona di mia conoscenza, e se si trovavano in un luogo da cui potevano osservarmi - in realtà ne dubitavo - non sa­rebbero stati contenti di vedermi piangere. Erano in gra­do di sapere, o chiedersi, se al ritorno dal loro funerale piangevo o ridevo, oppure Dio non esisteva e i miei non avrebbero visto né sentito più nulla per il resto dell'eter­nità?

Fissando malinconicamente la pioggia mi rammaricai per la mia mancanza di fede. Non sapevo neppure quali erano state le convinzioni dei miei genitori. Una volta mio padre aveva detto - non a me, ma a un suo collega dell'u­niversità - che da bambino gli era stata propinata tanta re­ligione da renderlo malato, e che ormai le era diventato addirittura allergico. Anche se era sempre stato ben di­sposto nei confronti del prossimo, non l'avevo mai udito esprimersi, in un senso o nell'altro, sul tema dell'immorta­lità dell'anima o dell'aldilà. Mia madre aveva portato me e Brad a catechismo quando eravamo piccoli, ma lei non era quasi mai andata a messa e non sembrava avvertire particolari obblighi religiosi.

Non che fosse strano nel nostro giro: alla fede nessuno faceva caso, non ne sentivamo la mancanza. Ne avevo par­lato un po' nel periodo della scuola d'arte; la maggior par­te dei miei amici erano cresciuti senza religione, proprio come me, e pur non sapendo bene in cosa credere cono­scevamo con precisione ciò in cui non credevamo.

Certo non immaginavo mio padre, o mia madre, o Brad seduti su una nuvola con delle ali sulle spalle a suonare un'arpa, così come non riuscivo a vederli dibattersi in un girone di dannati. L'inferno tradizionale non mi sembrava credibile, in questo secolo, più di quanto non lo fosse la visione tradizionale del paradiso. Avrei tanto voluto cre­dere che la mia famiglia vivesse ancora, da qualche parte, anche se non nel classico paradiso; invece, non potevo di­re di avere la fede né di non averla. Francamente, non sa­pevo cosa pensare. E in quel momento in cui volevo sape­re, avevo bisogno di sapere, trovavo solo un grande vuoto dentro di me.

L'auto delle pompe funebri parcheggiò davanti all'edi­ficio piuttosto malconcio di mattoni rossi che ospitava l'appartamento di cinque stanze dove ci eravamo trasferiti quindici anni prima, quando, cioè, Brad era diventato troppo grande per dormire nel suo lettino in camera mia. L'autista mi scortò premurosamente con un ombrello fino all'ingresso e, quando estrassi le chiavi, mi aprì la porta.

«Tutto bene, signorina? Non starà qui da sola, vero? Senta, non ha un'amica che può venire a tenerle compa­gnia?»

Lo rassicurai e lo guardai risalire sulla limousine e al­lontanarsi. Poveretto, faceva un lavoro davvero depri­mente. Pigiai il pulsante per chiamare l'ascensore, salii e aprii la porta di casa, cercando di prepararmi all'orribile serata che mi aspettava. No, non c'era nessuno che potessi chiamare per avere un po' di compagnia. I miei amici del liceo e dell'università si erano tutti sposati o trasferiti. Le persone conosciute negli ultimi tre anni erano a cinquemi­la chilometri di distanza, in California, e nessuna di loro mi era abbastanza vicina per compiere un viaggio del ge­nere; non avevo scritto a nessuno da quando ero tornata sulla costa orientale. Neppure a Roderick, perché sapevo che in quel caso avrei dovuto accettare di diventare sua moglie o trovare un altro buon motivo per non sposarlo.

Le luci che io e papà avevamo lasciate accese prima di andare al funerale brillavano ancora; era stato lui a dire: «Non ci farebbe bene tornare in una casa buia». Deglutii di nuovo e andai in cucina a prepararmi una tazza di tè. Ebbi una fitta al cuore. Il grembiule bianco e blu di mia madre era ancora appeso al gancio dietro il frigorifero. Ero stata io a sbrigare la maggior parte delle faccende domestiche negli ultimi mesi, ma il medico mi aveva ricorda­to che mia madre odiava sentirsi inutile, quindi le avevo affidato i lavori più leggeri che non mettevano sotto sforzo il cuore. Le presine fatte all'uncinetto pendevano dai for­nelli grazie a piccole calamite che ci aveva cucito dentro.

Pochi giorni prima eravamo stati quattro Latimer e ora restavo solo io. Sara Latimer. Nessuna di loro è mai stata particolarmente fortunata. Perché mio padre se n'era an­dato di casa? Adesso non l'avrei mai saputo. Non aveva neppure finito di raccontarmi di mia zia Sara.

Riempii il bollitore d'acqua e la teiera di foglie di tè, poi mi accorsi che non era di quello che avevo voglia. Quello del tè era un rituale familiare: entrambi i miei detestavano il caffè, quindi la panacea della mia famiglia, come il pro­verbiale brodo di pollo delle madri ebree, era una grossa tazza di tè fumante, con una dose generosa di zucchero e, quando io e Brad eravamo piccoli, di latte.

Quando, da bambina, mi andava male un compito in classe, rientravo infreddolita e bagnata dopo aver pattina­to, o ero depressa dopo una giornata pesante, quando ci ritrovavamo in cucina prima di andare a dormire, la mam­ma tirava fuori la vecchia e imponente teiera di gres e di­ceva dolcemente: «Ecco qui, ti preparo una bella tazza di tè e vedrai che starai meglio». Mi trovai sull'orlo di un al­tro attacco di riso isterico: non poteva esserci una vita do­po la morte, altrimenti mia madre, ovunque si trovasse, mi avrebbe sentito piangere e il suo fantasma avrebbe sussur­rato: «Su, Sara, va tutto bene, ti sentirai meglio dopo aver bevuto una bella tazza di tè...»

Versai risolutamente l'acqua bollente nel lavandino della cucina, andai in salotto, aprii la credenza e ne estras­si una bottiglia di scotch. Era ancora sigillata: il papà l'a­veva tenuta in serbo per i rari ospiti, dato che lui preferiva il tè e il succo d'arancia. Ne versai una sorsata abbondante nella tazza che scoprii di tenere ancora in mano e lo bevvi d'un fiato. All'inizio mi bruciò la gola, poi mi scaldò e mi calmò. Me ne versai un altro.

Il campanello suonò. Ebbi un sobbalzo. Chi mai poteva essere con quel tempaccio? Portandomi dietro bottiglia e tazza andai alla porta e aprii. Andiamo, fulmine, colpisci la terza volta. Magari è lo strangolatore di Boston.

Lo sguardo mite e critico del signor Patterson, l'ammi­nistratore del condominio - di tutti e cinque i piani e dei dieci appartamenti -, si spostò dalla tazza nella mano sini­stra alla bottiglia di scotch nella destra. «Ehm... Signorina Latimer, se ha un minuto..;»

«Mi conosce da quindici anni, può continuare a chiamarmi Sara», dissi spontaneamente. «Come può vedere, mi sto facendo una bevuta. Mi fa compagnia?»

Varcò la soglia. Continuava a lanciare occhiate furtive alla bottiglia. Pensava forse che fossi un'alcolista deside­rosa di annegare nel whisky i propri dolori? Ma quando gliene offersi di nuovo scosse il capo. «No, grazie. No, è troppo presto per me, davvero. Senta, mi scusi se mi per­metto di disturbarla in un momento del genere...»

«Devo pagare l'affitto? Ho dimenticato che giorno è. Anzi, se è per quello non ricordo neppure in che mese sia­mo.»

«Oh, no, non è per quello. Non farei... insomma... no, ma immagino... sa che il contratto d'affitto dell'apparta­mento scade alla fine di questo mese? Immagino che non abbia ancora avuto il tempo di fare progetti, ma... pensa che lo rinnoverà? Voglio dire, una donna giovane, sola, cioè, non accompagnata...»

Ebbi pietà di quel miserabile privo di tatto. «Non c'è problema», lo rassicurai, come se fossi stata io a dire la ve­rità sbagliata al momento meno opportuno. «No, non de­sidero restare qui da sola. Può darsi che torni sulla costa occidentale: sa, ero venuta qui solo per occuparmi di mia madre dopo il suo primo attacco. Del resto, credo che non potrei certo permettermi una casa così grande da so­la.»

«A proposito», intervenne di nuovo. «È al corrente che questo appartamento aveva l'affitto bloccato? Adesso però la legge è stata abrogata, e probabilmente le tariffe verranno un po'... ritoccate. Senta, forse è meglio che ne riparliamo un altro momento...»

«No.» Sollevai la tazza e bevvi una seconda dose di scotch. Cominciavo a riscaldarmi. «Ci sono troppi fantasmi qui.» Assunse un'aria stupita, ma perché avrei dovuto prendermi la briga di spiegargli? Il vecchio accappatoio di papà appeso alla porta del guardaroba, il grembiule di mamma in cucina, la camera di Brad ancora piena dei modellini di aerei che collezionava durante l'adolescenza... Non mi sarebbe stato possibile vivere i mesi successivi cir­condata da tanti ricordi. «Quando vuole che me ne va­da?»

«Non c'è fretta. No, non c'è fretta», borbottò con aria di scusa avvicinandosi alla porta. Si fermò sulla soglia. «Le ho portato la posta, Sara. Gliela lascio qui.»

Quando finalmente se ne fu andato, raccolsi una man­ciata di buste. Si erano accumulate durante un'intera setti­mana. Una delle lettere proveniva dalla società telefonica, e c'erano pure altre bollette. No, non potevo permettermi di continuare ad abitare lì. Entrai nella mia camera da let­to: conteneva meno ricordi del resto della casa e, se avessi chiuso la porta, forse tutto mi sarebbe apparso un po' più normale. Cominciai a versarmi un terzo scotch, poi cam­biai idea, e chiusi risolutamente la bottiglia; non vedevo il motivo di ubriacarmi. E non avrei neppure chiuso la por­ta per convincermi che la mamma, il papà e Brad erano ancora lì fuori; così facendo avrei rischiato di finire in ma­nicomio.

In un angolo della stanza c'era un cavalletto che regge­va un acquerello non finito. Poco prima di tornare a casa per occuparmi della mamma avevo ottenuto un secondo contratto per illustrare un libro per bambini - il primo mi aveva procurato una modesta notorietà quando aveva vin­to un premio piccolo ma prestigioso - e non ero ancora a metà del lavoro. Avevo perso tempo, dal momento che l'e­ditore non aveva fretta e io non avevo un gran bisogno di soldi; adesso, invece, guadagnare diventava urgente. Mio padre aveva avuto uno stipendio discreto ma non aveva mai stipulato un'assicurazione sulla vita, a parte una po­lizza per le esequie. La lunga malattia di mia madre, poi, aveva prosciugato i suoi magri risparmi. Dopo aver paga­to le spese dell'ospedale e dei funerali, valutai che mi ri­manevano all'inarca duecento dollari in banca. Mi sareb­bero bastati per tornare sulla costa occidentale, ma non per mantenermi mentre finivo il libro. Sarei riuscita a ter­minarlo e a farmi pagare prima che il contratto d'affitto scadesse? E quante altre bollette sarebbero arrivate a ro­sicchiare quel poco che restava?

Aprii la busta della società telefonica e osservai acci­gliata il totale.

Spinta dalla sola forza d'inerzia mi misi ad aprire anche le altre buste. Biglietti scritti a mano, quasi tutti indirizzati a mio padre: molto probabilmente condoglianze da parte di conoscenti di mia madre. Una bolletta dell'elettricità e una fattura di Macy's.

Una lettera indirizzata a me, recante il timbro di Berkeley. Roderick, pensai, e la misi da parte. Non avrei per­messo al mio umore attuale - dolore, due bicchieri di scotch a stomaco vuoto, la pioggia scura che picchiettava sui vetri - di spingermi a mentire a me stessa. Non avevo mai amato Roderick e non lo amavo neanche in quel mo­mento; la nostra breve relazione a Berkeley era stata dovu­ta in parte all'opera della chimica e della prossimità, in parte alla mia curiosità in fatto di sesso. Era durata quasi quattro mesi, era stata divertente ma, ancora prima che l'infarto di mia madre mi facesse tornare a New York, la nostra storia si stava esaurendo. Avevamo cominciato a raccontare bugie a noi stessi e all'altro; mi ero scoperta troppo spesso esasperata dai suoi piani grandiosi per un anno di studio alla Sorbona, dal suo atteggiamento condi­scendente nei confronti del mio lavoro: «Sei una brava illustratrice di libri, ma non penso sia destinata al vero mondo dell'Arte». Neanche il sesso era bastato per cal­mare gli improvvisi e terribili litigi; due o tre volte mi ero sentita annoiata a morte e gli avevo chiesto di fare l'amore perché sembrava il modo più facile per concludere una serata scialba o un buon sistema per evitare una discussio­ne senza fine su un soggetto banale. Quando avevamo co­minciato a frequentarci mi aveva chiamata strega, la sua strega dagli occhi verdi. Tutte le Sara Latimer erano stre­ghe, e comunque, prima della rottura, aveva iniziato a chiamarmi «puttana». Forse tutte le Sara Latimer erano puttane... Be', una era morta dando alla luce un figlio pur non essendo sposata, e un'altra era stata addirittura can­cellata dalla Bibbia di famiglia, quindi, come diceva mia madre, erano state «peggiori del dovuto». Non avevo mai parlato alla mamma di Roderick e me. Neanche al giorno d'oggi le ragazze parlano alle loro madri degli uomini con cui vanno a letto. È uno degli aspetti negativi della nuova libertà sessuale; almeno se sei sposata puoi essere sincera con i tuoi genitori: sanno che fate l'amore e lo danno per scontato, il che può risultare piacevole.

Al diavolo Roderick Hartmann! Gettai la sua lettera nel cestino senza neppure aprirla.

Quando aveva scoperto che me ne sarei andata da Berkeley, aveva ritrovato la passione e mi aveva chiesto di sposarlo, probabilmente illudendosi che partissi per dar­mi il tempo - o lo «spazio», come si diceva a Berkeley - per riprendermi dalla rottura con lui. Non gli avevo detto la verità e mi ero sentita lusingata quando mi aveva accompagnata all'aeroporto e si era messo a piangere. Sara Latimer, che strega.

Ma in quel momento mi sentivo sola e avrei voluto tro­varmi tra le sue braccia. (O quelle di chiunque altro. Sii onesta, Sara: in una notte del genere andresti a letto con chiunque, purché un minimo simpatico e passabile, solo per smettere di pensare alla pioggia che cade su quelle tre tom­be. Non finire di nuovo in un'altra storia come quella con Roderick!)

Magari dovrei richiamare il signor Patterson per quel bicchierino. Smettila, Sara! mi rimproverai. Non sei una strega né una puttana... per il momento.

Sotto la lettera di Roderick si trovava una lunga busta; l'indirizzo del mittente era quello di una chiesa. Qualcosa legato al funerale? No; sul timbro si riusciva a leggere Arkham, Mass. Condoglianze da un parente lontano? Do­potutto la tragedia della nostra famiglia era finita sui gior­nali, e i quotidiani di New York arrivavano nel New England. (Cos'aveva detto il papà quel giorno? «Sei impa­rentata con metà del New England.»)

No, era indirizzata a Paul Bradley Latimer III, mio pa­dre.

Desiderosa di aggrapparmi a qualunque distrazione aprii la lettera. Risaliva alla settimana precedente e recita­va così:

 

Egregio Signore,

una ricerca condotta dai nostri consulenti legali ha de­terminato che lei è il proprietario (e unico erede) della ca­sa su Witch Hill Road, già appartenuta alla signorina Sa­ra Latimer che era, credo, sua zia paterna, e che è morta nubile sette anni fa. L'abitazione è rimasta vuota da allora e, anche se abbiamo cercato di conservarne il meglio possibile almeno la struttura esterna, la definirei in catti­vo stato rispetto ai criteri cittadini, sebbene poco prima di morire la signorina Latimer avesse fatto installare l'im­pianto idraulico a sue spese, senz'altro considerevoli.

Dopo la morte della signorina Latimer ho manifestato il mio interesse ad acquistare la casa per conto dell'asso­ciazione storica della nostra Chiesa. Come saprà l'edificio venne eretto nel 1645 ed è una delle abitazioni più anti­che a non essere stata sottoposta a ristrutturazioni massicce e a conservare le fondamenta originali in questa parte dello Stato. Mi è stato tuttavia comunicato che, pri­ma di poter comprare casa e terreno, bisognava cercare gli eredi sopravvissuti della proprietà Latimer.

Sono ora in condizioni di farle un'offerta precisa per la casa e il terreno su cui è costruita. Dal momento che non penso desideri venire ad abitarci, gradirei una risposta ra­pida e un incontro per sbrigare quanto prima le pratiche del passaggio di proprietà.

Distinti saluti.

Matthew Hay

Pastore

Chiesa del Rito Antico

 

Lessi la lettera due volte, quasi incapace di capire. Proprio quando mi sembrava di essere rimasta senza un soldo e senza risorse, mi trovavo improvvisamente proprietaria di una casa, anche se, secondo la descrizione del reverendo Hay, era «in cattivo stato rispetto ai criteri cittadini». Ma poi, cosa ne sapeva un curato di campagna dei criteri cit­tadini? C'era inoltre un compratore, pronto a farmi un'of­ferta precisa da parte dell'associazione storica. Non avevo mai saputo che una chiesa avesse un'associazione storica. Se è per quello, anche la Chiesa del Rito Antico mi suona­va nuova. Mi chiesi se era un movimento fondamentalista o uno dei tanti culti eccentrici come quelli nati a Berkeley e in altri luoghi negli anni Sessanta, la cui parola d'ordine era pacifismo e la cui principale raison d'étre era evitare la leva.

Mio padre, che aveva issato la bandiera americana a Guam dopo una battaglia sanguinosa contro le squadre suicide di Hirohito, si sarebbe rivoltato nella tomba - oddio, con che disinvoltura usiamo frasi fatte del genere - al­l'idea di affidare la casa di famiglia in mani del genere.

Strano, non avevo mai sentito parlare di zia Sara fino al giorno, all'ora stessa della morte di papà e adesso eredita­vo di colpo la sua casa. Dentro di me si stava facendo stra­da una risoluzione. Ero stata privata della mia famiglia e fonte di sicurezza da un improvviso e crudele fulmine vo­luto dal Fato. A fine mese mi sarei trovata letteralmente senza un tetto sopra la testa.

Sarei quindi andata ad Arkham: potevo vivere lì e finire il libro. È vero che l'edificio era male in arnese: se proprio si fosse rivelato inabitabile potevo sempre venderlo, farmi dare subito un anticipo e andare da qualche altra parte a terminare i miei acquerelli. Avevo però abitato nello studentato di Berkeley, per non parlare del monolocale che Roderick aveva voluto simile alla tana di un hippy. Ero quindi in grado di sopportare condizioni di vita primitive. Cos'aveva detto papà? A zia Sara l'elettricità non piaceva. Magari non le andavano a genio neppure i servizi igienici. Avevo sentito dire che alcuni abitanti di quelle zone isola­te non amavano l'idea del bagno (immaginato come una latrina d'altri tempi) in casa accanto alla cucina. Be', sarei riuscita a sopportare anche quello per un paio di mesi.

Era comunque un posto dove andare. E forse, se c'era davvero un'associazione storica locale, il reverendo Hay avrebbe potuto raccontarmi qualcosa sulla mia famiglia, finendo così la storia interrotta tanto crudelmente dalla morte di mio padre.

Non capii, allora, il motivo per cui provavo un'ansia improvvisa di avere un posto mio, delle radici, una storia alle spalle. Sapevo solo che, improvvisamente, era spunta­ta una destinazione; qualche minuto prima non avevo progetti, una casa, un futuro, e ora potevo finalmente ri­cominciare a guardare avanti.

Mi avvicinai alla finestra e, dopo aver spostato l'acque­rello che per fortuna si era asciugato, cominciai a smonta­re il cavalletto che avrei piegato e impacchettato per pri­ma cosa il giorno dopo.

 

CAPITOLO 2

Eredità infestata

 

Il viaggio ad Arkham fu più complicato di quello che avrei potuto immaginare. Avevo vissuto a New York e a Berkeley tutta la mia vi­ta e mi ero abituata a salire in aereo o in treno per raggiungere qualunque parte del mondo conosciuto. Quella volta, invece, non fu così. Per arrivare ad Arkham, dovevo andare in treno a Providence, nel Rhode Island, da lì prendere un pullman fino a Wareham, nel Massachusetts, e poi aspettare il piccolo torpedone di provincia che seguiva la costa verso nord, fermandosi in ogni borgo lungo la strada finché, a fine giornata, mi avrebbe forse scaricata ad Arkham... e lì probabilmente mi aspettava qualche chilometro in taxi fino a Witch Hill. Avrei preferito arrivare nel primo pomeriggio, ma al te­lefono mi avevano comunicato con indifferenza che l'au­tobus il cui arrivo era previsto per le sei di sera era l'unico, suggerendo così che se non mi andava potevo scegliere un altro mezzo di locomozione.

Poiché l'unica alternativa sarebbe stata il noleggio di un'auto che, dopo qualche ricerca, si mostrò finanziaria­mente impossibile, presi il treno fino a Providence e il bus diretto nel Massachusetts, poi acquistai il biglietto per Arkham e mi informai su come arrivare da lì al borgo di Witch Hill. Gli impiegati non lo sapevano e, immaginavo, se ne infischiavano altamente: non si trovava sul percorso dell'autobus.

Dietro mie insistenze estrassero una carta stradale della zona e, dopo una ricerca ragionevolmente attenta, mi co­municarono che un posto del genere non esisteva.

Alzai le spalle e issai comunque le due valige e la cartel­la con cavalletto e colori sull'autobus. Mi venne in mente di aver letto, una volta, che negli Stati Uniti c'erano più di diecimila città e paesi che non apparivano su nessuna car­ta. Era chiaro che quella casa esisteva da qualche parte: avevo l'offerta di acquisto nella borsa. Qualcuno ad Arkham avrebbe certamente saputo dove si trovava. Nel peggiore dei casi potevo dormire in un albergo e il giorno successivo rivolgermi all'ufficio postale. Se la mia prozia Sara aveva mai ricevuto corrispondenza - e chi oggigiorno non ne riceve mai? - l'ufficio postale avrebbe saputo dov'era stata consegnata.

La corriera per Arkham suggeriva, con la carrozzeria bianca e blu segnata dalla ruggine e l'aria decrepita, che quella cittadina era ben lontana dall'essere un importante centro urbano. Solo cinque o sei dei sedili di pelle logori erano occupati da campagnoli malvestiti, che fissavano con curiosità evidente la mia valigia di tessuto rosso fuoco e le scarpe da ginnastica. Le rare donne che vidi dal fine­strino sembravano anziane, con abiti da casa a fiori fin sot­to il ginocchio e maglioni ampi e sformati, o straniere che indossavano sottane nere dall'aria antiquata e giacconi scuri. Dopo qualche chilometro il pullman lasciò la strada asfaltata e imboccò un percorso sterrato tutto curve che si snodava tra colline e pendii alberati, passando accanto a fattorie isolate dall'aria abbandonata e paesini fatiscenti. Più o meno ogni venti minuti si fermava a un incrocio con un grappolo di cassette postali o si arrestava brevemente davanti a una vecchia chiesetta con la vernice bianca o gri­gia che si sfaldava, di fronte a piccoli spacci di campagna che esibivano in vetrina di tutto, dal mangime per polli al­le lampade a kerosene, o presso un distributore di benzina solitario, le cui insegne brillanti e familiari - Exxon, Gulf, Shell - costituivano l'unico legame visibile con la metro­poli che mi lasciavo alle spalle. Il veicolo accoglieva o de­positava una manciata di passeggeri qua e là, quasi tutti vecchi o scolari. Molti conoscevano l'autista, che chiac­chierava con loro sottovoce o chiedeva notizie di familiari assenti.

Più tardi, dopo ore di viaggio tra le colline, la strada sterrata si immise in una stretta strada male asfaltata che lasciò il posto infine a dei ciottoli, e l'autobus cominciò ad arrampicarsi sulle ripide strade della vecchia Arkham. Percorse la periferia tra antiche ville tipiche del New England, quasi tutte trasformate in pensioni, passò davanti agli sterminati prati e ai pesanti edifici di pietra e mattoni ricoperti d'edera di un campus universitario; un cartello mi informò che si trattava della Miskatonic University, e mi resi conto di non averne mai sentito parlare.

Evidentemente la reputazione accademica e la squadra di football non erano mai diventate tali da fare pubblicità all'ateneo. E comunque mi sembrava improbabile che un qualsiasi professore con una fama anche modesta potesse essere invogliato a insegnarvi quando c'erano una quan­tità di università grandi, moderne e accessibili che attira­vano gli studenti migliori. Immaginavo che Miskatonic fosse una di quelle piccole università a buon mercato che trasformano i figli più ambiziosi dei negozianti e degli agricoltori del posto in insegnanti, bibliotecarie, contadini istruiti e ragionieri professionisti.

Era però, bisognava ammetterlo, un campus pittore­sco, con la torre campanaria e la chiesa di pietra dalle mu­ra solide, e mi trovai a chiedermi se il dipartimento di arti visive meritasse di essere visitato. Almeno era accessibile dalla casa in cui contavo di stabilirmi, e non desideravo isolarmi da qualsiasi forma di vita intellettuale per tre lun­ghi mesi.

Il sole stava calando, anche se le giornate primaverili si erano notevolmente allungate, quando scesi alla stazione degli autobus di Arkham. Dopo un rapido ma incredibil­mente gustoso spuntino nel piccolo ristorante lì vicino - un pasticcio di pollo ben più fresco di quello, surgelato, che avrei potuto trovare in città -, chiesi in giro e scoprii che Witch Hill (la cui popolazione, mi aveva detto l'auti­sta del pullman, si aggirava sulle 75 persone) si raggiunge­va con un altro pullman che stava per partire e mi avrebbe consentito di arrivare all'ufficio postale di Witch Hill tre quarti d'ora dopo. A che distanza si trovava? Oh, solo una quindicina di chilometri, ma quelle strade di collina erano veramente conciate male. Lì sarei riuscita a trovare un taxi per arrivare fino alla mia proprietà?

Be', per il taxi non lo sapeva, ma se la casa si trovava in paese avrei potuto arrivarci a piedi in cinque minuti o giù di lì.

«Sa, si tratta di un paese piccolo piccolo», mi informò. A quello, ormai, c'ero arrivata e, se era minuscolo secon­do i criteri di Arkham, figuriamoci come sarebbe apparso agli occhi di una newyorkese. Fu quindi con aria scettica che salii sull'autobus; stavo pensando che forse avrei fatto meglio a passare la notte ad Arkham e a cercare un taxi o una macchina a nolo il giorno dopo. Ma ero salita sul tre­no per New Haven quel mattino alle dieci, ero indolenzita e stanca dopo il lungo viaggio. Non vedevo l'ora, insom­ma, di arrivare a destinazione.

Il pullman su cui salii fece sembrare quello giunto ad Arkham nuovo e aerodinamico; veicoli del genere ne ave­vo visti solo nei musei e nei vecchi film muti che trasmet­tevano di notte in televisione. Sullo sportello era appeso un cartello scritto a mano che diceva: ARKHAM-INNSMOUTH. Oltre a me c'erano solo due passeggeri, un ra­gazzo con uno sguardo vuoto che suggeriva diverse unioni tra consanguinei tra i suoi antenati (con mio immenso sol­lievo scese alla prima fermata), mentre l'altro era un vec­chio grasso che portava due nasse per aragoste sotto il braccio: dalla sua persona, così come dai vestiti che indos­sava, proveniva un intenso ma sano odore di pesce.

Quando anche lui fu sceso a un incrocio deserto dove un sentiero tortuoso conduceva a un grappolo di barac­che grigie e al luccichio lontano dell'oceano, il conducen­te, che era anziano e aveva un'aria paterna, mi chiese:

«Dove va, signorina?»

Glielo dissi e ribatté: «Viene qualcuno a prenderla? Witch Hill Road si trova quasi a un chilometro dalla città, ed è in piena campagna. Lei non vive lì, vero? Conosco quasi tutti lungo questo tratto di strada».

Mi spostai nel sedile accanto al suo per parlargli me­glio. «Non ci sono mai stata», spiegai, «ma la mia fami­glia ci ha abitato per generazioni intere, anche se credo che ora siano tutti morti. Li conosce? Di cognome mi chiamo Latimer.»

«Latimer, Latimer... no, non ho mai conosciuto nessuno con quel nome», rispose l'autista. «Guido su questo tragitto solo da sei mesi o giù di lì. Ho sentito parlare della vecchia casa Latimer su Witch Hill Road, ma da quello che ho capito ci abitava anni fa un'anziana signora e, dopo la sua scomparsa, il posto è rimasto disabitato. È morta da parecchi anni. Non può trattarsi dei suoi parenti, signori­na!»

«Temo di sì, invece. Ho appena ereditato la casa.»

Si girò e mi fissò con aria allibita. «Senta, signorina, non può trascinarsi dietro i bagagli per un chilometro su quella strada con il buio. La fermata di Witch Hill Road è solo una cassetta della posta! Meglio che si fermi invece a Madison Corners e che cerchi lì qualcuno disposto ad ac­compagnarla in auto.»

«E se non trovo nessuno? Allora mi troverei a dover fa­re a piedi il doppio di strada!»

«Allora può aspettare nello spaccio che torni da Innsmouth e ce l'accompagno io», propose. «Arrivo a Innsmouth verso le nove e mezzo e ripasso di qui verso le un­dici per tornare ad Arkham. Oppure può tornare ad Arkham e raggiungere la casa domani, di giorno. Penso però che qualcuno accetterà di portarcela. Jeb Meyers si trova spesso dalle parti dello spaccio col suo furgoncino, e di tanto in tanto si guadagna qualche dollaro accompa­gnando a casa qualcuno quando piove o se ha oggetti pe­santi da trasportare. Sono sicuro che lo troveremo alla fer­mata dell'autobus al nostro arrivo.»

Mentre parlava rallentò davanti a un solitario semaforo arancione, che lampeggiava come un occhio luminoso da­vanti a un gruppetto di edifici: uno spaccio, un piccolo uf­ficio postale, una stazione di servizio e due o tre altre co­struzioni. «Madison Corners, signorina Latimer, ed ecco laggiù il camioncino dì Jeb. Lasci che le dia una mano con la valigia. Be', spero che troverà la casa in buone condizio­ni, e ricordi che passo dalla fermata di Witch Hill in dire­zione di Arkham due volte al giorno, alle dieci e mezzo di mattina e alle undici di sera. Quando desidera andare ad Arkham può prendere l'autobus lì, vicino a casa: non c'è bisogno che venga fino a Corners.»

«E se volessi arrivare a Innsmouth? A che ora passa per andare da quella parte?» chiesi. Aggrottò le sopracci­glia e scosse il capo lentamente. «Le assicuro che non vuole andare a Innsmouth, signorina. Nessuno vuole an­dare a Innsmouth.»

Scesi e guardai l'autobus vuoto che si allontanava. Mi sentii sconsolata, perché avevo appena perso l'unico con­tatto con una persona cordiale; poi mi accorsi che stava scendendo la sera - l'autista del pullman aveva già acceso le luci - e che un minaccioso brontolio nel cielo annuncia­va uno dei violenti e improvvisi temporali delle zone co­stiere. Camminai con determinazione fino al camioncino polveroso e sgangherato parcheggiato davanti allo spac­cio.

«È lei Jeb Meyers?» chiesi. «L'autista dell'autobus mi ha detto che può accompagnarmi fino a Witch Hill Road.»

Il vecchio al volante confermò facendo di sì con la testa grigia.

Era un personaggio poco attraente dai lineamenti gros­solani, gli occhi seminascosti da occhiali con la montatura di metallo e una barba corta e ispida, ma mi dissi che non dovevo aspettarmi i raffinati frequentatori della Quinta Avenue lì a Madison Corners. Rispose con l'aspro accento del New England a cui stavo cominciando ad abituarmi: «Sì, mi chiamo Meyers. Posso darle un passaggio. Le co­sterà un dollaro, e cinquanta centesimi in più se ha dei ba­gagli. Dove vuole andare?»

Non era certo cordiale, ma rispetto al classico tassista di Brooklyn sembrava quasi espansivo. Replicai: «Non sono sicura di dove si trovi la casa, ma probabilmente lei la conosce. Non so il numero civico, ma si trova su Witch Hill Road e appartiene ai Latimer».

«Non è certo diretta lì, signorina», esclamò. «Quella gente è tutta morta.»

Cominciai a chiedermi se quell'uomo, come diceva mio padre, giocasse a carte con un mazzo intero, o se invece non gli mancasse qualche rotella.

«Quello lo so», spiegai pazientemente. «Adesso la ca­sa è mia. Mi chiamo Sara Latimer.»

Per la prima volta sollevò gli occhi e mi guardò. Spa­lancò la bocca, assumendo un'aria ebete. Sbatté le palpe­bre e gli vidi l'enorme pomo d'Adamo andare su e giù un paio di volte.

«Allora è tornata», dichiarò. «È tornata proprio come avevano detto che sarebbe successo. Non è morta, signori­na?»

Oh, Signore! Ecco una domanda intelligente! Ebbi vo­glia di rispondergli: Sì, certo che sono morta, ma si sono di­menticati di seppellirmi, ma la battuta di pessimo gusto, viste le circostanze, mi causò un groppo alla gola. E poi, se era veramente così stupido mi avrebbe preso sul serio.

«Cosa le prende? Certo che non sono morta, non lo so­no mai stata, per quanto ne so», ribattei risentita. «Imma­gino che sappia dove si trova casa Latimer, no?»

«Certo, sa bene che lo so, signora... signorina Sara. Non ricorda tutte le volte che le ho portato a casa la spesa e tutto il resto? Senza offesa, signorina.» Non smise di guardarmi mentre apriva lo sportello del camioncino e scendeva. Non mi toglieva gli occhi di dosso. Cos'avevo che non andava? Non aveva mai visto le gambe di una donna? Forse in quella parte del mondo non era bene in­dossare dei jeans. Dal momento che la prozia Sara doveva aver avuto almeno una settantina d'anni quando era morta - piuttosto ottanta, anzi: mio padre ne aveva sessanta­due e lei era della generazione precedente - non poteva certo scambiarmi per lei, da viva o da morta.

Oppure era rimbambito e la ricordava com'era alla mia età? Forse le assomigliavo? In ogni caso sembrava che i miei problemi di trasporto fossero risolti e, se veramente portava a casa la spesa, anche quello era un problema in meno.

Il piccolo supermercato era ancora illuminato, e qual­che contadino si attardava tra gli scaffali. Dissi quindi: «Vorrei entrare un istante a comprare un paio di cose per domani. Nel frattempo può mettere le valige nel camion­cino e aspettarmi qualche minuto?»

«Certo», rispose, aggiungendo, «ma da queste parti nessuno ruba niente. La maggior parte della gente non ha neppure le chiavi di casa.»

Non si trattava di un pensiero rincuorante in quel mo­mento, ma lo accantonai ed entrai nello spaccio. Pensavo che posti del genere fossero scomparsi dalla faccia della terra; assomigliava all'antenato di quei negozietti califor­niani in cui si può trovare di tutto, dai pneumatici per au­to al caviale; accanto ai normali alimenti impacchettati e inscatolati riuscii a individuare badili per spalare la neve, collari per cani, paralumi, jeans per bambini, calze e bian­cheria intima, matasse di filo da lavorare a maglia, canne da pesca, candele d'accensione, sandali, boule dell'acqua calda, kerosene e numerosi altri articoli troppo strani per essere identificati ed elencati. Comprai una confezione di pan carré, due etti di burro, una dozzina di uova, mezzo chilo di bacon, una scatola di tè in bustine, due litri di lat­te e, ricordandomi all'ultimo momento dell'avversione di zia Sara per la corrente elettrica, una torcia.

«Farebbe bene a comprare anche delle pile per quel­la», osservò un ragazzo magro e sorridente che si trovava al bancone mentre prendevo la torcia.

Arrossii e afferrai una manciata di pile. «Grazie, non so proprio dove ho la testa! Non c'è elettricità in casa, e se mi sveglio di notte...»

«Accidenti», mi interruppe, «è meglio che compri an­che del kerosene. Ci sono sicuramente delle lanterne, ma non può sapere se sono piene o no!»

«Non ho neanche mai visto una lampada a kerosene», confessai.

«No», commentò, avvicinandosi, «decisamente non sembra del posto.» Mi squadrò e sorrise, e avvertii una specie di scossa calda.

Era la prima volta dalla morte improvvisa dei miei che udivo una voce umana rivolgersi direttamente a me, che vedevo un sorriso aperto e cordiale. Per il mio senso di abbandono e solitudine era come un sole che sorgeva. Mi venne quasi da piangere per il sollievo; gli tesi la mano.

«Sono nuova di queste parti», dissi. «La mia prozia è morta diversi anni fa e sono venuta a stabilirmi nella casa della sua famiglia per l'estate. Mi chiamo Sara Latimer.»

Dietro di me, sul bancone dove i miei pochi acquisti venivano messi nei sacchetti, udii un urlo soffocato di sorpresa. Non ci feci caso: i miei occhi erano fissi sul giovane davanti a me. Mi sorrise di nuovo con naturalezza e calore. Commentò: «Ma certo, conosco la casa. È una specie di simbolo, qui, ma è chiusa da anni. Sono Brian Standish». Mi strinse brevemente la mano tra le sue. Era­no grandi, le dita morbide e perfettamente curate ma an­che forti e abili.

«Sono qui per aiutare... be', diciamo mio cugino; in realtà è un mio lontano parente, come spesso accade nel New England, in virtù di non so quali intrecci genealogici: credo sia il marito della sorella del figliastro della mia pro­zia o qualcosa del genere. Per farla breve, sono venuto a dargli una mano nell'ambulatorio. Ho appena finito l'in­ternato alla Johns Hopkins e pensavo che sarebbe stato bello passare un'estate in campagna prima di tornare a la­vorare là.» Ma certo, pensai, mani del genere potevano ap­partenere solo a un artista o a un medico.

Brian Standish aveva i capelli castani e ondulati e lun­ghe basette che gli incorniciavano il viso abbronzato; gli occhi erano marroni ed espressivi. «Da dove viene? New York? Oh, Signore, non può andare in una vecchia fatto­ria da sola, di notte, senza neppure saper accendere una lampada a kerosene!»

«Non penso di avere altra scelta», obiettai. «Che alter­native ho? Non ho visto alberghi da queste parti, e del re­sto non me lo potrei permettere. Se anche andassi ad Arkham dovrei comunque tornare qui domani.»

Assunse un'aria pensosa. «Se fossi a casa mia, la porte­rei da mia madre e le proporrei un letto per la notte», dis­se. «Potrei trasferirmi sul mio comodissimo divano e la­sciarle il mio letto, ma temo che mio cugino James non ca­pirebbe. Qui non siamo a New York, dopotutto.» Stavo cominciando a capirlo anch'io. Dopo un attimo replicai: «Be', l'avevo intuito. È molto gentile da parte sua, ma...»

«L'alternativa, credo», continuò come se non mi aves­se udito, «è che salti in macchina e si lasci accompagnare laggiù, in modo che possa accendere le lampade per lei e assicurarmi che abbia tutto il necessario.»

Esitai solo per un istante. Non sapevo che uomini del genere esistessero ancora. «Grazie mille, lo apprezzo più di quanto possa immaginare, dottor Standisti.»

«Chiamami Brian».

«Brian, allora. I miei bagagli sono là...»

«Sì, ti ho vista parlare con il vecchio Jeb. È uno dei personaggi del posto; devo avvisarti di prendere ogni sua parola cutn grano salis, anzi con una saliera piena! No, credo che non correresti pericoli con lui, ma non è molto intelligente e non si formalizzerebbe a mollarti lì ad arran­giarti da sola come potrebbe fare con una contadina del posto.»

Brian Standish aspettò che pagassi la spesa e la latta di kerosene, si mise sotto il lungo braccio i miei acquisti e si avvicinò a grandi passi al camioncino in attesa. «Ci penso io ad accompagnare la signorina Latimer, Jeb», disse. «Passami le valige, per favore.»

Jeb mise il broncio, senza dubbio deluso per il dollaro sfumato; quando Brian gli diede una banconota, Jeb as­sunse un'aria un po' meno accigliata e si dedicò ai miei ba­gagli, pur continuando a lanciarmi occhiate in tralice e a borbottare. Lo sentii dire «Allora è già cominciata», ma non gli prestai attenzione. Forse non era lo scemo del vil­laggio - era stato abbastanza intelligente da riuscire a otte­nere la patente -, ma non ci mancava molto. Seguii Brian fino a una vecchia e polverosa Volkswagen, sui cui caricò i bagagli e cercò di trovare una sistemazione alla cartella degli acquerelli e al cavalletto. «Temo che dietro non ci stia: potresti tenerlo in braccio?» chiese. «Oppure chie­diamo a Jeb di portartelo su domani col camioncino. Ma cos'è?»

Glielo spiegai sedendomi accanto a lui Con il cavalletto di traverso che mi ostacolava la visuale. Alzò le sopracci­glia con aria interessata. «Allora sei un'artista?»

«Illustro libri per bambini», risposi. «C'è una piccola ma significativa differenza, o così mi è sempre stato det­to.» Stranamente, il ricordo delle critiche di Roderick non mi faceva male, forse perché il dottor Standish sem­brava colpito. Si sedette al mio fianco e avviò l'auto; con­temporaneamente un tuono rimbombò nel cielo e un im­provviso acquazzone si abbatté sul parabrezza.

«Per fortuna ti ci porto io», ridacchiò. «Il camioncino di Jeb lascia entrare l'acqua, e poi la sua velocità massima è di trenta chilometri all'ora.»

Ribattei ridendo: «Visto come parla, mi sentirei più si­cura con lui ai trenta all'ora che ai sessanta!»

«Non hai torto», ammise. Mise la retromarcia, indie­treggiò lentamente, svoltò e si allontanò dagli edifici illu­minati. Un paio di minuti dopo imboccò Witch Hill Road, poi si dovette fermare e scalare in seconda perché il sentiero si era già tramutato in una sorta di melma scivolo­sa. Un lampo guizzò nel cielo quasi accecandomi e Brian imprecò sottovoce, cercando di mantenere il controllo dell'auto.

«Ti sto causando un sacco di problemi...» dissi per scusarmi.

«Non dirlo neppure. Se voglio aprire un ambulatorio in campagna - come un giorno intendo fare - devo abituarmi a guidare con ogni tempo, su ogni strada e a ogni ora del giorno e della notte», ribatté Brian allegramente. «E ho imparato a far funzionare le lampade a kerosene molto tempo fa: sono cresciuto qui e so che un temporale su tre mette fuori uso le linee elettriche, obbligandoci a ri­correre a lanterne e candele. Tua zia Sara aveva ragione: senza elettricità c'è una cosa in meno a guastarsi.»

«La conoscevi, mia zia Sara?»

«No, non proprio. La conosco di fama: era considerata una vecchia signora bisbetica, indubbiamente uno dei personaggi del posto. Forse l'ho incrociata un paio di vol­te prima di partire per l'università. Il fatto è che...» esitò, poi chiese: «E tu, la conoscevi?»

«Ne ho sentito parlare per la prima volta la settimana scorsa», confessai. «Da quello che mio padre mi ha rac­contato prima di morire, ho capito che era... eccentrica.»

«Puoi dirlo», confermò Brian. «Ovviamente la gente del posto è rimasta al Medioevo, come saprai. Qui non si vede neppure la televisione, perfino ad Arkham la ricezio­ne è pessima, e le colline rendono difficile anche l'ascolto della radio. Quando, diversi anni fa, il primo uomo ha camminato sulla luna, penso che qui non l'abbia saputo nessuno, e quando la notizia è apparsa sul giornale un uo­mo ha riassunto alla perfezione l'atteggiamento più diffu­so da queste parti: ha detto che non si può credere a tutta quella roba che ci propinano da Washington.

«Dal momento che non conoscevi la tua defunta pa­rente non ti offenderai troppo se ti dico che qui veniva considerata da tutti una strega o qualcosa del genere.»

«Tradizione di famiglia», commentai con aria cupa. «Da quanto ho capito, anche un'altra nostra antenata fu impiccata per stregoneria circa tre secoli fa.»

«Ad Arkham le streghe pullulavano», commentò Brian. Improvvisamente, rallentando, annunciò: «Eccoci a casa Latimer».

Un tuono assordante sovrastò le sue parole e, alla luce di un fulmine, la vidi per la prima volta stagliarsi contro il cielo: mi si rivelò in tutto il suo folle obbrobrio di torret­te, balconi, finestre nere, verande simili a denti scheggia­ti. Il fulmine si dileguò, facendomi dubitare se l'avevo vi­sta davvero e se era possibile che avesse sul serio quell'a­spetto.

«Non ci credo», commentai debolmente. «Come dis­se il vecchio contadino a proposito della giraffa, non può esistere un animale del genere. È una casa o il set di un film di Frankenstein?»

Brian rise dolcemente e con comprensione. La sua mano lasciò il volante e si posò sulla mia. «Ero sicuro che sa­rebbe stato meglio non lasciare a Jeb il compito di riani­marti dopo il primo impatto con la casa.»

«Chiunque abbia costruito un edificio del genere», di­chiarai, «deve per forza infestarlo. Che Dio ci salvi, non ci credo. Spero che dentro sia meglio.»

«Per forza», decretò Brian. «Peggio non può essere di sicuro.»

Adesso riuscivo a vederla alla luce dei fari dell'auto. Era ancora più tremenda di come mi era parsa con il lam­po perché l'illuminazione continua non mi permetteva di ignorarne gli orrendi dettagli. Mi chiesi anche in che mi­sura i fanali non ne addolcissero i contorni. Be', avrei aspettato la luce del giorno: sarei stata felice di attendere che facesse chiaro per dare una buona occhiata a quella mostruosità. «Può darsi che sia perfetta dentro», mi dissi per farmi coraggio. «Dopotutto, chissà quante generazioni della mia famiglia non solo ci hanno abitato, ma proba­bilmente hanno scelto di farlo e sono prosperati, per così dire.»

«Parcheggio proprio davanti al portone, così non ci bagneremo; almeno c'è un lato positivo», osservò Brian. «Hai le chiavi?»

Le avevo. Una telefonata all'avvocato di famiglia a Providence mi aveva permesso di ottenerle e di venire a sape­re che la casa era interamente arredata; avevo quindi ven­duto alcuni mobili dell'appartamento e messo gli altri in un magazzino. Portai la spesa fino alla porta d'ingresso e armeggiai con le chiavi mentre Brian si occupava delle valige. La porta cigolò, protestò con uno stridio di cardini arrugginiti e finalmente si aprì.

«Meglio che tiri fuori la torcia», suggerì Brian. «Aspetta un attimo che ci metto dentro le pile. Ecco fat­to.» Un piccolo fascio di luce squarciò l'oscurità e mi guidò sui gradini.

Mi trovai in una specie di caverna sconfinata e buia, po­polata da ombre e sagome di mobili, pervasa da un odore di umidità. Di tanto in tanto l'ambiente veniva illuminato per un istante dai fulmini. Presi per un attimo la torcia a Brian; la portai in giro per la stanza, soffermandomi a guardare le vecchie sedie intagliate, il divano di crine, il camino gigantesco e la mensola che lo sovrastava. Spostai il fascio di luce su un enorme dipinto sopra il caminetto e sussultai.

Stavo fissando il mio viso.

 

CAPITOLO 3

Sara, la prima

 

Per lo stupore lasciai cadere la torcia che rimbalzò una volta e rotolò sul pavimento.

Credo di aver urlato per lo spavento. Poi il braccio di Brian, caldo e rassicurante, mi cir­condò le spalle.

«Calmati, Sara, sono qui. Cos'è successo? Cosa ti ha spaventato? È solo un quadro.» Si chinò per raccogliere la torcia e ne diresse il fascio verso l'alto. «Che somiglianza! Immagino sia la tua antenata.» Continuò a parlare dolcemente, cercando di calmarmi, mentre il respiro mi tornava normale. «Se è così, il quadro è stato dipinto al momento del suo maggiore splendore: guarda che bellez­za! Le due o tre volte in cui l'ho vista era una vecchia, e non era difficile credere che fosse una strega. Ma le vere streghe si diceva fossero delle ragazze incantevoli. Non è un caso se questo aggettivo e la parola incantesimo si asso­migliano tanto. Guarda, Sara, è come se ti specchiassi.»

Lentamente mi ricomposi e ritrovai la lucidità. Ero sta­ta sciocca a gridare, a perdere la testa, ma la sorpresa di entrare in una casa completamente sconosciuta, in una stanza male illuminata dai fulmini e di vedermi lì, appesa al muro, come se anch'io appartenessi a quella strana dimora, era stata troppo forte. Alzai di nuovo gli occhi e stu­diai il ritratto.

Era vero, mi sembrava di guardarmi allo specchio. La donna del quadro era alta, snella ma un po' più formosa di me, e indossava la tipica camicia vittoriana a collo alto e pieghettato. Il viso, però, era il mio, un triangolo formato da una fronte ampia e il mento piccolo, con sopracciglia dritte e scure e grandi occhi verdi - Roderick aveva detto che mi facevano assomigliare a un gatto - e capelli ondu­lati biondo-rossi. I colori del mio viso erano così partico­lari che da molto ormai avevo rinunciato a truccarmi: i co­smetici stonavano su di me, sembravano appiccicati in modo innaturale. Mi venne in mente che se mio padre era cresciuto in una casa con quel dipinto appeso alla parete, aveva dovuto pensare ogni giorno al fatto che una Sara Latimer destinata a una fine tragica era nata anche a lui. Eppure non ne aveva mai parlato fino al momento in cui la drammatica perdita di due persone care non aveva ri­dotto la sua reticenza. Un vero mistero!

Be', almeno questo spiegava la reazione del vecchio Jeb Meyers.

Distolsi gli occhi dall'immagine, accorgendomi di nuo­vo del braccio di Brian che mi cingeva. Con una certa ri­luttanza - com'era caldo e confortante - mi staccai sugge­rendo: «Faremmo meglio a cercare quelle lanterne e ad accenderle».

Era la mia immaginazione o anche lui sembrava restio a interrompere quel contatto? «Già. Probabilmente sono in cucina, sempre che riusciamo a trovarla.»

Guidati dal fascio tremolante della torcia esplorammo le porte scure che si aprivano sull'ingresso buio. Attraver­sammo un corridoio immerso nella penombra, puntammo la luce brevemente su una stanza polverosa con le pa­reti coperte di libri, ci affacciammo su quello che sembra­va, con mio grande sollievo, essere un bagno: enorme va­sca di metallo dai piedi affusolati, lavandino alto con rubi­netti vittoriani elaborati, water dietro un discreto para­vento con il serbatoio dell'acqua sospeso e la catena. Per quanto fosse brutto e antiquato, almeno non avrei dovuto sfidare temporali, ragni o altri animali di campagna per andare in un bagno fuori della casa!

La stanza successiva era la cucina, e una rapida ispe­zione sugli scaffali ricoperti di chintz rivelò un paio di lampade a kerosene di vetro; tenni la torcia mentre Brian le riempiva, pompava il combustibile e le accendeva. Die­ci minuti dopo una luce calda e intensa rischiarava ogni angolo e anfratto della vecchia stanza con il soffitto alto, lo zoccolino dipinto di blu e la carta da parati a fiori co­me andava di moda un tempo. C'era un mucchio di pol­vere - dopotutto, pensai, la casa era rimasta chiusa per sette anni -, ma era più pulita di quanto mi aspettassi e sembrava piuttosto confortevole.

«Evviva», esclamò Brian. «Temevo che fosse una cuci­na a carbone, e che avresti dovuto consumare cibi freddi finché qualcuno non ti avesse procurato del combustibile. Invece funziona a gas: vediamo se è fuori uso o se l'hanno lasciato allacciato. In queste case isolate cucinano sempre con il gas in bombole e probabilmente ce n'è rimasto. A meno che con la ruggine non sia impossibile da aprire: ma con le taniche di propano non accade spesso.»

Fece delle prove con i fiammiferi e scoprì che, una volta eliminata la polvere, una piccola fiammella blu guizzava. «Dovrai ordinarne dell'altro tra un giorno o due», annunciò, «ma questo ti basterà per preparare il caffè, o il tè, o altro, e per cucinarti un paio di pasti alla buona.»

Lanciò un'occhiata incerta alla porta. «Immagino che, se e quando l'acquazzone si calma, dovrò andarmene. Ti ho acceso le lampade e non devo approfittare di quel pre­testo per restare qui.»

«Oh, no!» protestai immediatamente. Mi corressi im­barazzata: «Scusa. So che sei un medico e, se hai un pa­ziente che ti aspetta, non ti devo trattenere. Se però non devi lavorare, mi piacerebbe che restassi e facessi almeno un giro della casa con me. Mi sento una stupida ad avere paura: dopotutto è stata la casa della mia famiglia per ge­nerazioni, eppure...»

«Se la pensi così, non riuscirai a liberarti di me», af­fermò con decisione. «Tocca a James occuparsi dei pa­zienti stasera, e ho sempre desiderato visitare una casa stregata di notte!»

Mi scoprii a tremare. «So che stai scherzando, però, ti prego, smettila. Io devo viverci, qui. Non sono supersti­ziosa, o almeno non avevo mai creduto di esserlo, ma non avevo mai visto una casa del genere.»

Mi circondò la vita con un braccio. «Be', se è abitata da uno spettro si tratta certamente di quello della tua prozia, che però non farebbe mai del male alla sua sosia!»

Non ne ero così certa. Papà l'aveva descritta come un personaggio terrificante, ma non espressi ad alta voce il mio pensiero.

La luce calda e morbida della lampada a kerosene scac­ciò le ombre dalla grande cucina; decisi di lasciare la spesa nei sacchetti finché non avessi avuto modo di pulire un paio di scaffali. Mi feci anche l'appunto mentale di infor­marmi sulle consegne a domicilio di ghiaccio. Con la lampada in mano, Brian e io attraversammo lo spazioso salo­ne. Adesso che riuscivo a vedere il dipinto chiaramente, la somiglianza appariva ancora più impressionante, e per un attimo ebbi la curiosa impressione che il viso tanto simile al mio mi strizzasse l'occhio.

Eccoti qui, ragazza mia, dopo tutti questi anni. Sara Latimer... un'altra Sara Latimer. Tuo padre non poteva impedir­ti di diventare una di noi.

«Sciocchezze, cara zietta», dissi ad alta voce, e mi vol­tai verso Brian. «Esploriamo il resto della casa.»

Mentre procedevamo nel dedalo di stanzette seconda­rie - dispense, una veranda chiusa, un vasto locale che Brian dichiarò essere una cucina estiva, guardaroba, ca­mere da letto contenenti solo stretti giacigli e cassettoni sgangherati (stanze della servitù, che sembravano essere rimaste inutilizzate dall'inizio del secolo) -, raccontai a Brian le circostanze che mi avevano portata lì. Mentre parlavo della scomparsa della mia famiglia la voce mi di­venne malferma. La compassione mi avrebbe fatto crolla­re del tutto, ma lui si limitò a stringermi la mano per un at­timo e a dire: «È stato un duro colpo. Forse questo è pro­prio ciò che ti serve: un posto tranquillo e sereno, del la­voro e dei nuovi amici».

Una scala ripida e strettissima saliva dal cucinotto sul retro, ma Brian mi impedì di usarla. «Conosco queste vecchie case. La scala principale sarà in condizioni miglio­ri.»

Tornammo sui nostri passi verso la parte anteriore della casa e cominciammo a salire. La luce della lanterna, che Brian teneva sollevata, proiettava strane ombre sulla rin­ghiera; avevo l'impressione che forme lunghe, nere e mo­struose ci accompagnassero al piano superiore. Dove la scala compiva una curva, un secondo ritratto di Sara Latimer ci osservava con sguardo fermo e minaccioso.

«A Sara prima premeva tenere la situazione sott'occhio», dissi, cercando di sembrare irriverente. Solo che, in realtà, era Sara dodicesima o giù di lì. Spero che non infesti­no tutte questo posto!

Tre delle stanze del secondo piano erano vuote od oc­cupate solo da bauli o scatoloni, e mobili imponenti erano accatastati lungo le pareti. Per la prima volta cominciai a credere davvero che la mia antenata Sara Latimer avesse vissuto lì da sola per molti anni e che la casa fosse rimasta chiusa e disabitata per sette anni dalla sua morte.

«Ma questo è il paradiso degli antiquari», esclamò Brian. «C'è da divertirsi a esplorarlo di giorno e a trovare i tesori di famiglia. Promettimi che mi permetterai di veni­re ad aiutarti a rovistare in tutti quei bauli!»

«Accetto volentieri tutto l'aiuto che mi viene offerto, credimi.»

Segretamente mi chiesi se fosse il ricordo di questo po­sto a motivare l'odio viscerale di mio padre per i mobili vittoriani e in genere antichi. Casa nostra era stata arreda­ta con mobilio moderno in stile svedese, e avevo dovuto mettere tutto in un deposito. Magari potevo vendere qual­che mobile a degli antiquari per affittare un magazzino dove conservare gli altri.

Spinsi la quarta porta. Mi resi subito conto che si tratta­va del cuore della casa, del territorio di zia Sara.

Quando l'uscio si aprì uno strano odore dolciastro, pe­netrante, si diffuse nel corridoio. La lampada mostrò una camera completamente arredata, e dominata da un enor­me letto a baldacchino. Doveva essere almeno di due piazze e mezzo, ed era coperto e incorniciato da un ten­daggio bianco.

Brian lo fissò e abbassò la lampada per lo stupore. Dis­se intimidito: «E pensare che ti avevo proposto un letto, quando qui ti aspettava quello!»

Deglutii rumorosamente. «E enorme, vero? E tutto per una vecchietta! Mi chiedo se ci abbia davvero trascorso ogni notte da sola!»

«Non saprei», ribatté Brian. «Morì zitella, ma se era veramente bella come in quel ritratto sono pronto a scom­mettere che almeno in qualche occasione deve avere avuto compagnia.»

Mi sentii lievemente imbarazzata. Io e Brian ci conosce­vamo troppo poco per parlare di letti, eppure, da quando eravamo entrati in quella stanza dominata dal baldacchi­no, non eravamo stati capaci di interessarci ad altro.

Commentai: «Mi fa pensare alle lezioni di francese per principianti. La matita di mio nonno. Il letto della pro­zia».

«Questo letto è formidabile», esclamò Brian con una risata impacciata. «Detesto pensarti qui a dormirci da so­la...» Si fermò di scatto, e alla luce della lanterna vidi che le orecchie gli si erano fatte rosse. «Scusa, Sara, non so co­sa mi prenda; non intendevo dire...»

«Faresti meglio a chiamarmi Sally. Sara Latimer è solo quella vecchia megera.» Decisi nel frattempo che per pri­ma cosa l'indomani avrei tirato giù il quadro. Potevo forse riuscire ad abitare in casa sua, ma non avrei trascorso tutta l'estate sotto lo sguardo di quegli occhi verdi!

«Ma Sally non ti sta bene. Hai la faccia di una Sara», protestò, «e poi tua zia non era una megera, o almeno non in quei ritratti: è quasi bella come te!»

Mi avvicinai al letto. Vi era distesa sopra una vecchia e preziosa trapunta con un elaborato motivo di stelle a cin­que punte. La tolsi, scoprendo le lenzuola: erano immaco­late, anche se un po' umide. Brian mi indicò un angolo della stanza dove si trovava un enorme armadio, impo­nente e austero come una cripta. «Se la memoria non mi tradisce», spiegò, «quel grosso coso scuro è un armadio per biancheria. Probabilmente ci saranno dentro lenzuola pulite. Dormire in letti umidi è quello che provocava i reumatismi agli abitanti del New England un tempo.»

Dentro ci trovai in effetti parecchie lenzuola di lino, tutte perfettamente pulite e fresche come se zia Sara le avesse lavate e riposte il giorno precedente invece che set­te anni prima; Brian posò la lampada su un grosso casset­tone e insieme disfacemmo il letto e lo rifacemmo con le lenzuola pulite.

«Brian, sii gentile: vammi a prendere la valigia», gli chiesi. «Non ho nessuna intenzione di dormire in una vecchia camicia da notte di zia Sara.»

Mentre andava a recuperare i miei bagagli, mi misi a ispezionare meglio la stanza con la torcia. Conteneva un piccolo lavandino di marmo con rubinetti di bronzo dove, se volevo, avrei potuto lavarmi i denti senza scendere al piano inferiore. Era sormontato da un enorme specchio che mi mostrò il mio viso; con i capelli gonfiati e scarmi­gliati dal vento assomigliavo incredibilmente alla prima Sara. Maledizione alla prima Sara! Se era veramente la strega che mio padre aveva detto, era probabilmente già dannata senza alcun bisogno di rincarare la dose.

In un angolo si trovava un grosso mobile da toeletta con i piedi lunghi ed elaborati, e sul piano in marmo vidi un pettine di avorio, una spazzola e uno specchio. Mi sedetti per un attimo sul panchetto e, fissandomi nel grande specchio leggermente deformante che lo sormontava, pre­si in mano lo specchietto. Per essere una donna così vec­chia, zia Sara aveva una vera e propria passione per gli spec­chi. Sul piano della toeletta erano disposti diversi flaconcini e bottigliette. Molti erano di cristallo o avevano il tappo d'argento, e mi parvero bellissimi e costosi. L'immagine nello specchio tremò per un istante ed ebbi la fugace im­pressione che fosse il viso truccato di zia Sara a guardar­mi. Le labbra erano umide, rosse e socchiuse, i capelli sciolti ricadevano sensualmente sulle spalle; gli occhi ver­di brillavano, e le spalle erano nude e i seni piccoli e duri...

Alzai il capo al suono dei passi di Brian; appoggiò la va­ligia ai miei piedi e mi si fermò dietro posandomi le mani sulle spalle; il suo viso era vicino al mio nello specchio e per un momento sembrò che anche la sua immagine si deformasse e diventasse quella di un uomo nudo; distolsi lo sguardo dallo specchio arrossendo. Cosa avrebbe pen­sato zia Sara di un uomo nella sua stanza di zitella? Proba­bilmente era il tipo che, prima di infilarsi nel lettone, guardava sotto il letto per accertarsi che non nascondesse esponenti dell'altro sesso.

«Cosa sono tutti quei vasetti e tubetti?» chiese Brian. «C'è odore di erbe aromatiche in tutta la stanza. Non è forse profumo di lavanda?»

Scossi il capo. «No, non lavanda. Mia madre usava i sacchetti di lavanda per la biancheria, e quell'odore lo co­nosco. No, non so cosa sia.» Era così penetrante da stor­dire; svitai il tappo d'argento di un piccolo vasetto di por­cellana. «Probabilmente è una normale crema che aveva acquistato allo spaccio.»

«Non credo», disse Brian pensoso. «Credo preparasse da sola i suoi cosmetici; molta gente da queste parti usa solo rimedi e tisane a base di erbe, e la cosa strana è che funzionano. La medicina popolare ha molto da insegnar­ci, per chi ha la pazienza di studiarla... cos'è quest'odo­re?»

Dal vasetto si diffondeva un aroma dolciastro, tanto forte da dare le vertigini; era come una nube palpabile di profumo che invadeva tutta la stanza. Inspirai e mi andò alla testa come avrebbe fatto un forte alcolico. Un vortice di fantasie, visioni erotiche, sensazioni forti mi avviluppò.

Brian si sporse per annusarlo più da vicino. Inspirò poi mi si avvicinò, mi inclinò la testa all'indietro e mi baciò sulle labbra. Mi cercò con la bocca calda e decisa, si ap­poggiò a me da dietro e le sue mani si misero a esplorarmi il seno.

Come spinta da una forza invisibile infilai un dito nel vasetto e mi applicai una traccia di crema profumata alla base del collo, là dove la pelle è sottile; allontanai poi da me il flaconcino riavvitandone il tappo. Brian mi girò at­torno e premette il viso sul mio seno, mentre con le mani mi slacciava i bottoni della camicetta.

Alla luce della lampada ebbi la strana sensazione di muovermi in acque profonde. Mi alzai allontanando dol­cemente le mani di Brian e, come in trance, mi strappai i vestiti di dosso. Nello specchio tremolante mi vidi nuda, alta, magra e pallida, con i capelli fiammanti, la bocca cal­da e rossa come una rosa scintillante e la macchia ruggine tra le gambe. Nessuno dei due parlò: Brian, che sembrava ipnotizzato, si slacciò i bottoni della camicia, la sfilò, ab­bassò la cerniera e scalciò via i pantaloni. Aveva un torace scuro e villoso e, quando mi si avvicinò, era già eccitato; gli occhi emanavano un brillio rossastro alla luce della lanterna.

Mi venne sopra ridendo sottovoce e mi coprì la bocca con la sua; con un grido esultante lo strinsi tra le braccia e gli morsi un labbro; assaporai il gusto salato del sangue.

Mi sollevò di peso e mi posò sulle lenzuola profumate del letto. Sprofondai, affondai nel profumo mentre il mio corpo veniva schiacciato nel letto di piume sotto il suo. Sopra di me, alla luce tremolante, i veli del baldacchino si misero a danzare. Un tuono e la pioggia che si abbatteva violentemente contro la finestra soffocarono il mio urlo mentre lui mi penetrava con foga possente e selvaggia, mi copriva le labbra con le sue e mi schiacciava contro i cu­scini.

Abbandonandomi senza riflettere a quell'istante reagii con passione insolita. Alla luce della lanterna il suo corpo nudo sembrò crescere, gonfiarsi e farsi sfocato fino a di­ventare gigantesco, demoniaco; mi riempiva con affondi decisi, violenti, e cresceva e si ritirava come una figura dia­bolica, ora umana ora bestiale. Non ci fu la tenerezza che fino ad allora avevo sempre desiderato. Non fu un rappor­to dolce né romantico, ma un accoppiamento convulso, sfrenato, quasi animalesco, che continuò fino a quando non ebbi l'impressione di esplodere nel delirio dell'attimo culminante, mentre mi passavano per la mente pensieri assurdi... Asmodeus, Azanoor, nero su di me... il mio corpo alla bestia e la mia anima all'inferno...; intanto le mie an­che si dimenavano freneticamente, sotto i suoi movimenti incessanti come i colpi di un tamburo... poi udii il suo urlo selvaggio ed esultante e il mio grido irrefrenabile di piace­re che si unì alla sua voce, e insieme soffocarono il bronto­lio del tuono che moriva.

Ci separammo e ci addormentammo di colpo.

Sognai. Ero in una pianura vasta e arida, coperta di pic­coli tumuli bizzarri, asimmetrici, ed ero circondata da una strana luce grigia; animali sconosciuti si muovevano in lontananza, ma non provavo alcuna paura. Ero nuda e mi spostavo mio malgrado sul terreno, che era coperto di er­ba contorta e incolore e disseminato di collinette basse e massi caduti. La luce inquietante si intensificò leggermente e vidi che le pietre erano in realtà delle lapidi. Osservai senza curiosità che su una era scritto: SARA MAGDALEN LATIMER: UCCISA QUI DAI CANI, 1884. E i cani ne mange­ranno le carni... Re... il numero del capitolo e dei versi era­no illeggibili.

Passai in rassegna le altre tombe, dove lessi con la stessa indifferenza i nomi delle altre Sara Latimer e le morti vio­lente che avevano incontrato. La curiosa luce spettrale non assomigliava per niente a quella del sole o della luna. Mentre galleggiavo in quell'innaturale chiarore sentii, più che vedere, un'ombra che diventava sempre più grande a mano a mano che mi avvicinavo. Una voce mi chiamava da lontano:

«Sara! Sara!»

L'ombra crebbe ancora, sempre di più. Vidi che era una quercia disseccata che si stagliava contro il cielo e, quando ne raggiunsi la base, lessi l'iscrizione composta di strane lettere marchiate a fuoco: SARA LATIMER LA STREGA FU IMPICCATA A QUESTA QUERCIA IL 31 AGOSTO 1671. CHE LA SUA ANIMA SIA DANNATA PER L'ETERNITÀ.

Ritrovai un briciolo di consapevolezza e pensai: che in­genuità.

Un tuono scosse il cielo; un enorme fulmine colpì la quercia che, con una lentezza impressionante, cominciò a cadere verso di me... e mi svegliai con un singulto e un ur­lo mentre Brian ripeteva sottovoce il mio nome.

«Sara... Sara?»

Mi trovai ad arrossire al buio. Buon Dio, cosa mi era accaduto? La mia famiglia era morta da neanche una setti­mana e io, come una cagna in calore, ero andata a letto con il primo venuto, qualcuno che avevo incontrato meno di quattro ore prima...

«Brian? Stavo dormendo.»

«Lo so, tesoro, mi dispiace averti svegliato, ma stavi ge­mendo nel sonno e temevo avessi un incubo.»

«Lo so: stavo sognando tutte le Sara Latimer. Sai, han­no tutte avuto una morte violenta...»

Si protese per baciarmi. «Non essere macabra, tesoro; ti rendi conto che non abbiamo ancora preparato quelle uova al bacon che mi avevi promesso? Non so perché, ma ho una fame da lupi. E poi, non dovrei trattenermi trop­po: non voglio comprometterti proprio la prima notte che trascorri in paese. Sai, qui c'è una vecchia pettegola in ci­ma a ogni collina...»

Scesi dal letto. «Certo, e poi un medico dev'essere al di sopra di ogni sospetto. Vieni giù che ti preparo qualcosa da mangiare, poi potrai andartene.» Mi dispiaceva per Brian. Mi ero gettata tra le sue braccia e, a parte darsela a gambe, non avrebbe potuto fare altro. Ma cosa diavolo era accaduto?

Si rivestì alla bell'e meglio mentre indossavo il mio abi­to di cotone, ancora piuttosto perplessa. Conoscevo Roderick da un anno quando mi ero decisa ad andare a letto con lui.

«Porta la lampada. Non voglio rompermi il collo su quelle scale al buio», dissi, «anche se c'è un medico in casa.»

La camera da letto si chiuse alle nostre spalle, privan­doci delle ultime tracce di quel profumo che ci aveva stor­diti. Brian respirò profondamente e mi guardò negli oc­chi.

«Sara», cominciò, «non so cosa mi sia successo. Non ho mai... ascoltami... Prima... prima di venire di sopra la seconda volta stavo pensando che ti desideravo, ma che ci sarei andato piano perché tra di noi avrebbe potuto essere tutto... molto speciale. E adesso...» Scosse il capo stupe­fatto.

Lo guardai di sottecchi e ribattei: «È stata una sorpresa anche per me. Non sono... in tutta onestà, non sono il tipo di ragazza che va a letto con il primo che incontra!» Ero comunque contenta di averlo fatto; non pensavo che esi­stessero ancora uomini di quel genere.

«Ti dispiace di averlo fatto, Sara?»

«No», risposi sinceramente. «Come potrebbe dispia­cermi una cosa del genere?»

Mi si avvicinò per baciarmi. «Neanch'io sono pentito. È stato uno dei momenti più belli... Certo che il profumo di tua zia è potente come pochi!»

L'aveva detto per fare lo spiritoso ma ci accorgemmo entrambi che era la verità. «È stato quello che ci ha fatto cominciare, sai?» dissi. «Esistono erbe dalle proprietà afrodisiache?»

Esitò. «Non secondo la medicina tradizionale», ammi­se. «Alcuni medici sono pronti a giurare che sostanze del genere non esistono. Io non ne sono sicuro. Insomma, non cerchiamo delle scuse. È successo e non mi dispiace per niente. Adesso andiamo a farci quelle uova.»

Ridemmo e ci stuzzicammo a vicenda mentre ci muove­vamo attorno ai fornelli per far bollire l'acqua del tè, frig­gere le uova e il bacon in un'enorme padella di ferro; era annerita e bruciacchiata, ma il risultato fu delizioso. Le nostre risate conservavano tuttavia una nota stridula: era­vamo entrambi stupiti di noi stessi e a disagio. Speravo, senza riuscire a dirlo ad alta voce, che il mio comporta­mento così disinibito non l'avesse deluso; gli era piaciuto fare l'amore con me, adesso era gentile - come lo sarebbe stato qualsiasi uomo civile -, ma avrebbe deciso che si trattava dell'avventura di una notte? Io ero stata benissi­mo, ma mi sarebbe dispiaciuto se Brian si fosse rivelato un partner occasionale invece dell'amico di cui avevo tanto bisogno.

Ci attardammo davanti alle uova e a una seconda tazza di tè, anche se mi confessò che lo beveva raramente. «So­no un uomo da caffè, ragazza mia! Cosa succede, non ti hanno mai detto che gli studenti di medicina sopravvivono grazie al caffè? Dovrò addestrarti meglio», dichiarò, e mi sentii di nuovo speranzosa. Infine, però, quando l'orolo­gio dell'entrata batté tre rintocchi - mi domandai chi l'a­vesse caricato - guardò controvoglia la porta.

«Sara, adesso devo proprio andare. Ha smesso di pio­vere e non possiamo permetterci i pettegolezzi a questo stadio. Mi dispiace molto lasciarti da sola, ma... te la cave­rai?»

«Ma certo, Brian. Non devi restare qui.»

Mi baciò a lungo, poi udii la sua auto che partiva. Mol­to tempo dopo sollevai la lampada e salii lentamente le scale e tornai a infilarmi, questa volta da sola, nell'enorme letto di zia Sara.

Temevo che sarei rimasta sveglia, invece mi addormentai subito. Una volta, alla luce tenue dell'alba, il mio son­no venne disturbato da uno strano rumore, come di qual­cuno che rosicchiava. Topi? Scoiattoli? Il fantasma di zia Sara? Esclamai ad alta voce: «Oh, al diavolo zia Sara!» e mi addormentai di nuovo.

 

CAPITOLO 4

Zenzero

 

Al mio risveglio la luce umida e annacquata del sole riempiva la stanza. Per un istante guardai sorpresa il baldacchino che sovrastava il letto, senza ricordarmi più dove mi trovavo; poi la memoria mi tornò.

Andai alla finestra e scostai i pesanti tendaggi. Alla luce del giorno gli antichi mobili scuri sembravano ancora più pesanti e solenni, ma il letto si era rivelato piuttosto como­do e avevo dormito bene.

Al contrario di quello che mi aveva scritto il reverendo Hay, la casa non era in rovina neanche secondo - come aveva detto? - i criteri cittadini. Non so cosa intendesse esattamente con quell'espressione ma, a parte la polvere, villa Latimer sembrava in ottimo stato. Era stata l'«asso­ciazione storica» a prendersene cura o era semplicemente solida e ben costruita?

Davanti a me si stendeva un pendio erboso piuttosto trascurato punteggiato dalle cime dei soffioni che faceva­no capolino. Era delimitato da una bassa siepe al di là del­la quale si trovava un campo collinoso con montagnole coperte d'edera e pietre grigie erose. Mi suscitarono un vago ricordo che mi riempì di terrore; poi mi resi conto che si trattava di un cimitero antico, le cui pietre tombali erano crollate o si erano consumate. Mi scoprii a ridere: perché no? Tutte le case infestate che si rispettino si affac­ciano su un cimitero, è la regola.

Era quel vecchio cimitero, dunque, l'originario nucleo di Witch Hill.

In ogni caso non ero superstiziosa, e certo tutti quelli sepolti lì erano morti da tanto di quel tempo che doveva­no essere diventati polvere: almeno non potevo lamentar­mi di avere dei vicini chiassosi!

Mi chiesi se anche zia Sara fosse seppellita lì, lasciai ri­cadere la tenda e andai giù a prepararmi la colazione.

La vecchia cucina sembrava assai più accogliente alla luce del giorno; anche il ritratto di zia Sara sulle scale sem­brava sorridermi. Esplorando la dispensa dietro la cucina scoprii che il pavimento di pietra e gli scaffali scuri erano molto meno caldi di qualsiasi altro punto della casa, e do­vevano costituire una soluzione ingegnosa per tenere in fresco il latte prima dell'avvento di ghiacciaie e frigoriferi. tè caldo, pane tostato sul fuoco e generosamente coperto di burro e un uovo nella vecchia padella mi fecero rinasce­re: decisi che mi sarei preoccupata del colesterolo un'altra volta. Più tardi, un bagno caldo nell'antica vasca (l'acqua, con mia sorpresa, aveva cominciato a scendere bollente dieci minuti dopo l'accensione dell'antiquato scaldaba­gno a gas) mi permise di ritrovare una certa somiglianza con la Sara che ero stata fino a tre settimane prima. Tornai da basso a lavare i piatti della colazione - avrei presto do­vuto provvedere a comprare un'altra bombola di gas -, pensando che poi avrei cercato la stanza migliore per si­stemare cavalletto e materiale per dipingere; dopotutto, mi trovavo lì per lavorare.

Il locale sembrava umido, quindi spalancai la porta po­steriore per far entrare un po' di sole. Avevo temuto di do­ver armeggiare a lungo col chiavistello, invece stranamen­te l'uscio si aprì subito, come se fosse stato adoperato ogni giorno negli ultimi sette anni. Forse i membri dell'associa­zione storica erano abituati a venire, e in quel caso avrei certamente dovuto cambiare serratura. O forse quell'edi­ficio era semplicemente ben costruito - e incredibilmente pulito - a parte la polvere.

Mentre stavo asciugando l'ultimo piatto udii un miagolio acuto e insistente, e un grosso gatto rosso entrò in cuci­na come se fosse stato il padrone di casa.

Si fermò davanti all'armadio arieggiato della dispensa, fissandolo con uno sguardo di calma aspettativa.

«Miao!» protestò, e risi ad alta voce.

«Va bene, micione. Quale strega non ha un gatto? Solo che in genere sono neri, mi pare.» Gli versai una scodella di latte, aggiunsi un uovo crudo e una strisciolina di pan­cetta che era avanzata. Placidamente, come se il pasto gli fosse dovuto, cominciò a mangiare, poi mi seguì da una stanza all'altra, fermandosi di tanto in tanto per saltare su un mobile e annusarlo; quando andai a rifarmi il letto si acciambellò sul cuscino, facendo rumorosamente le fusa.

«Accidenti, gattone», esclamai, «sembri proprio a ca­sa tua! Cosa succede? Il tam-tam dei gatti ti ha detto che la casa infestata veniva riaperta e che potevi presentarti come candidato? Pensavi forse di spacciarti per un auten­tico gatto da strega perché sono una principiante?»

Fece di nuovo le fusa, come per rispondermi.

«Sarai un'ottima compagnia. Va bene, micio, puoi ri­manere finché qualcuno non viene a reclamarti. Se devi abitare in un posto del genere, come potrei chiamarti?» riflettei ad alta voce, poi mi venne in mente il vampiro dol­ce ed educato dello sceneggiato televisivo Dark Shadows. Barnabas Collins, il vampiro gentiluomo.

«Vieni, Barnabas», ordinai, «andiamo a cercare un posto per il cavalletto.»

Come se mi avesse capito balzò giù dal letto, gironzolò in corridoio e si fermò davanti a una stanza vuota.

«Là dentro? Va bene», lo presi in giro e lo seguii all'in­terno del locale. Era una stanza spaziosa e luminosa, che conteneva solo alcuni vecchi bauli, e aveva un'enorme fi­nestra orientata a nord che mi avrebbe permesso di dipin­gere benissimo. Montai il cavalletto, e Barnabas scoprì a sue spese che la struttura non era in grado di sopportare il suo peso (fortunatamente, un attimo prima che rovinasse a terra il micio se n'era allontanato con un salto). Andai a prendere un secchio, uno spazzolone e degli stracci per eliminare la polvere. Quando la stanza fu perfettamente pulita tornai giù per pranzare - un panino con i pomodori - e diedi dell'altro latte a Barnabas. Mi sedetti sugli scalini inondati dal sole per preparare una lista della spesa: avevo deciso che quel pomeriggio sarei andata a piedi a Madi­son Corners per acquistare provviste, acquaragia e molto cibo per gatti o pesce (così vicino all'oceano non sarebbe stato difficile procurarselo, c'erano probabilmente molti pescatori con degli scarti che non riuscivano a vendere e che mi avrebbero dato per pochi spiccioli).

Stavo redigendo un secondo elenco di commissioni da sbrigare durante la mia prima visita ad Arkham - accessori per dipingere erano certamente in vendita nella libreria del Miskatonic College; dovevo poi cercare qualche anti­quario, dal momento che non mi servivano tutti quei mobili -, quando una strana voce disse, quasi sopra la mia testa:

«Ma guarda, Zenzero! Vedo che ti sei trasferito e sem­bri proprio a casa tua!»

Il gatto miagolò di rimando; mi alzai ad accogliere l'uo­mo, che stava facendo il giro della casa per venirmi incon­tro.

Era molto alto - probabilmente almeno un metro e no­vanta -, e portava abiti scuri e austeri. Aveva un viso affila­to, capelli chiari e arruffati e mento e naso lunghi e ap­puntiti, con folte sopracciglia sotto cui luccicavano occhi d'acciaio. No, non era proprio così: la mia descrizione lo fa sembrare quasi un mostro, a torto. Era invece perfetta­mente normale, e quasi bello, anche se di una bellezza ru­de e glaciale come quella tipica del New England. Sem­brava la polena di un antico veliero, o l'effigie di un cava­liere crociato su un sepolcro. L'avrei conosciuto bene, ma con i miei occhi d'artista lo vidi sempre così come mi era apparso la prima volta. Ma era davvero la prima volta? Scacciai quel pensiero dalla mia mente e cercai di chiude­re a chiave la porta del cervello.

Si fermò a pochi metri da me e sollevò gli occhi, disto­gliendoli dal micio. Impallidì.

«Avevo sentito in paese che eri tornata», balbettò con un filo di voce. «Il vecchio Jeb me l'aveva detto. Ma si tratta di uno sciocco superstizioso... non avrei mai credu­to che...»

Lo interruppi con decisione. «Di cosa diavolo sta par­lando? Non sono mai venuta qui in tutta la mia vita, ed è la seconda volta che sento raccontare delle sciocchezze sul mio presunto ritorno. Vedo che conosce il gatto: appartiene per caso a lei? È molto bello; mi aspettavo che qualcu­no venisse a riprenderselo.»

L'uomo fece segno di no. Aveva l'aria confusa ma face­va di tutto per nasconderlo. Alla fine replicò: «No, Zenze­ro non è mio, ma è vero che lo conosco bene: era il gatto della signorina Latimer, e naturalmente siamo vecchi ami­ci».

Scossi il capo incredula. Barnabas era un gatto bello e forte, ma non poteva avere più un anno, o due al massimo. Zia Sara era morta da sette anni. Dichiarai quindi: «Se mia zia Sara - la signorina Latimer - possedeva un gatto fulvo come questo, è probabile che abbia riempito il vici­nato di gattini rossicci simili a lui. Si tratta di una bella coincidenza, però, che un sosia del gatto di zia Sara mi ab­bia aspettato sulla soglia proprio nel giorno del mio arri­vo. Mi perdoni, sto divagando». Tesi la mano. «Mi chia­mo Sara Latimer.»

Sorrise debolmente. «Sì, lo so; da queste parti le basta solo quel viso come documento di identità, signorina Latimer.»

«Ci sono altri Latimer da queste parti?»

«Penso che lei... voglio dire, che la signorina Latimer fosse l'ultima, o almeno lo pensavo, o forse dovrei dire che lo temevo. Sono Matthew Hay, e mi deve scusare: co­noscevo sua zia...» esitò, «piuttosto bene da anni. È per caso venuta a prendere il suo posto?»

Il nome mi fece suonare un campanello in testa. Ma il suo posto dove? mi domandai. Nella sua chiesa di pazzoidi, forse?

«Signor Hay», spiegai, «lei ha scritto a mio padre per chiedergli di venderle la casa, ma la lettera è arrivata solo dopo la sua morte.» La sua stretta sulla mia mano era forte, ma aveva le dita ghiacciate. «Avevo pensato di venire a dare un'occhiata prima di decidere se vendere o no; do­potutto è appartenuta alla mia famiglia per trecento anni, e non mi va l'idea di lasciarla a qualcun altro.»

Matthew Hay ribatté: «La capisco benissimo: sua zia Sara la pensava allo stesso modo. Avevo creduto di capire, però, che avesse solo dei parenti lontani non interessati al­la proprietà. L'avevo invitata molte volte a provvedere perché la casa fosse venduta a un prezzo ragionevole alla Chiesa dopo la sua morte ma, come la maggior parte di noi, la signorina Sara non aveva coscienza della propria mortalità e aveva continuato a rimandare. Dopo la sua scomparsa ho atteso diversi anni nella speranza che un suo parente, diciamo così, comprensivo venisse ad abitar­la. Quando non è accaduto ho compiuto delle ricerche per individuare i proprietari legali e ho fatto un'offerta. Però, adesso che lei è qui, e mi sembra evidente che è una Latimer, forse non sarà più necessario».

Non riuscivo a seguirlo: sembrava che stesse delirando. Più tardi, quando imparai a conoscerlo meglio, scoprii che Matthew Hay non parlava mai a sproposito, ma che ogni parola andava dritta all'obiettivo; era tuttavia mae­stro nel nascondere tale obiettivo agli altri.

Gli chiesi: «La Chiesa del Rito Antico, signor Hay, ap­partiene alla chiesa cattolica?»

«Sì, se intende "cattolica" nella sua accezione di uni­versale», rispose. «Il nostro culto è molto più antico di quello cristiano.»

Tradussi mentalmente: setta di pazzoidi. «Be'», dissi, «non sono sicura di volermi disfare della casa. È apparte­nuta alla mia famiglia per troppo tempo. In ogni caso, non venderei quest'estate. Non posso andarmene fino a quan­do non avrò terminato il libro.»

Uno strano sguardo gli deformò il viso. Per un attimo pensai che fosse collera, ma quando riprese a parlare ave­va la voce posata di sempre.

«Sua zia Sara era un'importante e impegnata esponen­te della nostra chiesa: rappresentava uno dei pilastri della comunità, potremmo dire», raccontò. «I Latimer hanno praticato attivamente il nostro culto fin da quando sono arrivati in questo paese nel Seicento. La prima Sara Lati­mer fu una martire uccisa dagli ignoranti persecutori della nostra religione.»

La prima Sara Latimer era stata impiccata per strego­neria.

«Sta cercando di dirmi che la vostra chiesa... si basa sulla stregoneria? Che adorate il diavolo?»

«Signorina Latimer, solo gli ignoranti lo chiamano co­sì. Visto il suo livello di competenza attuale non posso neppure discuterne con lei», dichiarò. «Forse, quando ne saprà di più sulla nostra religione - e le assicuro che di ve­ra religione si tratta - le verrà il desiderio di unirsi a noi. Come le ho già detto, la signorina Sara, sua zia, era uno dei nostri capi spirituali più in vista. Era molto rispettata, per non dire riverita, nella nostra comunità. Ma oggi sono venuto solo per darle il benvenuto a Madison Corners e a chiederle se posso fare qualcosa per aiutarla.»

Con un pizzico di malizia pensai: Grazie, ma il benve­nuto me l'ha già dato Brian Standish. «È molto gentile da parte sua: vorrei solo sapere dove posso comprare uova e latte e dove ordinare altre bombole di gas per cucinare.»

«La signorina Latimer acquistava sempre il latte alla fattoria Whitfield, che si trova tra qui e la fermata dell'autobus», mi informò Matthew Hay, «e se non dovesse ave­re il pollice verde potrà trovare lì ortaggi ed erbe. Sua zia aveva un meraviglioso orto di erbe aromatiche, che temo sia ormai in stato di abbandono, anche se devo confessare che di tanto in tanto sono venuto qui a raccogliere qual­che aroma e ho cercato di curare le piante meglio che ho potuto. Tutte le conoscenze sulle erbe aromatiche del New England si stanno perdendo e penso che varrebbe la pena di conservarle. E poi», sorrise, e il suo viso pallido divenne improvvisamente umano e dolce, «confesso di soffrire di tanto in tanto di reumatismi e raffreddori, e tro­vo i rimedi vegetali migliori delle pastiglie e degli sciroppi che ci propina il medico. Spero che mi perdonerà per es­sere entrato nella proprietà.»

«La prego, venga pure quando vuole», dissi subito. «Non sapevo neppure che zia Sara coltivasse erbe aroma­tiche; non ho avuto il tempo di esplorare il giardino, e non so neppure quanto terreno mi appartenga.»

«Mi permetta allora di farle visitare la proprietà», pro­pose Matthew Hay. «Conosco questa terra da quando ero piccolo; in effetti, sono il suo vicino.» Fece un gesto in di­rezione del vecchio cimitero. «La mia casa si trova dietro quel boschetto, da qui non si vede. Venga, le faccio vedere le erbe aromatiche.»

Lo accompagnai dietro l'angolo di casa; il gatto Barnabas, che si era acciambellato su un gradino di pietra a cro­giolarsi al sole, distese le zampe fulve e ci seguì con passo solenne. Sorpresi Matthew Hay che si voltava a lanciare un'occhiata furtiva al gatto. Anche lui aveva qualcosa di felino, con quella grazia sorniona e la forza quasi animale­sca delle spalle. Aveva mani enormi anche per la sua con­siderevole altezza.

«Ecco il giardino; le erbe si trovano qui, al sole, sotto lo steccato», annunciò. Le assi erano grigie ed erose, anche se la palizzata non appariva rotta da nessuna parte. Annu­sai l'aria, profumata dall'aroma che le file ordinate e le piccole chiazze rotonde di vegetali liberavano al sole.

«Riconosco il timo e la santoreggia», dissi, «la lavanda e la verbena.» Mi chinai per raccogliere un rametto di quelle foglie profumate di limone, strofinandole tra le di­ta. «Gli altri aromi, no.»

«Questa è consolida maggiore», spiegò. «Era chiama­ta "saldaossa" perché molte persone credevano che, usata in tisane e cataplasmi, accelerasse la guarigione di una frattura. Molti sono convinti che sua zia ne sapesse più dei medici in fatto di rimedi. Per esempio, mi svelò che il ro­smarino» - si chinò per raccoglierne qualche foglia - «costituisce un'eccellente cura contro la calvizie. Lo uso come balsamo da anni e, come può vedere, ho ancora tutti i miei capelli, anche se mio padre diventò calvo a quarant'anni.»

Sorrisi. «Ho intenzione di occuparmi di queste erbe», dichiarai. Forse anche Brian sarà interessato: molti medici, da quello che sapevo, si servivano delle erbe e dei rimedi di una volta.

«Approvo con tutto il cuore la sua decisione. Sarò feli­ce di aiutarla e di insegnarle quello che so.»

Uno strano odore penetrante si librava da una piccola chiazza di foglie verdi; lo riconobbi, era uno dei compo­nenti dell'unguento profumato che aveva avuto un effetto tanto sconcertante su me e Brian la sera precedente. Rac­colsi alcune di quelle foglioline appuntite e le mostrai sul palmo della mano a Matthew Hay. «Che cos'è?» chiesi bruscamente. «Ho dormito ieri sera in camera di zia Sara che è impregnata di quest'odore.»

«Estragone», rispose. «In forma di infuso è considera­to utile per alleviare i disturbi digestivi e la flatulenza.»

Aggrottai lievemente le sopracciglia. «Mia madre lo usava nell'insalata e nell'aceto», dissi, «ma non aveva un odore del genere.»

Ne sbriciolò qualche foglia tra le dita: quel profumo aveva la capacità di turbarmi e di sconvolgermi. Aggiunse, lentamente, guardandomi fisso negli occhi: «L'aroma del­le erbe fresche non assomiglia per niente a quello delle fo­glie essiccate che si comprano al supermercato. Spesso quelle vengono mischiate ad altre meno costose.»

Schiacciai le foglie tra i polpastrelli, come aveva fatto lui, e annusai. Inspirando profondamente quel profumo scoprii che aveva uno strano effetto su di me. I vestiti mi parvero improvvisamente troppo stretti e opprimenti, co­me se la mia pelle avesse bisogno d'aria. Ogni termina­zione nervosa mi sembrò più sensibile. Alzando lo sguar­do scoprii che gli occhi di Matthew Hay erano ancora fis­si su di me, sempre con quell'espressione sgradevole e bramosa.

Mi chiedo come sia a letto! Ha l'aria forte, muscolosa...

Matthew Hay aggiunse con enfasi pacata: «Si crede an­che che sia un afrodisiaco, uno stimolante sessuale».

Lasciai cadere le foglie come se bruciassero, ma lui sta­va ridendo.

Gli occhi mi si fermarono su un basso cespuglio all'e­stremità del giardino, carico di bacche bluastre. «Sono mirtilli?» chiesi.

«No!» Mi trattenne mentre stavo per toccarli. «Non le consiglio di usarli in una torta, signorina Latimer! Si tratta della micidiale belladonna! Il suo elemento attivo è l'atro­pina!»

Mi ritrassi. «Cosa ci fa la belladonna in un orto di erbe aromatiche?»

«Usata con cautela, in piccole quantità», spiegò «può servire... come psichedelico. Ha anche alcune virtù curati­ve. Si tratta però, soprattutto, di un potente veleno.»

Proseguì nell'orto, mostrandomi altre piante. Timo e santoreggia, usati in cucina; artemisia, una cura per l'acne e le verruche; maggiorana, per alleviare idropisia e gonfio­re e ottimo aroma per pesce o pollo; finocchio, impiegato per curare le diarree estive che in passato uccidevano tanti bambini del posto, e altre erbe dai nomi completamente sconosciuti. I loro aromi amarognoli, inebrianti o dolcia­stri mi si confusero nella mente e nei sensi. Volevo trovare una pianta di erba gatta. Se zia Sara aveva avuto un micio simile al mio, e se aveva coltivato l'erba gatta per lui... be', il mio gattone rosso ci camminò in mezzo come se quella pianta fosse stata sua.

Quando giungemmo all'estremità dell'orto, Matthew Hay mi domandò: «Le piacerebbe vedere la mia chiesa? Si trova subito al di là del vecchio cimitero, che un tempo era il camposanto della chiesa puritana; a quei tempi veni­va chiamata chiesa separatista di Cristo, come il gruppo che ora si fa chiamare chiesa congregazionista in tutto il New England. In genere attraverso il cimitero per venire qui; spero che non abbia superstizioni o timori particola­ri! Molte donne non sopporterebbero di vivere sole in una casa che si affaccia su delle tombe!» Mi fece passare oltre in cancello in rovina.

«Mio padre era solito dire: perché avere paura dei morti quando molti dei vivi sono ben più pericolosi?»

«Un uomo saggio, non c'è che dire», commentò Matthew Hay, evitando con destrezza un vecchio sepolcro se­midiroccato che prima non avevo visto.

Mi venne in mente che forse qualcuno dei miei antenati era stato seppellito proprio lì. «Ci sono dei Latimer in questo cimitero?»

«Molti. La signorina Latimer - sua zia - aveva espresso il desiderio di essere sepolta qui, accanto ai suoi avi, ma questo cimitero non accoglie nuove tombe, quindi la sua salma riposa - ufficialmente - nel cimitero della chiesa di Madison Corners.»

«Cosa intende per "ufficialmente"?» chiesi, e lo strano sguardo carico di furore gli deformò di nuovo il viso. Strinse i pugni finché le nocche non gli diventarono bian­che, e per un attimo ebbi paura che mi colpisse, tanto che indietreggiai. Invece si ricompose in un attimo e la sua vo­ce, quando parlò, era pacata.

«Intendo dire questo: la signorina Latimer affermava di amare tanto questo posto che era certa che il suo spirito vi sarebbe tornato, indipendentemente da dove si fosse trovato il suo corpo», rispose. «Ecco qui una delle sue antenate, Sara.»

Abbassai lo sguardo e un gelido brivido di terrore mi percorse tutta:

 

SARA MAGDALEN LATIMER

UCCISA QUI DAI CANI, 1884

«E I CANI NE MANGERANNO LE CARNI» II RE 9,36

 

«Oh, Signore!» esclamai, «l'ho sognata questa notte! L'ho già vista...»

Le mani di Matthew Hay solide e forti mi sostennero. «È un passo molto conosciuto.»

«Ma non siamo mai stati dei grandi lettori di Bibbia in famiglia», protestai, «e non è il genere di cose che pense­rei di...»

«Non abbia paura», disse con aria rassicurante. «Può darsi che non l'abbia affatto sognato. Conoscerà il feno­meno che si chiama déjà vu per cui si crede di avere già vi­sto qualcosa; secondo molti psicologi è dovuto al fatto che una metà del cervello vede qualcosa prima dell'altra metà, e per questo sembra familiare. Oppure, quando è arrivata ieri sera l'ha visto con la coda dell'occhio e il suo subcon­scio l'ha ricordato, anche se a lei non sembra.»

Scossi il capo cocciutamente. La notte scorsa, quando ero arrivata a casa, faceva così buio che avevo avuto biso­gno della torcia anche solo per entrare. «No, l'ho sogna­to. Maledetta casa!»

«Penso che sia troppo tesa», osservò. «Vuole che tor­niamo indietro? L'avevo avvisata che vivere così vicino a un cimitero può scuotere i nervi.»

E adesso cercherà di nuovo di convincermi a vendere la casa.

«No», replicai. Mi voltai e guardai la casa alla luce del sole. Adesso era solo una vecchia costruzione ridicola e brutta; all'inizio era probabilmente stata una minuscola catapecchia, e le generazioni successive l'avevano pro­gressivamente arricchita di ali laterali, torrette, balconi, fi­nestre panoramiche senza logica né armonia né alcuna co­gnizione architettonica. Era una mostruosità che avrebbe fatto scappare a gambe levate un artista, e adesso, alla luce del giorno, sembrava semplicemente comica. A Berkeley sarebbe stata considerata un capolavoro di pacchianeria. Streghe, antiche religioni, case infestate, gatti sulla so­glia... tutto era un incubo kitsch, e scoppiai a ridere.

«Una casa del genere darebbe incubi a chiunque», commentai. «Vediamo il resto del cimitero. Ci sono dei vecchi epitaffi divertenti?»

«Direi proprio di sì», rispose Matthew Hay. «Questo posto diventerebbe una trappola per turisti, se si diffon­desse la voce. Per esempio, ecco qui una delle mie antena­te.» Mi accompagnò a un'antica lapide di marmo grigio e mi aiutò a decifrare le lettere erose:

 

MADAMA TABITHA HAY

MORTA NEL 1702

SPOSA ADORATA DI IL-SIGNORE-È-IL-MIO-RIPOSO HAY

IL SIGNORE DA E IL SIGNORE TOGLIE

BENEDETTO SIA IL SIGNORE.

 

«Non ci vedo niente di divertente» commentai, «anche se... che nome! Il-Signore-è-il-mio-Riposo!»

«Ci sono anche nomi peggiori», raccontò Matthew Hay. «Sulla vecchia Bibbia di famiglia si cita uno dei miei trisavoli come Combatti-la-Giusta-Battaglia-per-il-Signore Hay. Ma non ha ancora visto tutto. Questo qui aveva tre mogli. Ecco la consorte numero due.»

Sulla lapide si leggeva:

 

ELIZA HAY

MORTA NEL 1709

SPOSA DI IL-SIGNORE-È-IL-MIO-RIPOSO HAY

È MEGLIO SPOSARSI CHE BRUCIARE.

 

«Lui, chiaramente, non è bruciato», commentai. «Dove si trova la terza moglie?»

«Laggiù.»

 

CHASITY HAY

MORTA NEL 1714

SPOSA DI IL-SIGNORE-È-IL-MIO-RIPOSO HAY

SE UNA DONNA È VIRTUOSA, CHE RESTI VERGINE.

 

«Buon Dio!» esclamai. «Che epitaffio per la tomba di una moglie!»

«Ma ecco il meglio», annunciò Matthew Hay, che mi portò a un alto monumento grigio dalla forma vagamente fallica eretta verso il cielo. «Ecco il vecchio in persona.»

 

IL-SIGNORE-È-IL-MIO-RIPOSO HAY

MORTO IL PRIMO APRILE 1754

«È MEGLIO VIVERE SU UN ANGOLO DEL TETTO

CHE IN UNA GRANDE CASA CON UNA DONNA LITIGIOSA.»

 

Non potei trattenere una risata. «Che mascalzone!»

«Be', può darsi che avesse dei buoni motivi per diven­tare misogino», commentò Matthew Hay.

Le risate in compagnia avevano eliminato in gran parte il mio disagio; adesso mi sentivo piuttosto disinvolta ac­canto a quell'uomo e, alla fine della visita del cimitero, do­po aver commentato il numero di bambini morti prima dei due anni, i nomi assurdi e i testi biblici ci davamo or­mai del tu chiamandoci «Matthew» e «Sara».

Non mi stupii più quando trovai altre due o tre tombe in cui una «Sara Latimer» era stata sepolta tra il 1657 e il 1908. C'erano poi altri Hay, Standish, Latimer, Whitfield, Whateley, Marsh e molti nomi famosi nella storia del New England. In fondo al cimitero mi fece passare sotto un an­tico arco di bronzo e, dopo aver attraversato il boschetto, giungemmo davanti a una decrepita cappella di pietra.

«La Chiesa del Rito Antico.»

«Non rischia di caderci addosso? Sembra tanto vec­chia...» Esitai sui gradini prima di entrare.

«Gli operai di un tempo costruivano meglio di quelli moderni», mi rassicurò. «Le chiese, poi, venivano erette per durare fino alla fine dei tempi. In Europa molte catte­drali edificate nel decimo secolo sono impiegate ancora oggi. Più un luogo di culto dura, più diventa forte; la fede accumulata nel corso dei secoli crea un'aura di potere.»

Mi sollecitò a entrare con una mano sul braccio. Pen­sai: culto di streghe? No, non può essere se si svolge in una chiesa consacrata. Entrai.

La cappella era davvero vecchissima e mi accolse con un odore stantio di legna e pietre antiche, insieme a uno strano profumo di erbe e a un altro aroma che non seppi riconoscere. Non c'erano banchi: forse erano stati tolti. Dopo un paio di passi mi sentii stranamente nauseata, re­stia ad avanzare. La stretta sul braccio, però, era irresisti­bile; Matthew mi spinse fino all'altare.

Era basso e piatto, costituito da una lastra di pietra si­mile a quelle delle lapidi; su di esso trovavano posto una ciotola e un rametto verde di salice.

Ebbi l'impressione che una nebbia mi offuscasse la vi­sta. Chiesi bruscamente: «Dov'è il coltello con il manico nero?»

La sua voce mi rispose stridula: «Pensavo mi avessi detto che non sapevi nulla di queste pratiche!» Si girò di scatto, fissandomi con occhi di acciaio incandescente.

Scossi il capo; mi sentivo stordita. «Infatti non ne so niente, te lo giuro. Non ho idea del perché ho detto una cosa del genere!»

«Io sì, invece!» Mi guardò fisso afferrandomi con for­za le spalle. Il suo respiro sul mio viso era caldissimo. «Sara Latimer, sei una di noi! La parte più profonda della tua memoria ti dice che sei una di noi, non lo vedi? Ogni volta che una ragazza con le tue caratteristiche fisiche e mentali è nata nella tua famiglia, è diventata Alta Sacerdotessa del Rito Antico! E adesso che sei venuta qui, anche in te la memoria ancestrale si manifesta con prepotenza!» La sua voce si ridusse a un mormorio accattivante. «Non ti sei accorta che, da quando sei arrivata, hai cominciato a par­lare e a comportarti stranamente, in un modo che prima ti era del tutto estraneo?»

Quest'ultima frase mi indusse a riflettere. Mi ero trova­ta a letto, la sera prima, con un perfetto sconosciuto. Pro­testai debolmente: «Ma non voglio essere una strega!»

«Lo dici perché non sai di cosa parli», mi assicurò Matthew senza lasciare la presa. «Adesso questo è il tuo destino, Sara. Sei una di noi, non puoi opporti.»

«No! No!» Cercai di dibattermi, ma il suo respiro mi dava le vertigini, e la stretta delle sue mani, per quanto crudele e dolorosa, era incredibilmente eccitante.

Mormorò in tono basso e seducente: «Consacriamo adesso il ritorno della nostra sacerdotessa».

Non potevo ribellarmi. Come sotto ipnosi, lasciai che mi togliesse la gonna e la camicetta. Si liberò poi dei suoi vestiti e mi si mise di fronte, sollevando le braccia in un bizzarro gesto rituale.

«Capro Nero delle Foreste! Essere Cornuto di Lussu­ria e Potere! Guardami mentre prendo questa donna, la tua neofita, per renderti omaggio!»

Udii la mia voce che sussurrava in tono assente:

«E sia!»

Aveva un corpo slanciato, magro, quasi senza peli, ma i muscoli della schiena e del torace gli vibrarono armoniosamente come quelli di un gatto quando mi si avvicinò. Era pronto a possedermi e il suo organo sembrava enor­me, lungo e durissimo, e gli pulsava con uno strano ritmo, È una follia, pensai. Quest'uomo è matto! No, io sono matta. Siamo tutti folli, qui! C'è pure il gatto che sorride, come quello di Alice nel paese delle meraviglie! Oltre la spalla di Matthew vidi Barnabas, che era saltato sull'altare e da lì ci sorvegliava con occhi spalancati e giallastri.

Mi udii sospirare quando un'ondata di desiderio che non potevo controllare mi invase. Le mani di Matthew Hay mi strinsero i seni schiacciandoli, e i capezzoli si gon­fiarono e si indurirono. Mi spinse all'indietro e verso il basso finché non mi trovai distesa sul pavimento ai piedi dell'altare e mi venne sopra urlando parole che non com­presi:

«Ad Baraldim, Asdo Galoth Azathoth!»

Volevo gridare, protestare, liberarmi a unghiate e scap­pare, fuggire nuda se necessario, attraversare di corsa il ci­mitero senza vestiti, correre, correre, correre e correre e non fermarmi mai...

Si chinò e mi morse crudelmente un seno. Mi udii emettere un gridolino eccitato. Con la bocca mi esplorò il corpo, lo assaggiò, morse e succhiò; si soffermò sul ventre, muovendosi poi inesorabilmente verso il basso: Si sollevò di nuovo e rantolò con voce malferma:

«Rendo omaggio alla porta della vita!»

Lentamente, deliberatamente, come se stesse eseguen­do un curioso rituale, la sua bocca scese tra le mie gambe divaricate ad assaporare la parte più intima del mio corpo; lì si chiuse, incerta tra un lungo bacio e un morso; gemetti ad alta voce, in preda al parossismo, solo per metà consa­pevole di ciò che stava accadendo.

Poi si staccò di colpo con i lineamenti distorti, gli occhi di un verde brillante come quelli del gatto, e mi venne so­pra. Con violenza mi divaricò le cosce e mi penetrò con forza, dolorosamente, giungendo nella parte più intima di me. Urlai e mi dibattei, ma mi stringeva con tale energia che non riuscivo neppure a muovermi. Continuava ad agi­tarsi dentro di me implacabilmente, in modo sempre più brutale e profondo, finché il dolore non si tramutò in ecci­tazione e cominciai a muovermi, a contorcermi, a confic­care le unghie, senza sapere se stavo lottando per liberar­mi o partecipando con selvaggio piacere a quell'istante sfrenato. Quell'incertezza fu presto risolta: udii le mie ur­la folli, inumane, il corpo mi veniva sbattuto senza pietà, le mani lo stringevano lasciandogli tracce di sangue sulla schiena e le spalle, con le gambe lo tenevo saldamente an­corato a me. Ci muovemmo all'unisono, avanti e indietro, oscillando, gemendo; Matthew aveva il viso contorto e stravolto, e una caligine velata di rosso fluttuò e mi scese sugli occhi. Il gatto emise un lungo lamento e saltò giù dall'altare per venire a infilare il muso tra le nostre teste.

Mi staccai cercando di riprendere fiato, con il cuore che martellava, mentre Matthew si sollevò lentamente sul­le ginocchia. Si avvicinò all'altare, estendendo le mani al di sopra di esso, e borbottò qualcosa tra sé o alla volta del­le strane divinità che adorava.

Scossa, quasi in lacrime, afferrai i miei vestiti. Barnabas mi pigiò il naso contro la mano e lo accarezzai con aria as­sente. Sono completamente uscita di senno.

Cosa potevo fare? Protestare indignata? A meno che Matthew Hay non fosse un idiota totale, aveva certamente capito che era piaciuto a me tanto quanto a lui. Ma cosa diavolo mi stava accadendo?

Matthew mi si riavvicinò, chinandosi per sfiorarmi i ca­pelli. Mormorò con dolcezza: «Benvenuta tra noi, amore mio».

Mi resi conto di trovarmi ancora sotto quello strano in­cantesimo. Un'immagine bizzarra mi venne in mente, ed esclamai, senza sapere bene perché: «Abbiamo sbagliato, Matthew. Non indossavi la Maschera con le Corna».

I suoi occhi brillarono per l'esultanza. «Adesso sai di essere davvero una di noi. La Maschera non è fondamen­tale, Sara; rimedieremo domani sera all'Esbat, adesso che ti sei unita a me. Allora ti presenterò alla congrega e ri­prenderai il tuo posto di sacerdotessa.»

La testa di Barnabas si trovava ancora sotto la mia mano: era calda, un'isola di normalità e sanità mentale in un universo popolato da miraggi. Avevo ancora le vertigini, mi sentivo debole e il corpo mi pareva tiepido e appagato. Dovevo però sforzarmi di tornare alla realtà. Mi sollevai sulle gambe e mi allacciai la gonna. Infilai la maglietta ap­prezzando il momento di oscurità che mi procurò passan­domi sugli occhi. Quando ne emersi ravviai i capelli umidi e fissai Matthew.

«Non so come ci sei riuscito», dichiarai, «ma forse quanto è successo non significa quello che credi tu.»

«Ah, no?» Si sedette a gambe incrociate, ancora nudo davanti al suo altare. La maggior parte degli uomini sem­bra ridicola dopo, con il sesso molle e pendente, ma quel­lo di Matthew conservava ancora uno strano residuo di vi­gore ed energia. Mi chiese: «Sii sincera, Sara: avevi mai fatto prima una cosa del genere?»

Sapevo perfettamente cosa intendeva, ma feci finta di nulla e non risposi alla sua vera domanda. «Sesso, vuoi di­re? Certo che sì. Nessuna ragazza è vergine alla mia età a meno che non sia piena di problemi. Ho vissuto con un uomo in California per quasi un anno.»

Il suo sguardo non vacillò, e ignorò il mio tentativo di cambiare discorso. «Non è quello che ti ho chiesto. Vo­glio sapere se l'hai mai fatto in questo modo, facile e pro­miscuo, senza tutte le pretese romantiche tipiche della no­stra cultura.»

Era proprio quello che mi ero domandata anch'io. A una ragazza può capitare di andare a letto, per una volta, con uno sconosciuto incontrato solo un'ora prima, e ciò può essere dovuto a un'improvvisa e irresistibile attrazio­ne. Ma fare sesso con un perfetto sconosciuto per due vol­te nel giro di ventiquattr'ore era diverso. Non ero io, non ero io.

Nonostante questo, non avevo intenzione di parlargli di Brian. Poteva anche farsi chiamare prete, ma questo non significava che avesse il diritto di ascoltare la mia con­fessione. Dissi quindi con aria evasiva: «No, mai prima di venire qui».

Aveva ancora gli occhi fissi sui miei. Era certamente la più strana conversazione che avessi mai avuto con un uo­mo dopo aver fatto sesso. Chiese: «E ti senti in colpa?»

In colpa? «No», risposi in tutta onestà, «direi di no. Mi sento... be', innanzitutto sciocca, e poi mi vergogno un po'. Mi sembra di aver fatto qualcosa di stupido e di brut­to.»

«Perché?»

Non avevo risposta; e anche se non sapevo ancora cosa pensare di quel pazzoide che sembrava capace di leggermi la mente e perfino l'anima, non mi sarei abbassata a men­tirgli. Replicai quindi: «Non lo so, ci devo pensare. Devo decidere cosa provo». Mi alzai: mi fece sentire meglio il fatto di poterlo guardare dall'alto al basso. Sì mise in piedi anche lui e cominciò lentamente a rivestirsi.

Commentò: «Quello che provi ora è il normale disagio mentre passi dal tuo vecchio io - la tua educazione sba­gliata - alla tua vera identità di strega, Sara. Tutte le stre­ghe sono promiscue e fanno sesso dove e come vogliono per il loro piacere personale».

«Cosa ti fa pensare che questo sia il mio autentico io?»

Sorrise. «Guarda il dipinto in casa tua, Sara. Ogni Sara Latimer è una strega.»

Mi prese un gomito per condurmi fuori dalla chiesa. Quando mi mossi avvertii un vago ricordo nel mio corpo, ma lo soffocai prontamente. Dissi invece, con un'improv­visa vampata di furore: «Non hai preso nessuna precau­zione: cosa faccio se sono rimasta incinta? O forse una strega non si deve preoccupare di insignificanti dettagli del genere?»

Rovesciò la testa indietro e scoppiò a ridere mentre si allacciava i pantaloni. Davanti al mio sguardo furioso tornò serio e disse con dolcezza: «Scusa, Sara, continuo a dimenticare che la tua mente ha ancora molto da impara­re. Uno dei principi della stregoneria è che - a meno che non si tratti di un rituale per la fertilità, e non è il nostro caso - nessuna strega si allontana dall'Altare Nero, come si dice, portandosi via qualcosa che non aveva già da pri­ma».

Sperai che fosse la verità e non una semplice convinzio­ne della congrega di Matthew. Doveva aver percepito il mio scetticismo perché disse: «Immagino che dovrai aspettare per esserne certa, a meno che la tua memoria di strega non ti torni nel frattempo. Mi dispiace che ti preoc­cupi per quello: ti assicuro che non è necessario». Finì di annodarsi la cravatta. Aveva un'aria disinvolta, civile e in ordine, e non recava alcun segno dell'impeto selvaggio di soli cinque minuti prima.

Mi riaccompagnò oltre il cimitero, fino alla porta della vecchia casa. «Devo fare dei preparativi», disse «e parla­re con gli altri membri della congrega. Perdonami se ti la­scio sola, ma ti rivedrò all'Esbat.»

Lo lasciai andare senza una parola e lo guardai allonta­narsi sorridente e allegro. Ma la frase - infantile e sgrade­vole - di commiato che usavo da bambina con le amiche mi ritornò in mente. «Vedermi all'Esbat? Sempre che non ti veda io per prima!»

 

CAPITOLO 5

Il mio vero amore

 

Una volta entrata in casa andai di sopra, evitando lo sguardo di zia Sara del dipinto sul­le scale. Ogni strega è promiscua. Aveva attira­to gli uomini del posto nel suo letto, anche quando era ormai vecchia e brutta? Ma del resto chi ero io per criticarla? Non mi sarei illusa con una facile razionalizzazione, non avrei sostenuto che ero stata ipnotizzata o altre sciocchezze del genere. Va bene, mi ero fatta Matthew Hay, per dirla nel modo più brutale possibile. Mi era piaciuto. Ma se cominciavo a credere di essere posseduta dallo spirito di una o più delle streghe mie antenate, sarei presto finita al manicomio!

Al piano superiore entrai nella maestosa vasca e mi strofinai senza pietà, cercando di cancellare con rabbia l'odore e il ricordo del corpo di Matthew Hay. Il seno era coperto di lividi che si stavano annerendo sempre più, e avevo tracce di morsi sulle spalle e sangue sotto le unghie. Quando finalmente uscii dall'acqua e mi fui asciugata, passai in camera da letto e cercai nella valigia una crema da spalmarmi sulle zone più malconce; evitai invece con cura i vasetti e i flaconcini sulla toeletta della zia Sara. Avrei fatto bene a liberarmene, per quanto fossero efficaci i suoi rimedi a base di erbe. Ricordavo di aver letto che i veri afrodisiaci non esistevano, ma qualcosa aveva certa­mente fatto perdere la testa a Brian la notte scorsa. E a me.

Entrai nel locale che avevo scelto come studio, presi un foglio e lo fissai al cavalletto, poi cercai di iniziare un nuo­vo acquerello. Non mi riuscì: mi trovai a disegnare pigra­mente una strana maschera con le corna... era forse quella maschera? Mah.

Sentendomi sola e abbandonata, mi venne voglia di ri­fare i bagagli e di correre in strada. L'autobus per Arkham sarebbe passato tra mezzora. Quella casa era troppo per me. Barnabas miagolò al piano di sotto, così scesi e gli die­di il latte che restava. C'era però una complicazione: ades­so che il micio mi aveva adottata, non potevo semplice­mente andarmene e lasciarlo morire di fame. Oh, al diavo­lo, se veramente fossi stata una strega sarei riuscita ad atti­rare qualcuno per occuparsi del gatto o almeno per tirar­mi su il morale!

Vagai tristemente per la casa. Nella grande biblioteca piena di libri trovai un volume, che dimostrava un secolo, intitolato Il dio delle streghe: sfogliandolo scoprii che l'Esbat era la riunione settimanale di una congrega di stre­ghe, mentre il Sabba era la celebrazione che si teneva quattro volte l'anno. Mi tornò in mente di nuovo Matthew Hay, così chiusi il libro di scatto e lo riposi sullo scaffale. Forse avrei dovuto leggerlo e scoprire a cosa mi trovavo di fronte, ma in quel momento non mi sentivo pronta.

Improvvisamente il mio umore migliorò; non sono mai stata una veggente, ma mi scoprii a fischiettare allegra­mente e non fui sorpresa quando una Volkswagen blu dal­l'aria familiare arrancò faticosamente sulla collina e si fermò nel vialetto d'ingresso.

Ebbi l'impressione che un peso mi venisse tolto dal cuore. Non avevo capito fino a che punto temevo mi con­siderasse una ragazza facile e non una persona che gli pia­ceva davvero e che desiderava conoscerlo meglio. Corsi alla porta e l'aprii mentre saliva sulla veranda.

«Oh, Brian, sono felice di vederti!»

Tese le braccia e mi strinse. «Ciao, strega dagli occhi verdi! Sei splendida! Sarei passato prima, ma mi sono do­vuto fermare a dare un'occhiata a una ragazza con il mor­billo e a un vecchio che aveva messo un dito in una trap­pola per topi e soffre di altri malanni. Ma non ho smesso di pensare a te; cercavo una buona scusa per venire a tro­varti, e finalmente ne ho trovata una.»

«Non hai certo bisogno di scuse», esclamai.

Arrossì. «Be', non volevo pensassi che cercavo... di convincerti a tornare a letto con me. Però ho trovato il pretesto perfetto. Ti rendi conto che ieri sera ti ho acceso la lampada ma non ti ho insegnato a farlo da sola? Temevo che scendesse la sera e che ti trovassi ad armeggiare con lo stoppino e il becco.»

«È un fantastico pretesto!» E per quanto riguarda l'an­dare a letto insieme, cosa ti fa pensare di aver bisogno di convincermi? Questo, però, non lo dissi ad alta voce. Mi sentivo piuttosto sconcertata, e mi chiesi improvvisamen­te se il sesso con Brian fosse stato autentico e non, invece, com'era accaduto con Matthew Hay, dovuto all'influenza della strega che era in me. Oh, sciocchezze! Avevo deside­rato Brian. Non avevo invece voluto Matthew Hay, e non avrei permesso a quest'ultimo di separarmi da Brian.

«Entra, Brian.»

«Non mi potresti impedire di entrare neanche se voles­si.» Varcò la soglia e incontrò lo sguardo di Barnabas. «Ciao, bello. Ti sei già trovata un animale domestico, Sa­ra?»

«È lui ad aver trovato me, piuttosto; era davanti alla porta stamattina e sembra perfettamente a suo agio, quasi fosse lui il padrone di casa! Brian, quando te ne vai puoi darmi un passaggio fino allo spaccio? Devo comprare del cibo per gatti e altri prodotti.»

«Ho un'idea migliore. Vengo a fare la spesa con te - probabilmente so meglio di te cosa occorre in una casa co­me questa -, poi andremo lungo la costa e ci faremo una bella cenetta: granchio, aragosta e altre leccornie. Più tar­di... vedremo. A meno che l'ospedale di Arkham non mi chiami per un'emergenza, ci faremo venire un'idea per concludere la serata.»

Corsi di sopra a prendere la borsa. Era un sollievo chiu­dermi la porta alle spalle, e anche evitare lo sguardo inda­gatore e furbesco di Barnabas. Mi ero aspettata di andare nel negozio di Madison Corners, invece Brian mi portò ad Arkham, in un moderno supermercato vicino al campus. Mentre spingevamo il carrello tra gli scaffali, in cerca di cibi che non avessero bisogno di un frigorifero, appresi che era nato a Madison Corners e aveva studiato lì prima di entrare alla facoltà di medicina a Boston dopo un breve periodo nell'esercito.

«Come quasi ogni medico di questi giorni, avrei potuto stabilirmi in una grande città - che già pullula di dottori - e buttarmi nella mischia per farmi un nome e un sacco di soldi. La maggior parte dei miei compagni di università pensavano fossi matto a venire ad aprire un ambulatorio in una parte così isolata del Paese; già Arkham è un posto dimenticato da Dio, figuriamoci poi tutte quelle borgate tra qui e Innsmouth, che non compaiono neppure sulle carte!»

Ricordai la frase del conduttore dell'autobus, che mi aveva detto: «Nessuno vuole andare a Innsmouth».

«Cosa c'è che non va laggiù?»

Alzò le spalle. «Niente. La popolazione locale è un guazzabuglio di vecchie famiglie del New England - rovi­natesi con i matrimoni tra consanguinei, gli incesti e Dio sa cos'altro ancora -, isolani dei mari del Sud, pescatori portoghesi che giunsero quasi insieme ai primi coloni del New England, più la feccia dei porti di tutto il mondo. Innsmouth, infatti, era un porto importante. La città è fa­tiscente, la pesca si è spostata altrove e lo stesso ha fatto ogni suo abitante con abbastanza intelligenza ed energia per levare le ancore. Ciò che resta è il peggio dell'umanità. Anche quei poveretti, però, si ammalano, e a parte mio cugino James, che è vicino ai settant'anni, e a un vecchio rimbambito a Whateley's Crossing, sono l'unico medico non insediato ad Arkham in questa parte dello Stato. Non ho mai capito come mai è considerato virtuoso dedicare la vita a insegnare i rudimenti della medicina in Pakistan mentre viene giudicato stupido trascorrere qualche anno tra gli Appalachi, nelle zone più sperdute del New En­gland.» Mi lanciò uno sguardo dall'aria difensiva. «E se dici che sono un idealista con le idee confuse, io... io...»

«Mi bacerai, spero», mormorai stringendogli il brac­cio. «Penso che tu stia facendo qualcosa di meraviglioso, Brian.»

«Non è meraviglioso», esclamò, ancora in tono goffa­mente difensivo, «è solo necessario, e nessun altro lo fa.» Si voltò verso di me con un largo sorriso. «Ma ammetto che la vita era piuttosto squallida, qui, prima del tuo arrivo, quindi faccio appello alla tua coscienza sociale perché trascorra molto tempo con me e mi tiri su il morale in mo­do che mi venga voglia di restare.»

«Sarà un piacere», dichiarai, e non stavo scherzando. «Ma pensavo che in questo angolo di campagna sano e in­tatto ci fosse una graziosa contadina disinibita dietro ogni covone.»

«Ma è proprio quello che sto cercando di spiegarti», esclamò Brian con enfasi. «Questa non è una campagna sana e intatta, ma un luogo di perversione e decadenza, Sara. Alcune di queste famiglie si sono moltiplicate grazie a numerose unioni tra consanguinei, che hanno prodotto degli idioti in diverse generazioni: per via dei caratteri re­cessivi molti individui sono nati con dei difetti congeniti. Sospetto che la media delle malattie mentali sia più alta che in zone urbane ad alto stress come Harlem. Pensavi che fosse solo per superstizione che tua zia Sara veniva considerata una strega, oppure questo ti suggerisce qual­cosa quanto alla stranezza della gente del posto?»

Feci un sorrisetto storto. «Spero che la casa non abbia su di me lo stesso effetto.»

«Non intendevo dire quello. Il tuo ramo famigliare dev'essere piuttosto sano: se n'è andato. Ma quelli che so­no rimasti sono decaduti sempre più, e questo vale per gli Standish, i Whitfield, per i Marsh e gli Hay e per i Latimer. Non sarei sorpreso se la gente del posto fosse tanto folle da credere alla stregoneria e praticarla.»

Quel discorso mi fece ripensare a Matthew Hay. Ti ri­vedrò all'Esbat. Non potevo certo parlarne con Brian. Po­teva continuare a stimarmi anche dopo che ero finita a let­to con lui appena l'avevo conosciuto, dal momento che anche lui si era sentito subito attratto da me; ma cos'avrebbe pensato se avessi cercato di dirgli che anche Matthew Hay mi aveva ipnotizzato al punto da sedurmi sul pavimento della sua chiesa di matti?

Spingemmo il carrello verso una catasta di zucca in sca­tola, e ci scontrammo con un altro avventore. L'uomo che spingeva il carrello si mise a fissarmi, poi una voce familia­re - una voce che associavo con quell'altra vita, a cinque­mila chilometri di distanza - disse: «Ma tu sei Sally Latimer, vero?»

L'uomo era alto e magro, con i capelli grigi ma uno sguardo che tradiva un'enorme energia. Non mi dispiac­que per nulla vedere un viso noto.

«Colin!» esclamai.

«Un amico?» chiese Brian. «Pensavo che non cono­scessi nessuno in questa zona del paese, Sara.»

«Infatti è così», protestai. «Non riesco a immaginare... Ah, scusatemi; il dottor Colin MacLaren, il dottor Brian Standish.»

«Dottor MacLaren...» cominciò Brian.

«Ho semplicemente conseguito un dottorato, non so­no medico», spiegò Colin MacLaren. «Dimentico sem­pre che in questo paese chiamano sempre tutti i professori universitari " dottore", che lo siano oppure no.»

«Ma cosa ci fa da queste parti?»

«Tengo dei corsi sul folklore alla Miskatonic University durante la sessione estiva», raccontò Colin, che era pro­prietario dell'appartamento in cui avevamo abitato a New York e che avevo ritrovato in California durante i miei studi. «Ho saputo che eri tornata sulla costa orientale per occuparti di tua madre. Come sta, Sally?»

«E morta circa due settimane fa», dissi. Era già passato così tanto tempo? Stentavo a crederlo.

«Oh, mi dispiace», disse. Una particolarità di Colin MacLaren era che non sembrava dire certe frasi per con­venienza, ma perché le pensava davvero. «Spero che il re­sto della famiglia stia bene.»

Quando lo aggiornai brevemente sulla scomparsa di Brad e di mio padre assunse un'espressione costernata.

«Ma è una tragedia, Sara! Hai altri famigliari da queste parti, allora? Per me questo è solo un posto dove lavorare, ma mi sembra una zona piuttosto squallida...»

«Diciamo piuttosto che la mia famiglia viene da qui», lo informai. «Ho ereditato la vecchia casa più orribile del mondo, si trova su Witch Hill Road. È una vera casa infe­stata, secondo la tradizione del posto. Se le interessa il folklore venga a dare un'occhiata, poi potrà farsi raccon­tare dalla gente di qui delle storie su quella dimora.»

«Mi piacerebbe molto», replicò, «ma adesso non vo­glio trattenervi, ragazzi miei. Witch Hill? È vicino a Madi­son Corners, vero?»

«Sì. C'è anche una vecchia chiesetta da quelle parti, si chiama Chiesa del Rito Antico o qualcosa del genere. Insomma, proprio quello che fa al caso suo.»

«Ho sentito parlare di quegli antichissimi culti», mor­morò pensosamente. «Dovrei proprio venire a fare un gi­ro, se non ti dispiace.»

«Mi farebbe molto piacere», dissi con immenso sollie­vo; potevo non avere dei parenti nella zona, ma non era strano incappare in uno dei miei più vecchi amici proprio lì?

 

CAPITOLO 6

Vecchi amici

 

«Mi sarebbe piaciuto che venisse con noi», dissi, «ma Brian deve tornare all'ospedale e,..»

«Ma certo», mi interruppe Colin compren­sivo. Brian, però, intervenne dicendo: «Mi ci vorranno solo dieci minuti: perché non stai qui col professore intan­to che faccio un salto lì? Poi, se vuole», esitò, «può unirsi a noi per la cena, signore.»

«Mi piacerebbe molto», dichiarò Colin, «ma solo se mi permettete di invitarvi.» Rise. «E Sally potrà raccon­tarmi tutto della sua casa infestata.»

Rise di nuovo per farmi capire che stava scherzando, ma io pensavo invece che, se c'era una persona al mondo capace di far luce su quella strana eredità, si trattava pro­prio di Colin MacLaren.

Gli domandai: «Chi si occupa della libreria in sua as­senza? Claire?»

«Oh, no. Claire è qui con me in veste di assistente uni­versitaria», spiegò. «Ho affidato il negozio a Frederick. Ricordi Frederick, vero?»

«Penso di sì: è quel biondo magrolino che i ragazzi chiamano Frodo?»

«Proprio lui. Fabbrica strumenti musicali antichi, e non guadagna molto», raccontò Colin. «Si è appena spo­sato, quindi lui ed Emily sono felici di passare l'estate a occuparsi della libreria. Allora, tu va' pure a controllare all'ospedale, noi ti ritroveremo nel parcheggio. Immagino che in città ci sia un solo ospedale, o mi sbaglio?»

Brian rise. «È l'unico ospedale in questa parte dello Stato», precisò. «Chiunque abbia qualcosa di più grave di un morso di cane deve andare in ambulanza a Boston.» Si avvicinò per darmi un bacio leggero. «Ci vediamo do­po Sara... Sally», si corresse.

Annuii. «Grazie, preferisco. Tutti in California mi chiamano così, e Sara per me è solo il soggetto del dipinto in quella casa.»

Se ne andò alla macchina e Colin commentò: «Un bra­vo ragazzo, Sally».

«È proprio così», confermai con entusiasmo.

«Scusa se te lo dico», proseguì, «ma mi sembra più il tuo tipo che non Roderick.»

«Lo spero», conclusi, e mi girai a prendere una dozzi­na di uova dallo scomparto refrigerato. Di quello non vo­levo parlare, neppure con Colin.

Acquistai cibo per gatti e un altro mezzo carrello di provviste, poi mi avviai alla cassa; Colin era già lì. Il suo carrello era quasi vuoto, conteneva solo i pochi prodotti necessari ai pasti frugali di un uomo solo. Mi resi conto che sarebbe stata una fortuna poter cucinare per Brian di tanto in tanto.

Colin caricò la mia spesa su una Chevrolet, su cui vidi l'adesivo dell'autonoleggio.

«Dove abita, Colin?»

«In una villetta per turisti alla periferia di Arkham; potrebbe essere quasi un sito protetto tanto è vecchia, ma è pulita ed è dotata di fornelli e frigorifero, tutto il necessa­rio per le mie necessità alimentari, insomma.»

Partimmo verso il parcheggio illuminato che, come in­dicava un cartello, apparteneva all'ARKHAM GENERAL HOSPITAL.

Gli chiesi circospetta: «Conosce un uomo chiamato Matthew Hay?»

«Solo di vista, ma sono convinto che sia tutto matto», dichiarò. «Si spaccia per il pastore di una strana chiesa che non ho mai sentito nominare, probabilmente una set­ta di pazzoidi che crede nelle fiamme dell'inferno e nella dannazione; i culti rispettabili non si installano più da queste parti, anche se a Madison Corners c'è una chiesa presbiteriana. Non credo che resisterà a lungo, però: il pa­store ha l'aria denutrita. Perché, hai incontrato Hay?»

«Dice di essere mio vicino, è passato prima», raccon­tai. «Sembra che conosca Barnabas, ma credo pensi che si tratti del gatto di zia Sara.»

«Te l'ho detto, è matto da legare», ripeté Colin. «Tua zia Sara è morta da sette anni, e lui pensa forse che il micio sia rimasto nei paraggi per tutto questo tempo? O forse crede che sia resuscitato in tuo onore?»

«Per un attimo deve aver creduto che io fossi mia zia Sara», gli confessai. «È snervante... In quella casa... mi sembra quasi di essere posseduta dallo spirito della mia antenata. Non crede sia possibile, vero? Mi chiedo se era... se era promiscua.»

Era la forma più esplicita che riuscivo a dare ai miei pensieri, ma Colin rise. «Non saprei: l'ho vista poche vol­te, ma non penso che a qualcuno interessasse scoprirlo. So che se mi avesse fatto delle avance sarei fuggito a gambe levate a chilometri di distanza da quella vecchia strega. Non era così terribile, anzi, era piuttosto ben conservata, per quanto ne so, ma non al punto da invogliarmi a cono­scere la sua vita sessuale. Non permettere a quella casa di darti ai nervi.» Mi accorsi che Colin la sapeva lunga per essere nuovo della zona.

«Comunque, Sara, starei alla larga da Matthew Hay. Quel tizio mi dà i brividi. Ha una sorella, o zia, o qualcosa del genere, una vecchia incartapecorita che gli tiene la ca­sa. Credo che si chiami Judith... e se tua zia Sara aveva la reputazione di essere una strega, quell'anziana signora - Judith Hay - è come le tre sorelle di Macbeth tutte riunite nella stessa persona!»

«Pensa forse...»

«No, ma non lo so per certo, e se Hay è un vicino di zia Sara... la casa potrebbe essere piuttosto pulita per essere stata chiusa sette anni. Può darsi che lui o la vecchia ab­biano una chiave. Se fossi in te mi chiuderei dentro di not­te, nel caso che al "reverendo" venga in mente di venire a fare un giro da quelle parti.»

«Grazie, controllerò i chiavistelli.»

«Vorrei tanto che, invece di un gatto, avessi un cane fe­roce da guardia.»

Ero d'accordo con lui. Ripensai alla camera di zia Sara, imbevuta di quel profumo afrodisiaco che sembrava risve­gliare ogni mio desiderio sessuale latente. Immaginai poi Matthew Hay con una chiave di casa consegnatagli da zia Sara: ecco risolto il mistero dell'eccessiva pulizia. Il giorno dopo per prima cosa avrei fatto cambiare le serrature: do­veva pur esserci un fabbro in paese. Evocai l'immagine di Matthew Hay che saliva silenziosamente le scale mentre io giacevo addormentata e paralizzata dal profumo erotico nell'enorme letto a baldacchino. Pensai a Matthew nudo, glabro, flessuoso, crudele e malvagio quasi come Barnabas - o meglio, come un'agile pantera dello zoo -, che stu­diava con bramosia il mio corpo nudo e privo di sensi, e piombava su di me come un'aquila su un pulcino, con ses­sualità prepotente e crudele, gli occhi luccicanti, le mani brutali pronte a ghermire...

Ma non potevo parlarne a Colin; anzi, non potevo nep­pure farne accenno a Brian.

Tornai con un sobbalzo al presente, e mi resi conto che non ero riuscita a smettere di pensare a lui! Basta, volevo togliermelo dalla testa!

Brian uscì dall'ospedale annunciando: «Sembra che sia libero per la serata, e forse anche per la notte». Salì nella sua auto e lo seguii con Colin. Mentre percorrevamo le strade di Arkham Colin mi mostrò molte delle case più antiche con tetti a mansarda, abitazioni vittoriane pseudo-gotiche con torrette e «merletti» di legno traforato che decoravano le verande, una vecchia chiesa in cui era stato commesso un delitto irrisolto: lo scrittore Robert Blake era stato trovato morto con in mano una pietra nera dalla forma bizzarra, e il campanile era pervaso da uno strano odore. «Sai, anche ad Arkham regna la corruzione, solo che questo posto è troppo vecchio e isolato», mi spiegò Colin. «Ci sono stati omicidi legati alla stregoneria e spa­rizioni misteriose. Se non fosse un paese dimenticato da Dio questi eventi sarebbero apparsi sui giornali come le efferatezze dello strangolatore di Boston.»

Scossi il capo perplessa. «E io che credevo la campa­gna pura e intatta e pensavo che il crimine fosse una pre­rogativa della grande e depravata città...»

«È uno dei miti preferiti qui in America», continuò Colin, seguendo Brian nel parcheggio del ristorante. «Nelle città - in quelle grandi, perlomeno - ci sono sta­zioni di polizia a ogni angolo di strada, servizi sociali e di assistenza alle persone in difficoltà. L'anno scorso, quan­do ero qui, ho sentito parlare di una famiglia in cui il pa­dre - un vecchio ubriacone - aveva sei figlie adolescenti, tutte con una o due figli: secondo te, chi era il padre? In una città più grande gli assistenti sociali avrebbero dato tutte le ragazze in affidamento appena una si fosse lamen­tata dello stupro; qui, invece, la gente si vanta di non oc­cuparsi degli affari altrui: "Non spetta a noi intervenire tra un uomo e la sua famiglia", ti diranno senza battere ci­glio. La ragazza più giovane aveva solo tredici anni circa: difficile valutarne l'età con precisione, visto che non la sa­peva neppure lei, dato che nessuno si era mai preoccupa­to di dirgliela. Ed era enorme: incinta di otto mesi.»

«Cos'ha fatto?» chiesi.

«Cosa potevo fare? Mi sono assicurato che il parto si svolgesse nel migliore dei modi e che un'assistente sociale desse alla ragazza i rudimenti dell'educazione sessuale. Quando sono tornato di nuovo laggiù un'altra delle figlie - Ella May, mi pare si chiami - era stata picchiata con una cinghia e aveva la schiena piena di pus. Chiesi al padre co­s'era successo e mi spiegò di averla frustata perché l'aveva trovata dietro un cumulo di fieno con un ragazzo del po­sto e non voleva che le sue figlie passassero per puttane!»

Rabbrividii. «E Brian vuole dedicare la vita a persone del genere!»

Colin riprese con viso serio: «È terribile, vero? Ma quel poco che può fare è già molto. Se non fosse stato qui quel­la povera tredicenne avrebbe probabilmente urlato per giorni dopo la nascita del bambino, mentre le sue sorelle avrebbero fatto del loro meglio, nella loro ignoranza, per aiutarla. Forse se fosse morta tra le sofferenze più atroci questo non avrebbe modificato il disegno generale del co­smo. Forse, in prospettiva, sarebbe meglio che morissero tutte, ma finché c'è vita c'è la speranza che qualcuno rie­sca a insegnar loro qualcosa. È stato lui a far venire qui l'assistente sanitaria della zona - è un'ottima persona -, e magari, dopo che Joann avrà parlato con le ragazze, una o due di loro troveranno il coraggio di tramortire il vecchio con una padella la prossima volta che si infila nel loro let­to, oppure prenderanno quegli sventurati dei loro figli e scapperanno ad Arkham o a Boston».

Entrammo nel ristorante e ritrovammo Brian; mi rial­lacciai a un particolare del suo racconto.

«Chi è l'assistente sanitaria?»

«Joann Winters, una ragazza fantastica, me la porto a letto ogni sabato, quindi per te dovrò trovare un altro mo­mento. Ma pensa un po', la mia strega con gli occhi verdi è gelosa! Ma tesoro, Joann Winters ha quarant'anni, tre fi­gli adolescenti che frequentano il liceo di Miskatonic ed è membro devoto della chiesa battista, ma è comunque una donna meravigliosa e, se trascorri abbastanza tempo con me, finirai per incontrarla. Suo marito è il chirurgo qui al­l'ospedale di Arkham.» Mentre aspettavamo di essere ac­compagnati a un tavolo e gli uomini discorrevano, pensai con piacere alla differenza tra persone come Colin e Brian e, invece, Matthew Hay. Avrei potuto trascorrere il resto della mia vita, perfino in quel remoto angolo del paese, con Brian... Mi riscossi bruscamente: lo conoscevo da solo ventiquattr'ore e stavo già fantasticando di trascorrere il resto della vita con lui?

Tutte le streghe sono promiscue.

Oh, al diavolo Matthew Hay, era pazzo - com'è che l'a­veva definito Colin? - matto da legare. Qual era il suo ra­gionamento da svitato?

Tutte le streghe sono promiscue.

Tu sei promiscua.

Quindi sei una strega.

Perfino io riuscivo a capire la mancanza di logica di quell'argomentazione. E poi, non ero promiscua.

(Ah, no? Come chiami una donna che va a letto con due sconosciuti diversi nel giro di dodici ore?)

Be', se Matthew Hay credeva che, per aver fatto l'amo­re con lui una volta, avrei accettato tutte le sue sciocchezze sulle streghe e mi sarei unita alla sua dannata congrega, o comunque la chiamasse, avrebbe avuto una bella sor­presa. Se mi rimetteva le mani addosso - per usare un'al­tra delle espressioni di Colin - l'avrei tramortito con la pa­della di zia Sara! Stavo cominciando a sospettare che sarei rimasta attratta da qualcuno come Brian indipendente­mente dalle circostanze del nostro incontro. Forse la not­te, la stranezza della situazione, il mio senso di abbandono e solitudine, l'intimità creata dalla stanza e dal letto a bal­dacchino di zia Sara e non ultimo il suo insolito profumo ci avevano colti di sorpresa e spinti a fare l'amore un po' più rapidamente di quanto non sarebbe successo in una situazione normale. Ma ero pronta a scommettere che sa­rebbe accaduto comunque, E qual era quella frase che gli studenti e gli hippy di Berkeley ripetevano sempre? Alcu­ne delle mie migliori amicizie sono cominciate a letto. Quella notte di passione sembrava effettivamente avere creato un legame pieno di calore tra me e Brian. E volevo che durasse.

Amavo Brian.

Era il mio vero amore.

E al diavolo zia Sara, la congrega di streghe e Matthew Hay. Specialmente Matthew Hay.

Se, sotto sotto, avevo paura che fosse facile prendere una decisione del genere lontano da casa Latimer e che, una volta di ritorno, mi sarebbe stato difficile rispettarla, non permisi a quel timore di affiorare nella parte conscia della mia mente. Mi rilassai, quindi, e aspettai con il mio amato - ormai sapevo che era l'amore della mia vita - che il cameriere ci accompagnasse al tavolo dove avremmo consumato un'ottima cena di pesce.

 

CAPITOLO 7

La luce nel cimitero

 

Fu una cena splendida: in quella locanda avrebbe potuto dormirci George Washington, e tutti i suoi uomini avrebbero mangiato in quei vecchi piatti di porcellana sotto quelle stesse lampade di rame che sembravano potersi sbriciola­re da un momento all'altro. Il cibo era delizioso, e non era stato certo congelato, inscatolato o confezionato; gustam­mo un'aragosta che avevamo visto aggirarsi in una vasca mentre consumavamo la zuppa, e un'insalata mista così fresca da risultare croccante, non come quella che si man­giava in città; e per finire una torta di pesche coperta di panna che non conosceva la bottiglia né i processi di pastorizzazione. Più tardi accompagnammo Colin a casa e ci accomiatammo. Aspettavo con impazienza una visita un paio di giorni dopo: avevo conosciuto la sua assistente e socia della libreria, Claire Moffatt, quando mi trovavo in California, ed ero felice di rivederla.

Chiesi a Colin: «Claire sta qui con lei?»

Arrossì. «Oh, no, è ospitata da alcuni parenti a Madi­son Corners.»

Brian, immettendosi di nuovo sulla strada alla volta di casa mia, dichiarò: «Sono libero per il resto della serata; basta solo che, due o tre volte nel corso della notte, con­trolli gli eventuali messaggi. Il bello del lavoro in campa­gna è che non devi fare visite quindici ore al giorno. Passo molto tempo in macchina tra un paziente e l'altro, visto che sono sparpagliati un po' dappertutto, ma non sono molto numerosi. Forse i miei colleghi avevano ragione nell'affermare che sono pigro, ma a me fa piacere trovare il tempo anche per vivere al di fuori del lavoro».

«Non ci vedo niente di male.»

«E tu, Sara? Hai grandi ambizioni, sei un'autentica donna moderna? Oppure dipingi per divertirti?»

«Non ne sono sicura.» Ero felice dell'opportunità di conoscere meglio Brian. «So di avere degli obiettivi arti­stici, anche da un punto di vista commerciale. Se posso guadagnarmi da vivere dipingendo tanto meglio, ma se dovessi svolgere una professione più banale per sbarcare il lunario - come fare la dattilografa o la centralinista - non rinuncerei all'arte perché è parte di me, mi permette di essere completa. Condivido i propositi del movimento di liberazione delle donne nel senso che voglio essere in­nanzitutto una persona indipendente, non solo il trastullo o l'oggetto sessuale di un uomo.»

Sorrise e mi accarezzò il ginocchio affettuosamente. «Detto tra noi, Sara, una donna che è solo un oggetto ses­suale dev'essere terribilmente noiosa. Diciamocelo, a letto si passa solo un certo numero di ore, e la donna che non pensa ad altro dev'essere insopportabile il resto del tem­po. In questo, credo che anche la maggior parte degli uo­mini con un briciolo di sale in zucca sostenga la causa del­le femministe. Sono tutti stanchi della donna vista come un utero ambulante, e anche delle tizie che puntano tutto sugli ancheggiamenti e sul seno abbondante. Certo, a un uomo può piacere di tanto in tanto un'avventura con ra­gazze appariscenti e sensuali, ma per una relazione più impegnativa vorrei una donna con qualcosa in testa, e non una scema la cui unica preoccupazione è il prossimo rap­porto sessuale.»

Mi sentii rincuorata e felice: allora anche lui stava pen­sando a una storia duratura?

Brian si fermò in una delle fattorie più grandi della zo­na per chiamare il suo servizio di segreteria telefonica, e tornò con una faccia avvilita.

«Devo passare a dare un'occhiata a un ragazzo che abi­ta su questa strada; sua madre ha paura che abbia la gola infetta... Probabilmente si tratta di un virus da niente, però... Ti porto a casa o vuoi venire con me e aspettar­mi?»

«Vengo con te.» Non avevo ragione di affrettarmi a tornare a casa, mentre avevo molti buoni motivi per ritar­dare al massimo quel momento.

«Dobbiamo fornire casa Latimer di un telefono per due motivi. Primo, non mi piace saperti del tutto isolata. Andava benissimo per la vecchia signorina Latimer, che ci ha vissuto tutta la vita per sua scelta. Ma tu sei giovane, e mi farebbe piacere se, in caso di bisogno, potessi chiedere aiuto. Secondo... be'», ridacchiò, «immagino, o meglio spero, che passerò qualche notte con te, e un medico co­me me dovrebbe ascoltare gli eventuali messaggi almeno ogni due ore.»

Allungò una mano e strinse la mia.

La vecchia strada dissestata - più un sentiero per car­retti che altro - su cui l'auto stava ballonzolando faceva sembrare Witch Hill Road un'autostrada supermoderna. «Spero che non ti capiti di restare bloccato qui», dissi.

Brian annuì. «È uno dei maggiori pericoli per un medi­co di campagna come me. È anche peggio d'inverno o du­rante le piogge estive. L'inverno scorso non so più quante volte un contadino del posto è dovuto venire con il tratto­re o addirittura con i muli a tirarmi fuori dalla neve o dal fango. È sempre meglio, però, che aspettare il carro at­trezzi! La gente di qui è sempre pronta a darmi una mano; non possono sapere quando loro stessi o i loro figli avran­no bisogno del medico!»

Stava diventando buio quando ci fermammo davanti a una fattoria isolata e Brian mi lasciò in auto. La casa non era illuminata e la sua grossa sagoma con il tetto a mansar­da si stagliava contro il cielo; all'altra estremità sorgeva un granaio, scuro e pieno di ombre. Nella palude le rane gra­cidavano e in lontananza un succiacapre emetteva il suo strano richiamo. Dopo un po' Brian tornò a dirmi: «Il bambino non sta male ma devo spennellargli la gola, e hanno solo lanterne a kerosene. Io ho una torcia potente a batterie nella mia sacca; ti spiace venire a reggermela?»

«Ma certo.» Scesi e seguii Brian attraverso la cucina in penombra fino alla camera da letto dove un bambino mi­nuscolo con i capelli di stoppa stava seduto intimorito sul bordo del letto.

«Tieni la torcia in questa posizione, Sara, così potrò ve­dergli la gola. Bravo, ragazzo mio, apri, non ti farò male; voglio solo controllarti le tonsille.» Sotto il potente fascio di luce gli spennellò abilmente la gola. «Ecco, ho finito; ho un bel leccalecca rosso tutto per te. Allora, signora Fairfield, voglio che lo faccia restare a letto un altro gior­no, e se la febbre gli sale ancora, gli dia una di queste com­presse ogni quattro ore, ma penso che starà bene. Se un altro bambino dice di avere mal di gola mi chiami che fac­ciamo una coltura.»

Abbassai la torcia, che mi aveva abbagliata, e vidi che la contadina - una giovane alta e forte con una camicia colo­rata e calzoni da lavoro maschili - mi stava fissando con la bocca semiaperta. Quando la guardai negli occhi si ritras­se, senza distogliere lo sguardo.

Esclamò: «Perché mi ha portato qui la vecchia signori­na Sara per visitare i bambini? Dottore, è una strega!» Mi si avvicinò minacciosa e per un attimo temetti che volesse colpirmi. «Senti, tu, vattene, non voglio quelle come te in casa mia!»

Brian si mise tra noi due. Cercò di calmarla dicendo: «Signora Fairfield, Annie, sono sciocchezze. Innanzitut­to, le streghe non esistono.»

Be', pensai, mi sembra che esageri.

«In secondo luogo, la signorina Latimer è appena arri­vata da New York, quindi non può averla vista prima d'o­ra.»

«Dottore», replicò Annie Fairfield, «forse lei conosce le medicine, ma io ho abitato qui tutta la vita, so il fatto mio e conosco la vecchia Sara quando la vedo. Se non è una strega, come mai è identica a quella vecchia strega di Witch Hill Road?»

Ribattei fermamente: «La signorina Sara Latimer era la mia prozia ed è morta anni fa, signora Fairfield. Non l'ho mai conosciuta né vista».

Annie Fairfield mi voltò le spalle e si rivolse a Brian. «Dottore, lei e io sappiamo che le streghe Latimer non muoiono, ma ritornano e hanno sempre lo stesso aspetto. Quindi questa qui può forse darla a bere a lei, ma certo non a me. La faccia uscire di qui e non me la porti più, dottore. Ho i miei piccoli a cui badare.»

Brian commentò con aria disgustata: «Annie, è una stupida», prese la sua borsa e mi riaccompagnò all'auto. Una volta all'esterno, vidi che la tenda della cucina era ti­rata e che la donna mi fissava minacciosamente di là dal vetro. Brian sbatté lo sportello dell'auto e fece una retro­marcia così energica che per poco non finì in un mucchio di fieno.

«Dannata sciocca!» brontolò. «Sara, tesoro, mi di­spiace. Pensavo che Annie Fairfield fosse più in gamba; sono andato a scuola con lei. Spero che non ti capiti lo stesso in tutta la zona!»

«Non penserai forse che mi interessi quello che pensa­no!» Ma in realtà ero più scossa di quello che volevo far credere a Brian; ero stanca di essere scambiata per mia zia Sara in continuazione. Mi sarebbe risultato difficile co­struirmi una vita in quell'angolo del Paese se dovunque andassi dovevo scontrarmi con la sua reputazione di stre­ga. E, secondo Matthew Hay, si trattava di una reputazione meritata.

«Immagino di dover essere contenta che non impicchi­no più le streghe, altrimenti finirei anch'io su Witch Hill in men che non si dica!» scherzai. «Brian, non pensarci; quella donna è pazza o ignorante. Però, adesso che ci pen­so, non gioverà certo alla tua reputazione farti vedere in giro con la strega del posto.»

Brian fermò l'auto nel bel mezzo della stradina e mi ap­poggiò le mani sulle spalle. «Senti, Sara, te lo dico una volta per tutte. Mi guadagno da vivere come medico qui, ma non devo niente a questa gente. Sono loro ad avere bi­sogno di me, non io di loro. E se pensano che la loro opinione mi interessi o influisca sulla mia scelta di una donna, dovranno ricredersi.»

Mi lasciai attirare contro di lui, assorbendo quel misto di dolcezza e abilità. Mi baciò a lungo e con passione, e con le mani mi sfiorò il seno; poi si ritrasse.

«Non qui», dichiarò a bassa voce. «Non sono una per­sona impulsiva, Sara, e voglio che lo desideriamo entram­bi, questa volta, non che si tratti di un gesto affrettato a cui ti spingo quando ti senti sola o quando ti colgo alla sprovvista. Adesso ti accompagno a casa e, se vuoi che ri­manga con te...»

«Certo che lo voglio», replicai subito, «ma non por­tarmi a casa, Brian. Questa volta desidero che succeda... da un'altra parte, e non sotto... l'influenza di quella male­detta casa e di quella maledetta stanza!» Così potrò essere sicura che sono io, e non zia Sara!

Girò la chiavetta dell'avviamento e disse: «Penso che quel posto ti stia scuotendo i nervi, Sara, ma riesco a capi­re come ti senti. E del resto, non potrei trascorrere un'al­tra notte lontano da un telefono, nel caso che mi cerchino per un'emergenza. Mio cugino James...» esitò. «Non c'è neanche un albergo in questa zona di Arkham, se no ti porterei lì. Ma mio cugino James è sordo come una cam­pana, e non c'è nessun altro a protestare. Ti va di venire a passare la notte - o buona parte della notte - da me?»

Sentii l'eccitazione aumentare mentre attraversavamo la campagna silenziosa prima di entrare nel paese di Ma­dison Corners. Questa volta non era l'influenza nefasta della casa stregata o dei profumi erotici di zia Sara. Que­sta volta era ciò che io e Brian desideravamo davvero.

Si arrestò davanti a una casa in cui luci soffuse appari­vano nelle finestre di due o tre stanze. Mi spiegò: «Il cugino James è davanti al televisore in camera sua; lo avviserò che sono tornato e che può staccare il suo telefono; come ti ho già detto è sordo, e le notti in cui tocca a lui rispon­dere al telefono alza al massimo la suoneria. La mia stanza si trova al piano superiore, e non si accorgerebbe neppure se ci portassi un harem!»

La casa, per età e per mostruosità, era simile alla dimo­ra Latimer, ma dentro era calda e sapeva di cibi cucinati da poco, di sapone, di cera da mobili, mentre un vago odore che associavo ai medici - etere o disinfettante, forse - filtrava dalla porta socchiusa dello studio che si apriva nell'atrio centrale. Brian mi lasciò un momento nell'in­gresso avvolto in una luce calda, e lo udii parlare con i to­ni alti che abitualmente si usano con i sordi; poi tornò sor­ridente. «Mio cugino James spegne l'apparecchio acusti­co, di notte, e se ne scorda. Non riesce neppure a sentirmi quando gli urlo di accenderlo! A volte devo letteralmente scuoterlo perché mi senta.»

Con le braccia mi circondò le spalle mentre salivamo le scale. Aprì una porta; dentro, la sua stanza era pulita e spaziosa, con un vecchio letto di ottone ricoperto da una trapunta lavorata a patchwork dai colori vivaci, quasi un pezzo da museo. Brian sollevò il telefono accanto al letto e dichiarò: «Nessuna chiamata per circa un'ora a meno che non si tratti di un'emergenza grave; richiamerò... allora, adesso sono le undici e mezzo: richiamerò all'una». Poi chiuse la porta a chiave e mi prese tra le braccia. Mi baciò a lungo, poi mi tirò scherzosamente per il maglione.

«Non resisto più, occhi verdi.»

Scalciai via i sandali mentre slacciavo la gonna con un ge­sto rapido. Quando mi trovai nuda, con i piedi sullo scendi­letto dall'aria antiquata, mi si avvicinò per stringermi.

«Sei ancora più bella alla luce elettrica! Non avrai mai bisogno di luci soffuse per apparire più sexy!» Mi attirò verso il letto, e accese un'abat-jour; ma, mentre mi stava accarezzando, si fermò inorridito fissandomi. Seguii il suo sguardo e vidi i lividi lasciati dalle mani rudi di Matthew Hay.

«Mio Dio», esclamò. «Sono stato io?»

Cosa potevo dire? La mente mi vorticava furiosamente, mi sentivo nauseata e avevo le vertigini. Risposi infine: «Sai, i lividi mi vengono con una tale facilità...», e mi sen­tii falsa e piena di vergogna.

Le sue dita si mossero, con infinita tenerezza, su quelle brutte macchie scure. Disse: «Questa volta, amore, ti trat­terò come un prezioso oggetto di porcellana, te lo promet­to. Non ti farei mai del male». Aveva ancora l'aria per­plessa. «Non mi ero accorto di essere stato tanto brutale, Sara. Sai, se ti vengono dei lividi così facilmente forse sei anemica: dovrò farti un controllo.»

Riuscivo a malapena a sopportare il senso di colpa, e questo mi rese brusca. «Non sono una tua paziente, dottor Standish, o almeno non adesso. E se anche lo fossi, questo non è il luogo né il momento...»

«Hai ragione.» Si piegò verso di me e baciò ogni livi­do. Aveva la bocca calda e il suo alito sul seno mi indurì i capezzoli. Chiusi gli occhi per impedirmi di rivelargli la verità. Mi detestavo. In quel momento desideravo dispe­ratamente vuotare il sacco, raccontargli di come Matthew Hay mi avesse colto alla sprovvista e posseduta sul suo al­tare blasfemo. Però non ero ancora sicura di lui; sentii che non avrei sopportato di vedere i suoi occhi velarsi per il sospetto, la sfiducia, il cinismo. Nella migliore delle ipote­si si sarebbe sentito ferito e geloso. Lo attirai a me, afferrandogli i lombi, e la mia bocca si richiuse sulla sua in un bacio pieno di passione che gli tolse il fiato.

«Brian, Brian, ti voglio, ti desidero!»

La sua bocca incontrò la mia, che esplorò baciandola a lungo, poi si sollevò sulle braccia e mi guardò divertito e sorridente.

«Non avere fretta, amore: abbiamo tutta la notte. Fac­ciamolo durare.»

Con le labbra percorse il mio corpo nudo, mi baciò il seno, il ventre, le cosce, le pieghe delle ginocchia. Mi sol­levò i piedi e mordicchiò ogni dito, uno alla volta. Quan­do finalmente si unì a me, usò un'infinita delicatezza, muovendosi a lungo, lentamente, impercettibilmente, fa­cendo delle pause e attardandosi a baciarmi, mentre io so­spiravo per il bisogno e la voglia che crescevano in me. Ci muovemmo all'unisono sempre più veloci, e l'orgasmo esplose in noi quasi nello stesso istante.

Rimanemmo sdraiati vicini, rannicchiati l'uno accanto all'altra, per molto tempo, parlando sottovoce, e muoven­doci di tanto in tanto in risposta a dolci carezze; più tardi scendemmo e preparammo del caffè nella cucina silenzio­sa e, dopo aver controllato la segreteria, Brian mi riaccom­pagnò a casa. Mi tenne abbracciata a lungo, all'ombra del­la porta d'ingresso, e alla fine mi lasciò andare.

«Se entro finisco di nuovo di sopra con te», borbottò contrariato, «ed è la mia notte di servizio.» Mi baciò tan­to forte da lasciarmi il segno. «Dormi bene, tesoro. So­gnami. Ci vediamo domani.»

Ma quando la sua auto si fu allontanata e l'oscurità umida della vecchia casa mi ebbe avviluppata, l'entusia­smo e la gioia della serata si volatilizzarono rapidamente lasciandomi svuotata, esaurita e debole. Trovai la torcia - non avevo neppure l'energia per mettermi ad armeggiare con quelle maledette lampade a kerosene a quell'ora - e andai di sopra. Barnabas emerse da un angolo, e i suoi ma­liziosi occhi gialli brillarono come carboni ardenti mentre salì con passo regale, dondolando la coda, e saltò sul letto di zia Sara prima di me. Corsi di sotto all'ultimo momento per controllare se avevo chiuso la porta a chiave e, mentre verificavo la porta sul retro, uno strano rumore mi in­chiodò nel punto dove mi trovavo, con il cuore che mi martellava nel petto.

Sembrava un passo, dei piedi che si trascinavano, ma dove? In casa? Nel cimitero? Mi precipitai subito di so­pra, sbucciandomi uno stinco contro un mobile che non mi aspettavo di trovare in quel punto, e nella stanza di zia Sara mi avvicinai immediatamente alla finestra, dove acce­si la torcia e premetti il viso contro il vetro.

La luna era bassa nel cielo, un mezzo disco rossastro in­fiammato circondato da nubi sottili. Nell'oscurità del ci­mitero i tumuli di marmo semidistrutti si stagliavano sullo sfondo scuro. Poi, una delle forme biancastre sembrò muoversi e sparire: o era stata invece una sagoma scura a passarle davanti nel buio? Trattenni il respiro: sì, vidi un altro movimento e il chiarore appena percettibile di una luce. Qualcuno si trovava nel cimitero con una candela? Era Matthew Hay a guardarmi da lì? Oppure stava cele­brandovi qualcuno dei suoi riti disgustosi? La mia porta era chiusa dall'interno, quindi non avevo ragione di preoccuparmi: che si aggirasse pure nel cimitero e facesse l'amore con i cadaveri, se questo allettava la sua fantasia di pazzo!

Dissi a me stessa di andare a letto e di non curarmi di lui, ma rimasi ugualmente alla finestra, irrigidita e come paralizzata. Dopo un lungo intervallo, una seconda luce raggiunse la prima, ma entrambe erano così deboli che mi trovai a chiedermi se le avevo viste realmente o solo imma­ginate. Poteva invece trattarsi della vaga fosforescenza che si osserva talvolta sui vecchi alberi e tronchi marciti? Quei fuochi fatui non apparivano a volte nelle zone umide che circondavano delle vecchie lastre di marmo?

Le luci erano scomparse. Mi obbligai infine ad allonta­narmi dalla finestra, mi lasciai cadere sul letto a baldacchi­no di zia Sara e mi premetti un cuscino sul viso. Mentre scivolavo nel sonno mi chiesi se Matthew Hay era venuto a raccogliere delle erbe nel giardino. Non c'erano forse delle erbe che andavano colte nell'ultimo quarto di luna o qualcosa del genere? Significava forse che bisognava an­dare a cercarle quando c'era la luna in cielo o semplice­mente in quel giorno del mese, a qualsiasi ora?

E che importanza aveva, in fin dei conti? Per me, nes­suna. Allungai una mano nel buio in cerca di Barnabas: la sua pelliccia folta costituiva un punto fermo rassicurante, e mi addormentai accarezzando quella testa vellutata.

 

CARTOLO 8

Sorella strega

 

Sapevo che si trattava di un sogno. Eppure, quella visione sembrava stranamente reale, co­me se fosse invece un ricordo...

Mi trovavo in cima alla collina, sotto la quercia disseccata, e udivo delle voci che chiedevano ur­lando il mio sangue.

«Sara Latimer!»

«Uccidetela! Impiccate la strega!»

«Affogatela! Cacciatela sott'acqua!»

Indossavo un lungo abito di serge con strascico abbot­tonato stretto sul seno, un fazzoletto bianco annodato pu­dicamente al collo. I due uomini che mi tenevano prigio­niera, stringendomi le braccia, portavano abiti scuri con colletti ampi e alti cappelli. Sembrano i Padri Pellegrini della recita scolastica sul Ringraziamento!

Cercai disperatamente di incrociare il loro sguardo. Jethro Hay rifiutava di guardarmi e sentii le sue mani tre­mare. Per forza! Tante di quelle volte avevamo giaciuto insieme sulla collina, i nostri corpi avevano vibrato all'uni­sono con i venti della notte che ci accarezzavano. E adesso cercava di recitare la parte dell'uomo rispettabile! Male­detto ipocrita!

Abbassai lo sguardo carico di disprezzo sulle donne sotto di noi che urlavano. Era forse colpa mia se i loro uo­mini preferivano dormire con me che con quella moltitu­dine melliflua e puritana? Gettai indietro la testa ed emisi la risata forte e stridula per cui mi odiavano.

«Jethro, fingi ancora di avere dei crampi all'intestino finché Ruth non ha preso sonno, così quella tua moglie dal naso lungo non capisce che desideri solo me nel tuo letto?»

Il suo viso si contorse per la collera.

«Silenzio, esecranda progenie del demonio!» Mi colpì con violenza in viso; sentii il sangue che mi usciva dal lab­bro spaccato.

Risi rivolgendomi al viso solenne dell'altro uomo: «Hai forse scordato, Protetto, di avermi implorato - ed era per­fino un giorno solenne di vigilia - di passeggiare con te nel frutteto, e di avermi strappato il fazzoletto e aver giurato che i miei seni erano come prugne mature?»

Protetto Whitfield non mi guardava. Mi tolse il fazzo­letto con uno strattone e, tirandomi la testa all'indietro, me ne ficcò in bocca un lembo per impedirmi di parlare.

«Le parole di questa prostituta non vanno ascoltate!»

Con una mano Jethro mi slegò i lunghi capelli, e mi strappò i bottoni della camicia così che mi trovai nuda dalla cintola in su. Le urla della folla si fecero più forti.

«Uccidetela! Bruciatela!»

«Non lasciate che la strega viva!»

«Ha incantato i nostri mariti, i nostri figli!»

«Lapidatela! Lapidatela!»

Un frutto marcio mi colpì il viso. Cominciai a dibatter­mi e urlare; sentii un dolore sulla guancia, e mi svegliai...

Barnabas mi si era acciambellato sul torace, e mi accarezzava dolcemente la gota con una zampa senza sfodera­re le unghie. Scossi stancamente il capo per scacciare del tutto l'incubo. Avevo sognato la prima Sara, quella che era stata impiccata per stregoneria? C'erano davvero le stre­ghe in quei giorni, oppure era solo un pretesto usato dalla gente superstiziosa e affamata di sesso per liberarsi di tut­te le persone diverse? Veniva forse chiamata strega ogni ragazza più intelligente e sveglia delle altre, che attirava le attenzioni di uomini repressi, incapaci di ammettere un normalissimo desiderio fisico? Sapevo che avevano paura di vecchie megere, forse un po' stolte, fin troppo esperte di erbe e scienza popolare, che amavano circondarsi di animali come gatti, corvi o galli con cui dialogavano.

Ma... congreghe di streghe, una vera e propria religione organizzata? Erano davvero adoratoci del demonio? Op­pure qualche individuo male integrato nell'ambiente dei Padri Pellegrini aveva portato con sé una fede più antica del cristianesimo, la religione della fertilità, che esisteva prima delle chiese e che la religione cristiana aveva tentato di eliminare e assorbire?

Sapevo che c'era solo un modo per scoprirlo: chiederlo a Matthew Hay, e che fossi dannata se avevo ancora a che fare con quell'uomo! (Sì, pensai, probabilmente lo sarei stata. Dannata.)

Mi lavai il viso, preparai un'abbondante colazione, die­di da mangiare a Barnabas - che abbandonò il topo appe­na catturato preferendogli una scatoletta di cibo per gatti - e trascorsi la mattina a dipingere, di ottimo umore, nello studio. Mi sentivo me stessa per la prima volta da quando ero arrivata in quel disastro di casa.

Lavorai per la maggior parte della mattina, fermandomi verso mezzogiorno per prepararmi un tramezzino al tonno che divisi con Barnabas, ansiosa di tornare ai miei ac­querelli approfittando di quel momento propizio. Nel pri­mo pomeriggio - non so esattamente a che ora - il vecchio campanello suonò. Oscillavo tra l'irritazione per essere stata disturbata mentre lavoravo e la gioia per il fatto che Brian fosse riuscito a finire prima del previsto; corsi giù in­curante del fatto che indossavo dei jeans e un vecchio ma­glione e che avevo i capelli arruffati. Aprii la porta e vidi Matthew Hay sulla soglia con una donna sconosciuta.

Il buonumore scomparve all'istante. Il mio sorriso di benvenuto doveva essersi volatilizzato anch'esso, perché Matthew chiese: «Siamo venuti in un brutto momento, Sara?»

«Be', stavo lavorando.»

«Credo che questo sia più importante», replicò Mat­thew. «È meglio che entriamo: preferisco che i vicini non ci vedano stare qui davanti. Non tutti... sono dei nostri.»

Vicini? Non c'era nessuno all'orizzonte salvo gli occu­panti dell'antico cimitero e un paio di mucche dall'aria placida. Ma quello era il New England. Da come parlava Matthew Hay, avremmo potuto trovarci in mezzo ad altre quaranta case, tutte con una vecchia pettegola alla fine­stra. Oh, al diavolo, forse era così. Dissi quindi rassegnata: «Entrate pure».

Senza altri convenevoli entrarono e si avviarono en­trambi verso il salottino, come se conoscessero la strada. Matthew mi si avvicinò e mi prese la mano con familiari­tà, dicendo: «Sara, mia cara, voglio presentarti Tabitha Whitfield. Di nuovo».

Tabitha era piccola e snella ma con le curve al posto giusto, una vita stretta e piccoli seni puntuti che non ave­vano bisogno di reggiseno, indumento, del resto, che Tabitha non portava. Per via dei suoi capelli biondi e vapo­rosi e della faccia rotonda da gattino, all'inizio pensai fos­se poco più di un'adolescente; guardando meglio i punti rivelatori, però, il collo sottile, le mani, capii che aveva trent'anni almeno. Era comunque incredibilmente bella, ed emanava un'aria di brillante sensualità.

Aspettai che si sedessero ma non mi avvicinai, rimasi distante e in guardia. Non mi fidavo di Matthew Hay, e non gli avrei permesso di approfittare di me.

Mai più. Non in questa vita né nella futura, se avessi potuto evitarlo.

Fu Tabitha a parlare per prima. Spostando lo sguardo da me al viso dipinto di zia Sara sulla parete commentò: «Sì, c'è una grande somiglianza. E incredibile. Ma non sono sicura che significhi quello che credi tu, Matt».

Matthew replicò: «Penso che spetti a me deciderlo, Ta­bitha».

Una violenta scintilla di antagonismo sembrò scoccare tra loro, eppure si percepiva anche una corrente nascosta di intimità, di conoscenza delle altrui debolezze resa pos­sibile solo da una lunga familiarità. Sapevo, come se me l'avessero detto espressamente, che quei due erano aman­ti; no, anzi, era troppo difficile pensare in termini di amo­re quando era coinvolto Matthew Hay. Erano però part­ner sessuali di lunga data e si conoscevano bene. Fui sba­lordita dall'ondata di gelosia possessiva che mi invase.

Come osa usurpare il mio posto? Ho potuto disporre di Matthew come e quando volevo per ben vent'anni! Anzi, per essere precisi bisognerebbe dire per sette secoli. Poteva divertirsi quando gliene davo il permesso, ma doveva sapere chi era la sua vera donna!

Scossi il capo come per chiarirmi le idee. Cos'avevo che non andava? Era la stanza. Apparteneva sotto tutti i punti di vista a zia Sara e non a me.

Potevo almeno riuscire ad avere pensieri miei in quel luogo?

Matthew intervenne: «Ieri ho dimenticato di chiederti qualcosa, Sara. Hai qualche neo o macchia particolare?»

Tabitha commentò in tono leggermente canzonatorio: «Vuoi dire che non hai guardato tu stesso mentre era nu­da?»

«Sentite», esplosi furibonda, «non potete venire qui e parlare così...»

«Oh, Sara», disse Matthew quasi ridendo, «ci resta molto da fare; per favore, non crearci problemi anche con queste sciocchezze. So che spesso ami giocare, ma il gioco della pudicizia non fa per te, soprattutto dopo quanto è successo ieri, e in più ci fa perdere tempo. Usalo con per­sone che non ti conoscono bene, come il tuo dottorino. Divertiti quanto vuoi, ma non fare questi giochetti con noi.» Mi si avvicinò, mi slacciò lentamente il golf e la ca­micia, mi scoprì una spalla e posò un dito sulla piccola vo­glia marrone che si trovava nel punto d'incontro tra l'a­scella e la schiena. «Visto, Tabitha? Sei convinta, ades­so?»

Strattonai la camicia. «E io non ho voce in capitolo...»

«Ti ho chiesto di non giocare con noi, Sara. Non abbia­mo tempo. Dopotutto, l'Esbat è domani al tramonto e ci resta ancora molto da fare. La memoria dovrebbe tornarti prima di allora ma, se non ti sarai ricordata tutto, non im­porta: si tratterà solo di una cerimonia di benvenuto. Ho portato qui Tibby... aspetta un attimo. Per prima cosa, la riconosci?»

«Riconoscerla? Non l'ho mai vista prima d'ora», replicai. Mi sentivo come Alice che beveva il tè col Cappellaio Matto, viste le domande senza senso e l'assoluta indiffe­renza per le risposte che davo. «Perché, dovrei?»

«Non l'hai mai vista prima, dici? Questo complica le cose», meditò Matthew ad alta voce. «Quello che vuoi dire, naturalmente, è che non l'hai mai vista prima in que­sta vita. Sai, Tibby è una di noi da secoli proprio come te, Sara.»

Erano completamente pazzi. Folli. Matti da legare. Ma cosa potevo fare?

Rimasi lì in piedi, ad abbottonarmi la camicia con le di­ta che tremavano orribilmente. Ero entrata in un incubo. Oh, Brian, Brian! Cercai di richiamare alla mente il ricor­do del suo viso, della sua voce normale e razionale, ma neppure la memoria mi venne in aiuto. Per un attimo non riuscii neppure a ricordare che faccia avesse.

Matthew continuò: «Tibby è una delle tue sorelle della congrega, e ha preso il comando di noi adepti. Natural­mente, adesso che sei tornata sarà felice di ridarti il posto che ti spetta».

Colsi lo sguardo di Tibby e pensai: col cavolo! Matthew poteva anche sapere tutto sulla stregoneria, ma non capi­va nulla di donne; e, strega o no, Tibby era innanzitutto una donna. Stava sorridendo con dolcezza, ma sotto si in­dovinava una furia di gelosia e risentimento.

Era Matthew che voleva, o il potere sulle altre streghe?

Non lo sapevo e non mi importava, ma forse quel suo scontento avrebbe potuto tornarmi utile.

«Tibby ti insegnerà tutto quello che puoi avere dimen­ticato in questi primi anni della tua nuova vita», annunciò Matthew, «e condividerà con te ciò che solo le donne pos­sono confidarsi. Spero che tornerete a essere amiche intime, e a volervi bene come due sorelle. Adesso vi lascio co­sì potrete fare conoscenza... o riprendere i contatti.»

Si protese verso di me, mi baciò dando per scontata una certa intimità tra di noi, sfiorò la guancia di Tibby e si voltò per andarsene. Lo fermai: «Matthew, aspetta un mi­nuto».

Inclinò il capo e stette ad ascoltarmi.

«Dici che sono Sara Latimer rinata. Adesso sentimi be­ne: zia Sara è morta solo sette anni fa e io ne ho ventitré. Com'è possibile?»

Tibby commentò: «Ti avevo detto che non avrebbe ca­pito. Stai facendo un errore, Matthew».

Si rivolse a me con gli occhi che gli luccicavano. «La strega, Sara Latimer, non muore mai. Ritorna ogni volta; quando un corpo muore, la sua parte immortale - la sua anima, cioè - si rifugia nel corpo di un'altra donna della famiglia. La famiglia Latimer è una delle stirpi di streghe più antiche, e ogni due generazioni nasce una ragazza che ha il segno della strega, proprio come te, Sara. Sarà una donna normale, anche se avrà certi poteri innati. Ma quando la sua antenata muore, lo spirito della strega entra in lei e la possiede. Quando questo accade, recupera la memoria - e tutti i poteri - della strega. È quello che è successo a te, Sara. Forse non ne sei ancora del tutto con­sapevole, e non conosci i tuoi poteri e il tuo passato. Ma ieri, davanti all'altare, mi hai provato che ho ragione. Il re­sto dei tuoi ricordi ti tornerà presto e sarai di nuovo una di noi, per tutte le epoche, per la vita e la morte e anche dopo.»

Si voltò e uscì, lasciandomi lì atterrita.

Tibby si alzò e mi si avvicinò. Disse, più dolcemente del solito: «Sembri spaventata, Sara. Io e Matthew apparteniamo a questo ciclo da tanto tempo che tendiamo a di­menticare quanto può apparire strano a un estraneo. Cosa posso dire o fare per aiutarti?»

Mi abbracciò. Indietreggiai col viso per guardarla in faccia e dissi: «Avrei giurato che non corresse buon san­gue tra te e Sara».

«È così, infatti», ammise, «ma prendo seriamente il mio giuramento e ho promesso di trattarti come una so­rella della congrega. Inoltre, hai l'aria così giovane e spau­rita...» Mi accarezzò la guancia. «Non c'è nulla di cui ave­re paura. Matthew può intimidire, ma fa parte della sua indole e del suo ruolo. Se lo conosco bene, ti è saltato ad­dosso senza preavviso e ti ha spaventata a morte.»

«In realtà no», la corressi, «a dire la verità credo quasi che me lo aspettassi.»

«Ma è come quasi tutti gli uomini», commentò Tibby con una sfumatura di disprezzo. «Oh, non fraintendermi, sono pazza di lui, ma come tutti gli uomini pensa che il suo grosso membro possa risolvere tutto.» Doveva aver notato la mia espressione sorpresa, perché aggiunse, con una certa diffidenza: «Scusa, non volevo essere volgare, ma Matt può essere anche un terribile stupido».

Le sue mani si attardarono, con un fare intimo, strano e inquietante, sul mio seno: abbassai lo sguardo sorpresa e le allontanò senza alcuna fretta. Mi chiese: «Ti dispiace? Stavo semplicemente ammirandole».

Avvertii la stessa bizzarra mancanza di stupore che ave­vo provato quando Matthew mi aveva fatto delle avance. Tutte le streghe sono promiscue e fanno sesso dove e come vogliono per il loro piacere personale. «Sei lesbica?»

«Solo di tanto in tanto», replicò. «Non mi dispiacerebbe se tu lo volessi o se ne avessi bisogno. Probabilmen­te potremmo procurarci a vicenda un certo piacere.»

Risi imbarazzata. Il suo atteggiamento pratico mi fece sentire ingenua, anche se avevo frequentato circoli relati­vamente sofisticati. O si trattava di semplice decadenza, tanto avanzata da aver perduto ogni traccia di vergogna? «Non ora, grazie», risposi, e cercai di velare le mie parole di ironia, ma mi uscirono prosaiche come quelle di Tibby, e mi trovai a pensare: perché complicare tanto un gesto così semplice...

Cambiai discorso: «Le streghe bevono caffè o tè?»

Ridacchiò. «Se non hai della birra, il tè va benissimo. Penso che sia un'ottima idea. Consumare insieme cibo o bevande è il modo più rapido... be', è un inizio. Quando Matthew mi ha portata qui credevo che mi avresti detesta­ta.»

«Immagino di non odiare la gente con tanta facilità», replicai. La precedetti in cucina e misi il bollitore sul fuo­co. «Uso il tè in sacchetti, ti dispiace? So che gli intendi­tori sarebbero scandalizzati, ma non sopporto tutte quelle foglioline che finiscono dappertutto e nuotano nella taz­za.»

«Al diavolo gli intenditori», mi diede ragione Tibby. «Anch'io uso i filtri. Ho il sospetto che le streghe siano state le prime femministe: sono state loro a rifiutare di sa­crificarsi per l'idea che alcuni avevano del ruolo femmini­le. Mio padre è il genere di bastardo secondo cui l'unico dovere di una donna è rendere felice un uomo. Mia madre ha lavato il pavimento con la liscivia, stando in ginocchio, ogni giorno della sua vita solo perché a mio padre non piaceva il linoleum. Di tanto in tanto protestava, dicendo di non avere tempo - nella stagione della falciatura o della trebbiatura -, e lui montava su tutte le furie e urlava: "Per la miseria, donna, a cosa serve il tuo tempo?" Quando è morta ho preso il denaro ricavato dalla vendita delle uova e ho posato del linoleum in cucina; mio padre ha fatto il diavolo a quattro, ma gli ho detto: "Togli quel linoleum e te lo pulirai da solo il pavimento, oppure lo tieni sporco! " L'ha lasciato. Immagino abbia deciso che, tra i due mali, il linoleum era il minore.»

Il bollitore fischiò: versai l'acqua sui sacchetti nella teie­ra. «Mi passi un paio di tazze dalla credenza? Grazie.» Tibby si sedette al tavolo della cucina, prendendo la tazza colma che le passai.

«Zucchero? Latte?»

«No, grazie, lo bevo così.» Iniziò a sorseggiarlo.

«Tibby», cominciai, «dimmi qualcosa francamente, senza mentirmi e senza prendermi in giro. Credi veramen­te a questa storia delle streghe o stai semplicemente al gio­co?»

Mi fissò dall'altra parte del tavolo. Rispose: «Sarò one­sta. A volte ne sono convinta, altre sono persuasa del con­trario. Certe volte ci credo ciecamente e sono del tutto coinvolta, la stregoneria mi sembra la mia vita. In altri mo­menti mi chiedo se non mi sto prendendo in giro e se non fingo di crederci solo perché lo vuole Matt: nel caso non te ne sia accorta, sono pazza di lui».

«L'avevo capito», replicai. «Ma com'è possibile che una persona sana di mente si faccia invischiare in... un cul­to del genere? Come ci si finisce dentro?»

«Non hai mai abitato in una zona remota del New England», commentò. «Ammettiamolo, cos'altro c'è qui per una donna? Ho il sospetto che la stregoneria si sia diffusa a Salem e in altri posti perché era l'unico modo in cui le donne potevano essere delle persone, e non solo compa­gne di letto, schiave e madri dei figli di qualche rozzo ignorante. Non c'erano abbastanza uomini moderni, in­telligenti e ragionevoli nei dintorni. Una donna che non si sposava era socialmente morta, e una donna che lo faceva diventava quasi letteralmente la schiava del marito. Ho letto da qualche parte che il Massachusetts e il Connecticut sono gli unici stati che avevano ancora delle leggi seve­re contro il controllo delle nascite finché il processo Roe contro Wade non le ha eliminate tutte.»

Ora riuscivo a vedere in che modo il mondo repressivo del vecchio New England aveva fomentato la ribellione delle donne; c'era da stupirsi che avessero usato le paure superstiziose degli uomini contro di loro?

Continuò: «Riesco a immaginare come una donna che ha avuto sette figli in sei anni - e credimi, ancora oggi ce ne sono molte! - possa desiderare che il marito sia impo­tente per un po'!»

«Pensi che sia un culto a sfondo sessuale, allora? Nato dalla noia e dalla repressione?»

«A volte credo di sì», ripeté Tibby. «A volte, invece, ho l'impressione che sia qualcosa di più. Dopo che sarai venuta a qualche Esbat, capirai cosa voglio dire. Anche se ne parlo in modo impertinente, ci credo abbastanza da non osare provare a venirne fuori.»

Capii d'un tratto che Tibby mi piaceva, e mi dispiacque per lei. La vita non poteva essere facile per una femmini­sta intelligente nel mondo in cui era cresciuta. Ricordai la storia del vecchio contadino con sei figlie adolescenti che erano diventate il suo harem personale. La differenza sta­va solo nell'intensità, non nel tipo di abuso, sospettavo. Una volta che cominci a considerare mogli e figlie come schiave, beni materiali creati per il tuo piacere personale, perché dovresti fermarti? Suo padre forse non aveva ap­profittato di lei dal punto di vista sessuale, ma non le ave­va certo concesso la libertà necessaria per costruirsi una vita decente in cui avrebbe potuto sfruttare al massimo il suo intelletto e le sue capacità. Dissi: «Perché non te ne sei andata, Tibby? Altre ragazze come te trovano un buon posto di lavoro in ogni grande città del Paese».

Alzò le spalle. «I miei erano convinti che l'università per una donna fosse una perdita di tempo, in quanto il mio unico desiderio, secondo loro, era di sposarmi. Mia madre non riusciva a immaginare una donna che non vo­lesse sposarsi, proprio come non riusciva a immaginare che mi scopassi Matt Hay alla luce del sole sul suo altare. Solo che questo potevo farlo in segreto, quello no. E quin­di eccomi qui, a trentadue anni, senza educazione, senza talenti, senza formazione. Se me ne andassi da casa passe­rei la vita a lavorare come cameriera o a infilare del bucato nei sacchi. Quindi sto a casa e me ne occupo per il mio vecchio, così quando morirà... be', avrò un tetto senza do­ver sposare un bastardo di queste parti. Ma puoi forse biasimarmi per essermi avvicinata alla stregoneria?»

«Com'è accaduto?» chiesi, versando altro tè.

«Devo ringraziare tua zia Sara. Oh, per molti aspetti era una donna terribile, ma era intelligente. Mi ha presta­to dei libri: a casa mia non avevamo nulla da leggere, se non la Bibbia di famiglia e l'almanacco. Mi ha aiutata a cominciare a pensare con la mia testa, poi mi ha fatta en­trare nella congrega. Avevo solo diciassette anni quando mi ha dato il coraggio di smettere di andare a messa: mio padre appartiene a una setta spaventosa che crede nel fuoco dell'inferno e nella dannazione. Le devo molto. Incuteva un sacrosanto terrore, ma immagino che, a modo mio, le volessi bene, perché mi ha insegnato a essere libera e a godermi l'esistenza, vivendola pienamente, anche in un posto squallido come questo.» Allungò una mano sul tavolo e prese la mia. «Quando è morta, mi sono sentita in diritto di prendere il suo posto nella congrega. Ecco perché mi ha dato fastidio il tuo ritorno.»

Le strinsi la mano di rimando. «Tibby», cominciai, «credimi, non costituisco una minaccia per te. Non credo di essere Sara Latimer, o almeno non la strega Latimer che è rinata o ritornata. Non mi interessa assumere il potere della congrega. Non ne voglio sapere nulla. E per quanto riguarda Matthew, è tutto tuo. Non lo vorrei neppure confezionato in carta da regalo con dei nastri rosa.»

I suoi occhi incontrarono i miei, pacati e infelici. «Lo dici adesso», si lamentò, «ma dopo? Se la tua memoria di strega ti ritorna? Non hai avuto dei lampi di memoria? Se­condo Matt gli hai fatto delle domande che presuppongo­no una conoscenza profonda del nostro culto.»

«Non riesco a spiegarlo», replicai. Per esempio, cos'e­ra quella storia dei coltelli? E dei nomi? Ricordavo che per l'antropologia conoscere il vero nome di una persona significava avere grandi poteri su di lei; e in qualche popo­lo vissuto lontano dal mondo civilizzato scattare la foto di qualcuno voleva dire possederne - o rubarne - l'anima. «Conosco il tuo nome», aveva forse qualcosa a che fare con quella minaccia? Lasciai perdere per il momento. «Così come non riesco a spiegare perché... perché sono andata a letto con Matthew Hay. Credimi, non lo volevo e non ne avevo nessuna intenzione. Non potrebbe trattarsi di semplice suggestione?»

Tibby ci pensò. Poi disse: «Forse, se tu non fossi mai venuta qui, non avresti mai avuto alcun impulso a... di­ventare una strega. Ma sei venuta, e quell'impulso ti è ve­nuto. E sei andata con Matt, e hai scoperto di conoscere dei particolari sul culto. Cosa succederà dopo che avrai partecipato a un paio di Esbat e avrai usato l'unguento due o tre volte?»

Non risposi subito, perché i miei sentimenti subirono un improvviso mutamento. Mi trovai a guardare dall'alto al basso quella giovane donna che aveva osato usurpare il mio posto all'interno della congrega, e che pensava di so­stituirsi a me accanto a Matthew e di usarlo per i propri fi­ni. Vidi Tabitha sdoppiata, come se fossi ancora seduta davanti a lei ma anche in piedi. Esclamai seccamente: «Con che diritto mi interroghi, Tabitha Whitfield? Cono­sco il tuo nome!»

Ancora i nomi; eppure quella frase mi era venuta spon­tanea, l'avevo pronunciata con assoluta certezza. Indie­treggiò, e la sua sedia cadde improvvisamente al suolo; la tazza di tè si rovesciò e versò una pozza di liquido ormai tiepido sulla tovaglia di tela cerata. «Sara», mormorò.

«Era la domanda sbagliata», dissi con voce distante. Mi sentivo ancora stranamente sdoppiata dentro. «Non avresti dovuto chiedermelo, Tibby. Non so cosa sia suc­cesso.»

Scosse il capo. «Sono confusa. Sei tu e allo stesso tem­po non lo sei.»

In un'ondata di disperazione mi accorsi che era acca­duto di nuovo: ero finita ancora una volta in quel mondo irreale che mi aveva assorbito già prima, che mi aveva in­dotto a trascinare Brian a letto con me, che mi aveva getta­ta nuda, davanti a un altare profano, con Matthew, che mi stava inimicando una ragazza che, dopo solo pochi minuti di chiacchiere intime e sincere, stavo cominciando a con­siderare un'amica. Mi coprii il viso con le mani.

«Oh, Signore, odio questo posto», esclamai. «Non so cosa mi stia accadendo! Tibby, Tibby, cosa diavolo dovrei fare? Se rimango qui non ho via di scampo, ma non ho nessun altro posto dove andare!»

Tibby fece il giro del tavolo, mi si avvicinò e mi cir­condò con le braccia come aveva fatto prima. Disse: «Co­munque vadano le cose, Sara, ricorda che ti voglio bene e che voglio essere tua amica».

«Magari, se stessi lontana da tutto ciò... se rifiutassi di partecipare al - come diavolo si chiama? - al Sabba, all'Esbat, se gettassi via tutti gli oggetti che erano appartenuti a zia Sara...»

Scosse il capo. «Non penso che tu possa farlo. Forse avrebbe funzionato se l'avessi fatto prima, ma adesso è troppo tardi. E poi, Matthew si arrabbierebbe molto. Non so tu, ma io non riesco a tenergli testa.» Sorrise con aria scossa. «E neanche tu, finché sei... te stessa. Quando sei strega ci riesci, ti ho visto farlo, ma allora non lo desi­dererai più.»

La situazione, insomma, sembrava senza speranza. Con mani tremanti sollevai la tazza e bevvi il tè diventato fred­do. Tibby continuò: «Ho promesso a Matthew che ti avrei parlato di tutto: l'uso dell'unguento, delle altre po­zioni...»

«No!» mi affrettai a ribattere. «No! Non voglio saper­ne niente...»

«Ma ho promesso a Matthew...»

Eravamo in una situazione di stallo e ci fissammo con aria caparbia, finché dei colpi sonori e impazienti alla por­ta ci riscossero. Tibby disse: «Meglio che i vicini non mi vedano qui», e si nascose. Lentamente, con i piedi che mi sembravano essere diventati di piombo, andai alla porta.

Mi trovai di fronte un uomo di mezz'età corpulento, curvo, che indossava una salopette e non si era sbarbato. Dopo un attimo riconobbi il vecchio Jeb, che avevo visto la sera del mio arrivo con l'autobus Arkham-Innsmouth. Toccò la ciocca di capelli sporchi che gli ricadevano sulla fronte a mo' di saluto.

«Le ho portato la bombola del gas, signora. Il padrone del negozio di Madison Corners mi ha detto che ne aveva bisogno e che era meglio se la portavo su io, così gliela po­tevo installare.»

Riportata bruscamente ai fatti della vita reale annuii e l'uomo continuò: «Vado a prendere la chiave inglese e gliela fisso sulla piattaforma, fuori dalla finestra della cuci­na. Non c'è bisogno che mi paghi adesso, il bottegaio le manderà il conto il primo del mese come ha sempre fatto con i Latimer».

Si avviò verso il camioncino e pensai che c'era almeno un vantaggio ad appartenere a una famiglia conosciuta: mi facevano credito! Questo poteva voler dire che le mie magre finanze sarebbero durate un po' più del previsto, probabilmente fino al pagamento del libro, senza che fossi obbligata a vendere qualche mobile antico di zia Sara.

Tibby mormorò: «Meglio che tu vada con lui e che lo guardi mentre la fissa, no? Così saprai dove si trova».

Aveva ragione. Non sapevo molto della vita in campa­gna - in città avevo dato per scontato l'approvvigiona­mento di gas, riscaldamento, elettricità -, ma forse era meglio che imparassi il più possibile, quindi uscii e guar­dai la sua sagoma ricurva scaricare il pesante cilindro di metallo dal furgoncino, spingerlo sul suo carrello fino alla finestra della cucina, dove un piccolo tubo di rame spun­tava da un foro praticato nella parete, e spostare con de­strezza la vecchia bombola.

«Sì, questa è quasi finita, probabilmente non ci avreb­be bollito neppure un uovo», commentò. «Questa le do­vrebbe durare un mese, a meno che non faccia il pane e non lasci acceso troppo a lungo il forno.»

Lo guardai armeggiare con il beccuccio. Aveva mani grosse, tozze ma bizzarramente agili. Con una strana co­scienza sdoppiata mi trovai a chiedermi come si sarebbero mosse sul mio seno, sul mio corpo nudo. Era così enorme, animalesco, così prossimo alla terra. Giacere tra le sue braccia sarebbe stato come sprofondare nella terra, unirsi alle antiche forze disumane degli elementi... Sentii i suoi occhi, piccoli e maliziosi, fissarsi su di me e perlustrarmi con una strana presunzione di intimità. Mi aveva letto il pensiero?

Disse: «Adesso che è tornata, vuole che venga di sopra con lei come sempre, signorina Sara?»

Oddio, anche lui era uno di loro? No, questo era trop­po. Tutte le streghe sono promiscue. Mi sentii elettrizzata al pensiero delle sue mani su di me, che mi strappavano i ve­stiti di dosso...

No, maledizione! Ero ancora padrona di me stessa. Non ero obbligata a subire altro. Replicai con voce piatta: «Non so cosa voglia dire. Non c'è nulla che lei possa fare in casa», e vidi la sua espressione farsi perplessa ma ri­spettosa. Replicò: «Come vuole, signorina Sara», tornò al furgoncino e rimasi a guardarlo allontanarsi sobbalzando giù dalla collina.

Rientrai provando una strana esultanza. Per la prima volta dal mio arrivo avevo vinto, il mio vero io aveva affermato la propria volontà: non ero stata costretta a compor­tarmi in quello strano modo che mi era così estraneo. Cer­cai Tibby in cucina, ansiosa di raccontarle l'accaduto, ma non la trovai, e mi chiesi se non fosse semplicemente usci­ta dalla porta sul davanti per rifugiarsi a casa. Se era una dei Whitfield, casa sua doveva trovarsi lungo la strada ver­so l'incrocio dov'era passato l'autobus per Arkham; e poi, era alla sua fattoria che Matthew aveva detto che potevo rifornirmi di latte, uova e ortaggi. Sarebbe però stato im­barazzante se avessi deciso di non avere nulla a che fare con la congrega: come avrei fatto?

Salii lentamente. Nella grande stanza da letto di zia Sa­ra trovai Tibby. Si era tolta le scarpe ed era seduta a piedi nudi sulla panchetta davanti al mobile da toeletta. Disse: «Perché non lo hai portato di sopra? È abbastanza ma­schio per soddisfarci entrambe». Davanti alla mia occhia­ta scandalizzata e inorridita continuò impaziente: «Oh, Sara, non essere sciocca. Va bene, va bene, non ti farò fret­ta. L'Esbat, comunque, è domani sera, e posso aspettare».

Mi si avvicinò. «Mi dispiace, io... Devi capire cosa sto passando. Ho tutte le ragioni di aspettarmi che tu ti com­porti come una di noi, invece continui a spiazzarmi. E poi, detesto scusarmi continuamente.»

«Non sono arrabbiata», la rassicurai. «Non so perché, ma non lo sono.»

Si mise a studiare il piano del mobile. Disse: «Vedo che hai trovato l'unguento di Venere. Non è una cosa seria, ma è divertente». Aprì il vasetto di porcellana e lo strano aroma sensuale e penetrante ne uscì.

Messa a disagio dal profumo mi ritrassi. Chiesi: «È questo l'unguento che dovrei usare perché». - cercai di ricordare la sua frase - «perché mi torni la memoria di stre­ga?»

Mi lanciò un'occhiata. «No», rispose, «questo è un gioco. Vorresti dirmi che hai dimenticato cos'è il vero un­guento delle streghe - l'unguento per eccellenza - e gli ef­fetti che produce?»

«L'ho dimenticato o non l'ho mai saputo. E non mi in­teressa per niente», replicai. Tibby, con aria assente, si stava spalmando la crema sui polsi e le tempie. «Hai vera­mente intenzione di usare quella roba, Tibby? L'altra not­te ho avuto l'impressione che fosse piuttosto pericoloso.» L'odore era inebriante: mi faceva pizzicare il naso e susci­tava in me una strana miscela di ricordi sfocati e di pensie­ri confusi. Tibby rise guardandomi nello specchio.

«Pericoloso? Non questo. Il vero unguento, invece... prendine troppo e ti farai un viaggio tremendo; fatti un'o­verdose come si deve e rimarrai avvelenata, anche se da anni nessuno ne muore. Ma qui dentro non c'è nulla di dannoso: è solo per divertirsi. Dai, perché non ti unisci a me? Forse, dopotutto, è il modo migliore per aiutarti. Forse era questo che Matthew intendeva.»

Sentii nuovamente la strana sovrapposizione di emo­zioni, memorie, fantasie. Il viso di Tibby tremò nello spec­chio, e sembrò d'un tratto molto più giovane e più vec­chia. L'aroma pungente dell'unguento era come un mia­sma palpabile. Lentamente, tra mille esitazioni, allungai una mano, immersi il dito nella crema verdastra e me lo passai sulla gola.

«Su, lasciami fare», disse Tibby. Mi aprì i bottoni della camicia: l'unguento era freddo e mi bruciò per un attimo, poi mi parve piacevole al contatto col seno nudo. Le mani di Tibby si attardarono, dolci ed esperte, e toccarono uno dei lividi che ancora si vedevano. «Matt è troppo rude, ma cosa importa? A me piace così. Guarda.» Si sfilò la maglietta con un gesto rapido e vidi le tracce rossastre dei morsi sulla sua spalla. Gliele sfiorai con un dito, provando un brivido di orrore non del tutto sgradevole

«Peccato che Matt non sia rimasto», commentò. «Ma non preoccuparti, possiamo cavarcela benissimo anche da sole.»

Stava togliendosi i jeans pesanti e mascolini; non porta­va slip, e nuda sembrava ancora più magra e gracile, quasi infantile, così vulnerabile che provai quasi un irrazionale senso di compassione. Ma il suo sorriso malizioso smenti­va qualunque possibile ipotesi di innocenza: i suoi occhi, che mi guardavano attraverso la cortina dei capelli scarmi­gliati, erano dilatati e brillavano della stessa furbizia mali­gna di quelli di Barnabas.

L'unguento afrodisiaco stava cominciando a fare effet­to anche su di me. Sembrava che ogni sensazione del mio corpo fosse concentrata nei polpastrelli delle dita, che sta­vano ancora esplorando delicatamente il seno di Tibby. Rise: era una risata sfrenata, selvaggia, come l'urlo di un uccello marino, e mi trascinò accanto a lei sul vasto letto.

Di tutti i singolari eventi di quella bizzarra estate nella vecchia casa Latimer, quello che mi suscita le emozioni più strane è l'ora trascorsa con Tibby nell'enorme letto a baldacchino di zia Sara, con l'insolito profumo intorno a noi che ci rendeva violentemente eccitate e subito dopo pigramente sensuali, nella stanza inondata dalla luce guiz­zante del sole che sembrava di tanto in tanto fermarsi e danzare insieme ai miei nervi che vibravano. Per tutto ciò che accadde quell'estate riesco a trovare una ragione, una scusante, una spiegazione. Per quello che ci fu tra di noi, no. Ripensandoci adesso, non posso neppure incolpare l'unguento afrodisiaco; conoscevo la sua azione, avevo già sperimentato come reagivo al suo effetto, e non avevo al­cun bisogno di riprovarlo con Tibby. Eppure, di mia vo­lontà, quando mi invitò a sdraiarmi accanto a lei non mi ritrassi, ma l'abbracciai, l'attirai a me e sentii, con un mi­sto di sorpresa e tenerezza, nascere in me il desiderio quando le sue labbra morbide si schiusero sotto le mie.

Fino a quel momento per gli eventi di quell'estate ave­vo qualche precedente esperienza. Lì, invece, mi sentivo del tutto ignara, sbalordita - anche se razionalmente lo sa­pevo possibile - dal fatto che mi sentivo eccitata da una donna.

Le mani di Tibby, delicate e sottili, si attardarono sul mio seno, procurandomi un misto di dolore e piacere. Re­stammo lì sdraiate ad accarezzarci pigramente, a sentire il seno dell'altra che si induriva al contatto con le mani, con i capezzoli che si ammorbidivano e si rizzavano ripetutamente. Sembrò percepire il mio desiderio e la mia inespe­rienza, si accorse che non sapevo bene come procedere e prese l'iniziativa, schiacciandomi contro il guanciale. Mi divaricò le ginocchia con una gamba. Poi, mentre giaceva­mo l'una contro l'altra, con i seni che si toccavano e le lab­bra che si cercavano a vicenda con baci leggeri e scherzo­si, le sue mani trovarono il centro della mia passione e, con mosse sapienti, prima solo sfiorandomi, poi via via con più decisione, mi eccitò finché non cominciai a reagi­re, muovendomi, a ogni suo gesto e a gemere, ormai pros­sima all'orgasmo. Allora, ridendo, diminuì l'intensità del­le sue carezze finché non mi fui calmata, e ricominciò.

Ma questa volta non mi limitai a un ruolo passivo: le mie mani cercarono la parte più morbida tra le sue gambe e, con uno strano sentimento di stranezza e familiarità, vi trovai la zona più calda e umida: avvertii ancora quel cu­rioso sdoppiamento, ero io e un'altra, provavo emozioni note e sconosciute mentre le mie dita percorrevano i con­torni morbidi e toccavano il piccolo centro bollente e pul­sante. Era stranamente eccitante sentirla sospirare di pia­cere, e volli ottenere da lei nuove risposte stuzzicandola sempre più. Era come se ogni terminazione nervosa di Tibby fosse legata a una delle mie; la sua crescente eccita­zione produsse in me una reazione sfrenata, e ci abbrac­ciammo convulsamente, ansimanti, spingendoci più volte a un passo dall'orgasmo e fermandoci appena in tempo. Uno sguardo fugace dall'altra parte della stanza mi mo­strò nello specchio un'immagine sfocata di curve morbi­de, lunghi capelli sul viso, i grandi occhi di Tibby che si dilatavano per il piacere. Poi l'immagine svanì e l'udii ge­mere per l'eccitazione. «Basta giocare, ora... Dai, adesso, adesso, lo voglio...» e il suo urlo selvaggio di piacere e la stretta convulsa delle cosce sulla mia mano. «No, no, ba­sta, basta...»

In quel momento qualcosa esplose dentro di me, con una tale violenza che credetti di svenire; e la tremenda tensione interna si sfogò come una corrente impetuosa.

Tibby agitò la testa per allontanarsi i capelli dal viso. Si sedette, mi sorrise e commentò: «Wow!»

Risi con una miscela di imbarazzo e affetto. Anche Tibby si mise a ridere e disse: «Te l'avevo detto: è diver­tente. È un buon modo per trascorrere un noioso pome­riggio d'estate. Del resto, con te da queste parti, immagi­no, sarà impossibile annoiarsi».

Ci muovemmo in una bizzarra atmosfera intima rive­stendoci. L'aiutai a riallacciarsi i bottoni posteriori della camicia; lei mi si avvicinò per accarezzarmi i capelli men­tre mi pettinavo i riccioli rossi alla toeletta.

Alla fine parlò in tono dolce: «Sara, devo dirti una co­sa. Voglio essere tua amica: sono tua amica. Ma non posso prendere le tue difese con Matthew. Non sono disposta a farlo, quindi non chiedermelo. A parte quello... be', per te è tutto nuovo, e non voglio vederti soffrire. Se la tua me­moria di strega ti torna in tempo, non succederà nulla, al­trimenti...»

L'interruppi: «Tibby, fammi un piacere. Senza scherza­re, stavolta, dimmi se credi veramente a questa roba. Pen­si sul serio che l'anima immortale di una strega si sia im­possessata di me?»

«Devo crederlo», replicò. «L'ho visto. Lei è tornata per un attimo quando eravamo giù, non è vero, Sara? Se ritorna di nuovo tu sei salva, anche se in quel caso dovrò lottare con te proprio come avrei fatto con la vecchia Sara. Ma allora, almeno, potrai combattere ad armi pari. Quello che mi preoccupa è ciò che accadrà se la strega non ritor­na. All'Esbat... hai un'idea di quello che succederà, di quello che ci si aspetta da te?»

«No, ma non importa. Ho deciso che non ci vado.»

«E pensi forse di stare alla larga se Matthew Hay ti ci vuole? Rispondimi, avanti!»

«È facile», ripetei, «non ci vengo e basta. Non intendo interferire, non mi importa quello che fanno gli altri, ma io non voglio averci nulla a che fare. Rimarrò a casa a leg­gere un buon libro.»

La sua risata era intrisa di disperazione. «In questo ca­so non mi resta che augurarti un mucchio di fortuna! Ne avrai bisogno. Pensi che nessuno prima d'ora abbia cerca­to di evitare l'Esbat o il Sabba? No, Sara, tu ci verrai. E se la memoria non ti è tornata... Ascoltami, forse è il caso che ti prepari...»

«Non voglio ascoltarti», protestai. «Per favore, adesso vattene, Tibby.» Mi avvicinai per baciarla. «Sì, sono an­cora tua amica, ma senza tutte quelle sciocchezze sulle streghe. Lasciamo perdere quella roba.»

Rimase seduta, esitante, per un po', poi infilò i mocassi­ni di pelle e si alzò per andarsene. Commentò lentamente: «Fa' di testa tua, allora. Ricorda che ci ho provato», e uscì dalla stanza.

 

CAPITOLO 9

La congrega si riunisce

 

Dopo la tensione continua degli ultimi due giorni il ritmo rallentò, tanto che mi chiesi se quanto mi era accaduto in quelle prime quarantott'ore caotiche in casa Latimer non fosse dovuto allo shock nervoso unito a un'immaginazione iperattiva. Quella sera Brian venne a prendermi per portarmi fuori a cena, e indossai i miei più eleganti indumenti newyorkesi, con l'intenzione di fargli girare la testa senza occuparmi affatto delle dicerie dei contadini del posto. Passando davanti alla fattoria confinante in direzione di Arkham, vidi Tibby che portava un secchio per il latte verso il granaio, e la salutai con la mano in preda a un'im­provvisa ondata di compassione. Povera ragazza, magari prima di partire sarei riuscita a convincerla ad andarsene a Boston, Providence o New York. Quella non era vita, per nessuno. Legata com'era a una famiglia ignorante e a un'esistenza faticosa di contadina e donna di casa, non c'era da stupirsi che per lei l'unica fonte di entusiasmo fosse l'evocazione morbosa del culto delle streghe.

Brian vide il mio gesto. «Conosci Tibby?»

«È passata nel pomeriggio a darmi il benvenuto, da brava vicina.» Riuscii a non arrossire.

«Be', credo fosse un po' la protetta della vecchia; da quanto ne so, i Whitfield e i Latimer si frequentano da se­coli, potrebbe essere una tua lontana parente. Confesso che non mi è molto simpatica: fa chiaramente capire che non le dispiacerebbe divertirsi un po' col nuovo dottore. Ma non sono il tipo di uomo disposto a seguire le tracce di Matthew Hay.»

E questo mi convinse definitivamente, prima ancora che avessi preso seriamente in considerazione l'idea, a non confessargli tutto e a non chiedergli consiglio su co­me convincere la gente del posto che non ero la reincarna­zione di zia Sara.

La compagnia di Brian mi piacque come sempre, e tor­nai volentieri con lui a casa di suo cugino dove trascor­remmo qualche ora nella tarda serata. Quella storia, riflettei, poteva trasformarsi in qualcosa di estremamente con­creto e positivo per me. Se solo fossi riuscita a liberarmi dalla paura di quella possessione che mi aveva già costret­ta a comportarmi in modo strano, a fare domande bizzar­re e inattese, ad assalire persone che conoscevo a malape­na...

La mattina dopo stavo dipingendo - la prima illustra­zione era quasi finita - quando il trillo del campanello mi indusse a scendere. Matthew Hay, magro, tetro e irresisti­bile si trovava sulla soglia.

«Sono passato solo per ricordarti che questa notte ci sarà la luna piena», disse, «e che ci incontriamo due ore dopo il tramonto fuori dalla Chiesa del Rito Antico. Dal momento che sei nuova e che la memoria non ti è tornata del tutto, non devi portare nulla: in passato hai provvedu­to sempre a procurare cibo, vino e materiale.»

Lo stomaco mi si rivoltò sgradevolmente. Quell'uomo dava tutto per scontato! Ma dovevo a tutti i costi tenergli testa.

Replicai quindi: «Mi dispiace, Matthew. Ci ho riflettu­to e» - come aveva detto Tibby? - «non mi va di giocare con questa roba. Stregoneria e congreghe non mi interes­sano. Apprezzo la tua gentilezza e il tuo desiderio di dar­mi il benvenuto, se è questa la tua intenzione. Ma non so­no mia zia Sara, Matthew, e non ho i suoi stessi gusti e in­teressi. Quindi, per favore, potresti lasciar perdere?»

Avevo sempre creduto che l'espressione «diventare li­vido dalla rabbia» fosse un cliché usato dagli scrittori di romanzi scadenti, ma in quel momento capii cosa inten­devano. Il suo viso divenne così congestionato per il furo­re che la sua pelle sembrò scurirsi d'un tratto.

Sbottò: «Cosa diavolo...»

«Niente diavolo. Non credo al diavolo. E, tra parente­si, non credo neanche all'inferno, ai demoni, alle streghe né a tutto il resto. Mi dispiace, ma ormai ho deciso. E adesso, se non ti dispiace, sto lavorando: ho un libro da fi­nire. Ti prego di scusarmi.»

Mi voltai per rientrare. Con l'agilità di un serpente che scatta per mordere allungò un braccio e mi afferrò il polso.

Tuonò minaccioso: «Se è Tibby che ti ha messo in testa certe idee, se ti ha minacciato o ha fatto una scena di gelo­sia, le spezzo il collo!»

«Al contrario.» Cercai di divincolarmi. «Tibby non avrebbe potuto essere più gentile, e ha fatto del suo me­glio per convincermi. No, la decisione è solo mia, Matt, non dare la colpa a lei. Lasciami andare!» Riuscii final­mente a liberarmi con uno strattone furibondo. «E poi, come osi presentarti in questo modo?»

«Sai benissimo perché posso prendermi una tale li­bertà», proferì lentamente, «non puoi negarlo.»

Finsi di non capire. «Se pensi che, solo perché ti ho permesso di fare sesso con me, puoi tiranneggiarmi come fai con quella povera Tibby, sappi che ti sbagli di grosso!»

«Non intendevo quello. È per via di quello che sei, Sa­ra. Pensavo di averti convinta, e non appena ti lasciamo sola ricominci a dubitare e a rifiutare di credere nei tuoi poteri!»

«Oh, che siano maledetti, quei poteri!» gli urlai in fac­cia. Per una volta mi rammaricai di non avere la forza di zia Sara, di non poterlo assalire per distruggere quella sua stupida arroganza. Quando mi ero scontrata con Tibby, parlandole in quella che doveva essere stata la voce di zia Sara, era impallidita per lo spavento. Avrei voluto trovare un sistema per impaurire Matthew Hay nello stesso mo­do. Inspirai profondamente...

Tutto mi tremò davanti agli occhi. Mi sentii ingigantire, e pronta a colpire in preda a un furore accecante. Come osava quell'uomo, che doveva a me ogni suo potere...

Feci un passo verso di lui. Lo vidi indietreggiare spa­ventato... e intuii il sorrisetto soddisfatto che cercava di nascondere.

Aveva forse cercato di provocare in me proprio quella rea­zione?

Un conto, però, era cercare di evocare zia Sara in preda alla collera, un altro liberarsi di lei. Strinsi i pugni, lottan­do contro il torrente nero di pensieri e ricordi estranei, il potere e la forza incredibili dentro di me simili a un'onda­ta che non conosce rimorsi...

Infine la presenza se ne andò e rilassai le mani. Annun­ciai nella voce più posata e pratica che potevo: «Credo di avere avuto qualche episodio di... delirio. La casa comin­cia a darmi sui nervi. Penso che qualunque psicologo mi consiglierebbe di stare alla larga da tutto ciò che potrebbe stimolare altre esperienze del genere. E anche venire al vostro... come si chiama?»

«Esbat...»

«Venire anche solo come osservatrice od ospite po­trebbe avere lo stesso effetto. Quindi ti ringrazio tanto, ma declino il vostro invito. E adesso scusami, ma devo proprio tornare al lavoro.» Rientrai e chiusi la porta, met­tendo subito il catenaccio. Lo sentii provare a muovere la maniglia, ma quando capì che era chiusa a chiave se ne andò; dopo un po' guardai fuori dai vetri piombati vicino alla porta, e lo vidi attraversare i campi per raggiungere la fattoria dei Whitfield. Di sopra cercai di riprendere il la­voro, ma il buonumore se n'era andato e capii che, se avessi continuato a dipingere, avrei rovinato anche quan­to avevo già fatto. Avrei voluto vedere Brian, e mi dispia­ceva non avere un telefono in casa: mi sentivo troppo iso­lata.

La casa vuota mi riecheggiava intorno. Mi preparai un panino per pranzo, ma feci fatica a inghiottirlo. Perché mi sentivo così nervosa? Dopotutto, avevo tenuto testa a Matthew Hay in una lite piuttosto esplicita. Quel round, l'avevo vinto io. Solo più tardi cominciai a capire il motivo del mio disagio. Si era dato per vinto troppo facilmente: non avrebbe rinunciato, e la prossima volta forse mi avrebbe presentato il pugno di ferro senza neppure il guanto di velluto.

 

Sentii che non avrei sopportato di restare in casa in attesa della sua prossima mossa, qualunque essa fosse. Allora mi venne un'idea: l'autobus Arkham-Innsmouth passava al­l'angolo alle undici e venti quel mattino, e non erano neanche le undici. Potevo andare a passare la giornata ad Arkham, magari esplorare il campus dell'università, dare un'occhiata al materiale per dipingere nel negozio per gli studenti (tra l'altro, mi serviva un nuovo pennello) - o ve­dermi un film, dato che Arkham, con i suoi diciannovemi­la abitanti, doveva avere almeno un cinema - e perfino passare la notte in un albergo. Se non ero lì non potevano far nulla per farmi partecipare al loro Esbat.

Gettai rapidamente qualche effetto personale in una sacca che mi serviva per gli spostamenti durante il week-end, indossai abiti più cittadini - un completo pantalone verde -, sfilai le scarpe da ginnastica e calzai dei sandali con un po' di tacco, e mi avviai lungo il sentiero alla volta della fermata dell'autobus. La strada passava davanti alla fattoria dei Whitfield, ma non temevo di incontrare Matthew sul mio cammino: sapevo già che preferiva tagliare attraverso i campi.

L'estate era al culmine: gli steli di mirtilli erano carichi di frutti; camminavo spedita, fermandomi di tanto in tan­to per cogliere una bacca matura e metterla in bocca. Era­no deliziosi, avevano un sapore intenso che ai frutti di bo­sco acquistati in città mancava. L'umore mi migliorava a ogni passo che mi allontanava da casa Latimer. Magari potevo lasciare un messaggio a Brian, telefonargli da Arkham, all'ospedale. Se era di servizio poteva forse libe­rarsi per pranzo, così avremmo mangiato un boccone in­sieme.

Sentii una voce spensierata e familiare: «Sara!»

L'allegria mi abbandonò di colpo, ma continuai a cam­minare di buon passo. Tibby attraversò il campo per raggiungermi sulla strada: sembrava una dodicenne in un paio di vecchi jeans scoloriti e una camicia da uomo con le maniche tagliate, decisamente di una taglia troppo piccola per lei.

«Ciao, Tibby, adesso non posso fermarmi a parlare, de­vo prendere un autobus. Vado ad Arkham per tutto il giorno, e può darsi che non sia di ritorno prima di doma­ni.»

Gli occhi le brillarono per un attimo. Replicò: «Non puoi farlo, lo sai bene. C'è la luna piena. Hai dimenticato cosa c'è stasera?»

Sbuffai insofferente. Non volevo affrontare di nuovo il discorso. Risposi quindi: «No, non l'ho dimenticato. È proprio per quello che me ne vado. Senti, Tibby, Matthew deve avertene parlato, l'ho visto venire da te. E tutto tuo, ti auguro ogni gioia. Tib, fa' la brava, lasciami passare e la­sciami prendere l'autobus».

Mormorò lentamente: «Sai bene che non vai da nessu­na parte, Sara».

«Tibby, non voglio sembrarti antipatica, ma pensi vera­mente di potermelo impedire?»

«Preferirei non farlo», rispose, con mia sorpresa. «Se dipendesse da me ti lascerei andare una volta per tutte. Ma Matthew vuole che tu rimanga, e farò il possibile per­ché il suo desiderio venga esaudito.»

Ciò che fece dopo mi sbalordì. Si girò ed emise un lun­go fischio stridulo. Per un attimo mi chiesi se stava chia­mando i rinforzi, ma non accadde nulla, a parte uno sbat­tere d'ali proveniente dalla siepe. Un uccello nero planò sulla strada davanti a noi, poi saltò sulla spalla di Tibby e rimase lì appollaiato, gracchiando: «Fa' la brava! Fa' la brava!»

«Cos'è quel coso, Tibby?»

«Una taccola», si limitò a rispondere. «Le ho insegna­to io a parlare. Dovresti saperlo, tu hai Zenzero... anzi, adesso lo chiami Barnabas, vero? Senti, Sara, non obbli­garmi a farlo. Non serve a niente. Sai di doverti piegare al volere di Matthew, proprio come me, finché non sarai ab­bastanza forte da sfidarlo, e per il momento non lo sei. Non costringermi, Sara, te ne prego. Mi sei simpatica.»

«Anche tu mi eri simpatica», commentai freddamente, «ma stai mettendo a dura prova la nostra amicizia.»

L'uccello gracidò: «Torna indietro! Torna indietro!» Dopo un lungo fischio acuto continuò: «Luna piena! Lu­na piena! Fa' la brava!»

«Ammirerò il tuo corvo un'altra volta, Tibby. Non vo­glio perdere l'autobus.» Mi avviai. Poiché era davanti a me, decisi di schivarla passandole accanto.

Inclinò la testa di lato e sussurrò qualche parola all'uc­cello. Anche se parlò distintamente non capii nulla, come se si fosse trattato di una lingua straniera. Decisi di non perdere altro tempo e ripresi a camminare.

Non so spiegare quello che accadde dopo. Gli occhi malvagi del volatile sembravano calamitare i miei e, quan­do ripresi il cammino, scoprii che stavo ancora dirigendo­mi verso Tibby, che mi sbarrava la strada. Cercai di evitar­la e, che fosse stata lei a spostarsi o io a cambiare direzione senza volere, la trovai ancora davanti a me. Deviai di nuo­vo, ma ancora una volta Tibby e quell'uccellaccio nero mi tagliavano la strada, e non avrei potuto proseguire senza travolgerli.

I suoi occhi azzurri si fermarono sui miei, quasi con compassione, e disse: «Ti avevo avvisato che non avrei potuto lasciarti andare, Sara. Prova a cambiare direzio­ne».

«Devo prendere quell'autobus.»

«No, non ci andrai, lo sai bene», ripeté.

Penso che le nostre manovre al centro della strada sia­no durate un bel po'. Tibby non mi toccava, restava im­mobile al suo posto, ma quando cercavo di superarla me la trovavo invariabilmente davanti. Infine udii il borbottio di un motore vecchio e ansimante: passò in cima alla colli­na e ci superò sollevando una nuvola di polvere. Tibby fi­schiò e la taccola si sollevò, volteggiò brevemente e si rifu­giò nella siepe. Scoprii che riuscivo di nuovo a muovermi liberamente.

«Adesso va' pure dove ti pare», disse con aria indiffe­rente Tibby. «L'autobus se n'è andato, e non c'è altro mo­do per uscire dal paese.»

«Non mi dimenticherò di quello che mi hai fatto, Tibby.»

«Spero proprio di no», replicò. «Oh, Sara, perché ar­rabbiarsi? Sai perché ho dovuto farlo. Ti avevo avvisato che non avrei preso le tue difese con Matthew.»

Non avevo nient'altro da dire: mi voltai e mi avviai ver­so casa. Avrei voluto scoppiare in lacrime di frustrazione e terrore. Uno strano motivo mi indusse a trattenermi: sape­vo che Tibby avrebbe cercato di consolarmi e che, così, facendo, sarebbe stata sincera. Non avrei potuto soppor­tarlo.

Tornai quindi a casa e rimasi seduta immobile nella fredda cucina. Mi sentivo come un topo in trappola. Ero stata fiera di me per avere vinto il primo round con Mat­thew, ma Tibby aveva sconfitto me con estrema facilità. Non ero certa di quale sarebbe stata la loro prossima mossa: difficilmente potevano entrare in casa, se avessi chiuso tutte le porte a chiave, per trascinarmi di peso all'Esbat; anche se l'avessero fatto, avrei potuto disturbare la loro cerimonia cantando Onward Christian Soldiers o un'altra canzone di chiesa e squarciagola.

Barnabas miagolò sconsolato dall'altra parte della por­ta. Non ero dell'umore di occuparmi di un gatto, ma lo la­sciai entrare e gli aprii una scatoletta. «Dove diavolo eri stamattina quando avevo bisogno di te?» gli chiesi, di pessimo umore. «Perché non hai catturato quel maledet­to corvo e non l'hai fatto a pezzi?»

Mi strisciò accanto e cominciò a mangiare. Mi dissi che stavo diventando pazza come tutti gli altri. Maledizione, avevo bisogno di una persona sana di mente come Brian!

Forse, se andava ad Arkham quel pomeriggio, per lavo­rare in ospedale, avrebbe potuto portarmi con sé. Oppu­re potevo almeno organizzarmi per trascorrere la notte con lui, invece che in quella stanza davanti al cimitero in cui Matthew e la sua stupida congrega si sarebbero dedi­cati ai loro rituali, sicuramente idioti od osceni o entram­be le cose.

Lasciai che Barnabas terminasse di mangiare, lo misi fuori - non sapevo quando sarei tornata - e, dopo aver preso la borsa, uscii di nuovo, questa volta per recarmi a piedi a Madison Corners. Era un po' più di un chilometro e mezzo di strada, ma questo non mi preoccupava. Con­fesso che mi sentii un po' a disagio quando passai davanti alla fattoria Whitfield, ma non c'era alcun segno di vita: solo un grosso uccellaccio nero agitò le ali nella siepe al mio passaggio, e per me quei volatili sono tutti uguali, quindi non avevo idea se fosse o meno la taccola di Tibby.

Il morale mi si risollevò leggermente quando giunsi in vista del piccolo paese. Di lì a poco avrei parlato a Brian o visto Colin. Il negozio all'angolo aveva un telefono: trovai il numero di Brian sull'elenco telefonico di Arkham (Standish Brian dott., Mad. Corn.) e lo composi. Dopo quattro squilli una voce sconosciuta rispose: era lei che svolgeva il servizio di segreteria telefonica. «Mi dispiace molto, ma il dottore è andato a fare una visita dalle parti di Innsmouth. Mi ha fatto avere un messaggio per dirmi che probabil­mente non sarà di ritorno prima di questa sera tardi. Vuo­le che dica al dottor Standish di chiamarla?»

Ringraziai la voce anonima e riattaccai, improvvisa­mente sopraffatta dalla delusione. Brian non sarebbe tor­nato prima di sera, e a quell'ora Matthew Hay poteva es­sersi già mosso per trascinarmi all'Esbat. Mi comprai un ghiacciolo che avevo preso nel frigorifero del negozio e mi attardai a guardare dei sacchi di mangime per polli, dato che non avevo nessuna voglia di ritrovarmi ancora una volta a casa da sola.

«Sta pensando di comprarsi dei polli, signorina Sara?» chiese una voce alle mie spalle. «Posso procurarle delle galline e un gallo bellissimi a un ottimo prezzo.»

Mi voltai e mi trovai davanti un contadino sconosciuto. Disse: «Scusi se l'ho importunata, signorina, ma da que­ste parti tutti la conoscono. Sono Raboth Tate; allevo polli da vendere al mercato e, come ho già detto, se ne vuole al­cuni posso farle un buon prezzo».

«Non ho ancora deciso», replicai. «Non sono neanche sicura di fermarmi per più di una settimana.»

«Posso anche venderle dei polli da cucinare, a meno che non li compri da Nahum Whitfield: ho visto che ha fatto amicizia con sua figlia.»

«La ringrazio, signor Tate, è molto gentile da parte sua; non ho ancora preso accordi con il signor Whitfield per i polli, anche se avevo in mente di chiedere a Tibby per le uova e il latte. Una fricassea di pollo sarebbe proprio buo­na.» L'avrei preparata, con le focacce salate della mamma, per Brian la sera dopo o quando fosse stato libero. «Per il momento, vorrei solo sapere se conosce qualcuno di que­ste parti che va in macchina ad Arkham questo pomerig­gio. Ho perso l'autobus stamattina, e ho bisogno di acqui­stare del materiale che qui non trovo, come dei pennelli.»

«I pennelli sono qui», disse, indicandomi con un cen­no del capo il settore riservato al bricolage, con secchi di calce per imbiancare e pennelli larghi dieci centimetri. Dissi ridendo: «No, non come quelli: me ne servono per la pittura a olio!»

«Ah, vuol dire pennelli da artista! Sì, penso che per quelli debba andare in città.»

«C'è qualcuno del posto che ci va oggi? Sono disposta a pagare per il passaggio.»

«No, mi spiace», replicò Raboth Tate. «I vicini saran­no sempre più che lieti di accompagnarla in città, ma pen­so che non ci andrà nessuno stasera, visto che giorno è og­gi. Nessuno se ne va dal paese, questa sera.» Fece una pausa e aggiunse con una strana enfasi: «Credevo che Matt Hay gliel'avesse detto».

Oddio, anche lui era uno di loro! Non ricordo neanche oggi come sono uscita dal negozio: mi ritrovai a cammina­re alla cieca incespicando su Witch Hill Road, ancora una volta diretta a casa.

Rimasi seduta, come intontita, chiedendomi disperata­mente cosa potevo fare. Tutto quello che mi venne in mente fu di andare di sopra, chiudere a chiave la porta, non rispondere al campanello e lasciare che facessero quello che volevano. Non potevano certo trascinarmi là, giusto? Dopo quell'esibizione di Tibby e del corvo, non ero sicura che non sarebbero riusciti a portarmici, con o senza il mio consenso, ma prima dovevano prendermi.

Mi chiesi se stavo diventando paranoica. Dovevano es­serci più contadini normali che streghe e stregoni da quel­le parti, no? Ero in pieno delirio persecutorio? Ricordai vagamente che, durante il periodo delle spillette a distinti­vo, una mia amica ne aveva una con scritto: «Anche i pa­ranoici hanno dei veri nemici». In quel momento mi sen­tivo così, barricata in casa di zia Sara, senza il coraggio di mettere il naso fuori di casa per paura che Matthew Hay, o Tibby, si approfittassero nuovamente di me. E il nemico più temibile era dentro di me: il ricordo delle occasioni in cui mi ero comportata come zia Sara!

Il pomeriggio trascorse lentamente. Cercai di darmi da fare in casa, ma quando prendevo in mano qualcosa mi chiedevo quando zia Sara l'avesse toccato per l'ultima vol­ta, e alla fine lasciai perdere, optando invece per un poli­ziesco in edizione economica che mi ero portata da New York: cercai di farmi avvincere dalle avventure di un de­tective dai capelli rossi con due fidanzate, due clienti e una bottiglia di whisky per ognuno di loro.

Forse avrei dovuto infondermi un po' di coraggio be­vendo qualcosa di forte, ma avevo già una paura tremenda di perdere la padronanza completa di me se Matthew Hay avesse deciso di riprovare a convincermi o di giocarmi qualche tiro. Avevo bisogno di mantenere il controllo al cento per cento.

Sembrò che il tramonto ci mettesse secoli ad arrivare. Cominciai svogliatamente a prepararmi qualcosa per ce­na: patate al forno, ancora uova, il pasto tipico della zitella. Stavo affettando i pomodori da mettere nell'insalata quando sentii dei colpetti leggeri alla porta sul retro.

Li ignorai ma, quando si ripeterono, andai a sbirciare dalla finestra. Non sembravano i colpi decisi di Matthew Hay, e non riuscivo a immaginare che Tibby potesse esse­re tanto timida.

Fuori dalla porta si trovava una donna alta e magra che portava un cesto.

Mi dissi di non fare la paranoica. Si trattava chiaramen­te di un'innocua vicina. Spensi il fuoco sotto le uova e aprii la porta.

Sbatté le palpebre stupita. Aveva una cinquantina d'an­ni, le guance rosee che le davano un'aria sana e un vestito da casa colorato.

«Accidenti», esclamò, «Matt mi aveva detto della vo­stra somiglianza, ma non immaginavo foste come due goc­ce d'acqua! Ero un'amica di tua zia Sara, tesoro: sono Judith Hay. Matt mi ha incaricato di venire qui e di portarti le sue scuse per il suo comportamento tirannico di questo pomeriggio; mi ha detto di dirti che devi fare quello che vuoi. Significa qualcosa?»

Sì, avevo capito il messaggio; annuii.

Brian mi aveva parlato di lei, ma aveva l'aria piuttosto innocente. «Mio fratello tende a dimenticare che non tut­ti sono dei fanatici come lui», continuò. «Ti ho portato un po' della mia torta di fragole, mia cara; pensavo che ti avrebbe fatto piacere per finire la cena. Ecco, prendi il ce­sto, e se fossi in te lo metterei in un posto fresco. No, ades­so non posso entrare, Sara; qualche altra volta, magari. Spero che le fragole ti piacciano, ragazza mia: le ho colte io stessa stamattina. Arrivederci», si congedò. Mi passò il cesto e se ne andò.

Lo portai dentro, sollevando il tovagliolo bianco che lo copriva. Le fragole, rosse e succose, erano allettanti, e il biscotto su cui erano posate sembrava dorato al punto giusto e pareva croccante e delizioso. Mentre toglievo il piatto col dolce dal cesto, pensai che mi sarebbe piaciuto trovare il coraggio per mangiarlo: poteva essere drogato. Si sarebbero spinti fino a quel punto? Potevo rischiare?

Il fondo del piatto sembrava coperto di una sostanza viscida e appiccicosa; sfregai tra loro le mani per pulirle, ma riuscii solo a spalmarla su entrambi i palmi. Avvicinai le mani al viso e annusai. Aveva un odore penetrante, ve­getale, misterioso, che per certi versi ricordava quello de­gli escrementi, mi strofinai ancora le mani, sentendo una sgradevole vertigine avvolgermi.

L'unguento agisce in fretta...

Lasciai cadere il cesto a terra, udendo solo in lontanan­za il fracasso del piatto che si frantumava sul pavimento. Peccato. L'oscurità mi stava invadendo. Sono stata avvele­nata, drogata. Barcollai fino al divano in salotto e mi ada­giai un attimo primo di perdere conoscenza, accorgendo­mi, nell'ultimo istante di lucidità, che avevo dimenticato di chiudere la porta a chiave.

Ma ormai non sembrava più così importante...

 

CAPITOLO 10

Orgia sotto la luna

 

Non so per quanto tempo rimasi prigioniera di quel sogno misterioso: strani e complicati vortici mi invadevano la mente e se ne andavano, come ondate di oscurità che si infrangeva­no su di me, si ritraevano e tornavano ad accavallarsi. Fra­si senza senso continuavano a risuonarmi in testa, echeg­giando come se la mia mente fosse stata un corridoio vuo­to in cui qualcuno urlava:

«A cavallo, hattock, a cavallo e via!»

«Af baraldim Azathoth!»

«Aklo, aklo, dors de ma main...»

Per un tempo interminabile e doloroso rimasi accucciata immobile in una sacca buia di nulla, e una voce ripeteva continuamente: «Cosa stai facendo?» «Mi occupo dell'e­sperto.» «Cosa stai facendo?» «Mi occupo dell'esper­to.» La cantilena proseguiva con idiota serietà, come se le parole comportassero una responsabilità importante e un senso. (Ancora oggi non ho perso le speranze di far emer­gere dagli angoli più reconditi del mio subconscio il signi­ficato di quelle parole.)

Nel frattempo venivo sopraffatta da ondate di nausea, come se il mio corpo dolorante e scosso dai conati fosse incatenato da qualche parte a dibattersi nell'oscurità men­tre la vera me si agitava e mormorava in un sogno saturo di luce grigiastra di cui vedevo, dietro le palpebre chiuse, bizzarre scintille iridescenti. Prendine troppo e ti farai un viaggio tremendo.

Una volta, a Berkeley, nei giorni innocenti in cui pren­dere l'acido era considerato non più grave del bere alcol senza avere l'età legale - prima che diventasse, per i poli­ziotti paranoici, l'equivalente degli omicidi Moors o del caso Manson -, avevo preso dell'LSD e mi era capitato di sentire, per un tempo che mi era parso infinito, delle serie di parole che mi si ripetevano in testa; una volta sobria non avevo sofferto di nessun effetto collaterale, salvo un'antipatia duratura per certe canzoni rock in cui si ripe­tevano sempre le stesse parole. Ma sotto l'effetto degli al­lucinogeni non avevo mai sperimentato quel malessere tremendo, quell'impressione che... - come dire? - le allu­cinazioni fossero la realtà e il corpo che vomitava e bor­bottava da qualche parte costituissero l'illusione.

Dopo un periodo di tempo che non saprei calcolare (so solo che mi parve certamente più lungo di quanto fosse in realtà) - dopotutto, era impossibile che fossi rimasta in preda alle allucinazioni per tre o quattro giorni, anche se era quella la mia impressione -, udii la porta aprirsi lenta­mente. Vi fu un rumore di passi all'ingresso. Un minusco­lo punto segreto, dentro di me, urlava per la ribellione e la paura; il resto di me sapeva, e accolse di buon grado i nuo­vi venuti.

«Sara?»

«Non essere sciocco. Nello stato in cui è, le parole non significano nulla.»

È quello che credi tu. Ma mi tenni ben stretta la consapevoìezza che riuscivo a sentire. Mi udii ridacchiare den­tro di me. Con gli occhi chiusi vidi delle sagome oscure entrare nella stanza.

«È sorta la luna.»

Il chiarore lunare era dentro le mie palpebre, e cammi­navo con gli occhi chiusi in una strana luce senza colore; le sagome che si chinavano verso di me avevano forme strane, che bene si adattavano alle loro voci spezzate.

«Sollevala con ogni precauzione. L'Essere Cornuto si arrabbierà se le facciamo del male.»

Risate beffarde da qualche parte. Riuscivo a vedere l'Essere Cornuto, con la maschera doppia che per metà ri­deva e per metà esprimeva un grande dolore.

Qualcuno mi disse gentilmente: «È ora di andare». Conoscevo quella voce dolce, mi protesi verso le sue soffi­ci curve. Mani incorporee mi sollevarono e, a quel contat­to, mi sentii volare verso l'alto, attraverso la luce astrale priva di colore.

«Come viaggeremo?»

«Vola, vola! Le scope ci aspettano!»

La stanza svanì. Qualcuno mi mise un manico di scopa in mano. Ma certo, in quale altro modo una strega do­vrebbe recarsi al Sabba? Lo inforcai. Sembrava morbido, come un enorme organo fallico, troppo grosso per pene­trarmi ma venuto comunque per accogliermi e confortar­mi. Lo accarezzai amorevolmente. In un lampo di lucidità mi accorsi di movimenti, di passi, dello sforzo che mi co­stava mettere un piede davanti all'altro, di mani che mi guidavano. Stavo sognando, naturalmente, le mani e il movimento dovevano essere un sogno.

«Cavalca! Cavalca! Sorelle e fratelli dell'Oscuro, salite in cielo!»

L'aria fredda mi sferzava il viso; il movimento del mani­co di scopa tra le gambe era uno zoppicare ridicolo, poi spiccai il volo e mi lasciai alle spalle le stelle mentre punta­vo direttamente sulla luna rossa e maestosa che sembrava sul punto di esplodere. Intorno a me il cielo era pieno di streghe, grosse sagome scure curve sulle scope; anche Barnabas era appollaiato su una di loro, e la taccola di Tibby aveva occhi umani, e con le ali che si erano fatte enormi, come quelle di un condor, volava alla mia stessa velocità. La luna era enorme, ma ne distinguevo la luce so­lo attraverso le palpebre chiuse, così come con gli occhi serrati indovinavo il paese e le case che si stendevano sotto di me, il vasto orizzonte che giungeva fino ai tetti a due falde di Arkham. Il paesaggio era stranamente colorato e angolare, come il negativo di una fotografia: avvertii il brontolio dei demoni che si muovevano sotto la superficie e vomitai quando sentii il loro odore disgustoso al solle­varsi del terreno; le lapidi nel vecchio cimitero si mossero, tremarono e ne uscirono creature biancastre, che si con­torcevano come vermi.

Aprii gli occhi davanti al lume di una candela. La chie­sa diroccata mi si apriva intorno: la cappella era solo una versione terrena dell'autentica chiesa diabolica, ben più estesa, con la quercia e il patibolo dove un tempo ero stata impiccata, i cani che ringhiavano dalla fossa sottostante, in cui avevano leccato il mio sangue.

Al di là del guizzo della candela vidi avvicinarsi l'Essere Cornuto. Mi ero spinta troppo oltre per sentire le grida e i canti, ma riuscii a vederlo chiaramente, un'imponente fi­gura maschile senza indumenti. Era alto almeno due metri e mezzo, anche se le sue dimensioni variavano ondeggian­do come l'ombra muta alla luce di una candela. In certi momenti sembrava tanto piccolo da poter essere preso in mano e mangiato come un omino di zucchero; un attimo dopo si gonfiava e cresceva fino a raggiungere il tetto. Aveva un pene lungo, enorme, con la punta dipinta di ros­so. Indossava solo una catenina con una stella a cinque punte e la mostruosa maschera con le corna.

La sua voce, che riconoscevo e che mi era al contempo sconosciuta, rimbombava. Era la voce di Matthew Hay ma possente e riecheggiante come se fosse amplificata da un megafono.

«Benvenuta, diamo il benvenuto alla nostra sacerdo­tessa! Ti accogliamo dopo sette anni tra le catene della morte!»

Le sue mani si spostarono tra le ceneri del fuoco ritua­le, e con quelle disegnò una figura sconosciuta sul mio petto. Dietro di lui si librarono delle urla: ne individuai gli artefici, erano sagome scure di uomini e donne nudi, vec­chi e giovani, scuri di pelle o bianchi, le cui fattezze erano distorte dalla fiammella danzante della candela che li face­va assomigliare a orrendi stregoni. Con la coscienza mi al­lontanai di nuovo galleggiando nel vuoto, e quando mi ri­destai li vidi, a due a due, che si avvicinavano al fuoco e se ne allontanavano saltando, volando e gridando. Quel cu­rioso e stomachevole odore mi circondava penetrandomi. Dietro a loro e ai corpi informi che abitavano intravidi scheletri, morti che camminavano, moltitudini di cadaveri viventi, e ancora più lontano spiriti fatati che si accalcava­no, luminosi e bizzarri. I loro visi risplendevano di luce: certo, pensai, quella luce non si è mai vista sulla terra né sul mare. Le streghe facevano capriole e urlavano, e il dio cornuto, gigantesco, mi teneva stretta, facendomi galleg­giare a mezz'aria sopra l'altare. Il suo organo sessuale, gigantesco ed eretto, era proprio davanti a me e, in un istan­te di oblio, lo afferrai. La nausea si era calmata, anche se la luce astrale grigiastra mi avviluppava ancora e vedevo me­glio con gli occhi chiusi. L'odore di morte e di erbe mi im­pregnava ancora le narici, e il dio cornuto troneggiava so­pra di me con la sua massa incorporea.

Mi toccò i capezzoli nudi con un dito, e li sentii indurir­si come per salutare degnamente quel pene gigantesco. Tenevo le palpebre abbassate, ma ci vedevo meglio che non se avessi spalancato gli occhi alla luce del sole. Avevo la pelle viva, ricoperta da un milione di minuscole bocche affamate, tutte desiderose di essere baciate, riempite.

«Azathoth! Hertha! Cernunnus! Astarte! Ishtar!» in­vocò urlando il dio cornuto. «Siate testimoni del ritorno della sacerdotessa e consacratela, qui, su questo altare!»

Mi balzò addosso - alla mia coscienza ipersensibile e più estesa del solito sembrò che compiesse un salto enor­me, restando sospeso in aria -, mi cadde sopra di peso e mi penetrò implacabile. All'inizio avvertii solo dolore e uno shock profondo che mi riportò per un momento alla realtà - capii in una frazione di secondo che non si tratta­va di un sogno, che almeno parte di ciò che stavo vivendo era reale -, poi tutto si rimise a vorticarmi attorno e mi trovai distesa su uno smisurato monolito, con il corpo ri­coperto da simboli arcani e luminosi, mentre incombeva sopra di me il mostruoso dio cornuto dalle fattezze disu­mane, che mi penetrava senza sosta finché non mi udii gri­dare, in parte per il dolore e in parte per un'eccitazione in­contenibile. Intorno a me continuavano i canti e le urla selvagge, e riuscii a distinguere una successione di visi che si avvicendavano nell'oscurità luminescente. Ai bordi del cerchio, alla luce profana del fuoco, si lasciavano cadere a coppie o in gruppetti di tre, e si accoppiavano con foga animale, come impazziti; assistevo alla scena con la coda dell'occhio, mentre giacevo tra le zampe rudi dell'Essere Cornuto. Una vecchia, col viso coperto di rughe ma il ven­tre piatto come quello di una ragazza, si contorceva tra le braccia di un giovane villoso dalle spalle larghe e minu­scoli occhi porcini; un'adolescente delicata, simile a una fata, gemeva di piacere sotto il corpo possente e brutale del vecchio Jeb del negozio. Una donna magra e sensuale con gli occhi brillanti di una gatta, il cui corpo nudo mi era familiare, stava acquattata sotto la sagoma mostruosa di quella che mi sembrava una bestia deforme - o era in­vece un uomo con una maschera? -, che la penetrava da dietro. Demoniaca era anche l'entità che si stava accop­piando con me, che si agitava, mi penetrava, si ritraeva e annaspava secondo un ritmo che pareva destinato a ripe­tersi all'infinito. La notte si stava schiarendo: sembrava che giorni e giorni interi di cieli senza nubi fossero passati mentre accoglievo in me l'Essere Cornuto; il mio corpo vi­brò, esplose prima che anche lui, infine, venisse con un grido cavernoso, si agitasse spasmodicamente afferrando­mi il seno e si lasciasse ricadere sopra di me.

«L'Unione Sacra si è consumata. Ascoltate e siatene te­stimoni, Esseri Oscuri della Foresta!»

È finito? mi chiesi. Purtroppo no. Il fuoco guizzava ver­so l'alto, e mi domandai se per caso la foresta, fuori, non fosse in fiamme. Qualcuno mi avvicinò una tazza di vino alle labbra. Mi parve forte ed estremamente reale. Tibby mormorò: «Tutto bene, Sara?»

Un'altra voce borbottò alle mie spalle: «L'effetto del­l'unguento dovrebbe cominciare a passare; potrebbe ri­prendersi da un momento all'altro».

«No, vista la quantità che ne abbiamo dovuta spalmare sul piatto per fare in modo che ne assorbisse abbastanza.»

Le parole si trasformarono in un borbottio indistinto, e mi udii gridare frasi senza senso. Sentii le strida acute di un corvo, sillabe prive di significato che riecheggiavano nella mia mente. Una strana forma si chinò su di me, che stavo ancora immobile. Mi afferrò brevemente e mi pene­trò violentemente e in profondità. Sussultai ed emisi un grido, ma qualcuno mi teneva le mani da dietro. Tutto fu molto veloce e si concluse in pochi secondi; se ne andò e un'altra sagoma scura prese il suo posto.

Ebbi l'impressione che la scena si ripetesse senza sosta nei giorni - o nelle ore, nei minuti - seguenti: una pesante figura maschile mi si avvicinava, tutta occhi ed erezione, mi penetrava rudemente, senza alcuna dolcezza, poi al movimento meccanico succedeva l'esplosione di passio­ne, e lo sconosciuto scompariva ritirandosi nelle tenebre. Dapprima restai immobile, prigioniera di una nebbia oscura di disgusto, sopraffatta dal terrore e dal dolore fisi­co; poi, contro la mia volontà, ciò che accadeva lì giù, nel­l'oscurità, cominciò a eccitarmi, e iniziai a reagire, a parte­cipare con movimenti del bacino, a contorcermi, a urlare di passione a mano a mano che l'appetito sessuale della strega si espandeva dentro di me. Non so quante volte si sia ripetuto quel ciclo, ma so che non furono poche. Alla fine la scena si verificò ripetutamente solo nella mia imma­ginazione, nei sogni, perché le sagome scure se n'erano andate, ritirandosi nelle tenebre, e cominciai a vorticare verso l'esterno e all'indietro, oscillando come un grosso pendolo, roteando e girando su me stessa seguendo il mo­vimento della terra. Alla fine vi fu solo buio e silenzio, un moto vertiginoso e il mormorio degli alberi.

 

Mi mossi destandomi. Dio, che incubo! Avevo sentito dire che le orge durante i Sabba delle streghe erano dovute al delirio provocato dalle strane droghe che assumevano, e qualcuno me ne aveva evidentemente somministrata qualcuna. Ero rimasta sdraiata sul divano tutta la notte, in pre­da ad allucinazioni e all'incubo di uno stupro di gruppo da parte di una congrega di stregoni? Che follia! Il mio subconscio doveva essere pieno zeppo di queste sciocchezze!

Avevo la nausea e le vertigini e una sete insopportabile. Sbattei le palpebre, poi mi guardai intorno allibita, in pre­da a un terrore crescente. Non mi trovavo più sul divano del vecchio salotto. Non indossavo più il vecchio maglio­ne con i jeans.

Giacevo invece nell'antico cimitero, sola, completa­mente nuda, e la pioggerella grigia dell'alba mi cadeva si­lenziosamente sul viso.

 

CAPITOLO 11

Il mattino dopo

 

Sentii la mente andare alla deriva e lottai, con un senso soffocante di irrealtà, per aggrapparmi al filo di sanità mentale che mi restava.

Era accaduto davvero, allora?

Avevo partecipato veramente a un Sabba - anzi, all'Esbat - delle streghe? Ero stata violentata su uno strano al­tare da una divinità cornuta, poi dal resto dei partecipan­ti... o dei fedeli, se così si potevano chiamare? Che parola! Forse era meglio parlare di riunione di blasfemi, o di con­grega.

No. Almeno in parte doveva essersi trattato di un so­gno, un incubo, un'allucinazione, perlomeno il volo nello spazio, il dio cornuto, gli immensi monoliti rotanti. Ma... e il resto?

Mi sentivo ancora nauseata e intontita. Mi alzai e avver­tii la sgradevole sensazione dell'erba appuntita, della ghiaia e dei ramoscelli sotto i piedi nudi. Dalla strada avrebbero potuto vedermi, ma nessuno veniva mai da quelle parti, soprattutto a quell'ora di domenica mattina. Rabbrividendo sotto la pioggia ghiacciata, che si stava in­tensificando rapidamente - era stata la pioggia a destarmi? - decisi che avrei fatto meglio a rientrare, a mettermi al riparo, anche se ero ormai fradicia, capelli compresi: mi avviai quindi con passo tremante verso casa. La cucina era come ricordavo di averla vista la sera precedente, anche se qualcuno - oppure l'avevo fatto io prima di perdere cono­scenza? - aveva spento il forno e il fornello sotto le uova. L'insalata, ormai afflosciata, si trovava nella zuppiera, con accanto un pomodoro pelato a metà e un coltello sul ta­gliere.

Mi tornò in mente il cesto, la torta di fragole di Judith Hay e la crema unta sul piatto. Ma certo! Non potevano essere certi che mangiassi il dolce, avrei potuto essere al­lergica alle fragole o semplicemente non avere voglia di torta, ma sapevano che sarei stata costretta a maneggiare il piatto.

Non trovai però traccia di piatto, cesto o fragole.

Si sono ripresi tutto. Sara, non essere paranoica.

 

Ero ancora intirizzita, e il corpo mi tremava per il freddo e la paura. Salii di sopra e mi feci un bagno con l'acqua più calda che riuscii a sopportare: mi immersi nella vasca fino al collo finché i brividi non si calmarono.

Era successo davvero?

O avevo semplicemente avuto il peggiore incubo del mondo?

Ero stata drogata e mi ero fatta un viaggio allucinante al massimo?

Avevo camminato nel sonno, o nel delirio, addentran­domi nel vecchio cimitero?

Matthew Hay e la sua congrega, arrabbiati per il mio ri­fiuto di prendere il posto di zia Sara, mi avevano traspor­tata là fuori priva di conoscenza per vendicarsi crudelmente o per punirmi con uno scherzo perverso e disgusto­so? Chiunque credesse seriamente nella stregoneria nella nostra epoca - chiunque fosse adoratore di Satana, inten­do, e non seguace dell'innocua religione della terra a volte chiamata con quel nome, oppure Wicca, ma del culto pra­ticato da Matthew Hay come ai tempi del Medioevo con l'invocazione del demonio - doveva essere qualcuno di di­sgustoso.

Oppure - e questo pensiero fece ricominciare i brividi, anche nel bagno quasi bollente - era successo davvero e la droga che mi avevano somministrato non aveva fatto che esagerare e rendere più fantastici eventi realmente acca­duti? Avevo certamente camminato, o ero stata trasporta­ta, invece di - come ricordavo chiaramente - volare all'Esbat su un manico di scopa. Un falò o due potevano essere stati moltiplicati nella mia mente fino a diventare un cir­colo intero di fuochi. Il dio cornuto poteva essere Mat­thew Hay con una maschera, e mi era sembrato autentico semplicemente perché la mia capacità di distinguere la realtà dalla fantasia era stata indebolita notevolmente dal famoso unguento. Per quanto riguarda la violenza carna­le, be'... in quello non c'era niente di soprannaturale. Non sarebbe comunque la prima volta che accade.

E gli stupri successivi, quelli che mi erano parsi ripeter­si migliaia di volte? Poteva essere stato il delirio, e qualche zoticone o contadino del posto; piuttosto disgustoso, ma ben diverso da quello che mi era sembrato. Una mezza dozzina di episodi del genere (e poi, era stata davvero una violenza? Dopotutto non avevo opposto resistenza!) po­tevano essere stati moltiplicati dalla mia mente ottenebra­ta dalla droga, e tramutati addirittura in decine di rappor­ti sessuali.

Usa la testa, Sara. Rifletti. Non farti prendere dal panico.

Quante di quelle violenze si erano verificate sul serio?

Uscendo dalla vasca mi esaminai attentamente. Mi sen­tivo ancora terribilmente indolenzita e piena di dolori, e c'erano molti lividi e perfino dei graffi, ma non ero in gra­do di dire se erano dovuti al primo incontro con Matthew o se ce n'erano di nuovi. In ogni caso, alcuni potevo esser­meli provocati con i rovi del giardino e del cimitero.

Mi sentivo ancora piuttosto confusa. Infilai la vestaglia più pesante, scesi e mi preparai una tazza di tè molto forte con una dose maggiore del solito di zucchero: dovevo ri­mettermi in forze.

Sorseggiandolo, sentii il calore pervadermi di nuovo le ossa doloranti, e mi accorsi che, anche se mi faceva sentire meglio, il bagno caldo era stato un errore. Poteva infatti avere cancellato le uniche prove restanti. Avrei dovuto fa­re un salto a casa, vestirmi di corsa, correre fino a Madi­son Corners e chiamare la polizia.

Avrebbero creduto a una sola delle mie parole?

Sì, se il mio corpo conservava ancora le tracce di un'or­gia: liquido seminale, macchie di sangue, o anche il fumo prodotto dai falò o i resti dell'unguento drogato. Ma ades­so? Avevo visto come la polizia californiana, tanto libera­le, aveva trattato gli hippy dopo dei viaggi con l'acido. Gli agenti retrogradi del posto come avrebbero reagito se avessi raccontato di essere stata drogata, violentata e ab­bandonata nuda in un cimitero? Si sarebbero almeno pre­si la briga di fare degli esami, quando mi fossi messa a fare discorsi deliranti su stregoni e congreghe? E Matthew Hay avrebbe potuto testimoniare che avevo avuto un rap­porto sessuale con lui di mia volontà.

Barnabas entrò in cucina dalla porta socchiusa; aveva il pelo rossiccio umido di pioggia. «Non mi hai aiutato mol­to ieri notte», lo rimproverai. Del resto, cosa dovevo aspettarmi? Era un gatto - il gatto di una strega, per giun­ta - e non un cane da guardia.

Saltò sul tavolo e venne a fiutare la mia tazza di tè. Gli offrii un pezzo di pane imburrato; lo annusò sdegnosa­mente, ma decise alla fine che era commestibile. Perfetto: in quel momento non avevo l'energia per aprirgli una sca­toletta. L'orologio della cucina mi disse che erano solo le sei e mezzo.

Cercai disperatamente di pensare al da farsi. Potevo preparare i bagagli e scappare via, abbandonare la casa (o venderla a Matthew Hay, come avrebbe voluto) e tornare a New York.

Ma mi avrebbero lasciata andare? Tibby era riuscita a fermarmi il giorno prima, e avevo semplicemente cercato di prendere un autobus.

Mi sentivo ancora le vertigini e la nausea, probabilmen­te a causa delle droghe contenute in quel maledetto un­guento. Prendine troppo e ti farai un viaggio tremendo. Be', di viaggi fino all'inferno ne avevo appena fatto uno. Fatti un'overdose come si deve e rimarrai avvelenata. Ero stata avvelenata, quello era certo: vedevo tutto confuso, la testa mi pulsava dolorosamente come se mi avessero pic­chiata, e tutto il corpo mi doleva fin nelle ossa: avvertivo una fame terribile ma anche solo il tè zuccherato mi rivol­tava lo stomaco, e temevo che avrei rimesso qualunque ci­bo avessi provato a mangiare.

Mentre restavo seduta al tavolo, la cucina sembrava oscillarmi e lievitarmi intorno, e per un attimo dovetti ag­grapparmi alla sedia per paura di cadere.

Era troppo presto per prendere qualsiasi iniziativa, perfino per rivolgersi alla polizia. Se fossi corsa al com­missariato in quelle condizioni, ancora mezzo drogata e con le idee confuse, avrei potuto trovarmi al manicomio; anche se, prima o poi, sarei riuscita a dimostrare che non ero pazza e a farmi liberare, sarebbe stata una parentesi lunga e sgradevole. E anche nella migliore delle ipotesi, mi avrebbe impedito di terminare le immagini per il libro.

Mi aggirai per la casa con passo malfermo, per accer­tarmi che tutte le porte fossero chiuse a chiave, e anche quel minimo sforzo prosciugò del tutto le mie forze già notevolmente ridotte. Del resto, era come chiudere la stal­la quando i buoi sono già fuggiti... Oh, come stavo male!

Quello che mi serviva era riposare. Salii barcollando fi­no al piano superiore e mi lasciai cadere sul letto di zia Sa­ra, tirandomi la trapunta sugli occhi. Barnabas balzò su una colonna del letto con fare indagatore, poi saltò giù per venirmi vicino, massaggiarmi con le zampe in modo consolante, cullandomi con le sue fusa e finì per acciam­bellarsi accanto a me. Rassicurata dalle porte chiuse a chiave mi addormentai e dormii, stavolta senza sogni, per diverse ore.

Quando mi svegliai era la tarda mattinata, pioveva an­cora e la giornata continuava a essere grigia e poco lumi­nosa; mentre stavo cercando di capire cosa mi aveva de­stata, a parte una fame e una sete quasi insopportabili, il campanello tintinnò di nuovo.

Uno spasmo di terrore mi attraversò. Matthew? Un ap­partenente alla congrega che veniva a darmi un'occhiata... o a controllare se ero viva o morta? Be', gentile da parte lo­ro. Corsi alla finestra e sbirciai giù. Avevo dimenticato che dalla camera di zia Sara si vedeva solo il cimitero, peraltro deserto; uscii quindi in corridoio, scesi rapidamente le scale e vidi, al di là della vetrata, una piccola auto davanti al portone e il viso gradito di Claire Moffatt, la socia di Colin di San Francisco.

Qualunque fosse il motivo che la portava lì, mai nessu­na visita mi aveva fatto tanto piacere. Armeggiai con il ca­tenaccio con dita deboli, dimenticando che indossavo an­cora la mia vestaglia invernale. Al cospetto dell'amica di Colin, solida e reale, reale e buona, ebbi voglia di scoppia­re a piangere e di continuare fino ad avere esaurito tutte le lacrime.

«Sono venuta in un brutto momento?» chiese. «Colin mi ha detto che ti sei stabilita qui, e dal momento che non conosco nessuno tra qui e Innsmouth... In realtà, conosco qualcuno del posto, ma nessuno che si possa definire un amico: Brian - Colin mi ha raccontato che hai conosciuto il dottor Standish - mi ha detto di dirti che aveva intenzio­ne di passare, dopo avere ricevuto il tuo messaggio, ma ha avuto un caso difficile verso Innsmouth, e gli hanno riferi­to la tua chiamata solo verso le tre di stamattina. Può darsi che stia ancora dormendo, sono solo le undici. Sally, cosa c'è? Hai un aspetto terribile! Sono venuta troppo presto? Ho portato del caffè, sicuramente migliore di quello del bar di Arkham. Oppure posso portarti a fare colazione, se c'è un locale decente da queste parti, ma... non possono essere i postumi di una sbornia, a meno che tu non abbia cominciato a bere da sola. Sei malata, Sally?»

«Non proprio», risposi lentamente. Che ora era? L'o­rologio appeso al muro non era stato caricato, e si era ar­restato sulle otto circa. Claire aveva detto che erano quasi le undici. «Vieni dentro, Claire, adesso vado a mettermi qualcosa addosso», la invitai facendomi da parte. «Mi ero addormentata di sopra, è per quello che non ti ho aperto subito.»

Claire entrò e mi abbracciò d'impulso. Era una donna alta, di mezza età; aveva i capelli grigi che l'acquazzone aveva bagnato.

«Non sentirti in dovere di vestirti solo per me», disse Claire. «Come vedi, io non mi sono formalizzata.» Indos­sava dei vecchi jeans e un impermeabile sporco. Teneva un sacchetto di carta sotto il braccio. «Ho portato del caffè; ti dispiace se lo preparo mentre ti vesti?»

«Fa' pure», dissi. L'avrei bevuto volentieri. Non era certo il momento per sorseggiare del tè chiacchierando del più e del meno, e se avessi deciso di andare alla polizia sarei stata contenta di essere accompagnata da un'altra donna. Su Claire sapevo di poter contare: a San Francisco aveva lavorato come telefonista per un'associazione desti­nata alle donne vittime di stupro, e si sarebbe quindi di­mostrata comprensiva. Si avviò in cucina e io salii le scale. Il ritratto di zia Sara sembrava ammiccare con aria complice: Continui a sostenere di non essere una strega?

Indossai i primi indumenti che mi capitarono in mano, una gonna azzurra a pareo di velluto a coste e un maglione dello stesso colore. Mi sedetti alla toeletta di zia Sara per cercare, senza successo, di ravviarmi i capelli; l'immagine che mi rimandò lo specchio mi fece capire come mai Claire mi avesse guardato in quel modo. Avevo gli occhi dilatati sottolineati da occhiaie scure, e avevo il viso palli­do e con delle macchie. Nel tentativo di vivacizzare un po' quell'incarnato terreo mi annodai al collo una sciarpa in­diana. Provai perfino ad applicarmi un velo di rossetto, ma mi accorsi che mi faceva assomigliare a un pagliaccio e lo tolsi. L'aroma delle erbe proveniente dai cosmetici di zia Sara era penetrante e mi faceva venire la nausea. Affer­rai quindi il vasetto di porcellana contenente l'«unguento di Venere» e lo scagliai con violenza contro il muro.

Era un gesto stupido e perfettamente inutile, ma sim­boleggiava in un certo modo il mio rifiuto di zia Sara, del­la sua casa e di tutto ciò che conteneva.

Quando tornai da basso, un delizioso aroma di caffè si stava diffondendo dappertutto, e in cucina Claire, che si era nel frattempo tolta l'impermeabile, sembrava di casa. Stava facendo amicizia con Barnabas. «Com'è bello», commentò. «L'hai trovato qui? Era il gatto di tua zia Sa­ra?»

«Solo il cielo lo sa», risposi cupamente. «La gente del posto ha le sue teorie in proposito. Lo chiamo Barnabas.» Non mi era stato di nessun aiuto la notte precedente. Im­provvisamente mi rammaricai di non possedere invece un grosso dobermann feroce.

«Hai mangiato qualcosa?» chiese Claire.

«No, non sono riuscita a mandare giù nulla», risposi, e Claire mi fissò con insistenza.

«Insomma, cosa ti è successo? Di qualunque cosa si tratti, ti prescrivo innanzitutto del cibo. No, sta' seduta e non muoverti. Ti preparo una bella omelette: sai, le mie frittate possono competere con quelle dei grandi chef francesi. E poi, vedo che ti restano ancora delle uova...» Guardò incredula i resti della cena della sera precedente nel lavello. «Come mai c'è tutta questa confusione? Da quello che so, sei sempre stata amante, perfino maniaca, della pulizia e dell'ordine. Senti, Sally, io scherzo, ma se stai male sul serio dimmi cosa posso fare. O preferisci for­se che chiami un medico o l'ambulanza? Cosa c'è che non va?»

Mi trovai a raccontarle tutta la storia: le insistenze di Matthew perché partecipassi all'Esbat e il mio rifiuto, il tentativo di fuggire e le strane manovre di Tibby, Judith Hay, il cesto, il piatto drogato, la mia perdita di conoscen­za. Poi il Sabba da incubo con le streghe, lo stupro...

Claire ascoltò tutto senza commentare. Quando feci una pausa intervenne dicendo: «Penso comunque che tu abbia bisogno di mangiare qualcosa e di berti un caffè. Ti preparo un'omelette mentre finisci di raccontare». Mi mi­se davanti una tazza fumante. «Bevilo nero, Sally, se ci rie­sci; credo che ti farà bene.»

«Pensi che sia matta? Mi credi, Claire?» le chiesi.

«Non so cosa pensare», replicò Claire seria in volto. «Credo che tu sia convinta di quello che dici, non penso mi stia raccontando delle storie. Ma non credo neppure che tu abbia partecipato a un Sabba, anche se Dio sa che cerimonie del genere si celebrano davvero. E devo am­mettere che ti sapevo in una sorta di pericolo. Ecco per­ché sono qui.»

«Sapevi... cosa?» le domandai.

«Che eri in pericolo», ripeté. «Colin mi ha detto che eri qui, e la notte scorsa ho avuto la sensazione che ti tro­vassi in pericolo, quindi sono venuta a trovarti con un pretesto...»

Magari era una strega anche lei. Forse lo erano tutti, ero io a non essermene mai accorta prima. Fritz Leiber non aveva scritto un romanzo di fantascienza in cui, per l'appunto, tutte le donne erano in segreto delle streghe? Sì, Conjure Wife, ecco come si chiamava. Visto come mi sentivo quel mattino, ero pronta a crederlo.

«Capisci sempre... che cosa?»

«Quando qualcuno è nei guai: è l'unica dote medianica che possiedo. Colin afferma che si tratta di un dono; è a causa di quello che l'ho incontrato, un giorno te lo rac­conterò. Non adesso, però: ora lasciami preparare l'ome­lette, adesso hai bisogno di mangiare qualcosa.» Ruppe le uova in una ciotola, le sbatté mentre sorseggiavo il caffè nero e amaro. Aveva un gusto incredibilmente piacevole. Claire scovò una padella, vi versò le uova, girò abilmente l'omelette al volo, la piegò in due e la servì in due piatti.

«E ora, mangia intanto che è caldo.»

Si sedette di fronte a me e cominciò a portarsi alla boc­ca delle grosse forchettate di frittata. Continuavo a pensa­re di essere troppo debole per mangiare, ma quando l'eb­bi assaggiata capii che ero affamata. Divorai tutto ciò che avevo nel piatto e accettai una seconda tazza di caffè.

«Ti senti meglio, ora?» Posò la sua tazza e mi guardò.

«Un po'», replicai. «Ma credo che parte di quanto ti ho raccontato sia accaduto sul serio. Molto può essere sta­to una semplice allucinazione, lo ammetto; ho capito an­ch'io che le parti più strane - il dio cornuto, il volo - non possono essersi verificate davvero, non nel modo in cui le ho vissute, perlomeno.»

«Potresti avere sognato tutto, Sally. Colin dice che que­sta casa ti ha scosso per bene i nervi, e ricorda che può trattarsi di uno shock ritardato. Perdere tutti i tuoi famigliari in quel modo, e nel giro di pochi giorni...»

«No, Claire, non ho sognato tutto», ribattei. «Non ti ho raccontato il resto. Quando mi sono svegliata, pensavo si fosse trattato di un semplice incubo, il peggiore mai avuto, e niente più. Poi, però, ho scoperto che mi trovavo all'aperto, nel cimitero, con niente addosso.»

Fece un fischio eloquente. «Questo sì, che mi sembra reale. Brutto, ma reale.»

«Mi sono chiesta per un attimo sé non avessi cammina­to nel sonno. Però, Claire, non sono mai stata sonnambu­la. E poi ho sentito dire che chi cammina nel sonno si comporta normalmente, come farebbe da sveglio, e quin­di se avessi deciso di farmi un giretto all'aperto - e se non fossi stata drogata - avrei probabilmente indossato dei ve­stiti, no?»

«Hai ragione», confermò, «e il fatto che abbia preso in considerazione l'ipotesi del sonnambulismo significa che il tuo senso della realtà è intatto. La mia compagna di stanza dell'università era sonnambula: un paio di volte al mese si alzava, si vestiva, si allacciava le scarpe, sempre dormendo. Si infilava perfino le chiavi della camera in ta­sca. A quel punto le dicevo che era ora di andare a letto, e lei si svestiva, infilava il pigiama e tornava nel suo letto fi­no alla mattina successiva. Non si era mai posta delle do­mande sulla normalità o meno di quel comportamento.» Riempì le tazze di entrambe con dell'altro caffè. «Va be­ne, Sally, ipotizziamo che una parte di quello che ricordi sia avvenuta realmente. Perché pensi che possa essere suc­cesso?»

«Ho pensato a... uno scherzo di pessimo gusto.»

«Per fare uno scherzo del genere bisognerebbe pro­prio essere degli individui disgustosi», dichiarò Claire. «Ho conosciuto Matthew Hay, e mi è sempre sembrato che gli mancasse qualche rotella, ma non che fosse pazzo fino a quel punto. È quello che qui chiamano "uno un po' tocco", ma non abbastanza pazzoide da giocare un tiro del genere per scherzare.»

«Non pensi che ne sarebbe capace?»

«Penso che Matthew Hay sia capace di qualunque cosa, Sally, ma che debba avere una ragione estremamente valida; in un modo o nell'altro, deve ricavarci qualcosa.»

«Un motivo, in effetti, potrebbe averlo», replicai. «Po­trebbe averlo fatto per indurmi a diventare una di loro. Mi ha raccontato che zia Sara era sacerdotessa della congrega, il loro capo.» Riflettei ancora. «Oppure per spaventarmi in modo da convincermi a vendergli la casa. Del resto, se questa casa si affaccia proprio sul luogo in cui si incontra­no, non vorrebbero certo che ci vivesse una sconosciuta, in particolare se non condivide la loro fede. Se viene ad abitarci qualcuno che mette l'elettricità e il telefono, si fa costruire una piscina o sradica tutte le erbe aromatiche del giardino, o trasforma la casa in un agriturismo e organizza gite guidate al vecchio cimitero... insomma, capisci cosa intendo?»

«Oh sì, questo potrebbe costituire un ottimo motivo», ammise Claire. «Mi sembra che abbia almeno un briciolo di senso...» aggiunse esitante.

«Se così non fosse, significa che sono completamente pazza.»

«Non ci credo neanche per un istante», disse. Mi attirò verso la finestra e, nonostante la poca luce di quella gior­nata piovosa, provai fastidio agli occhi. Mi domandò: «La luce ti fa male?» e mi guardò più da vicino. «Sì, le pupille sono ancora dilatate, come se ti fossi messa delle gocce di atropina o qualche altra sostanza del genere. Sally, non hai cercato di preparare un torta con delle strane bacche e non sei andata a raccogliere dei mirtilli, vero? L'anno scorso ho incontrato dei turisti che erano andati in cerca di mirtilli e hanno raccolto invece la belladonna; forse sa­prai che i due frutti si assomigliano agli occhi di chi non li conosce bene.»

«Cresce anche nel mio giardino», replicai. «Matthew Hay mi ha spiegato - oh, no! - che è un ingrediente del­l'unguento delle streghe.»

«La belladonna», annuì. «Anche se devono avertene data un bel po', e probabilmente l'hanno mischiata ad al­tra roba. Mi pare che ti abbiano somministrato del datura stramonium - quello che in Texas chiamano locoweed - e una bella dose di LSD o metedrina. Sei fortunata che quel cocktail di droghe non ti abbia uccisa. Se hanno calcolato che ne dovessi assorbire abbastanza attraverso la pelle, probabilmente hanno dovuto metterne una dose suffi­ciente a uccidere metà del paese!»

Sollevai a quel punto la questione principale, quella che mi ronzava in testa da quando mi ero ripresa, nuda, nel cimitero.

«Claire, sono stata violentata? Oppure è stata solo un'allucinazione?»

«Sally, certamente saprai che è quasi impossibile trova­re prove legali della violenza carnale su una donna adulta e sessualmente attiva!» esclamò arrossendo. «Brian mi ha detto... voglio dire, mi ha detto di essere stato qui... con te... Insomma, prove se ne possono individuare, ma non sarebbero valide in un tribunale!»

«Non mi interessa il loro valore legale», spiegai. «Non sto pensando di querelarli o di fare causa. Voglio sempli­cemente saperlo perché mi interessa, voglio essere certa che non sto diventando pazza.»

Scosse il capo. «Neanche questo sarebbe semplice. Senti, Sally: se, drogata com'eri, hai creduto di avere avu­to rapporti sessuali... la mente può giocare strani tiri al corpo. Potrei cercare delle tracce di liquido seminale, op­pure... non ti sarai fatta il bagno, per caso!»

«Sì, c'è bisogno di chiederlo? Cosa avrebbe fatto qua­lunque persona al mio posto? È stata la prima cosa che ho fatto non appena ho ripreso i sensi.»

«Allora probabilmente non è possibile trovare alcuna traccia. Per quanto riguarda gli eventuali ematomi o il bruciore... Sally, durante il tirocinio ho assistito a una di­mostrazione. Hanno ipnotizzato uno studente, l'hanno toccato con un cubetto di ghiaccio dicendogli che era un ferro incandescente, e ho visto io stessa le bolle dell'ustio­ne che gli si formavano sulla pelle! E una persona sotto l'effetto di un allucinogeno è a tutti gli effetti ipnotizzata. Lascia che ti dia un consiglio, anche se non sono un medi­co ma solo una buona amica: consideralo un brutto so­gno. Convinciti che non è stato altro che un incubo. Fin­ché non sarai in grado di determinare i fatti obiettivamen­te, quest'atteggiamento renderà tutto più semplice.»

C'era però un altro problema da considerare. (Cercai di eliminare dalla mente il ricordo di Matthew Hay che di­ceva: Nessuna strega si allontana dall'Altare Nero portan­dosi via qualcosa che non aveva già da prima.)

«Non mi sembrerà un sogno se fra tre settimane sco­pro di essere incinta, vero?» La voce mi tremava e scop­piai in lacrime.

«Povera piccola.» Aveva la voce più dolce che avessi mai udito. «In quel caso, Sally, concluderemo che Brian ti ha messa incinta l'altra notte; probabilmente sarebbe feli­ce di sposarti alla fine dell'estate.»

«Non gli farei mai una cosa del genere», singhiozzai. «Dovrei dirglielo.»

«Scommetto che sarebbe la prima proposta che fareb­be. Gli scrupoli che hai ti fanno onore, però», commentò. «Se lo conosco almeno un po', credo che sia solo una questione di tempo.»

Non ero in grado di rispondere. Mi sentivo snervata.

Allora non l'avrei mai saputo. Era il figlio di Brian o la progenie mostruosa concepita durante una violenza di grup­po con un folle sconosciuto e grossolano impazzito per le droghe e l'insano rituale?

E proprio Brian aveva detto: Non sono il tipo di uomo disposto a seguire le tracce di Matthew Hay!

Quasi sopraffatta dal senso di colpa e dalla paura sbot­tai: «Non riesco a sopportare il pensiero di non poterne avere la certezza!»

«Riesco a capire cosa provi», cercò di confortarmi Claire. «Immagino che qualunque donna si sentirebbe al­lo stesso modo. Senti, Sar... Sally, vuoi andare all'ospeda­le? Il pronto soccorso è sicuramente aperto. Potresti rac­contare di essere stata violentata: anche senza prove, ti prenderanno sul serio. O preferisci che chiami Brian? O hai qualche altro amico da queste parti? Posso fare qual­cosa per te?»

Prima di poter raccogliere le idee per risponderle, il campanello tintinnò di nuovo.

 

CAPITOLO 12

Nemico mortale

 

Claire si alzò e guardò fuori dalla finestra che si affacciava sugli scalini della cucina.

«Matthew Hay», si limitò ad annunciare. «Mi chiedo se sia venuto a controllare come stai... Ha un bel coraggio! Se così fosse, però, questo con­fermerebbe la tua storia. Non è necessario precisare che gli spezzerei volentieri il collo. Come ogni altra donna.»

«Non farti vedere, Claire. Forse se pensa che sono sola dirà qualcosa a sostegno della mia storia», aggiunsi. «Al­meno così saprò.»

«Non mi piace l'idea di lasciarti sola con lui», insistette Claire turbata.

«Pensi che desideri rimanere sola con lui? Sarai co­munque qui se avrò bisogno di te», l'incitai, e Claire, pur esitante e riluttante, si lasciò spingere nella dispensa. An­dai alla porta e l'aprii, con Barnabas che voleva curiosare alle mie spalle.

Era proprio Matthew. Mi salutò con un sorriso complice e, alla vista di quel sorriso, ogni mio dubbio - se ancora me ne restavano - sparì.

«Bene, Sara, adesso sei una di noi. Immagino che la memoria ti sia tornata, no?»

«Non direi», esclamai sgarbatamente. «Hai un bel co­raggio a venire qui!» Mi chiesi come mai non mi fossi ac­corta prima che la piega delle sue labbra denotava sì una certa sensualità, ma non sana e piacevole, bensì repressa, sadica e malevola. Poteva elogiare senza sosta il piacere fi­ne a se stesso, senza sensi di colpa né altri problemi, ma il vero piacere non sapeva neanche cosa fosse. Non era un uomo libero o sessualmente disinibito; era un puritano, che reagiva in modo eccessivo e faceva del suo meglio per commettere la maggiore quantità possibile di peccati, solo per il gusto del proibito.

Se il sesso si fosse improvvisamente liberato da ogni tabù, un uomo come Matthew avrebbe probabilmente smesso di praticarlo per il resto dei suoi giorni. Non era in grado di sedurmi apertamente, come aveva fatto Brian, con il mio pieno consenso. Doveva farlo in una chiesa, perché veniva eccitato da tutto ciò che era sconveniente. E poi aveva dovuto drogarmi, o almeno pensava di averlo fatto.

Reagì con un sorriso crudele.

«Però, vedi, sono qui, e non hai tentato di impedirme­lo!»

L'inspiegabile ondata di emozioni estranee, che avevo già sperimentato un paio di volte in quella casa, mi travol­se di nuovo. Improvvisamente mi sentii alta tre metri. Sa­pevo di dominarlo. Dissi, in una voce brusca diversa dal solito: «E se volessi impedirtelo, Matthew Hay, i tuoi trucchetti e incantesimi da nulla non servirebbero a nien­te. Pensi forse di essere alla mia altezza? Non certo in que­sto mondo né nell'aldilà! Conosco il tuo nome! A-ba-star-no...»

Impallidì di colpo. Fece incespicando un passo indie­tro. «No...» balbettò, «no, Sara! Lo so...»

Abbassai le mani, che avevo alzato al cielo in un gesto di invocazione (per scagliare la maledizione, pensai vaga­mente). Sorrisi e sentii che quella presenza estranea (anco­ra zia Sara?) si allontanava. Puntualizzai: «Ci siamo capi­ti. Non so ancora tutto, ma evidentemente ne so abbastan­za. Dimmi una cosa: quanto di ciò che ho vissuto la notte scorsa è successo davvero?»

Sorrise in modo malizioso e sensuale. «Quello a cui hai creduto, Sara. Non so dove sei andata o cosa ti sia accadu­to, ma quaggiù se ne sono viste delle belle. Tutto conside­rato credo tu abbia proprio volato, no?»

Quelle parole mi fecero effetto. Volare. Avevo udito de­gli hippy parlare dei «voli» fatti quando prendevano l'a­cido: pare fosse una delle allucinazioni più comuni. (Non era successo anche che uno di loro, convinto di saper vo­lare davvero, si fosse gettato da una finestra del quattordicesimo piano?)

Decidendo di restare nel vago per indurre Matthew a tradirsi, dichiarai: «È stato furbo da parte tua spalmare... - per un attimo avevo scordato la parola... no, non era po­mata... - l'unguento sul piatto. Avrai pensato che chiun­que avesse visto Rosemary's Baby non si sarebbe azzardato ad assaggiare la torta. Dev'essere stata opera tua: non cre­do che Tabitha ne sarebbe capace.»

«Oh, Tibby fa solo scena: si annoia», replicò Matthew. «Tu stessa, circa quindici anni fa, mi dicesti che si diventa vere streghe solo dopo i cinquant'anni. Una ragazza come Tibby può ottenere tutto ciò che desidera anche senza la stregoneria. Ma se la sta cavando piuttosto bene: è stata brava ieri con quell'incantesimo che ti ha fatto venire il panico. Suggestione pura e semplice, naturalmente; se fossi stata ieri come sei adesso, avresti potuto spazzare via lei e quel suo maledetto uccellaccio.»

Commentai: «Vedo che non ci hai pensato due volte prima di avvelenarmi».

Alzò le spalle. «Non si può fare la frittata senza prima rompere le uova. Ha funzionato: ti è tornata la memoria. Se non fosse accaduto, e se fossi rimasta la ragazzotta sce­ma di ieri, avremmo dovuto toglierti di mezzo in un modo o nell'altro. Non avevamo comunque niente da perdere. Sei viva, allora di cosa ti lamenti?»

Claire uscì dal suo nascondiglio. Era rossa di collera. «Allora lo ammette, signor Hay? Ha cercato di avvelena­re Sally? L'ha anche violentata?» lo assalì.

Hay sembrò momentaneamente sorpreso della sua ap­parizione, e spostò allibito lo sguardo da me a Claire. «Stupro? È questo che le ha raccontato? Devo dire che Sara non sembrava affatto una vittima di violenza», obiettò Hay. «E va bene, Sara, ti sei divertita e pure ven­dicata. Adesso manda via questa megera, chiunque essa sia, così possiamo passare a cose serie.»

«Sally mi ha chiesto di restare qui», intervenne Claire «nella speranza di ottenere la sua confessione. E direi che l'abbiamo avuta.»

Rovesciò la testa all'indietro ridendo di gusto; era un suono roco come il verso della taccola di Tibby. «Confes­sione? E cos'avrei confessato?»

«Che ha cercato di avvelenarla con quel maledetto un­guento delle streghe!»

«Andiamo, signora mia», disse Matthew in tono dolce ma con una smorfia crudele, «è colpa mia se Sara fa degli esperimenti con le ricette di erbe di sua zia e si sbaglia con le quantità? Non può provare nient'altro.»

«E la notte scorsa?» chiese Claire.

«La notte scorsa cosa Aveva un ghigno veramente satanico. «Numerosi testimoni possono affermare che ero occupato altrove.»

«In chiesa, immagino», suggerì Claire.

«Proprio così», confermò Hay. «Stavo celebrando una cerimonia, davanti a tutti i fedeli, e le servirebbero risorse maggiori di quelle a sua disposizione per smentire il mio alibi.» Si rivolse a me. «Sara, divertiti quanto vuoi, ma adesso liberati di lei.»

Claire si avvicinò a Matthew senza fretta. «Me ne an­drò quando Sara me lo domanderà», dichiarò. «A me, in­vece, verrebbe voglia di buttare fuori lei.»

Matthew non si mosse. «Sara», mormorò, «lo scherzo si sta facendo pesante.»

«Non vuole avere nulla a che fare con lei», gridò Claire. «E adesso, maledizione, fuori!» esclamò, spingen­dolo con violenza verso la porta. Matthew si divincolò. Sbraitò: «Le suggerisco di chiedere a Sara se vuole sbat­termi fuori oppure no. Se è d'accordo, sono affari suoi. Ma lei non può darmi ordini, e l'avviso che, se osa toccar­mi ancora...»

Claire non si lasciò intimidire. Replicò invece: «Cosa farà? Chiamerà l'orco cattivo e gli chiederà di portarmi all'inferno... o da qualche altra parte? Sono certa che ci andrà anche lei prima o poi, ma per il momento non sono pronta a seguirla. Signor Hay, non so chi pensa che io sia, né che tipo di persone sia abituato a frequentare, ma le assicuro che non ho paura di lei. E so quello che vuole Sara.»

«Veramente?» ribatté Matthew. «Glielo chieda, allo­ra.»

Io stavo tra loro due, stranamente combattuta, incredi­bilmente incapace di esprimermi. Perché, perché mai in quel momento pensavo che Claire sembrasse in un certo senso inerme, poco efficiente? Matthew Hay mi parve va­cillare davanti ai miei occhi, tramutarsi di nuovo nel mae­stoso Essere Cornuto della notte scorsa, enorme e poten­te, una vera forza animale...

Claire non mi degnò di uno sguardo. Avanzò semplice­mente verso Matthew.

Questi le ripeté in tono mellifluo: «L'avviso...»

«Va' all'inferno. Va' direttamente all'inferno senza pas­sare dal "via" e senza ritirare i duecento dollari dalla ban­ca», esclamò Claire, afferrando d'un tratto Matthew per un polso e spingendolo verso l'uscita. Colto di sorpresa, Matthew inciampò, quasi cadendo, e sbatté contro la por­ta a zanzariera, che cedette sotto il suo peso: Hay rovinò sugli scalini e finì sul vialetto d'ingresso. Rimase immobile per un momento, troppo sbalordito per reagire, poi si alzò lentamente. Era scuro in viso, e la collera gli deforma­va i lineamenti. Agitò il pugno in direzione di Claire.

«Te la farò pagare», tuonò.

«Non credo proprio», replicò Claire, «era da tempo che desideravo provare quella mossa su qualcuno, ma non volevo fare del male a degli innocenti. Tutte quelle lezioni dovevano pur avermi insegnato qualcosa. Adesso, se ne vada al diavolo, in tutti i sensi, altrimenti, se preferisce, chiamo la polizia!»

In quel momento avrei tanto voluto avere il telefono che Brian mi aveva proposto. Ma Matthew Hay non pote­va sapere che ne ero sprovvista: avrei già potuto procurarmene uno. «E prima che arrivino gli agenti, sono pronta a darle un'altra lezione!»

«Te ne pentirai, Sara», sbraitò Hay; agitò il pugno in aria, come per invocare la vendetta dei cieli. «Posso esse­re il tuo più fedele sostenitore - e prete - o il tuo peggiore nemico! Sta a te decidere!»

Rimasi in silenzio, come inchiodata nel punto dove mi trovavo. Matthew si voltò e percorse a grandi falcate il vialetto prima di scomparire.

Mi ero fatta un nemico mortale?

No. Matthew Hay mi avrebbe perdonato anche quello, come mi aveva perdonato tante volte nel corso dei secoli.

Claire mi abbracciò ridendo, ma mentre cercava di rincuorarmi una parte sconosciuta della mia coscienza si se­parò per guardare la scena con distacco ironico. L'ultima pedina nel vecchio gioco.

Nella cerimonia dell'ordinazione sacerdotale si dice: Tu sei un prete per sempre. Io ero stata consacrata davanti a un altare più antico di quello, più vecchio perfino del tempo.

Tu sei una strega per sempre.

Ero Sara Latimer, strega per l'eternità.

 

CAPITOLO 13

Strega per sempre

 

Claire non sembrò notare la mia assenza mentale.

«Ho l'impressione che quel bastardo non ti darà più alcun problema», dichiarò con malcelata soddisfazione. «Non credo voglia un'altra lezione. Penso però che farei meglio a dare un'occhiata in giro e a tenere d'occhio questa gente. Forse prima o poi commet­teranno un errore e potrò denunciarli alla polizia.»

«No!» obiettai subito.

«Pensavo che fossi tu a...»

«Claire, io...» Cercai le parole adatte. Non volevo che si facesse una cattiva opinione di me, non osavo ancora rendermela nemica. Forse, al momento opportuno, avrei potuto reclutarla e portarla alla Vera Fede, al Rito Antico.

Per quanto riguardava Brian, lo volevo più di quanto avessi mai voluto qualcuno, eppure di uomini ne avevo avuti molti. Non volevo perderlo, ma dovevo innanzitutto proteggere il mio passato... e il futuro, la mia immortalità. Avevo visto altre congreghe disperdersi negli ultimi cinquant'anni, quando un occhio troppo indagatore le aveva prese di mira nella comunità in cui operavano.

Mi stava guardando con aria perplessa. «Stai bene, Sally? Per un attimo, mentre parlavi con Hay, ho riconosciu­to a malapena la tua voce. Hay sembrava sicuro che ti sa­resti schierata dalla sua parte.» Mi prese le spalle per ob­bligarmi a guardarla negli occhi. «Non stai con lui, ve­ro?»

«Certo che no», replicai. «Ma immagina che troviamo qualcosa. Non c'è alcuna legge che proibisca di praticare la stregoneria, no?»

«Ma no», rispose Claire. «Ci sono però delle leggi contro lo stupro e contro l'uso di sostanze e droghe senza un adeguato controllo medico. Finché starò qui, terrò d'occhio Matthew Hay, tanto che non potrà neppure spu­tare senza che lo venga a sapere! Non mi darò pace finché non lo vedrò in una cella insonorizzata e imbottita a Mattapan, o in un altro posto per pazzi criminali come lui... sempre che un luogo del genere esista; mi pare che fin troppo spesso lascino libera quella gente!»

Ma ormai non avevo più tempo da dedicare a Claire. Dovevo convincere Brian a diventare fedele dell'Essere Cornuto: tutto quello che Matt aveva detto stava a indi­carlo. L'alternativa - che fosse eliminato e privato per sempre della capacità di nuocerci - era troppo terribile da prendere in considerazione. Le streghe non amano, ma io volevo Brian, lo desideravo tìsicamente più di quanto avessi mai voluto un uomo da un secolo a quella parte. E sembrava che lo avessi, e lo tenessi ben stretto; solo ora sa­pevo come sfruttarlo al meglio, senza le emozioni infantili della mia personalità precedente. E avrei continuato a far­lo, se Claire si fosse tolta di mezzo.

«Adesso è meglio che tu vada», le dissi. «Io... devo ri­posare. Matt non cercherà di combinare altro per il mo­mento; dimentichiamoci di lui.»

«Se ne sei sicura...» commentò con riluttanza.

«Sì, ne sono certa. Non tornerà.»

No, pensai, fino a quando non lo chiamerò io: ma quello, Claire non l'avrebbe saputo.

La guardai andarsene dalla veranda. Le ero grata - era venuta nel momento in cui ero sotto shock e avevo un bi­sogno terribile del sostegno di una donna - ma Matthew mi avrebbe mandato Tibby se ne avessi espresso il deside­rio.

Rientrai in cucina. Come recitava il vecchio detto? La giovinezza è troppo bella per essere sprecata con i giova­ni? Be', il vantaggio di essere strega era che si possedeva­no sia la giovinezza che la saggezza.

Poco dopo il campanello suonò ancora. Stava diven­tando una giornata impegnativa, ma del resto era normale che lo fosse. Guardai fuori e vidi che si trattava di Brian. I miei occhi erano tornati normali, adesso, ma non ero an­cora pronta ad affrontarlo. Eppure non avrei potuto man­darlo via, dal momento che ero stata io a lasciargli un mes­saggio. Aprii la porta e accettai il bacio con cui trovò nor­male salutarmi.

«Come va, tesoro? Ho ricevuto il tuo messaggio...»

«Mi dispiace, Brian», replicai. «Mi sono spaventata per nulla, ecco tutto.»

Non avevo il tempo di occuparmi di Brian in quel mo­mento: non avevo ancora deciso cosa fare di lui.

«Ma stai bene? Claire mi ha raccontato che è passata stamattina, e da quanto ho capito Matthew Hay è venuto a darti fastidio; mi ha detto che volevi parlarmi, anche se non mi ha spiegato cosa c'era che non andava...»

Mi ricordai di un passo della Bibbia che avevo trovato al piano di sopra. «Guardati dalla donna estranea, figlio mio! Perché le sue labbra stillano miele, e le parole che le escono dalla bocca sono lisce come l'olio!» Poi mi venne in mente la fine del passaggio: «Le sue mire, però, sono amare come l'assenzio e più affilate di una spada a doppio taglio».

Brian mi guardò perplesso. «Cosa diavolo vorrebbe di­re?» chiese irritato. «Non ti credevo una declamatrice di Bibbia, Sara.»

Maledetta la prigionia nel corpo di questa ragazza sciocca e ingenua! (Perlomeno non ho dovuto ricominciare da ver­gine, questa volta!) Mi limitai a rispondere: «Be', tutti ci­tano la Bibbia di tanto in tanto».

Mi osservò poco convinto, ma non replicò. Dopo qual­che minuto disse controvoglia: «Sara, devo andare. Sono passato perché credevo avessi bisogno di me, ma se stai bene devo andare a controllare se ho ricevuto delle chia­mate. Volevo farlo un'ora fa, poi ho trovato il tuo messag­gio, e ho ricevuto la telefonata di Claire...»

Non protestai quando mi baciò e si congedò; ero stanca e avevo bisogno di tempo per riflettere. Non solo Brian era un amante fantastico, ma come medico sarebbe stato una perfetta recluta, e non certo il primo che, dopo essere passato dal mio letto, avevo avvicinato all'altare dell'Esse­re Cornuto.

Con un medico nella congrega avremmo avuto a dispo­sizione dei farmaci e se, come di tanto in tanto accadeva, qualcosa andava storto, un dottore poteva firmare certifi­cati di morte senza alcun problema e senza sollevare so­spetti.

Sembrò deluso quando non gli suggerii di andare con lui, ma mi baciò di nuovo dicendo: «Sì, mi sembri stanca. Dormi bene, amore. Dobbiamo far mettere un telefono, così non dovrò scappare via ogni volta».

Mentalmente ribattei: Dovrai passare sul mio cadavere, ma mi limitai a sorridere e a replicare: «Sì, un giorno o l'altro...» Rimasi a guardarlo mentre tornava sotto la pioggia che non aveva ancora cessato di cadere. Dopo un po' udii il rumore della piccola Volkswagen che si allonta­nava, e tornai di sopra dove sprofondai in un sonno risto­ratore.

Il mio riposo venne interrotto solo una volta, di sera tardi; quando il campanello mi indusse a scendere. Solle­vando la lanterna, vidi Tibby sui gradini.

«Entra, Tabitha», l'accolsi seccamente, «ti stavo aspet­tando. L'allieva è venuta a controllare la sua maestra?»

Rispose, socchiudendo le palpebre per via della luce: «Non sono venuta per quello, Sara, ma solo per assicurar­mi che stessi bene. Se la memoria non ti fosse tornata sare­sti conciata male. Volevo essere certa che non ti fosse ac­caduto nulla. Sono passata anche prima, ma ho visto che eri con qualcuno, e non mi sono fermata».

«Gentile da parte tua, Tabitha. Ti devo un piacere per quel trucchetto con la taccola dell'altro giorno. È stato fur­bo e, dal momento che si è rivelato perfetto, non ti...» - esitai - «... punirò. Non questa volta, almeno. Ma in futu­ro, cerca di non immischiarti troppo nei miei affari. E se usi di nuovo quell'uccellaccio contro di me, ti troverai a ra­strellare la campagna in cerca di un nuovo animale da compagnia, e finirai per domandarmi umilmente uno dei gattini di Zenzero!»

Mi studiò con una strana miscela di ostilità e affetto. «Non preoccuparti, so di non essere ancora abbastanza forte da combatterti, Sara. Ma forse quel momento verrà.» Mi scrutò con uno sguardo freddo. «Ti preferivo com'eri prima.»

«Non c'è dubbio», sbottai, «dal momento che allora potevi dominarmi e avere Matthew tutto per te. Ma ades­so è finita. Resta al tuo posto, Tabitha.»

Annuì brevemente. «Non hai bisogno del mio aiuto, quindi non c'è ragione che rimanga. Me ne vado.»

«Va' pure», ribattei, «ma fa' attenzione. Sono conten­ta di averti vista.»

Le chiusi la porta in faccia, andai di sopra e caddi in un sonno senza sogni.

Nei giorni successivi guardai e ascoltai ciò che mi cir­condava, cercando di assimilare e stabilire dei nessi nel torrente di ricordi che mi si affollavano nella mente.

Vivevo da trecento anni.

Gli Esseri Oscuri pagavano bene per quelle sofferenze.

E alla fine?

Sarebbe durato per l'eternità?

Non era peggio dell'acquisto di una casa: goditela ora, pagherai più tardi!

Un paio di volte la mia vecchia identità riaffiorò, so­prattutto quando mi trovavo con il giovane Brian. In un certo senso invidiavo la ragazza che ero stata, cresciuta ben lontana dall'eredità e dalla maledizione che ci perse­guitava, e avrei voluto tornare a quella vita.

No. Dopo aver iniziato il Cammino non si poteva tor­nare indietro.

Cercando di catturare quei giorni innocenti, andai nel­lo studio e provai senza successo a finire le illustrazioni per il mio libro, ma le immagini di elfi, folletti e città fatate costruite con gemme preziose mi sembravano ormai insi­pide e insensate, così distrussi gli schizzi. Del resto, il denaro che il libro mi avrebbe procurato non mi serviva più. Gli Esseri Oscuri si occupano dei loro simili. Non avrei più avuto fame né mi sarei trovata in una situazione di bi­sogno, perché ogni fratello e sorella divide ciò che ha con gli altri. Mio compito era procurare le erbe, e per questo trascorsi ore intere nel giardino che era stato troppo tra­scurato: sette anni di oblio non potevano essere cancellati del tutto in una sola estate, ma era già un inizio.

La notizia aveva evidentemente cominciato a diffon­dersi nel vicinato. Ovunque andassi, sembrava che qual­cuno facesse un segno di saluto che riconoscevo. Una se­ra, quando era ormai calato il buio, una giovane donna, pallida e sconvolta, venne alla mia porta. Non l'avevo mai vista prima, ma il suo racconto non mi suonava nuovo: cinque figli in quattro anni e suo marito contadino troppo occupato a far valere i diritti coniugali per preoccuparsi del male che le faceva.

L'accompagnai in giardino e colsi le erbe adatte spie­gandole cosa doveva fare. Sì, l'aborto era il crimine di cui venivamo sempre accusate, perché quei santerelli di con­tadini non amavano l'idea di perdere un potenziale aiuto per la fattoria quando il bambino fosse cresciuto. Parlava­no della legge di Dio: be', quel loro Dio non mi piaceva per nulla, se assomigliava a un vecchio patriarca barbuto che approvava l'idea di una giovane donna esausta e tor­mentata che si preparava ad avere il sesto figlio nove mesi dopo il quinto! A quel punto le spiegai come evitare che succedesse di nuovo prima che fosse pronta, e le conse­gnai un altro pacchetto di erbe, disegnando un simbolo maschile sulla carta in cui avevo avvolto le foglie essiccate.

«Mettile nel caffè di Obed. Attenta a non sbagliarti e a non prenderle tu!»

«Non gli faranno del male, vero?» chiese incerta.

Risposi con disprezzo (era incredibile come quelle don­ne schiavizzate amassero i loro aguzzini!): «No, non gli faranno nulla. Però, quando comincerà a fare l'unica cosa di cui è capace, cioè saltarti addosso, scoprirà che non gli riesce più bene come prima. Può darsi che questo gli fac­cia venire un colpo e gli dia una lezione. Le palle a un uo­mo non dovrebbero servire solo a riempire il mondo di bambini». Feci un gesto in direzione del cimitero. «Fa' quello che dico, Jessie, altrimenti finirai laggiù mentre lui distruggerà altre due o tre mogli al ritmo di sei o sette bambini per volta.»

Quando Jessie se ne fu andata, dopo avermi ringraziata di cuore e avermi abbracciata benedicendomi, pensai di­vertita che anche Brian avrebbe approvato il mio operato nella sostanza, se non nella forma; da quello che mi aveva raccontato, infatti, non aveva avuto troppo successo pro­muovendo il controllo delle nascite! Io, invece, ci riuscivo benissimo.

La visita successiva era del tutto inaspettata: in un'auto sconosciuta giunse Colin MacLaren.

«Pensavo che ti saresti fatta viva prima, Sally», disse Colin, e ricordai che aveva sempre chiamato la ragazza che ero e insieme non ero con quel nome. «Claire mi ha detto che non sei stata bene, ma adesso hai l'aria in forma, mi sembra.»

«Oh, sì», confermai, sperando che se ne andasse. Ma dopotutto era un amico della ragazza, quindi mi sforzai di essere educata con lui. «Posso offrirle una tazza di tè, dottor MacLaren?»

«Mi hai mai sentito rifiutare una tazza di tè?» ribatté divertito; misi quindi il bollitore sul fuoco. Quando fu pronto, preparai sul tavolo tazze e teiera con un piatto di biscotti.

«Lascia che versi io», propose Colin, mentre si acco­modava.

«Ah, a proposito, mi sono fatto invitare al vostro Sab­ba», annunciò con gli occhi azzurri che gli brillavano. «Ho fatto visita a Matthew Hay, gli ho fatto credere che tengo al Miskatonic una serie di lezioni sul culto di Cthulhu e di altre antiche divinità, mi è bastato citargli qualche frase del Necronomicon...»

Capii che mi stava prendendo in giro.

«Il Necronomicon chiesi. «Ma non è il libro immagi­nario inventato da H.P. Lovecraft?»

«Sì, ma il fatto è che Matthew Hay non lo sa. Le sue co­noscenze sulla stregoneria sono molto più limitate di quel­lo che crede.» Colin ridacchiò di nuovo. «Pensa che ha accettato me come Grande Adepto.»

Be', magari lo sei davvero. Sapevo che non dovevo al­learmi con Colin contro Matthew, ma non mi avrebbe nuociuto se Matt avesse fatto una figuraccia davanti alla sua congrega delusa, «Allora verrà al Sabba?»

«Non me lo perderei per niente al mondo.»

Qualcosa mi indusse ad avvertirlo: «Non sottovaluti Matthew Hay, dottor MacLaren». Poi mi venne in mente che l'avevo sempre chiamato Colin. I tratti del viso gli si indurirono, ma pensai di essermelo immaginato.

«Credimi, Sally. Non lo sottovaluto», mi rassicurò con voce cupa. Quando se ne andò mi venne da pensare che forse era davvero un Grande Adepto ed era il caso di av­vertire Matthew. Ma non lo feci.

Un impulso interiore mi riportò al cavalletto, dove pre­parai la tela e cominciai un dipinto, senza sapere cos'avrebbe rappresentato. Dopo un po' mi accorsi che si trat­tava del paesaggio indistinto del cimitero, popolato di for­me soprannaturali dominate dall'enorme figura oscura della Creatura con le corna. Il mio lavoro si era arricchito di una nuova forza creativa, e non riuscii a impedirmi di mostrarlo a Brian al suo arrivo.

«Ti sei messa a dipingere i tuoi incubi, adesso, Sara?»

«Non ti piace?»

«Non ho detto questo. Emana una strana energia. For­se sei un'artista migliore di quello che sospettavo, ma que­sto quadro mi sembra... malsano. È un lato di te che non conoscevo.»

Non faccio fatica a crederlo. Replicai: «Dipingo quello che c'è da dipingere».

«E del resto, tu non mi dai lezioni su come fare il medi­co. Lo trovo molto bello, in ogni caso, e può darsi che co­stituisca una buona terapia. La casa ti rende ancora tanto nervosa?»

Lo fissai senza capire. Di cosa stava parlando? Com'era possibile che la dimora della mia famiglia mi mettesse a disagio? «Credo di non capire cosa vuoi dire.»

«Purché continui così», sentenziò prima di baciarmi e di andarsene. Era stato molto occupato negli ultimi giorni per via di un'epidemia di influenza, quindi l'avevo visto poco. Del resto, per il momento ero felice di restare da so­la con Zenzero. Avevo tutta la compagnia che mi serviva.

La tranquillità di quel periodo non poteva durare. La luna stava calando, e mancava ormai poco al Grande Sab­ba di Lammastide, il primo di agosto. Vidi Matthew che andava e veniva da casa di Tabitha, ma fu abbastanza in­telligente da lasciarmi stare. Per il momento, Tabitha gli bastava. Ma i giorni di riposo erano quasi terminati e, co­me accade sempre ai periodi di pace, giunsero alla fine.

 

Un mattino mi recai a Madison Corners per acquistare ge­neri alimentari e cibo per gatti. Evidentemente, prima che la giovane Sara capisse il suo errore, aveva viziato Zenzero dandogli cibo in scatola, e di conseguenza non si dava più da fare come prima con i topi: avevo udito degli scalpiccii in casa e visto tracce di topi nella dispensa. Aggiunsi delle trappole alla lista mentre camminavo; prima o poi avrei dovuto fare una bella chiacchierata col gatto perché ri­prendesse il suo lavoro, ma in quel momento avevo preoc­cupazioni più importanti.

Sapevo, naturalmente, che Matthew e io, e più tardi Tabitha, eravamo diventati la mente e i capi della congre­ga, le sue guide spirituali, gli unici profondamente inte­ressati alla mistica e alla religione. Gli altri, i seguaci, spe­ravano superstiziosamente di ingraziarsi le forze della na­tura o partecipavano ai riti solo perché era l'evento socia­le più importante del posto. Avrebbero potuto allo stesso modo cantare a squarciagola gli inni ispirati al Vangelo o recitare preghiere rispettose nella chiesa presbiteriana, ma mi andava benissimo che prediligessero il nostro alta­re. Ci facevano comodo il loro aiuto, la fede e l'attacca­mento a quel culto, che costituivano per noi fonte inesau­ribile di energia.

Ricambiavamo generosamente, del resto, i servizi che ci offrivano. Distribuivamo aiuto e consigli, come avevo fat­to con la moglie distrutta di Obed Tate. E all'Esbat... sor­risi pensando che molti degli uomini venivano perché at­tratti dal sesso e dalle orge, senza rendersi conto che l'or­gia apparente era in realtà un modo per entrare in possesso di energia cosmica. Grazie alla passione di due corpi eccitati, i partecipanti al sesso rituale attingevano a una corrente inarrestabile di forza.

Non gliene importava niente: si divertivano e basta. Io, però, lo sapevo bene, e usavo l'energia che ne risultava.

In realtà la congrega era il vero fulcro della comunità, il centro della sua vita, della vita che restava a quella nicchia di decadenza che il resto del mondo, i servizi sociali e le altre istituzioni avevano dimenticato. Sapevo che la metà delle persone che incontravo nello spaccio - la metà più dinamica - erano fratelli e sorelle del Rito Antico. Gli altri non contavano.

Mentre ordinavo la spesa, mi dissi che Brian doveva es­sere reclutato o persuaso ad andarsene. (Forse, se lo ab­bandonavo sarebbe tornato a Boston.) Se fosse rimasto, infatti, avrebbe costituito per la gente del posto un motivo di distrazione, con tutti i suoi discorsi sul progresso e l'e­ducazione, minacciando così lo scopo e l'esistenza stessa del Rito Antico. Avrebbe portato il Presente nella comu­nità, mentre a noi andava benissimo vivere nel Passato.

Brian doveva diventare uno di noi o partire. L'unica al­ternativa era troppo terribile da prendere in considera­zione.

A quel punto udii una voce infantile acuta dietro di me.

«Mamma, è quella la donna che chiami strega? Non sembra una strega, assomiglia all'amica del dottore.»

Mi voltai lentamente per vedere chi aveva parlato. Annie Fairfield, con un vestitino stampato, impallidì lenta­mente e strinse con fare protettivo la mano del bambino coi capelli di stoppa che le stava accanto.

Uno spasmo di rabbia mi percorse. Alzai la mano con calma determinazione e puntai il dito contro il piccolo. Poi voltai loro le spalle, ridendo tra me.

(La ragazza che ero stata non l'avrebbe mai fatto, ma la gente doveva imparare con chi aveva a che fare.)

Dietro di me udii il bambino cominciare a tossire violentemente e ansimare. Non mi voltai. Tornai a casa, sorri­dendo tranquilla. Avrebbero imparato.

Aspettavo Brian quella sera, e avevo messo a cuocere il pollo per fare la fricassea, ma era stato trattenuto da un paziente e arrivò circa con un'ora di ritardo. Ero così ar­rabbiata da volergli infliggere una lezione, ma aveva un'a­ria tanto stanca e preoccupata che lo perdonai subito.

«Cosa succede, Brian?»

«Un'emergenza; il piccolo Fairfield ha l'asma, e per un attimo ho creduto di doverlo trasportare con la mia mac­china all'ospedale di Arkham, poi invece si è ripreso. Ac­cidenti, vorrei avere a disposizione un ambulatorio come si deve e una tenda a ossigeno. Dovremo trovare il modo di procurarci qualcosa per le cure più urgenti senza essere costretti ad andare ad Arkham.» Era pallido e stravolto. «Ogni volta che c'è un'urgenza capisco cosa vuol dire, curare la gente in posti del genere.»

«Fairfield. Si tratta di...»

«Sì, è il figlio di Annie.»

«Le sta bene.»

«Sara!» esclamò scandalizzato. «Come fai a dire una cosa del genere? Solo perché Annie è una nevrotica igno­rante e ti ha insultata, non ti dispiace per suo figlio mala­to?»

«Non ha senso essere sentimentali con persone del ge­nere», replicai.

Mi guardò accigliato e commentò: «Sara, credo che questa casa ti disturbi, anche se forse non te ne rendi con­to. Avrei giurato che un atteggiamento del genere, una crudeltà simile, ti fossero estranei quando sei arrivata qui. Mi chiedo se sia bene che resti ad abitare qui».

«Ma certo, che rimango!» sbottai. «Ho vissuto in que­sta casa trecento anni e non intendo lasciarla andare in malora proprio adesso!»

Buttò la giacca su una sedia. «Non ho intenzione di liti­gare, Sara, sono troppo stanco. Non so cosa stai cucinan­do, ma ha un profumino delizioso. Spero che sia pronto.»

Fece mille complimenti per la cena, ma la nube tra di noi non si dissipò. Dopo aver finito di mangiare offrimmo i resti a Zenzero, nonostante le mie deboli proteste. «Sta diventando troppo grasso, lascia che i topi si moltiplichino. I gatti, in questa parte del paese, non sono solo anima­li da compagnia, devono guadagnarsi da vivere.»

Ma mi limitai a quell'osservazione. Brian era troppo esausto per suggerire di andare di sopra; dopo aver termi­nato di lavare i piatti - insistette per aiutarmi ad asciugarli e a riporli - sembrò soddisfatto di sedere al tavolo della cucina per sorseggiare un'ultima tazza di caffè. Non avevo molto da dire: stavo pensando al modo migliore per sug­gerirgli di unirsi a me nel culto del Rito Antico.

«Vorrei tanto che avessi un telefono, Sara. Questa sera sono in servizio e devo essere reperibile, quindi non posso trattenermi più di mezzora: mio cugino James è rimasto in piedi metà della notte scorsa per far nascere un bambino, e gli ho promesso che sarei tornato per le nove così lui po­trà andarsene a letto. Non mi stai ascoltando, Sara?»

Ero con la testa altrove: stavo pensando che, con il Grande Sabba alla prossima luna nuova, avevo circa dieci giorni a disposizione per convincerlo a diventare uno dei nostri. Risposi invece subito: «Certo che ti ascoltavo. Mi è solo sembrato di sentire un rumore nel giardino dietro la casa».

Reclinò il capo per concentrarsi. «Non saprei. Sara, vorrei che mi permettessi di regalarti un cane.»

«Zenzero è meglio di qualsiasi cane», ribattei. «Mi av­vertirebbe se ci fossero degli estranei in giro.» Mi avvici­nai alla finestra, seguita da Brian. Non avrei potuto giurar­lo, ma mi parve che una sagoma scura si allontanasse nel buio.

Zenzero mi avvertirebbe se ci fossero degli estranei. Ma mi segnalerebbe la presenza di qualcuno che conosce? Non ero ancora abituata all'uso della Vista da strega, ma mi sentivo a disagio. Matthew Hay non aveva ancora fatto la sua mossa, ma non era certo tipo da scordare un insulto o un'offesa. Non poteva muoversi contro di me, o almeno non in quel momento. Dopo il Grande Sabba, quando avrebbe avuto meno bisogno di me, sarebbe stato diverso e avrei dovuto fare attenzione, ma prima di allora non ave­vo motivo di avere paura.

Non per me stessa. Ma si sarebbe vendicato su Brian?

Brian stava prendendo la giacca. «Devo andarmene, Sara. Il cugino James è piuttosto avanti con gli anni, e non vorrei che si affaticasse troppo.»

Presi una lanterna e lo accompagnai fino all'auto. Un malessere terribile mi stava invadendo.

«Brian, non andare, ti prego!» Posai la lampada a terra e mi aggrappai a lui.

Mi baciò appassionatamente, a lungo, poi si ritrasse: «Sara, sai che devo andare. Sapevi che sarebbe stato così quando hai deciso di innamorarti di un medico!» mi ricordò ridendo. «Faresti meglio a sposarmi subito e a tra­sferirti in città con me!»

Mai! L'amore è una cosa, ma non sono fatta per il matri­monio e la vita famigliare. Ma mi sentivo così preoccupata per lui che non mi misi a discutere.

«Brian, non devi andartene, non devi salire su quella macchina!»

Mi guardò con un'espressione dura, quasi adirata. «Non fare la paranoica, Sara. Oggi ne ho già avuto abba­stanza con Annie Fairfield. Sta facendo del suo meglio per convincermi che sei una donna pericolosa, una strega. Al­la fine le ho detto di chiudere il becco, ma non mi sei d'aiuto quando dici queste sciocchezze nevrotiche. Buonanotte, tesoro. Cercherò di passare a trovarti domani.»

Si mise al volante, chiuse energicamente lo sportello e avviò il motore. Rimasi dove mi trovavo, preparandomi al peggio in preda al terrore. Cosa potevo fare? Cosa mai po­tevo fare? Mentre l'auto si allontanava, restai sui gradini immobile, disperata. Ascoltai il suono del motore che si disperdeva giù dalla collina.

Poi accadde quello che temevo da quando aveva tocca­to la maniglia dell'auto. Il rumore del motore cambiò; udii uno stridore improvviso dei freni, un altro suono che non riuscii a identificare e uno schianto fragoroso di metallo, vetro e parti meccaniche.

Afferrai una torcia in casa e corsi giù dalla collina. In fondo alla strada, dove un ponticello superava il torrente, prima di una curva a destra che risaliva il dosso verso la fattoria Whitfield, l'auto di Brian era invece andata dritta e si trovava di traverso, con il paraurti accartocciato e la fiancata rientrata. Penso di avere urlato correndo verso l'auto e cercando convulsamente di aprire lo sportello. Brian era accasciato sul volante, la fronte imbrattata di sangue, e per un attimo terrificante pensai che non respi­rasse.

Poi aprì gli occhi, ancora intontito, e ricominciai a re­spirare anch'io.

Disse con voce stordita: «Sapevo che avrei dovuto far controllare i freni. Hanno smesso di funzionare quando ho cercato di rallentare per affrontare la curva. Sono for­tunato di essere ancora vivo. Se la portiera si fosse spalan­cata quando ho colpito il ponte, sarei stato sbalzato fuori e mi sarei rotto il collo».

«Sei ferito?»

«Credo...» si mosse con cautela. «Sì; ho la caviglia rot­ta o slogata. Il piede mi è rimasto bloccato tra il pedale della frizione e quello del freno.»

«Brian, cosa posso fare?»

Rifletté per un minuto, col viso deformato dal dolore. «Odio farti vagare per la campagna col buio...»

«Ma lascia perdere! Cosa potrebbe succedermi, da queste parti?»

«Supera la fattoria dei Whitfield, perché non hanno il telefono, e va' dai Millard: si tratta di una grande casa ver­de con un enorme fienile sul retro. Telefona a mio cugino James: verrà qui in auto a prendermi.»

La passeggiata nell'oscurità, squarciata solo dal raggio tremante della mia torcia, fu bizzarra: mi sembrava di es­sere circondata da spettri. La mia mente era come sospe­sa: non riuscivo a pensare a nient'altro che a Brian, bloc­cato nell'auto semidistrutta. Feci la telefonata, e James mi disse di restare dov'ero. I Millard, contadini gentili, ospi­tali e simpatici, mi offrirono una tazza di caffè e una fetta di torta di mele, pieni di comprensione per la strana ragazza e il povero dottore ferito nell'incidente. Il signor Millard si offrì di andare col trattore, alla luce del giorno, a tirar fuori l'auto di Brian dal fosso per portarla al garage di Madison Corners («Non ha senso pagare il carro at­trezzi, costa un occhio!»). Poco dopo vidi delle luci in strada, e l'ora successiva fu troppo densa di avvenimenti per lasciarmi il tempo di pensare. James e il signor Millard estrassero Brian dall'auto e lo sistemarono sul sedile po­steriore del veicolo del cugino; questi, che si rivelò essere un tipo anziano con i capelli bianchi e i lineamenti angolo­si, mi chiese se me la sentivo di guidare, e quando gli ri­sposi affermativamente mi informò che lui e Brian non potevano assentarsi contemporaneamente dal lavoro, e mi chiese di depositarlo alla casa che dividevano a Madison Corners per poi accompagnare Brian al pronto soccorso dell'ospedale di Arkham, dove gli avrebbero fatto una ra­diografia della caviglia prima di sistemargliela.

Non mi venne in mente neppure per un istante di pro­testare: si trattava di una soluzione estremamente raziona­le. Brian mi tenne la mano al pronto soccorso, in attesa della radiografia, e mi ringraziò molte volte per l'aiuto che gli avevo prestato. Non accennò al fatto che avevo previ­sto l'incidente, ed era talmente pallido per il dolore che non cercai neppure di ricordargli che gliel'avevo detto.

La caviglia era solo slogata e, quando l'ebbero fasciata, riaccompagnai Brian a casa e lo misi a letto somministran­dogli la codeina che i medici di Arkham mi avevano dato. Avrebbero voluto fargli passare la notte in ospedale, ma si era rifiutato affermando che il cugino James era troppo vecchio per occuparsi da solo dei pazienti sparsi qua e là. «Sara mi accompagnerà in giro in auto per un giorno o due, se ne avrò bisogno. Ma credo che riuscirò a cavarme­la da solo.»

Quando si fu addormentato tornai a casa Latimer, buia e deserta, alle prime luci dell'alba. Ero troppo stanca per dormire: rimasi in cucina, a coccolare Zenzero che mi si era acciambellato in grembo... Quando avevo smesso di chiamarlo Barnabas? Era anche quella opera di Matthew Hay? La collera dentro di me stava crescendo.

Brian era mio.

Come osava interferire Matthew? Finché non mi stan­cavo di Brian, nessuno al mondo aveva il diritto di occu­parsi di lui. Matthew doveva aver manomesso i freni, e gli avrei dato per quello una bella lezione.

Attesi il sorgere del sole e il confronto con lo stregone presuntuoso che osava toccare il Prescelto della sua sacer­dotessa e strega.

 

CAPITOLO 14

Una strega non può amare

 

Mentre il sole, occhio rosso e infiammato tra gli strati di nubi, saliva in cielo, Zenzero mi saltò giù dalle ginocchia e sparì fulmineo dalla porta della cucina. Uscii nell'orto di erbe aromatiche, fragranti sotto il velo di rugiada, e mi incammi­nai lentamente alla volta del cimitero. La chiesa diroccata era il punto d'incontro, e scegliendo io stessa il momento e il luogo del confronto partivo avvantaggiata.

Prima di oltrepassare il cancello di metallo contorto, però, mi accorsi che era troppo tardi. Matthew Hay lo sta­va superando, diretto verso casa mia con passo lento e de­ciso, con Tabitha a fianco. Dovetti rinunciare al mio pro­getto; alzando le spalle, feci dietrofront e tornai in cucina insieme a loro. Lasciare che fossero loro a scegliere il luo­go dell'incontro era uno svantaggio, ma protestare mi avrebbe reso ancora più vulnerabile. Cercai di nascondere la mia paura. Potevo combatterli entrambi, se avevano unito le forze per schiacciarmi?

Un tempo ne sarei stata capace. Ma dopo sette anni, e ancora vacillante nella memoria e nella coscienza dei miei poteri, non ne ero certa. Feci però di tutto per non mo­strare il senso di sconfitta e di timore che mi pervadeva.

«Come osate sfiorare un uomo che ho scelto per me?» urlai. «Non ne avete il diritto! Conosco i vostri nomi!»

«Lo so», concesse Matthew, «ma questo è troppo im­portante per una meschina rivalsa. Ne va della vita intera della congrega. Non cercare di opporti a noi, Sara: abbia­mo tutti bisogno l'uno dell'altra.»

Tibby rincarò la dose: «Non capisci, Sara? Il dottore appartiene alla tua vecchia vita: la ragazza che eri prima di tornare da noi stava cominciando a innamorarsi di lui. Sai che non sappiamo amare, che non possiamo permetterce­lo. Rinuncia a lui, Sara. Finirebbe per farti ritornare quel­la di prima».

Sì, pensai, paralizzata dalla sgomento. Amo Brian, o meglio la ragazza che era in me aveva iniziato a volergli bene. E una strega non può amare se vuole conservare l'e­norme potere di manipolare la mente e la vita altrui.

Una persona innamorata pensa a qualcuno diverso da sé. Il potere di una strega deriva - almeno in parte - dal fatto che si concentra il più possibile sulla propria volontà e sui suoi desideri: si tratta di una forma di «pensiero po­sitivo» elevata all'ennesima potenza. Questo concentrato di forza di volontà può produrre un'energia incredibile, ma deve restare puro e fecalizzato su ciò che la strega de­sidera. Pensare anche solo marginalmente al bene di un'altra persona è sufficiente a distruggere l'incantesimo.

È in questo modo che i miliardari accumulano una for­tuna: si concentrano esclusivamente su ricchezza e potere, e non dedicano neppure un istante al prossimo. Alcuni, una volta diventati ricchi, cercano di comprarsi delle don­ne per vanità, ma si tratta in genere di uomini incapaci di amare.

Basta pensare poi ad Alberico, re dei Nibelunghi: era un nano deforme che doveva rinunciare all'amore in cam­bio di potere e ricchezza incommensurabili.

E ora, spettava a me scegliere.

O avevo invece scelto per tutta l'eternità, trecento anni prima? Ero ancora libera di decidere?

Replicai balbettando all'uomo alto dallo sguardo cru­dele e alla piccola donna con i capelli chiari e il viso duro: «Perché non mi lasciate andare? Dovreste essere contenti se scelgo Brian, almeno tu, Tibby. Così avresti Matthew tutto per te e nessuno a contenderti il potere e il ruolo che eserciti nella congrega».

Tabitha abbozzò un sorriso e la sentii esitare, ma Mat­thew esclamò incollerito: «Se cento anni fa avessi permes­so ai sentimenti di frapporsi tra te e il potere che, come una droga, ti è diventato indispensabile, ti avrei lasciata andare. Adesso no. Siamo troppo pochi. Abbiamo biso­gno di te: non possiamo permetterci di perdere neppure una strega col tuo potere».

Scossi il capo come per chiarirmi le idee. Proposi allo­ra: «Perché non avvicinare Brian al Rito Antico?»

«No. Appartiene alla giovane che eri, la sua presenza nella congrega ti riporterebbe verso quella tua vecchia identità. E poi, ci tiene a fare il filantropo. Si sente sempre obbligato a mettere il bene degli altri prima dei suoi desi­deri. Rispondimi in tutta onestà, Sara: potrebbe posseder­ti come ho fatto io, in modo brutale, solo per soddisfare i suoi appetiti? E riuscirebbe a permetterti di assecondare le tue voglie senza preoccuparsi dei propri sentimenti?»

No, pensai. Brian voleva tutto di me, l'aveva messo in chiaro. Anche da un punto di vista sessuale, il desiderio era secondario rispetto al benessere della persona amata. Avevo sempre saputo, immaginavo, che Brian non avrebbe potuto essere reclutato da un culto del genere. Se, se­guendo il mio momentaneo desiderio, volevo Matthew Hay, Brian si sarebbe aspettato che pensassi ai suoi senti­menti e che rinunciassi ad altri uomini. Oppure, peggio ancora, avrebbe «capito» e mi avrebbe permesso di fare quello che volevo solo in virtù dell'amore che provava per me.

No, non avrebbe potuto diventare uno stregone. Non era capace di fare del male al prossimo per soddisfare i suoi desideri, non era in grado di mettere il suo vantaggio personale al primo posto rispetto, per esempio, ai suoi do­veri di medico.

«Lo vedi anche tu», insistette Matthew, «che non può essere uno di noi. La tentazione dev'essere allontanata. Abbiamo troppo bisogno di te, Sara, per permettergli di portarti via. Rinuncia a lui ora e torna da noi, altrimenti dovremo... eliminarlo. Hai visto cos'abbiamo fatto stanot­te, e si trattava solo di un avvertimento. La prossima volta non ci limiteremo a quello. La prossima volta morirà.»

Ripetei caparbia: «Ma io lo voglio ancora!»

«Sii ragionevole, Sara. Se vai ancora a letto con lui sarai in grado di prendere ciò che vuoi da lui, di desiderarlo so­lo fisicamente, o ti lascerai vincere dal sentimento?»

«Se lotto per lui...»

Tibby replicò: «Se lotti per lui lo farai per l'amore che provi, e i tuoi poteri diminuiranno lentamente: non saresti comunque in grado di salvarlo. E poi, insomma, cosa vuoi da lui? È solo un uomo! Il mondo ne è pieno, e se desideri portartene uno a letto ti è sufficiente schioccare le dita. Sei giovane e bella, e hai conservato il tuo vecchio fascino. Devi lasciarlo andare, Sara, e se non riesci a capirlo toc­cherà a noi separarti da lui. Quando sarà morto capirai alla svelta che un cadavere non può darti nulla: né piacere, né potere e certo non amore! Hai bisogno di una lezione così esemplare?»

Mi sentii schiacciata, sconfitta. Avevano ragione, pro­babilmente. Trecento anni di volontà di potere mi sugge­rirono che avevano ragione. Eppure... eppure...

«Hai ancora degli scrupoli?» chiese Matthew. «E va bene; faremo un patto. Torna con noi - completamente, senza riserve, come sai anche tu di volere, e non insistere­mo perché muoia. Possiamo facilmente obbligarlo a la­sciare la comunità, ma non lo toccheremo con un dito.»

Sapevo di non avere scelta. «D'accordo, allora», dissi. «Lasciate stare Brian e sono con voi.»

Non avevo capito che piano intendevano organizzare, ma quando me lo spiegarono mi accorsi che era l'unico sistema per salvare Brian. Se continuava a frequentarmi sarebbe sicuramente morto, perché Matthew e Tabitha avrebbero senza dubbio messo in atto le loro minacce. Lasciai quindi che procedessero come avevano deciso di fare.

Erano le quattro del pomeriggio quando udii un'auto risalire la collina. «Brian», mormorai, e guardai Matthew.

Eravamo tutti di sopra, nell'enorme letto a baldacchi­no. Mi ero chiesta, la prima volta che l'avevo visto, perché era così vasto, perché una vecchia avesse bisogno di tanto spazio e di tutti quegli specchi in camera da letto. Ormai l'avevo capito, avevo imparato di nuovo perché. Nello specchio inclinato, tra i vapori della fragranza afrodisiaca, vidi i nostri tre corpi nudi, quello di Tibby delicato ed esi­le, quello di Matthew marmoreo, snello e agile come quel­lo di un gatto, e il mio avvolto in nubi di capelli rossi.

Mi piegai su Tibby, e con la bocca trovai dapprima la sua, poi scesi più giù, mentre con le mani le accarezzavo i capezzoli. I nostri corpi aderivano e si contorcevano all'u­nisono mentre Matthew, che mi stava a cavalcioni, mi pe­netrava da dietro. Era instancabile, sempre eccitato, e mi chiesi come riuscisse a essere ancora così arzillo dopo tut­to il tempo trascorso a letto con noi. Le mani di Tibby gio­cavano con il mio seno, eccitandolo, mentre Matthew si piegava su di me per stringerla convulsamente e morderle i capezzoli.

Al piano inferiore udii il passo zoppicante di Brian e la sua voce: «Sara?»

«Quassù, Brian», gli risposi, con la voce che mi man­cava mentre Matthew accelerava il ritmo, cancellando in me ogni altra percezione. Mi accorsi vagamente che stava salendo le scale. Zoppica. Dev'essere la caviglia che gli fa ancora male.

Sarei dovuta scendere.

No. Meglio lasciar perdere.

Le spalle larghe di Matthew si sollevavano e scendeva­no su di me, mentre mi penetrava energicamente, e mi sentii sospirare, gemere, implorare e urlare per la voglia insaziabile. La porta si spalancò proprio mentre esplode­vo di piacere contorcendomi e aggrappandomi ai miei compagni, e vidi il viso pallido e scioccato di Brian, incre­dulo, nello specchio.

Aspettai che il respiro mi si calmasse e gli feci un sorri­so pigro e sensuale.

«Non vuoi unirti a noi, Brian? C'è abbastanza spazio per tutti.»

Mossi la mano sulle labbra di Tibby; lei mi morse deli­catamente un dito e mormorò: «Sì, Brian. È da molto che mi chiedo cosa nasconde quel tuo camice inamidato».

La porta si richiuse con violenza, nascondendo la faccia di Brian. Lo udii scendere incespicando le scale, con l'an­datura ondeggiante di un ubriaco. La porta di casa sbatté: dopo un attimo udii l'auto avviarsi e partire.

Scoppiai in un pianto convulso e mi aggrappai a Matthew conficcandogli le unghie nella carne.

«Fammi dimenticare!» esclamai, «fammi dimentica­re!»

E così fu.

 

CAPITOLO 15

Il coltello col manico nero

 

Mancava ormai poco al Grande Sabba.

Non avevo più visto Brian; non me l'aspet­tavo, del resto, né, a dire la verità, avrei desi­derato incontrarlo di nuovo. Una strana emo­zione sembrava sopraffarmi. Senso di colpa? Vergogna? E perché mai? Avevo solo cercato l'unica forma di piacere che era importante per me, quello fisico. Rifiutavo ostina­tamente di pensare di avere agito male: dopotutto, che di­ritto aveva di considerarsi padrone del mio corpo, solo perché avevo voluto portarlo a letto con me? Gli avrei permesso di tenermi tutta per lui?

Che ipocrisia! Desiderava trarre un piacere egoistico dal mio corpo ma, sebbene avesse continuato a ripetere che desiderava il meglio per me, in realtà intendeva dire che doveva essere solo lui a darmelo. Che bell'amore!

Eppure la memoria non mi dava tregua: ricordavo com'era stato dolce con me quando ero stata sola, i gesti di tenerezza, quanto mi era piaciuto fare progetti per il re­sto delle nostre vite...

Meglio dimenticare tutto. Ormai mi restavano solo i fratelli e le sorelle della congrega e, di lì a poco, avrei ritro­vato il ruolo che mi spettava, e questa volta non più drogata e priva di conoscenza, ma in pieno possesso delle mie facoltà e con il mio benestare.

Non rifuggivo da quello che sapevo di dover fare. Niente più poteva nuocermi.

Nei giorni seguenti, a Madison Corners, vidi un paio di volte la donna - Claire, mi pare - che mi aveva soccorso la mattina dopo il Sabba; ero in debito con lei, ma non avevo tempo per gli estranei in quel momento.

Un giorno, in paese, incontrai Matthew Hay allo spac­cio; mentre mi riaccompagnava lungo la strada mi disse: «Al Grande Sabba, per riprendere il tuo posto devi dimo­strare la tua indipendenza dalle leggi umane. Con questo gesto, che è considerato un crimine dalla società terrena, dimostrerai che sei disposta ad affidare la tua vita nelle nostre mani: è un simbolo della fiducia nel fatto che non ti tradiremo mai, dato che un nostro tradimento sarebbe la tua rovina».

E ricordai che avevo ripetuto quello stesso gesto in tut­te le mie vite. Il coltello dal manico nero sull'altare era il simbolo di quell'atto: l'unico sacrificio umano compiuto in onore dell'Essere Cornuto quando una strega ritornava a prendere il suo posto. Con quell'arma avrebbe ucciso qualcuno sull'altare sacro, e per quell'unico Sabba il cor­po nudo di una donna viva sarebbe stato sostituito da un cadavere. Questo significava che la strega non avrebbe mai potuto abbandonare o tradire la congrega, perché sa­rebbe stata accusata e condannata per omicidio grazie alla testimonianza di dodici testimoni. Dopo, il corpo senza vita sarebbe stato posseduto da tutti i presenti, quindi se­polto in segreto in un luogo conosciuto solo dai membri della congrega.

Chiesi: «Chi sarà la vittima?»

«Cosa importa?» domandò Matthew. «Uno del posto, un ignorante qualsiasi. Il mondo non ne sentirà la man­canza.»

Dovetti dichiararmi d'accordo. Perfino Brian aveva detto che forse sarebbe stato meglio che morissero tutti. Dimentica Brian.

Smisi quindi di fare domande e lasciai che se ne occu­passero loro. Una vittima sarebbe comunque stata fornita dall'Essere Cornuto: sempre era stato e sempre sarebbe stato così.

Trascorsi il giorno prima del Sabba nello studio al pia­no superiore della vecchia casa Latimer, dipingendo come una persona posseduta, quale forse ero. Conservo ancora quel quadro, che costituisce l'unico ricordo di quel perio­do terribile. Ce l'ho davanti agli occhi mentre scrivo, e conserva ancora il potere di farmi rabbrividire. Mi sono chiesta se è solo per via dei ricordi che fa rivivere in me, degli orrori che mi richiama alla mente, invece no. Tutti coloro che hanno visto la tela sono vinti dalla paura e dalla repulsione per il suo potere soprannaturale di evocare i più antichi incubi del subconscio. Eppure vi è rappresen­tato solo un cimitero illuminato da una grigia luce astrale, con il terreno che sembra tremare e sollevarsi. Sullo sfon­do si staglia una quercia spaccata a metà da un fulmine, e da un ramo pende una figura, costituita solo di poche li­nee e ombre: è l'immagine che vedo ogni mattina nello specchio. Tutta la raffigurazione è dominata da una gigan­tesca Creatura con le corna avvolta nell'ombra, dall'aria minacciosa, curva, maestosa...

Mi sono detta un centinaio di volte che dovrei bruciare quel quadro morboso. Eppure so che è l'unico grande di­pinto che sarò mai in grado di fare, anche se mi sono venuti i brividi quando ne ho visto il titolo nel catalogo della mostra l'anno scorso.

Numero 15. La strega impiccata, di Sara Latimer...

Mentre il sole calava scarabocchiai la firma in un ango­lo del quadro e lo misi da parte. Era troppo presto per ac­cendere una lampada, quindi frugai in una delle stanze vuote alla luce del tramonto in cerca di ciò che volevo. In­fine la trovai, avvolta tra erbe fragranti che non riconobbi: era una lunga tunica di seta ricamata a mano con simboli bizzarri. Me la infilai dalla testa e sentii la sua magia perva­dermi.

È una bugia che tutte le streghe lavorano nude. (Il sem­plice buonsenso basta a capire che, in inverno - e uno dei Grandi Sabba cade appunto nel cuore della stagione fred­da -, finirebbero per morire assiderate.) È vero però che alcune congreghe si riuniscono senza indumenti, o che al­cuni membri giungono alle riunioni nudi. Il fatto è che nel circolo magico della stregoneria non bisogna indossare nulla che si porta anche il resto del tempo, e nelle epoche passate non tutte le streghe avevano abbastanza vestiti da poterne riservare uno solo per le cerimonie. Quindi, inve­ce di optare per un indumento portato tutti i giorni, agiva­no nude...

Tabitha venne a prendermi un'ora dopo il tramonto, e mi avvertì della sua presenza con pochi colpi, quasi im­percettibili, alla porta. Avvolta in un lungo scialle, sem­brava distante e glaciale, e non parlammo mentre attraver­savamo lentamente il giardino di erbe, che emanavano un profumo penetrante. (Quella notte faceva caldo! Perché sentivo così freddo?)

Giungemmo al cimitero, evitando le pietre tombali semidistrutte; alzando lo sguardo vidi la sagoma della collina soprastante e la sua cima dalla forma insolita. Non si vedeva nient'altro, se non l'erba su cui, di giorno, pascola­vano pigramente le mucche dei Whitfield; la quercia col­pita dal fulmine doveva essere diventata polvere decine di anni prima. Eppure, un sesto senso mi diceva che lì, nella mia prima esistenza, il mio corpo era stato appeso, senza vita, dannato.

Eppure ero lì...

Avvicinandomi alla cappella diroccata, intravidi pallide luci che filtravano dalle feritoie delle pareti, e seppi così che la congrega si era già riunita. Per un attimo i miei pie­di si rifiutarono di avanzare e venni soffocata dal terrore. Io, Sara Latimer, stavo davvero attraversando un cimitero diretta a una chiesa abbandonata dove avrei commesso un omicidio rituale?

Erano tutte finite male.

Per un attimo la visione del viso di mio padre mi passò davanti, ma la rimossi trasalendo.

Erano morti. Per quanto ne sapevo mi stavano aspet­tando all'inferno.

Io, invece, non sarei mai morta del tutto.

Tibby mi prese per un gomito senza parlare. Sapevo che in un momento del genere non avrebbe aperto bocca se non le avessi rivolto io la parola per prima.

(L'avevo guidata in quello stesso modo nove anni pri­ma. No, non ero stata io! Oh, smettila di cercare di capire. Fa' quello che devi, segui la corrente, accetta l'inevitabile, le forze della natura crudele.)

L'oscurità era carica di suoni, i grilli si muovevano nel­l'erba, una cicala friniva con insistenza su un albero, in lontananza una volpe gridò il suo richiamo, impegnata nelle sue attività notturne e un gufo, con un battere d'ali silenzioso, ci superò durante la sua caccia vorace; poi si udì il flebile lamento di una piccola creatura che stava mo­rendo nel prato. Tuttavia mi sentivo oppressa dal silenzio.

Chiesi quindi mormorando a Tabitha: «Luci? Hanno già cominciato?»

«Sì, ci stanno aspettando. Non puoi presenziare alle cerimonie di apertura finché non ritorni a essere una di noi. Hai l'unguento?»

Annuii ed estrassi dalle pieghe della tunica un vasetto. Tibby ne svitò il tappo e me ne spalmò una piccola quan­tità sulla pelle sottile delle tempie.

Quasi subito, anche se avvertii un'ondata della solita nausea, ebbi l'impressione di vederci meglio e il cimitero buio si rischiarò grazie alla strana luce grigiastra che avevo cercato di dipingere quel giorno. Parte di me sapeva che l'effetto fisico era provocato dall'azione fisiologica del ve­leno - la belladonna dilata le pupille -, ma in parte si trat­tava di un'apertura psichica verso dimensioni sconosciu­te. Sotto i piedi mi parve che la terra si sollevasse e bruli­casse di morti, e mi trovai a rabbrividire dal freddo; quella volta, però, non finii in preda al delirio, ma riuscii a distin­guere quanto era reale e quanto, invece, andava attribuito alle illusioni dovute alla droga e all'emozione.

Anche la tenue luce delle candele all'interno della chie­sa in rovina mi dava fastidio agli occhi. Per un attimo ebbi l'impressione di galleggiare. I membri della congrega era­no in ginocchio e stavano cantando in cerchio attorno al­l'altare e alla figura che vi era distesa sopra: si trattava di un corpo maschile nudo che si contorceva, senza viso, senza forma, quasi inumano ai miei occhi drogati. Sapevo però che la grande Divinità con le corna era Matthew che portava la maschera del dio: sapevo anche che l'enorme fallo se l'era legato e che la punta rossa era vernice, in ri­cordo dei tempi in cui la funzione del sacerdote, durante quel rito per la fertilità, era stato il sacrificio della vergi­nità di ciascun membro, e la punta color sangue serviva semplicemente a richiamare alla mente quella funzione. Pur sapendolo, rabbrividii perché mi trovavo di fronte al Dio dei Boschi in persona, e conoscevo la tremenda paura provata dagli adoratori del dio Pan: il panico.

Tra le figure presenti, tutte vestite di una tunica come la mia, ne vidi una che mi risultava estranea eppure familia­re: Colin MacLaren.

Chiesi a Matthew: «E questo è...?»

«Il dottor MacLaren, Sara; si tratta di un adepto della costa occidentale.»

Anche Claire era presente, avvolta in un lungo mantello col cappuccio che ne dissimulava le fattezze.

«La mia discepola», la presentò il dottor MacLaren.

«E sia», accondiscesi. «Se garantisce per lei, è la benvenuta.»

La scena mi tremò davanti agli occhi: la grande figura con le corna si trasformò, com'era già accaduto, diventan­do minuscola e subito dopo immensa. Le sagome rannic­chiate erano grottesche, e i loro visi assumevano le fattez­ze di strani animali. Ero sola: Tabitha era scivolata al suo posto nel cerchio. Il fumo dell'incenso mi stava soffocan­do! Matthew - o la divinità - mi infilò in mano un coltello. Non era quello col manico bianco, che rappresentava l'a­spetto positivo dell'attività di una strega, usato per taglia­re foglie e radici, per confezionare bacchette di salice, per aiutare e guarire, ma quello col manico di ferro nero.

Il coltello del sacrificio.

Mi mossi mio malgrado verso l'altare. Vidi il corpo nudo che vi giaceva sopra, la croce scarlatta tracciata sul suo cuore con il sangue di un animale. Sollevai il coltello.

Poi la scena mi vibrò davanti agli occhi e cambiò. Quel­la forma senza viso e senza corpo assunse sembianze note, quelle di un viso e di un corpo che conoscevo bene, ama­vo e ricordavo con passione e nostalgia.

Davanti a me, sull'altare, nudo e inerme, legato con lunghe funi, si trovava Brian Standish!

Il canto aumentò di volume. Il fumo dell'incenso e del fuoco mi fecero girare la testa. Sollevai il coltello.

Lo abbassai con violenza, ma non lo conficcai nel cuore di Brian!

Con un gesto netto e preciso tranciai le corde che lo le­gavano. Mentre si alzava ritrovai la voce e gridai: «Corri, Brian, corri! Scappa e chiama la polizia!»

Ma lui mi fece scudo col suo corpo quando l'Essere Cornuto si avvicinò minaccioso.

«Scappa!» lo implorai. «È troppo tardi per me! Vattene!»

«Dovrai passare sul mio cadavere», sfidò Matthew, che si era fatto sotto ringhiando.

«Provvedo subito.» Matthew ci attaccò urlando come un toro infuriato. La testa mi girava ancora, ma sentivo la follia che diminuiva lentamente in me. Osservai paralizza­ta la scena: Brian, incurante dello svantaggio fisico rispet­to all'avversario, afferrò Matthew con una mano, gli strappò la pesante maschera e lo colpì violentemente con essa. Udii il rumore dei denti che si spezzavano... e Mat­thew cadde al suolo, privo di vita.

L'atmosfera venne quindi squarciata da un grido folle: era Tibby, che si prostrò accanto a Matthew stringendolo convulsamente tra le braccia, nella speranza di ridargli la vita, ma Brian mi strattonò e scappammo via. Gli altri membri della setta stavano ancora fissando l'accaduto senza reagire, intontiti dalla droga, e capimmo che era meglio andarcene prima che si riprendessero.

Ci fermammo solo un istante a casa Latimer per pren­dere degli indumenti per Brian prima di scendere di corsa alla fattoria Millard da dove chiamammo la polizia. Anco­ra mezzo drogata rilasciai una dichiarazione: quasi subito vidi un'auto della polizia con la sirena accesa dirigersi al­l'antica cappella.

Brian mi raccontò cos'era successo.

«Ho ricevuto un tuo messaggio», disse. «Era pieno di scuse per l'altro giorno...» distolse lo sguardo. «Mi hai scritto che Matthew ti aveva ipnotizzato e ti aveva obbli­gato a farlo. È vero?»

«Sì», risposi decisa. Sapevo ormai che avevo comincia­to a rinunciare al pensiero della congrega nel momento in cui avevo conosciuto Brian, che zia Sara se n'era andata per sempre.

Una strega non sa amare.

Io amo Brian.

Quindi non sono una strega.

«Comunque, nella lettera mi imploravi di venire col buio a portarti via, e quando sono arrivato qualcuno mi ha colpito alla testa; quando mi sono risvegliato ero legato e imbavagliato su quell'altare. Poi ti ho vista arrivare, e quando hai levato il coltello in aria... be', ho avuto una bella fifa.»

Lo strinsi forte e lui, abbracciandomi, mi baciò tenera­mente. «Penso di avere sempre saputo che non l'avresti fatto.»

Successivamente venimmo tutti interrogati dalla polizia. Matthew era morto, ma si trattava chiaramente di le­gittima difesa. Tutto quello che gli altri raccontarono non venne tenuto in nessun conto perché gli agenti li trovaro­no ancora drogati, e la loro deposizione non venne quindi accettata.

Tibby non avrebbe mai dato la sua versione dei fatti. Quando la trovarono avvinghiata al corpo di Matthew era immobile e dovettero strapparla di lì a forza. Da quanto so, non ha mai più pronunciato una parola comprensibile da allora: è ancora ricoverata a Mattapan. Mi dispiace per lei. La sua unica sfortuna fu di essere molto più intelligen­te, e quindi sprecata, della maggior parte degli altri. In uno strano modo credo di averle addirittura voluto bene.

Quando tutto fu sistemato, Brian mi portò a casa di suo cugino James, dove raccontammo tutta la storia... ma solo a Colin. James non era pronto per ascoltarla.

«Ci sposeremo subito», dichiarò Brian. «La congrega non potrà riformarsi senza Matthew, Tibby e zia Sara. Senza leader carismatici si disperderanno o continueran­no a riunirsi solo per abitudine, e le loro cerimonie diven­teranno semplici e innocue occasioni sociali analoghe alle altre. Per quanto riguarda la vecchia casa di Witch Hill.... la vendiamo o la facciamo radere al suolo per costruirne una nuova?»

«Mi è indifferente», risposi. «Adesso è solo una casa. Zia Sara se n'è andata per sempre.»

«Se mai c'è stata», osservò Brian scettico. «Non è det­to che non sia stata tutta una suggestione prodotta dallo shock, Sara. Te ne sono capitate parecchie in quest'ultimo periodo, tesoro.»

«In ogni caso, non importa. Che facciamo abbattere la casa o lasciamo che cada in rovina da sola, non mi interessa. Non contiene più nulla a cui tenga, a parte un quadro e Barnabas.»

Ma quando Brian e io andammo a cercarlo, lo chia­mammo e guardammo dappertutto, lasciandogli in giro dei gustosi bocconcini di fegato, non ne trovammo trac­cia. Barnabas, Zenzero o in qualunque altro modo si chia­masse, era tornato da dov'era venuto, proprio come se fosse stato il gatto di zia Sara, ricomparso solo finché pen­sava che avessi bisogno o voglia della compagnia del mio beniamino. Non lo rividi mai più.

Non ho mai più posseduto un gatto.

 

FINE


MARIONZIMMERBRADLEY

MARION ZIMMER BRADLEY

WITCH HILL

(Witch Hill, 1990)

 

A Jonathan Frid e Barnabas

 

Nota dell'Autrice. Witch Hill e Madison Corners, con tutti i loro abitanti, esistono solo nella mia immaginazione; le città di Arkham e Innsmouth e la Miskatonic University furono create da H.P. Lovecraft. I personaggi del libro sono tutti immaginali; se viene citato il nome di una persona reale, una breve riflessione porterà il lettore a capire che qualunque nome di fantasia dev'esse­re stato attribuito, prima o poi, a una persona realmente esistente in questo nostro pianeta sovrappopolato. Quindi, se trovate citato il vostro, sappiate che non mi riferisco a voi.

M.Z.B.

 

CAPITOLO 1

Un posto dove andare

 

Cominciò a piovere proprio quando la li­mousine delle pompe funebri uscì dal cimite­ro, e durante tutto il tragitto verso la città le gocce che si abbattevano con violenza sull'au­to e il regolare fruscio dei tergicristalli punteggiarono le mie cupe riflessioni. Una settimana fa eravamo in quattro. Quattro Latimer. Mia madre - Janet Latimer -, fragile e spesso malata, per cui avevo rinunciato all'appassionante attività alla scuola d'arte ed ero tornata a casa a occuparmi di lei; la mamma era stata piena di vita e adorabile, e meri­tava tutte le attenzioni necessarie per risparmiare al suo cuore delicato ogni sforzo. Il papà - Paul Latimer - era un uomo ancora energico, magro e sempre ben dritto; i ca­pelli gli stavano diventando grigi, ma gli occhi erano viva­ci e luminosi come sempre e la sua voce forte e decisa. E Brad... Lo ricordavo con addosso l'uniforme il giorno in cui era partito per Parris Island, per il primo periodo di addestramento: aveva solo diciannove anni, ed era un ra­gazzo simpatico e sempre con il sorriso sulle labbra.

Eravamo una famiglia unita e piena di amore, in cui nessuno tentava di soffocare gli altri. Avevo abitato da so­la per tre anni, fino all'attacco di cuore della mamma, e sarei tornata a stare per conto mio quando si fosse ripresa. Brad aveva sempre desiderato entrare nei Marines: c'era stato un Latimer nelle Forze Armate fin dalla guerra d'in­dipendenza. Ciascuno di noi aveva certamente una vita propria, ma tutti avvertivamo la presenza delle radici e l'attaccamento a un nucleo saldo e compatto. Quando Brad era salito in treno, la famiglia non si stava smem­brando: stava semplicemente lasciando a mio fratello il necessario spazio per crescere. Brad era partito come un ragazzino goffo, proprio come me n'ero andata io quando ero un'adolescente timida, e sarebbe tornato uomo fatto, come io ero divenuta donna adulta e persino sofisticata, certa della direzione che volevo imboccare.

Nulla di tutto ciò era accaduto. Come una fila di tessere del domino, come fossimo stati allineati da una forza pri­va di intelligenza per essere poi abbattuti con un dito, era­vamo caduti. Tutto era cominciato con il telegramma del comandante di Brad, le cui parole mi si erano confuse da­vanti agli occhi: DOLENTE COMUNICO VOSTRO FIGLIO PAUL BRADLEY LATIMER IV MORTO INCIDENTE CON ELICOTTERO DURANTE ESERCITAZIONE, e un nome che non ero mai riu­scita a decifrare né ricordare. Il primo pensiero che io e papà avevamo avuto era stato: Mamma. Dobbiamo aspet­tare a dirglielo. Questo la ucciderebbe.

E così era stato. Era entrata mentre la notizia si leggeva ancora sui nostri visi e prima che potessimo nascondere il telegramma. Aveva detto in un sussurro: «Si tratta di Brad?» e prima ancora che potessimo rispondere o che cercassimo di temporeggiare o di mentirle era caduta a terra. Al pronto soccorso avevano dichiarato che doveva essere morta prima ancora di toccare il suolo, mentre io e papà ci precipitavamo a sorreggerla.

In una limousine funebre proprio come quella, quattro giorni prima, papà aveva parlato - quasi per la prima volta - delle sue origini. Tra le altre cose, raccontò che eravamo imparentati con metà del Massachusetts. Tutto ciò che sa­pevo della prima parte della sua vita era che era nato in una cittadina del New England vicino alla costa e che se n'era andato a sedici anni per motivi che non ci aveva mai rivelato. Non conoscevo neppure il nome della città in questione, ma quel giorno, tenendomi la mano, mi chiese con voce implorante: «Sara, quando muoio voglio essere sepolto qui, accanto a tua madre. Non lasciarti convincere a riportarmi ad Arkham, qualunque cosa ti dicano i miei parenti».

«Parenti? Non sapevo neppure che ne avessi, non ne hai mai parlato, papà.»

«No, è vero», ammise. «Credo di aver rimandato il di­scorso, anno dopo anno. Davo per scontato che ci sareb­be stato tempo, che un giorno sarei tornato lì. Dopo la morte di zia Sara» - la sorella di mio padre, scomparsa sette anni fa - «avevo intenzione di tornare e rappacificar­mi con tutti loro, o almeno con quelli che erano ancora in vita; probabilmente ormai non rimane più nessuno. Pen­savo che avrei lasciato a tutti il tempo di dimenticare la mia esistenza, ma poi ho scoperto che di tempo non ce n'era.»

Il nome mi aveva incuriosito. «Una zia Sara? È in suo onore che mi chiamo così, papà?»

Sorrise con aria cupa. «No, Sara», rispose, «ma ero nei Marines - in Giappone, per essere precisi - quando sei nata. Avevo lasciato alla tua povera mamma il compito di decidere come chiamarti e, di tutti i maledetti nomi del calendario, ha scelto proprio Sara. Non intendo incolparla, naturalmente: era il nome della sua compagna di came­ra all'università. Ma Sara era anche l'unico nome che non ti avrei mai dato!»

«Perché?»

«Un'altra volta», ribatté con una smorfia. «No, anzi, parliamone subito, visto che il tempo a disposizione può essere poco. Be', tesoro, mettiamola così. C'è sempre stata una Sara Latimer nella nostra famiglia, e nessuna è mai stata particolarmente felice o fortunata. La prima Sara Latimer fu impiccata perché accusata di stregoneria, ad Arkham quasi tre secoli fa. E da allora... sei superstiziosa, tesoro?»

«Non credo. Non più di chiunque altro, almeno.» Avevo risposto rapidamente, senza pensare. Non mi face­va paura il sale rovesciato, passare sotto una scala o un gatto nero, e non leggevo il mio oroscopo sul giornale... se non per ridere. «No, per niente.»

Mio padre aveva sorriso tristemente. Aveva il viso se­gnato dalle rughe, e improvvisamente mi parve che fosse invecchiato di vent'anni in quattro giorni. Con un brivido di terrore mi resi conto che aveva più di sessant'anni. Ed era l'unica persona che mi era rimasta...

«Neanch'io ho mai creduto alle superstizioni, o nella sfortuna, nelle maledizioni e in quel genere di sciocchezze. Però... sono nato ad Arkham e, durante l'infanzia, mi sono sorbito racconti di ogni genere sulla storia della no­stra famiglia, sulla maledizione che incombeva su di noi e soprattutto sulle varie Sara Latimer e il fatto che fossero tutte destinate a una morte violenta: ebbene sì, si raccon­tava anche quello. Non ne ho mai accennato a tua madre e, prima della tua nascita, le avevo dato carta bianca quan­to alla scelta del tuo nome. Ma quando decise che ti saresti chiamata Sara - si tratta senza dubbio di una coinci­denza -, quando lessi la lettera al Quartier generale di Okinawa, ti posso assicurare che dei brividi gelati mi per­corsero la schiena.»

«Strano», commentai con aria pensosa. «Ci sono tal­mente tanti nomi al mondo...»

«Be', Sara è senza dubbio piuttosto comune», mi in­terruppe mio padre, «ma quando seppi che aveva scelto di chiamarti così mi tornò in mente il vecchio detto sui fulmini. Quando ero piccolo e abitavo nel New England si diceva che il fulmine non colpisce mai due volte lo stes­so punto. Invece sì, è così. È addirittura più probabile che cada dove ha già colpito. La nostra vecchia casa su Witch Hill Road era in cima a una collina e ogni estate, quasi a ogni temporale, veniva colpita da un fulmine, quasi sem­pre nell'angolo di nord-ovest. Quando avevo dieci anni circa mettemmo l'elettricità, e sembrava che ogni tempe­sta danneggiasse il trasformatore all'esterno dell'abitazio­ne; mio padre fu costretto a staccarlo e tornammo alle lan­terne e alle candele. Diceva che non valeva la pena di ri­schiare un incendio solo per stare alzati fino a tardi e tra­sformare in giorno la notte. Zia Sara era contenta: a lei, l'elettricità non era mai piaciuta.»

Anch'io avvertii un leggero brivido lungo la schiena. Il fulmine si era già abbattuto due volte anche sulla nostra famiglia. Come potevo essere certa che non avrebbe col­pito di nuovo? «È per quello che non mi hai mai chiamata Sara quando ero piccola? Prima di andare a scuola ero Sissy, poi Sally fino al liceo. La mamma mi chiamava Sara, ma tu no.»

«Sì», confessò, «quel nome mi si impigliava in gola, per così dire. Avevo fatto tanto per impedire che mia figlia diventasse una Latimer... una Sara Latimer, volevo dire», si corresse. «E sembrava che il Fato fosse comunque in­tervenuto, indipendentemente dai miei desideri.»

Era una conversazione piuttosto tetra, eppure era pre­feribile parlare di quello che tornare con la mente al luogo da dove venivamo, al cimitero in cui la mamma e Brad gia­cevano l'una accanto all'altro. Sarebbe stato terribile en­trare nell'appartamento da soli. Forse sarei riuscita a per­suadere mio padre a venire via con me per qualche gior­no, magari a trovare la famiglia di cui non mi aveva mai parlato. Obiettai, quindi, con il tono più disinvolto che riuscii a trovare: «Non dirmi che tutte le Sara Latimer se l'è portate via il diavolo: io a Satana non ci credo, neppure se sta di casa ad Arkham. E poi le streghe non esistono, non ce ne sono più da almeno due secoli... neppure ad Arkham!»

«Non ne sarei così sicuro», ribatté cupamente. «E co­munque, erano brutta gente. Ci sono un sacco di Latimer da quelle parti, molti Latimer e Marsh. Mia madre era una Marsh. Sei imparentata con metà del Vermont e del Rhode Island. Tutte persone rispettabili, spesso si trattava di agricoltori, fabbri ferrai, qualche curato, di tanto in tanto una ragazza che se ne andava alla scuola normale - alle magistrali, diresti oggi - e tornava per diventare maestra. Gente cocciuta, però. Io non avrei mai chiamato mia figlia Sara come la prima con quel nome, che fu impiccata su Witch Hill. Ma la vecchia Bibbia di famiglia - la sfogliavo spesso da ragazzo, andava indietro fino al Settecento o giù di lì - citava una Sara ogni due generazioni, e appena arri­vava una nuova Sara in famiglia cominciavano i guai.»

Mio padre aveva smesso di rivolgersi a me: lo sguardo era distante, e la voce aveva preso una pronuncia nasale dell'entratemi che decenni prima si era costretto a perde­re. Stava pensando ad alta voce, non certo raccontando a sua figlia la storia della famiglia. «Una o due Sara sono morte presto, da neonate. Le altre, però, una peggio del­l'altra: Sara Jane Latimer, annegata nel 1812. Sara Lou Latimer, morta nel 1864, a sedici anni, dando alla luce un fi­glio. Era fuggita con un soldato confederato. Sara Anne Latimer fu uccisa dai cani nel 1884. E una, Sara Beth, non so esattamente cos'avesse fatto, però il suo nome è stato cancellato dalla Bibbia, quindi deve avere combinato qualcosa di terribile!»

«Non mi stupisco che creda alla maledizione della fa­miglia», commentai. «Mi sembra tutto piuttosto... sini­stro. E cosa puoi dirmi di mia zia Sara, quella a cui non devo il mio nome?»

Il viso gli si irrigidì di nuovo. «Tua zia Sara», disse len­tamente, «era una delle peggiori. Trasformò in un inferno la vita di mio padre, di mia madre e la mia. Quando le an­nunciai che me ne andavo e portavo mia madre con me, mi predisse che sarei morto nel sangue, e giurai che, fin­ché fossi vissuto, non avrei più messo piede nello Stato in cui si trovava. E così fu. È per questo che...»

I freni della limousine stridettero; venni proiettata in avanti e mi afferrai al bracciolo. Poi udii uno schianto tre­mendo di lamiere che si accartocciavano e vetri che anda­vano in frantumi, un lamento dalla provenienza incerta e un urlo terribile, e il mondo scomparve. L'ultima cosa che vidi fu il volto di mio padre: il sangue gli colava lentamen­te su un occhio immobile; poi sparì anche quello.

Quando ripresi i sensi al pronto soccorso dell'ospedale, non ci fu bisogno che mi comunicassero la sua morte. Durante le ore di incoscienza quelle parole - le sue ultime pa­role, dopotutto - mi erano riecheggiate in testa.

Mi predisse che sarei morto nel sangue...

Tutte le Sara Latimer erano destinate a una morte vio­lenta...

Il colore del sangue, il suo odore, invadevano i miei pensieri.

Si scoprì che non avevo nulla di grave, solo una leggera commozione cerebrale, una sbucciatura sulla gamba de­stra e qualche livido; mio padre, invece, era stato proietta­to fuori dall'auto al centro dell'autostrada e due o tre vet­ture l'avevano investito prima di riuscire a fermarsi. Mi consigliarono di non vederne il corpo, e all'ospedale evi­tarono di mostrarmi i giornali. Intravidi però un titolo sul quotidiano di qualcun altro: PROFESSORE UNIVERSITARIO UCCISO MENTRE RIENTRA DAL FUNERALE DI DUE FAMILIARI. Non lo lessi; girai semplicemente la testa verso il muro e lasciai che lo seppellissero in una bara sigillata.

Per la seconda volta nel giro di una settimana, stavo tornando a casa dal cimitero; la pioggia cadeva sulle tom­be di Paul Bradley Latimer III, Paul Bradley Latimer IV e Janet Soames Latimer, e stavo quasi sperando che l'auto su cui mi trovavo facesse la stessa fine dell'altra. Al diavo­lo! Il fulmine colpisce sempre due o tre volte, tutte le Sara Latimer erano finite male, e c'era posto ancora per un'al­tra tomba vicino ai miei.

La pioggia continuava a scendere scrosciando, e mi mi­si a fissare intristita la strada bagnata che scorreva davanti ai miei occhi. Il dolore sordo e bruciante alla testa, dovuto per metà alla commozione cerebrale e per metà alle lacri­me non versate, mi confondeva la mente. L'autista guida­va con lentezza e attenzione meticolosa; immagino gli fossero state impartite istruzioni precise per evitare che il ful­mine si abbattesse due volte sul suo posto di lavoro. Un pensiero macabro mi attraversò la testa: temeva pensasse­ro che cercava di farsi nuovi clienti? Iniziai a ridacchiare mio malgrado; l'autista accennò a girarsi e mi lanciò uno sguardo.

«Tutto bene, signorina?»

Borbottai una frase qualunque, sperando che avesse preso la risatina per un singhiozzo o per uno sfogo isteri­co. Maledizione, perché mai non potevo ridere? Mia ma­dre e mio padre avevano riso più di qualunque altra per­sona di mia conoscenza, e se si trovavano in un luogo da cui potevano osservarmi - in realtà ne dubitavo - non sa­rebbero stati contenti di vedermi piangere. Erano in gra­do di sapere, o chiedersi, se al ritorno dal loro funerale piangevo o ridevo, oppure Dio non esisteva e i miei non avrebbero visto né sentito più nulla per il resto dell'eter­nità?

Fissando malinconicamente la pioggia mi rammaricai per la mia mancanza di fede. Non sapevo neppure quali erano state le convinzioni dei miei genitori. Una volta mio padre aveva detto - non a me, ma a un suo collega dell'u­niversità - che da bambino gli era stata propinata tanta re­ligione da renderlo malato, e che ormai le era diventato addirittura allergico. Anche se era sempre stato ben di­sposto nei confronti del prossimo, non l'avevo mai udito esprimersi, in un senso o nell'altro, sul tema dell'immorta­lità dell'anima o dell'aldilà. Mia madre aveva portato me e Brad a catechismo quando eravamo piccoli, ma lei non era quasi mai andata a messa e non sembrava avvertire particolari obblighi religiosi.

Non che fosse strano nel nostro giro: alla fede nessuno faceva caso, non ne sentivamo la mancanza. Ne avevo par­lato un po' nel periodo della scuola d'arte; la maggior par­te dei miei amici erano cresciuti senza religione, proprio come me, e pur non sapendo bene in cosa credere cono­scevamo con precisione ciò in cui non credevamo.

Certo non immaginavo mio padre, o mia madre, o Brad seduti su una nuvola con delle ali sulle spalle a suonare un'arpa, così come non riuscivo a vederli dibattersi in un girone di dannati. L'inferno tradizionale non mi sembrava credibile, in questo secolo, più di quanto non lo fosse la visione tradizionale del paradiso. Avrei tanto voluto cre­dere che la mia famiglia vivesse ancora, da qualche parte, anche se non nel classico paradiso; invece, non potevo di­re di avere la fede né di non averla. Francamente, non sa­pevo cosa pensare. E in quel momento in cui volevo sape­re, avevo bisogno di sapere, trovavo solo un grande vuoto dentro di me.

L'auto delle pompe funebri parcheggiò davanti all'edi­ficio piuttosto malconcio di mattoni rossi che ospitava l'appartamento di cinque stanze dove ci eravamo trasferiti quindici anni prima, quando, cioè, Brad era diventato troppo grande per dormire nel suo lettino in camera mia. L'autista mi scortò premurosamente con un ombrello fino all'ingresso e, quando estrassi le chiavi, mi aprì la porta.

«Tutto bene, signorina? Non starà qui da sola, vero? Senta, non ha un'amica che può venire a tenerle compa­gnia?»

Lo rassicurai e lo guardai risalire sulla limousine e al­lontanarsi. Poveretto, faceva un lavoro davvero depri­mente. Pigiai il pulsante per chiamare l'ascensore, salii e aprii la porta di casa, cercando di prepararmi all'orribile serata che mi aspettava. No, non c'era nessuno che potessi chiamare per avere un po' di compagnia. I miei amici del liceo e dell'università si erano tutti sposati o trasferiti. Le persone conosciute negli ultimi tre anni erano a cinquemi­la chilometri di distanza, in California, e nessuna di loro mi era abbastanza vicina per compiere un viaggio del ge­nere; non avevo scritto a nessuno da quando ero tornata sulla costa orientale. Neppure a Roderick, perché sapevo che in quel caso avrei dovuto accettare di diventare sua moglie o trovare un altro buon motivo per non sposarlo.

Le luci che io e papà avevamo lasciate accese prima di andare al funerale brillavano ancora; era stato lui a dire: «Non ci farebbe bene tornare in una casa buia». Deglutii di nuovo e andai in cucina a prepararmi una tazza di tè. Ebbi una fitta al cuore. Il grembiule bianco e blu di mia madre era ancora appeso al gancio dietro il frigorifero. Ero stata io a sbrigare la maggior parte delle faccende domestiche negli ultimi mesi, ma il medico mi aveva ricorda­to che mia madre odiava sentirsi inutile, quindi le avevo affidato i lavori più leggeri che non mettevano sotto sforzo il cuore. Le presine fatte all'uncinetto pendevano dai for­nelli grazie a piccole calamite che ci aveva cucito dentro.

Pochi giorni prima eravamo stati quattro Latimer e ora restavo solo io. Sara Latimer. Nessuna di loro è mai stata particolarmente fortunata. Perché mio padre se n'era an­dato di casa? Adesso non l'avrei mai saputo. Non aveva neppure finito di raccontarmi di mia zia Sara.

Riempii il bollitore d'acqua e la teiera di foglie di tè, poi mi accorsi che non era di quello che avevo voglia. Quello del tè era un rituale familiare: entrambi i miei detestavano il caffè, quindi la panacea della mia famiglia, come il pro­verbiale brodo di pollo delle madri ebree, era una grossa tazza di tè fumante, con una dose generosa di zucchero e, quando io e Brad eravamo piccoli, di latte.

Quando, da bambina, mi andava male un compito in classe, rientravo infreddolita e bagnata dopo aver pattina­to, o ero depressa dopo una giornata pesante, quando ci ritrovavamo in cucina prima di andare a dormire, la mam­ma tirava fuori la vecchia e imponente teiera di gres e di­ceva dolcemente: «Ecco qui, ti preparo una bella tazza di tè e vedrai che starai meglio». Mi trovai sull'orlo di un al­tro attacco di riso isterico: non poteva esserci una vita do­po la morte, altrimenti mia madre, ovunque si trovasse, mi avrebbe sentito piangere e il suo fantasma avrebbe sussur­rato: «Su, Sara, va tutto bene, ti sentirai meglio dopo aver bevuto una bella tazza di tè...»

Versai risolutamente l'acqua bollente nel lavandino della cucina, andai in salotto, aprii la credenza e ne estras­si una bottiglia di scotch. Era ancora sigillata: il papà l'a­veva tenuta in serbo per i rari ospiti, dato che lui preferiva il tè e il succo d'arancia. Ne versai una sorsata abbondante nella tazza che scoprii di tenere ancora in mano e lo bevvi d'un fiato. All'inizio mi bruciò la gola, poi mi scaldò e mi calmò. Me ne versai un altro.

Il campanello suonò. Ebbi un sobbalzo. Chi mai poteva essere con quel tempaccio? Portandomi dietro bottiglia e tazza andai alla porta e aprii. Andiamo, fulmine, colpisci la terza volta. Magari è lo strangolatore di Boston.

Lo sguardo mite e critico del signor Patterson, l'ammi­nistratore del condominio - di tutti e cinque i piani e dei dieci appartamenti -, si spostò dalla tazza nella mano sini­stra alla bottiglia di scotch nella destra. «Ehm... Signorina Latimer, se ha un minuto..;»

«Mi conosce da quindici anni, può continuare a chiamarmi Sara», dissi spontaneamente. «Come può vedere, mi sto facendo una bevuta. Mi fa compagnia?»

Varcò la soglia. Continuava a lanciare occhiate furtive alla bottiglia. Pensava forse che fossi un'alcolista deside­rosa di annegare nel whisky i propri dolori? Ma quando gliene offersi di nuovo scosse il capo. «No, grazie. No, è troppo presto per me, davvero. Senta, mi scusi se mi per­metto di disturbarla in un momento del genere...»

«Devo pagare l'affitto? Ho dimenticato che giorno è. Anzi, se è per quello non ricordo neppure in che mese sia­mo.»

«Oh, no, non è per quello. Non farei... insomma... no, ma immagino... sa che il contratto d'affitto dell'apparta­mento scade alla fine di questo mese? Immagino che non abbia ancora avuto il tempo di fare progetti, ma... pensa che lo rinnoverà? Voglio dire, una donna giovane, sola, cioè, non accompagnata...»

Ebbi pietà di quel miserabile privo di tatto. «Non c'è problema», lo rassicurai, come se fossi stata io a dire la ve­rità sbagliata al momento meno opportuno. «No, non de­sidero restare qui da sola. Può darsi che torni sulla costa occidentale: sa, ero venuta qui solo per occuparmi di mia madre dopo il suo primo attacco. Del resto, credo che non potrei certo permettermi una casa così grande da so­la.»

«A proposito», intervenne di nuovo. «È al corrente che questo appartamento aveva l'affitto bloccato? Adesso però la legge è stata abrogata, e probabilmente le tariffe verranno un po'... ritoccate. Senta, forse è meglio che ne riparliamo un altro momento...»

«No.» Sollevai la tazza e bevvi una seconda dose di scotch. Cominciavo a riscaldarmi. «Ci sono troppi fantasmi qui.» Assunse un'aria stupita, ma perché avrei dovuto prendermi la briga di spiegargli? Il vecchio accappatoio di papà appeso alla porta del guardaroba, il grembiule di mamma in cucina, la camera di Brad ancora piena dei modellini di aerei che collezionava durante l'adolescenza... Non mi sarebbe stato possibile vivere i mesi successivi cir­condata da tanti ricordi. «Quando vuole che me ne va­da?»

«Non c'è fretta. No, non c'è fretta», borbottò con aria di scusa avvicinandosi alla porta. Si fermò sulla soglia. «Le ho portato la posta, Sara. Gliela lascio qui.»

Quando finalmente se ne fu andato, raccolsi una man­ciata di buste. Si erano accumulate durante un'intera setti­mana. Una delle lettere proveniva dalla società telefonica, e c'erano pure altre bollette. No, non potevo permettermi di continuare ad abitare lì. Entrai nella mia camera da let­to: conteneva meno ricordi del resto della casa e, se avessi chiuso la porta, forse tutto mi sarebbe apparso un po' più normale. Cominciai a versarmi un terzo scotch, poi cam­biai idea, e chiusi risolutamente la bottiglia; non vedevo il motivo di ubriacarmi. E non avrei neppure chiuso la por­ta per convincermi che la mamma, il papà e Brad erano ancora lì fuori; così facendo avrei rischiato di finire in ma­nicomio.

In un angolo della stanza c'era un cavalletto che regge­va un acquerello non finito. Poco prima di tornare a casa per occuparmi della mamma avevo ottenuto un secondo contratto per illustrare un libro per bambini - il primo mi aveva procurato una modesta notorietà quando aveva vin­to un premio piccolo ma prestigioso - e non ero ancora a metà del lavoro. Avevo perso tempo, dal momento che l'e­ditore non aveva fretta e io non avevo un gran bisogno di soldi; adesso, invece, guadagnare diventava urgente. Mio padre aveva avuto uno stipendio discreto ma non aveva mai stipulato un'assicurazione sulla vita, a parte una po­lizza per le esequie. La lunga malattia di mia madre, poi, aveva prosciugato i suoi magri risparmi. Dopo aver paga­to le spese dell'ospedale e dei funerali, valutai che mi ri­manevano all'inarca duecento dollari in banca. Mi sareb­bero bastati per tornare sulla costa occidentale, ma non per mantenermi mentre finivo il libro. Sarei riuscita a ter­minarlo e a farmi pagare prima che il contratto d'affitto scadesse? E quante altre bollette sarebbero arrivate a ro­sicchiare quel poco che restava?

Aprii la busta della società telefonica e osservai acci­gliata il totale.

Spinta dalla sola forza d'inerzia mi misi ad aprire anche le altre buste. Biglietti scritti a mano, quasi tutti indirizzati a mio padre: molto probabilmente condoglianze da parte di conoscenti di mia madre. Una bolletta dell'elettricità e una fattura di Macy's.

Una lettera indirizzata a me, recante il timbro di Berkeley. Roderick, pensai, e la misi da parte. Non avrei per­messo al mio umore attuale - dolore, due bicchieri di scotch a stomaco vuoto, la pioggia scura che picchiettava sui vetri - di spingermi a mentire a me stessa. Non avevo mai amato Roderick e non lo amavo neanche in quel mo­mento; la nostra breve relazione a Berkeley era stata dovu­ta in parte all'opera della chimica e della prossimità, in parte alla mia curiosità in fatto di sesso. Era durata quasi quattro mesi, era stata divertente ma, ancora prima che l'infarto di mia madre mi facesse tornare a New York, la nostra storia si stava esaurendo. Avevamo cominciato a raccontare bugie a noi stessi e all'altro; mi ero scoperta troppo spesso esasperata dai suoi piani grandiosi per un anno di studio alla Sorbona, dal suo atteggiamento condi­scendente nei confronti del mio lavoro: «Sei una brava illustratrice di libri, ma non penso sia destinata al vero mondo dell'Arte». Neanche il sesso era bastato per cal­mare gli improvvisi e terribili litigi; due o tre volte mi ero sentita annoiata a morte e gli avevo chiesto di fare l'amore perché sembrava il modo più facile per concludere una serata scialba o un buon sistema per evitare una discussio­ne senza fine su un soggetto banale. Quando avevamo co­minciato a frequentarci mi aveva chiamata strega, la sua strega dagli occhi verdi. Tutte le Sara Latimer erano stre­ghe, e comunque, prima della rottura, aveva iniziato a chiamarmi «puttana». Forse tutte le Sara Latimer erano puttane... Be', una era morta dando alla luce un figlio pur non essendo sposata, e un'altra era stata addirittura can­cellata dalla Bibbia di famiglia, quindi, come diceva mia madre, erano state «peggiori del dovuto». Non avevo mai parlato alla mamma di Roderick e me. Neanche al giorno d'oggi le ragazze parlano alle loro madri degli uomini con cui vanno a letto. È uno degli aspetti negativi della nuova libertà sessuale; almeno se sei sposata puoi essere sincera con i tuoi genitori: sanno che fate l'amore e lo danno per scontato, il che può risultare piacevole.

Al diavolo Roderick Hartmann! Gettai la sua lettera nel cestino senza neppure aprirla.

Quando aveva scoperto che me ne sarei andata da Berkeley, aveva ritrovato la passione e mi aveva chiesto di sposarlo, probabilmente illudendosi che partissi per dar­mi il tempo - o lo «spazio», come si diceva a Berkeley - per riprendermi dalla rottura con lui. Non gli avevo detto la verità e mi ero sentita lusingata quando mi aveva accompagnata all'aeroporto e si era messo a piangere. Sara Latimer, che strega.

Ma in quel momento mi sentivo sola e avrei voluto tro­varmi tra le sue braccia. (O quelle di chiunque altro. Sii onesta, Sara: in una notte del genere andresti a letto con chiunque, purché un minimo simpatico e passabile, solo per smettere di pensare alla pioggia che cade su quelle tre tom­be. Non finire di nuovo in un'altra storia come quella con Roderick!)

Magari dovrei richiamare il signor Patterson per quel bicchierino. Smettila, Sara! mi rimproverai. Non sei una strega né una puttana... per il momento.

Sotto la lettera di Roderick si trovava una lunga busta; l'indirizzo del mittente era quello di una chiesa. Qualcosa legato al funerale? No; sul timbro si riusciva a leggere Arkham, Mass. Condoglianze da un parente lontano? Do­potutto la tragedia della nostra famiglia era finita sui gior­nali, e i quotidiani di New York arrivavano nel New England. (Cos'aveva detto il papà quel giorno? «Sei impa­rentata con metà del New England.»)

No, era indirizzata a Paul Bradley Latimer III, mio pa­dre.

Desiderosa di aggrapparmi a qualunque distrazione aprii la lettera. Risaliva alla settimana precedente e recita­va così:

 

Egregio Signore,

una ricerca condotta dai nostri consulenti legali ha de­terminato che lei è il proprietario (e unico erede) della ca­sa su Witch Hill Road, già appartenuta alla signorina Sa­ra Latimer che era, credo, sua zia paterna, e che è morta nubile sette anni fa. L'abitazione è rimasta vuota da allora e, anche se abbiamo cercato di conservarne il meglio possibile almeno la struttura esterna, la definirei in catti­vo stato rispetto ai criteri cittadini, sebbene poco prima di morire la signorina Latimer avesse fatto installare l'im­pianto idraulico a sue spese, senz'altro considerevoli.

Dopo la morte della signorina Latimer ho manifestato il mio interesse ad acquistare la casa per conto dell'asso­ciazione storica della nostra Chiesa. Come saprà l'edificio venne eretto nel 1645 ed è una delle abitazioni più anti­che a non essere stata sottoposta a ristrutturazioni massicce e a conservare le fondamenta originali in questa parte dello Stato. Mi è stato tuttavia comunicato che, pri­ma di poter comprare casa e terreno, bisognava cercare gli eredi sopravvissuti della proprietà Latimer.

Sono ora in condizioni di farle un'offerta precisa per la casa e il terreno su cui è costruita. Dal momento che non penso desideri venire ad abitarci, gradirei una risposta ra­pida e un incontro per sbrigare quanto prima le pratiche del passaggio di proprietà.

Distinti saluti.

Matthew Hay

Pastore

Chiesa del Rito Antico

 

Lessi la lettera due volte, quasi incapace di capire. Proprio quando mi sembrava di essere rimasta senza un soldo e senza risorse, mi trovavo improvvisamente proprietaria di una casa, anche se, secondo la descrizione del reverendo Hay, era «in cattivo stato rispetto ai criteri cittadini». Ma poi, cosa ne sapeva un curato di campagna dei criteri cit­tadini? C'era inoltre un compratore, pronto a farmi un'of­ferta precisa da parte dell'associazione storica. Non avevo mai saputo che una chiesa avesse un'associazione storica. Se è per quello, anche la Chiesa del Rito Antico mi suona­va nuova. Mi chiesi se era un movimento fondamentalista o uno dei tanti culti eccentrici come quelli nati a Berkeley e in altri luoghi negli anni Sessanta, la cui parola d'ordine era pacifismo e la cui principale raison d'étre era evitare la leva.

Mio padre, che aveva issato la bandiera americana a Guam dopo una battaglia sanguinosa contro le squadre suicide di Hirohito, si sarebbe rivoltato nella tomba - oddio, con che disinvoltura usiamo frasi fatte del genere - al­l'idea di affidare la casa di famiglia in mani del genere.

Strano, non avevo mai sentito parlare di zia Sara fino al giorno, all'ora stessa della morte di papà e adesso eredita­vo di colpo la sua casa. Dentro di me si stava facendo stra­da una risoluzione. Ero stata privata della mia famiglia e fonte di sicurezza da un improvviso e crudele fulmine vo­luto dal Fato. A fine mese mi sarei trovata letteralmente senza un tetto sopra la testa.

Sarei quindi andata ad Arkham: potevo vivere lì e finire il libro. È vero che l'edificio era male in arnese: se proprio si fosse rivelato inabitabile potevo sempre venderlo, farmi dare subito un anticipo e andare da qualche altra parte a terminare i miei acquerelli. Avevo però abitato nello studentato di Berkeley, per non parlare del monolocale che Roderick aveva voluto simile alla tana di un hippy. Ero quindi in grado di sopportare condizioni di vita primitive. Cos'aveva detto papà? A zia Sara l'elettricità non piaceva. Magari non le andavano a genio neppure i servizi igienici. Avevo sentito dire che alcuni abitanti di quelle zone isola­te non amavano l'idea del bagno (immaginato come una latrina d'altri tempi) in casa accanto alla cucina. Be', sarei riuscita a sopportare anche quello per un paio di mesi.

Era comunque un posto dove andare. E forse, se c'era davvero un'associazione storica locale, il reverendo Hay avrebbe potuto raccontarmi qualcosa sulla mia famiglia, finendo così la storia interrotta tanto crudelmente dalla morte di mio padre.

Non capii, allora, il motivo per cui provavo un'ansia improvvisa di avere un posto mio, delle radici, una storia alle spalle. Sapevo solo che, improvvisamente, era spunta­ta una destinazione; qualche minuto prima non avevo progetti, una casa, un futuro, e ora potevo finalmente ri­cominciare a guardare avanti.

Mi avvicinai alla finestra e, dopo aver spostato l'acque­rello che per fortuna si era asciugato, cominciai a smonta­re il cavalletto che avrei piegato e impacchettato per pri­ma cosa il giorno dopo.

 

CAPITOLO 2

Eredità infestata

 

Il viaggio ad Arkham fu più complicato di quello che avrei potuto immaginare. Avevo vissuto a New York e a Berkeley tutta la mia vi­ta e mi ero abituata a salire in aereo o in treno per raggiungere qualunque parte del mondo conosciuto. Quella volta, invece, non fu così. Per arrivare ad Arkham, dovevo andare in treno a Providence, nel Rhode Island, da lì prendere un pullman fino a Wareham, nel Massachusetts, e poi aspettare il piccolo torpedone di provincia che seguiva la costa verso nord, fermandosi in ogni borgo lungo la strada finché, a fine giornata, mi avrebbe forse scaricata ad Arkham... e lì probabilmente mi aspettava qualche chilometro in taxi fino a Witch Hill. Avrei preferito arrivare nel primo pomeriggio, ma al te­lefono mi avevano comunicato con indifferenza che l'au­tobus il cui arrivo era previsto per le sei di sera era l'unico, suggerendo così che se non mi andava potevo scegliere un altro mezzo di locomozione.

Poiché l'unica alternativa sarebbe stata il noleggio di un'auto che, dopo qualche ricerca, si mostrò finanziaria­mente impossibile, presi il treno fino a Providence e il bus diretto nel Massachusetts, poi acquistai il biglietto per Arkham e mi informai su come arrivare da lì al borgo di Witch Hill. Gli impiegati non lo sapevano e, immaginavo, se ne infischiavano altamente: non si trovava sul percorso dell'autobus.

Dietro mie insistenze estrassero una carta stradale della zona e, dopo una ricerca ragionevolmente attenta, mi co­municarono che un posto del genere non esisteva.

Alzai le spalle e issai comunque le due valige e la cartel­la con cavalletto e colori sull'autobus. Mi venne in mente di aver letto, una volta, che negli Stati Uniti c'erano più di diecimila città e paesi che non apparivano su nessuna car­ta. Era chiaro che quella casa esisteva da qualche parte: avevo l'offerta di acquisto nella borsa. Qualcuno ad Arkham avrebbe certamente saputo dove si trovava. Nel peggiore dei casi potevo dormire in un albergo e il giorno successivo rivolgermi all'ufficio postale. Se la mia prozia Sara aveva mai ricevuto corrispondenza - e chi oggigiorno non ne riceve mai? - l'ufficio postale avrebbe saputo dov'era stata consegnata.

La corriera per Arkham suggeriva, con la carrozzeria bianca e blu segnata dalla ruggine e l'aria decrepita, che quella cittadina era ben lontana dall'essere un importante centro urbano. Solo cinque o sei dei sedili di pelle logori erano occupati da campagnoli malvestiti, che fissavano con curiosità evidente la mia valigia di tessuto rosso fuoco e le scarpe da ginnastica. Le rare donne che vidi dal fine­strino sembravano anziane, con abiti da casa a fiori fin sot­to il ginocchio e maglioni ampi e sformati, o straniere che indossavano sottane nere dall'aria antiquata e giacconi scuri. Dopo qualche chilometro il pullman lasciò la strada asfaltata e imboccò un percorso sterrato tutto curve che si snodava tra colline e pendii alberati, passando accanto a fattorie isolate dall'aria abbandonata e paesini fatiscenti. Più o meno ogni venti minuti si fermava a un incrocio con un grappolo di cassette postali o si arrestava brevemente davanti a una vecchia chiesetta con la vernice bianca o gri­gia che si sfaldava, di fronte a piccoli spacci di campagna che esibivano in vetrina di tutto, dal mangime per polli al­le lampade a kerosene, o presso un distributore di benzina solitario, le cui insegne brillanti e familiari - Exxon, Gulf, Shell - costituivano l'unico legame visibile con la metro­poli che mi lasciavo alle spalle. Il veicolo accoglieva o de­positava una manciata di passeggeri qua e là, quasi tutti vecchi o scolari. Molti conoscevano l'autista, che chiac­chierava con loro sottovoce o chiedeva notizie di familiari assenti.

Più tardi, dopo ore di viaggio tra le colline, la strada sterrata si immise in una stretta strada male asfaltata che lasciò il posto infine a dei ciottoli, e l'autobus cominciò ad arrampicarsi sulle ripide strade della vecchia Arkham. Percorse la periferia tra antiche ville tipiche del New England, quasi tutte trasformate in pensioni, passò davanti agli sterminati prati e ai pesanti edifici di pietra e mattoni ricoperti d'edera di un campus universitario; un cartello mi informò che si trattava della Miskatonic University, e mi resi conto di non averne mai sentito parlare.

Evidentemente la reputazione accademica e la squadra di football non erano mai diventate tali da fare pubblicità all'ateneo. E comunque mi sembrava improbabile che un qualsiasi professore con una fama anche modesta potesse essere invogliato a insegnarvi quando c'erano una quan­tità di università grandi, moderne e accessibili che attira­vano gli studenti migliori. Immaginavo che Miskatonic fosse una di quelle piccole università a buon mercato che trasformano i figli più ambiziosi dei negozianti e degli agricoltori del posto in insegnanti, bibliotecarie, contadini istruiti e ragionieri professionisti.

Era però, bisognava ammetterlo, un campus pittore­sco, con la torre campanaria e la chiesa di pietra dalle mu­ra solide, e mi trovai a chiedermi se il dipartimento di arti visive meritasse di essere visitato. Almeno era accessibile dalla casa in cui contavo di stabilirmi, e non desideravo isolarmi da qualsiasi forma di vita intellettuale per tre lun­ghi mesi.

Il sole stava calando, anche se le giornate primaverili si erano notevolmente allungate, quando scesi alla stazione degli autobus di Arkham. Dopo un rapido ma incredibil­mente gustoso spuntino nel piccolo ristorante lì vicino - un pasticcio di pollo ben più fresco di quello, surgelato, che avrei potuto trovare in città -, chiesi in giro e scoprii che Witch Hill (la cui popolazione, mi aveva detto l'auti­sta del pullman, si aggirava sulle 75 persone) si raggiunge­va con un altro pullman che stava per partire e mi avrebbe consentito di arrivare all'ufficio postale di Witch Hill tre quarti d'ora dopo. A che distanza si trovava? Oh, solo una quindicina di chilometri, ma quelle strade di collina erano veramente conciate male. Lì sarei riuscita a trovare un taxi per arrivare fino alla mia proprietà?

Be', per il taxi non lo sapeva, ma se la casa si trovava in paese avrei potuto arrivarci a piedi in cinque minuti o giù di lì.

«Sa, si tratta di un paese piccolo piccolo», mi informò. A quello, ormai, c'ero arrivata e, se era minuscolo secon­do i criteri di Arkham, figuriamoci come sarebbe apparso agli occhi di una newyorkese. Fu quindi con aria scettica che salii sull'autobus; stavo pensando che forse avrei fatto meglio a passare la notte ad Arkham e a cercare un taxi o una macchina a nolo il giorno dopo. Ma ero salita sul tre­no per New Haven quel mattino alle dieci, ero indolenzita e stanca dopo il lungo viaggio. Non vedevo l'ora, insom­ma, di arrivare a destinazione.

Il pullman su cui salii fece sembrare quello giunto ad Arkham nuovo e aerodinamico; veicoli del genere ne ave­vo visti solo nei musei e nei vecchi film muti che trasmet­tevano di notte in televisione. Sullo sportello era appeso un cartello scritto a mano che diceva: ARKHAM-INNSMOUTH. Oltre a me c'erano solo due passeggeri, un ra­gazzo con uno sguardo vuoto che suggeriva diverse unioni tra consanguinei tra i suoi antenati (con mio immenso sol­lievo scese alla prima fermata), mentre l'altro era un vec­chio grasso che portava due nasse per aragoste sotto il braccio: dalla sua persona, così come dai vestiti che indos­sava, proveniva un intenso ma sano odore di pesce.

Quando anche lui fu sceso a un incrocio deserto dove un sentiero tortuoso conduceva a un grappolo di barac­che grigie e al luccichio lontano dell'oceano, il conducen­te, che era anziano e aveva un'aria paterna, mi chiese:

«Dove va, signorina?»

Glielo dissi e ribatté: «Viene qualcuno a prenderla? Witch Hill Road si trova quasi a un chilometro dalla città, ed è in piena campagna. Lei non vive lì, vero? Conosco quasi tutti lungo questo tratto di strada».

Mi spostai nel sedile accanto al suo per parlargli me­glio. «Non ci sono mai stata», spiegai, «ma la mia fami­glia ci ha abitato per generazioni intere, anche se credo che ora siano tutti morti. Li conosce? Di cognome mi chiamo Latimer.»

«Latimer, Latimer... no, non ho mai conosciuto nessuno con quel nome», rispose l'autista. «Guido su questo tragitto solo da sei mesi o giù di lì. Ho sentito parlare della vecchia casa Latimer su Witch Hill Road, ma da quello che ho capito ci abitava anni fa un'anziana signora e, dopo la sua scomparsa, il posto è rimasto disabitato. È morta da parecchi anni. Non può trattarsi dei suoi parenti, signori­na!»

«Temo di sì, invece. Ho appena ereditato la casa.»

Si girò e mi fissò con aria allibita. «Senta, signorina, non può trascinarsi dietro i bagagli per un chilometro su quella strada con il buio. La fermata di Witch Hill Road è solo una cassetta della posta! Meglio che si fermi invece a Madison Corners e che cerchi lì qualcuno disposto ad ac­compagnarla in auto.»

«E se non trovo nessuno? Allora mi troverei a dover fa­re a piedi il doppio di strada!»

«Allora può aspettare nello spaccio che torni da Innsmouth e ce l'accompagno io», propose. «Arrivo a Innsmouth verso le nove e mezzo e ripasso di qui verso le un­dici per tornare ad Arkham. Oppure può tornare ad Arkham e raggiungere la casa domani, di giorno. Penso però che qualcuno accetterà di portarcela. Jeb Meyers si trova spesso dalle parti dello spaccio col suo furgoncino, e di tanto in tanto si guadagna qualche dollaro accompa­gnando a casa qualcuno quando piove o se ha oggetti pe­santi da trasportare. Sono sicuro che lo troveremo alla fer­mata dell'autobus al nostro arrivo.»

Mentre parlava rallentò davanti a un solitario semaforo arancione, che lampeggiava come un occhio luminoso da­vanti a un gruppetto di edifici: uno spaccio, un piccolo uf­ficio postale, una stazione di servizio e due o tre altre co­struzioni. «Madison Corners, signorina Latimer, ed ecco laggiù il camioncino dì Jeb. Lasci che le dia una mano con la valigia. Be', spero che troverà la casa in buone condizio­ni, e ricordi che passo dalla fermata di Witch Hill in dire­zione di Arkham due volte al giorno, alle dieci e mezzo di mattina e alle undici di sera. Quando desidera andare ad Arkham può prendere l'autobus lì, vicino a casa: non c'è bisogno che venga fino a Corners.»

«E se volessi arrivare a Innsmouth? A che ora passa per andare da quella parte?» chiesi. Aggrottò le sopracci­glia e scosse il capo lentamente. «Le assicuro che non vuole andare a Innsmouth, signorina. Nessuno vuole an­dare a Innsmouth.»

Scesi e guardai l'autobus vuoto che si allontanava. Mi sentii sconsolata, perché avevo appena perso l'unico con­tatto con una persona cordiale; poi mi accorsi che stava scendendo la sera - l'autista del pullman aveva già acceso le luci - e che un minaccioso brontolio nel cielo annuncia­va uno dei violenti e improvvisi temporali delle zone co­stiere. Camminai con determinazione fino al camioncino polveroso e sgangherato parcheggiato davanti allo spac­cio.

«È lei Jeb Meyers?» chiesi. «L'autista dell'autobus mi ha detto che può accompagnarmi fino a Witch Hill Road.»

Il vecchio al volante confermò facendo di sì con la testa grigia.

Era un personaggio poco attraente dai lineamenti gros­solani, gli occhi seminascosti da occhiali con la montatura di metallo e una barba corta e ispida, ma mi dissi che non dovevo aspettarmi i raffinati frequentatori della Quinta Avenue lì a Madison Corners. Rispose con l'aspro accento del New England a cui stavo cominciando ad abituarmi: «Sì, mi chiamo Meyers. Posso darle un passaggio. Le co­sterà un dollaro, e cinquanta centesimi in più se ha dei ba­gagli. Dove vuole andare?»

Non era certo cordiale, ma rispetto al classico tassista di Brooklyn sembrava quasi espansivo. Replicai: «Non sono sicura di dove si trovi la casa, ma probabilmente lei la conosce. Non so il numero civico, ma si trova su Witch Hill Road e appartiene ai Latimer».

«Non è certo diretta lì, signorina», esclamò. «Quella gente è tutta morta.»

Cominciai a chiedermi se quell'uomo, come diceva mio padre, giocasse a carte con un mazzo intero, o se invece non gli mancasse qualche rotella.

«Quello lo so», spiegai pazientemente. «Adesso la ca­sa è mia. Mi chiamo Sara Latimer.»

Per la prima volta sollevò gli occhi e mi guardò. Spa­lancò la bocca, assumendo un'aria ebete. Sbatté le palpe­bre e gli vidi l'enorme pomo d'Adamo andare su e giù un paio di volte.

«Allora è tornata», dichiarò. «È tornata proprio come avevano detto che sarebbe successo. Non è morta, signori­na?»

Oh, Signore! Ecco una domanda intelligente! Ebbi vo­glia di rispondergli: Sì, certo che sono morta, ma si sono di­menticati di seppellirmi, ma la battuta di pessimo gusto, viste le circostanze, mi causò un groppo alla gola. E poi, se era veramente così stupido mi avrebbe preso sul serio.

«Cosa le prende? Certo che non sono morta, non lo so­no mai stata, per quanto ne so», ribattei risentita. «Imma­gino che sappia dove si trova casa Latimer, no?»

«Certo, sa bene che lo so, signora... signorina Sara. Non ricorda tutte le volte che le ho portato a casa la spesa e tutto il resto? Senza offesa, signorina.» Non smise di guardarmi mentre apriva lo sportello del camioncino e scendeva. Non mi toglieva gli occhi di dosso. Cos'avevo che non andava? Non aveva mai visto le gambe di una donna? Forse in quella parte del mondo non era bene in­dossare dei jeans. Dal momento che la prozia Sara doveva aver avuto almeno una settantina d'anni quando era morta - piuttosto ottanta, anzi: mio padre ne aveva sessanta­due e lei era della generazione precedente - non poteva certo scambiarmi per lei, da viva o da morta.

Oppure era rimbambito e la ricordava com'era alla mia età? Forse le assomigliavo? In ogni caso sembrava che i miei problemi di trasporto fossero risolti e, se veramente portava a casa la spesa, anche quello era un problema in meno.

Il piccolo supermercato era ancora illuminato, e qual­che contadino si attardava tra gli scaffali. Dissi quindi: «Vorrei entrare un istante a comprare un paio di cose per domani. Nel frattempo può mettere le valige nel camion­cino e aspettarmi qualche minuto?»

«Certo», rispose, aggiungendo, «ma da queste parti nessuno ruba niente. La maggior parte della gente non ha neppure le chiavi di casa.»

Non si trattava di un pensiero rincuorante in quel mo­mento, ma lo accantonai ed entrai nello spaccio. Pensavo che posti del genere fossero scomparsi dalla faccia della terra; assomigliava all'antenato di quei negozietti califor­niani in cui si può trovare di tutto, dai pneumatici per au­to al caviale; accanto ai normali alimenti impacchettati e inscatolati riuscii a individuare badili per spalare la neve, collari per cani, paralumi, jeans per bambini, calze e bian­cheria intima, matasse di filo da lavorare a maglia, canne da pesca, candele d'accensione, sandali, boule dell'acqua calda, kerosene e numerosi altri articoli troppo strani per essere identificati ed elencati. Comprai una confezione di pan carré, due etti di burro, una dozzina di uova, mezzo chilo di bacon, una scatola di tè in bustine, due litri di lat­te e, ricordandomi all'ultimo momento dell'avversione di zia Sara per la corrente elettrica, una torcia.

«Farebbe bene a comprare anche delle pile per quel­la», osservò un ragazzo magro e sorridente che si trovava al bancone mentre prendevo la torcia.

Arrossii e afferrai una manciata di pile. «Grazie, non so proprio dove ho la testa! Non c'è elettricità in casa, e se mi sveglio di notte...»

«Accidenti», mi interruppe, «è meglio che compri an­che del kerosene. Ci sono sicuramente delle lanterne, ma non può sapere se sono piene o no!»

«Non ho neanche mai visto una lampada a kerosene», confessai.

«No», commentò, avvicinandosi, «decisamente non sembra del posto.» Mi squadrò e sorrise, e avvertii una specie di scossa calda.

Era la prima volta dalla morte improvvisa dei miei che udivo una voce umana rivolgersi direttamente a me, che vedevo un sorriso aperto e cordiale. Per il mio senso di abbandono e solitudine era come un sole che sorgeva. Mi venne quasi da piangere per il sollievo; gli tesi la mano.

«Sono nuova di queste parti», dissi. «La mia prozia è morta diversi anni fa e sono venuta a stabilirmi nella casa della sua famiglia per l'estate. Mi chiamo Sara Latimer.»

Dietro di me, sul bancone dove i miei pochi acquisti venivano messi nei sacchetti, udii un urlo soffocato di sorpresa. Non ci feci caso: i miei occhi erano fissi sul giovane davanti a me. Mi sorrise di nuovo con naturalezza e calore. Commentò: «Ma certo, conosco la casa. È una specie di simbolo, qui, ma è chiusa da anni. Sono Brian Standish». Mi strinse brevemente la mano tra le sue. Era­no grandi, le dita morbide e perfettamente curate ma an­che forti e abili.

«Sono qui per aiutare... be', diciamo mio cugino; in realtà è un mio lontano parente, come spesso accade nel New England, in virtù di non so quali intrecci genealogici: credo sia il marito della sorella del figliastro della mia pro­zia o qualcosa del genere. Per farla breve, sono venuto a dargli una mano nell'ambulatorio. Ho appena finito l'in­ternato alla Johns Hopkins e pensavo che sarebbe stato bello passare un'estate in campagna prima di tornare a la­vorare là.» Ma certo, pensai, mani del genere potevano ap­partenere solo a un artista o a un medico.

Brian Standish aveva i capelli castani e ondulati e lun­ghe basette che gli incorniciavano il viso abbronzato; gli occhi erano marroni ed espressivi. «Da dove viene? New York? Oh, Signore, non può andare in una vecchia fatto­ria da sola, di notte, senza neppure saper accendere una lampada a kerosene!»

«Non penso di avere altra scelta», obiettai. «Che alter­native ho? Non ho visto alberghi da queste parti, e del re­sto non me lo potrei permettere. Se anche andassi ad Arkham dovrei comunque tornare qui domani.»

Assunse un'aria pensosa. «Se fossi a casa mia, la porte­rei da mia madre e le proporrei un letto per la notte», dis­se. «Potrei trasferirmi sul mio comodissimo divano e la­sciarle il mio letto, ma temo che mio cugino James non ca­pirebbe. Qui non siamo a New York, dopotutto.» Stavo cominciando a capirlo anch'io. Dopo un attimo replicai: «Be', l'avevo intuito. È molto gentile da parte sua, ma...»

«L'alternativa, credo», continuò come se non mi aves­se udito, «è che salti in macchina e si lasci accompagnare laggiù, in modo che possa accendere le lampade per lei e assicurarmi che abbia tutto il necessario.»

Esitai solo per un istante. Non sapevo che uomini del genere esistessero ancora. «Grazie mille, lo apprezzo più di quanto possa immaginare, dottor Standisti.»

«Chiamami Brian».

«Brian, allora. I miei bagagli sono là...»

«Sì, ti ho vista parlare con il vecchio Jeb. È uno dei personaggi del posto; devo avvisarti di prendere ogni sua parola cutn grano salis, anzi con una saliera piena! No, credo che non correresti pericoli con lui, ma non è molto intelligente e non si formalizzerebbe a mollarti lì ad arran­giarti da sola come potrebbe fare con una contadina del posto.»

Brian Standish aspettò che pagassi la spesa e la latta di kerosene, si mise sotto il lungo braccio i miei acquisti e si avvicinò a grandi passi al camioncino in attesa. «Ci penso io ad accompagnare la signorina Latimer, Jeb», disse. «Passami le valige, per favore.»

Jeb mise il broncio, senza dubbio deluso per il dollaro sfumato; quando Brian gli diede una banconota, Jeb as­sunse un'aria un po' meno accigliata e si dedicò ai miei ba­gagli, pur continuando a lanciarmi occhiate in tralice e a borbottare. Lo sentii dire «Allora è già cominciata», ma non gli prestai attenzione. Forse non era lo scemo del vil­laggio - era stato abbastanza intelligente da riuscire a otte­nere la patente -, ma non ci mancava molto. Seguii Brian fino a una vecchia e polverosa Volkswagen, sui cui caricò i bagagli e cercò di trovare una sistemazione alla cartella degli acquerelli e al cavalletto. «Temo che dietro non ci stia: potresti tenerlo in braccio?» chiese. «Oppure chie­diamo a Jeb di portartelo su domani col camioncino. Ma cos'è?»

Glielo spiegai sedendomi accanto a lui Con il cavalletto di traverso che mi ostacolava la visuale. Alzò le sopracci­glia con aria interessata. «Allora sei un'artista?»

«Illustro libri per bambini», risposi. «C'è una piccola ma significativa differenza, o così mi è sempre stato det­to.» Stranamente, il ricordo delle critiche di Roderick non mi faceva male, forse perché il dottor Standish sem­brava colpito. Si sedette al mio fianco e avviò l'auto; con­temporaneamente un tuono rimbombò nel cielo e un im­provviso acquazzone si abbatté sul parabrezza.

«Per fortuna ti ci porto io», ridacchiò. «Il camioncino di Jeb lascia entrare l'acqua, e poi la sua velocità massima è di trenta chilometri all'ora.»

Ribattei ridendo: «Visto come parla, mi sentirei più si­cura con lui ai trenta all'ora che ai sessanta!»

«Non hai torto», ammise. Mise la retromarcia, indie­treggiò lentamente, svoltò e si allontanò dagli edifici illu­minati. Un paio di minuti dopo imboccò Witch Hill Road, poi si dovette fermare e scalare in seconda perché il sentiero si era già tramutato in una sorta di melma scivolo­sa. Un lampo guizzò nel cielo quasi accecandomi e Brian imprecò sottovoce, cercando di mantenere il controllo dell'auto.

«Ti sto causando un sacco di problemi...» dissi per scusarmi.

«Non dirlo neppure. Se voglio aprire un ambulatorio in campagna - come un giorno intendo fare - devo abituarmi a guidare con ogni tempo, su ogni strada e a ogni ora del giorno e della notte», ribatté Brian allegramente. «E ho imparato a far funzionare le lampade a kerosene molto tempo fa: sono cresciuto qui e so che un temporale su tre mette fuori uso le linee elettriche, obbligandoci a ri­correre a lanterne e candele. Tua zia Sara aveva ragione: senza elettricità c'è una cosa in meno a guastarsi.»

«La conoscevi, mia zia Sara?»

«No, non proprio. La conosco di fama: era considerata una vecchia signora bisbetica, indubbiamente uno dei personaggi del posto. Forse l'ho incrociata un paio di vol­te prima di partire per l'università. Il fatto è che...» esitò, poi chiese: «E tu, la conoscevi?»

«Ne ho sentito parlare per la prima volta la settimana scorsa», confessai. «Da quello che mio padre mi ha rac­contato prima di morire, ho capito che era... eccentrica.»

«Puoi dirlo», confermò Brian. «Ovviamente la gente del posto è rimasta al Medioevo, come saprai. Qui non si vede neppure la televisione, perfino ad Arkham la ricezio­ne è pessima, e le colline rendono difficile anche l'ascolto della radio. Quando, diversi anni fa, il primo uomo ha camminato sulla luna, penso che qui non l'abbia saputo nessuno, e quando la notizia è apparsa sul giornale un uo­mo ha riassunto alla perfezione l'atteggiamento più diffu­so da queste parti: ha detto che non si può credere a tutta quella roba che ci propinano da Washington.

«Dal momento che non conoscevi la tua defunta pa­rente non ti offenderai troppo se ti dico che qui veniva considerata da tutti una strega o qualcosa del genere.»

«Tradizione di famiglia», commentai con aria cupa. «Da quanto ho capito, anche un'altra nostra antenata fu impiccata per stregoneria circa tre secoli fa.»

«Ad Arkham le streghe pullulavano», commentò Brian. Improvvisamente, rallentando, annunciò: «Eccoci a casa Latimer».

Un tuono assordante sovrastò le sue parole e, alla luce di un fulmine, la vidi per la prima volta stagliarsi contro il cielo: mi si rivelò in tutto il suo folle obbrobrio di torret­te, balconi, finestre nere, verande simili a denti scheggia­ti. Il fulmine si dileguò, facendomi dubitare se l'avevo vi­sta davvero e se era possibile che avesse sul serio quell'a­spetto.

«Non ci credo», commentai debolmente. «Come dis­se il vecchio contadino a proposito della giraffa, non può esistere un animale del genere. È una casa o il set di un film di Frankenstein?»

Brian rise dolcemente e con comprensione. La sua mano lasciò il volante e si posò sulla mia. «Ero sicuro che sa­rebbe stato meglio non lasciare a Jeb il compito di riani­marti dopo il primo impatto con la casa.»

«Chiunque abbia costruito un edificio del genere», di­chiarai, «deve per forza infestarlo. Che Dio ci salvi, non ci credo. Spero che dentro sia meglio.»

«Per forza», decretò Brian. «Peggio non può essere di sicuro.»

Adesso riuscivo a vederla alla luce dei fari dell'auto. Era ancora più tremenda di come mi era parsa con il lam­po perché l'illuminazione continua non mi permetteva di ignorarne gli orrendi dettagli. Mi chiesi anche in che mi­sura i fanali non ne addolcissero i contorni. Be', avrei aspettato la luce del giorno: sarei stata felice di attendere che facesse chiaro per dare una buona occhiata a quella mostruosità. «Può darsi che sia perfetta dentro», mi dissi per farmi coraggio. «Dopotutto, chissà quante generazioni della mia famiglia non solo ci hanno abitato, ma proba­bilmente hanno scelto di farlo e sono prosperati, per così dire.»

«Parcheggio proprio davanti al portone, così non ci bagneremo; almeno c'è un lato positivo», osservò Brian. «Hai le chiavi?»

Le avevo. Una telefonata all'avvocato di famiglia a Providence mi aveva permesso di ottenerle e di venire a sape­re che la casa era interamente arredata; avevo quindi ven­duto alcuni mobili dell'appartamento e messo gli altri in un magazzino. Portai la spesa fino alla porta d'ingresso e armeggiai con le chiavi mentre Brian si occupava delle valige. La porta cigolò, protestò con uno stridio di cardini arrugginiti e finalmente si aprì.

«Meglio che tiri fuori la torcia», suggerì Brian. «Aspetta un attimo che ci metto dentro le pile. Ecco fat­to.» Un piccolo fascio di luce squarciò l'oscurità e mi guidò sui gradini.

Mi trovai in una specie di caverna sconfinata e buia, po­polata da ombre e sagome di mobili, pervasa da un odore di umidità. Di tanto in tanto l'ambiente veniva illuminato per un istante dai fulmini. Presi per un attimo la torcia a Brian; la portai in giro per la stanza, soffermandomi a guardare le vecchie sedie intagliate, il divano di crine, il camino gigantesco e la mensola che lo sovrastava. Spostai il fascio di luce su un enorme dipinto sopra il caminetto e sussultai.

Stavo fissando il mio viso.

 

CAPITOLO 3

Sara, la prima

 

Per lo stupore lasciai cadere la torcia che rimbalzò una volta e rotolò sul pavimento.

Credo di aver urlato per lo spavento. Poi il braccio di Brian, caldo e rassicurante, mi cir­condò le spalle.

«Calmati, Sara, sono qui. Cos'è successo? Cosa ti ha spaventato? È solo un quadro.» Si chinò per raccogliere la torcia e ne diresse il fascio verso l'alto. «Che somiglianza! Immagino sia la tua antenata.» Continuò a parlare dolcemente, cercando di calmarmi, mentre il respiro mi tornava normale. «Se è così, il quadro è stato dipinto al momento del suo maggiore splendore: guarda che bellez­za! Le due o tre volte in cui l'ho vista era una vecchia, e non era difficile credere che fosse una strega. Ma le vere streghe si diceva fossero delle ragazze incantevoli. Non è un caso se questo aggettivo e la parola incantesimo si asso­migliano tanto. Guarda, Sara, è come se ti specchiassi.»

Lentamente mi ricomposi e ritrovai la lucidità. Ero sta­ta sciocca a gridare, a perdere la testa, ma la sorpresa di entrare in una casa completamente sconosciuta, in una stanza male illuminata dai fulmini e di vedermi lì, appesa al muro, come se anch'io appartenessi a quella strana dimora, era stata troppo forte. Alzai di nuovo gli occhi e stu­diai il ritratto.

Era vero, mi sembrava di guardarmi allo specchio. La donna del quadro era alta, snella ma un po' più formosa di me, e indossava la tipica camicia vittoriana a collo alto e pieghettato. Il viso, però, era il mio, un triangolo formato da una fronte ampia e il mento piccolo, con sopracciglia dritte e scure e grandi occhi verdi - Roderick aveva detto che mi facevano assomigliare a un gatto - e capelli ondu­lati biondo-rossi. I colori del mio viso erano così partico­lari che da molto ormai avevo rinunciato a truccarmi: i co­smetici stonavano su di me, sembravano appiccicati in modo innaturale. Mi venne in mente che se mio padre era cresciuto in una casa con quel dipinto appeso alla parete, aveva dovuto pensare ogni giorno al fatto che una Sara Latimer destinata a una fine tragica era nata anche a lui. Eppure non ne aveva mai parlato fino al momento in cui la drammatica perdita di due persone care non aveva ri­dotto la sua reticenza. Un vero mistero!

Be', almeno questo spiegava la reazione del vecchio Jeb Meyers.

Distolsi gli occhi dall'immagine, accorgendomi di nuo­vo del braccio di Brian che mi cingeva. Con una certa ri­luttanza - com'era caldo e confortante - mi staccai sugge­rendo: «Faremmo meglio a cercare quelle lanterne e ad accenderle».

Era la mia immaginazione o anche lui sembrava restio a interrompere quel contatto? «Già. Probabilmente sono in cucina, sempre che riusciamo a trovarla.»

Guidati dal fascio tremolante della torcia esplorammo le porte scure che si aprivano sull'ingresso buio. Attraver­sammo un corridoio immerso nella penombra, puntammo la luce brevemente su una stanza polverosa con le pa­reti coperte di libri, ci affacciammo su quello che sembra­va, con mio grande sollievo, essere un bagno: enorme va­sca di metallo dai piedi affusolati, lavandino alto con rubi­netti vittoriani elaborati, water dietro un discreto para­vento con il serbatoio dell'acqua sospeso e la catena. Per quanto fosse brutto e antiquato, almeno non avrei dovuto sfidare temporali, ragni o altri animali di campagna per andare in un bagno fuori della casa!

La stanza successiva era la cucina, e una rapida ispe­zione sugli scaffali ricoperti di chintz rivelò un paio di lampade a kerosene di vetro; tenni la torcia mentre Brian le riempiva, pompava il combustibile e le accendeva. Die­ci minuti dopo una luce calda e intensa rischiarava ogni angolo e anfratto della vecchia stanza con il soffitto alto, lo zoccolino dipinto di blu e la carta da parati a fiori co­me andava di moda un tempo. C'era un mucchio di pol­vere - dopotutto, pensai, la casa era rimasta chiusa per sette anni -, ma era più pulita di quanto mi aspettassi e sembrava piuttosto confortevole.

«Evviva», esclamò Brian. «Temevo che fosse una cuci­na a carbone, e che avresti dovuto consumare cibi freddi finché qualcuno non ti avesse procurato del combustibile. Invece funziona a gas: vediamo se è fuori uso o se l'hanno lasciato allacciato. In queste case isolate cucinano sempre con il gas in bombole e probabilmente ce n'è rimasto. A meno che con la ruggine non sia impossibile da aprire: ma con le taniche di propano non accade spesso.»

Fece delle prove con i fiammiferi e scoprì che, una volta eliminata la polvere, una piccola fiammella blu guizzava. «Dovrai ordinarne dell'altro tra un giorno o due», annunciò, «ma questo ti basterà per preparare il caffè, o il tè, o altro, e per cucinarti un paio di pasti alla buona.»

Lanciò un'occhiata incerta alla porta. «Immagino che, se e quando l'acquazzone si calma, dovrò andarmene. Ti ho acceso le lampade e non devo approfittare di quel pre­testo per restare qui.»

«Oh, no!» protestai immediatamente. Mi corressi im­barazzata: «Scusa. So che sei un medico e, se hai un pa­ziente che ti aspetta, non ti devo trattenere. Se però non devi lavorare, mi piacerebbe che restassi e facessi almeno un giro della casa con me. Mi sento una stupida ad avere paura: dopotutto è stata la casa della mia famiglia per ge­nerazioni, eppure...»

«Se la pensi così, non riuscirai a liberarti di me», af­fermò con decisione. «Tocca a James occuparsi dei pa­zienti stasera, e ho sempre desiderato visitare una casa stregata di notte!»

Mi scoprii a tremare. «So che stai scherzando, però, ti prego, smettila. Io devo viverci, qui. Non sono supersti­ziosa, o almeno non avevo mai creduto di esserlo, ma non avevo mai visto una casa del genere.»

Mi circondò la vita con un braccio. «Be', se è abitata da uno spettro si tratta certamente di quello della tua prozia, che però non farebbe mai del male alla sua sosia!»

Non ne ero così certa. Papà l'aveva descritta come un personaggio terrificante, ma non espressi ad alta voce il mio pensiero.

La luce calda e morbida della lampada a kerosene scac­ciò le ombre dalla grande cucina; decisi di lasciare la spesa nei sacchetti finché non avessi avuto modo di pulire un paio di scaffali. Mi feci anche l'appunto mentale di infor­marmi sulle consegne a domicilio di ghiaccio. Con la lampada in mano, Brian e io attraversammo lo spazioso salo­ne. Adesso che riuscivo a vedere il dipinto chiaramente, la somiglianza appariva ancora più impressionante, e per un attimo ebbi la curiosa impressione che il viso tanto simile al mio mi strizzasse l'occhio.

Eccoti qui, ragazza mia, dopo tutti questi anni. Sara Latimer... un'altra Sara Latimer. Tuo padre non poteva impedir­ti di diventare una di noi.

«Sciocchezze, cara zietta», dissi ad alta voce, e mi vol­tai verso Brian. «Esploriamo il resto della casa.»

Mentre procedevamo nel dedalo di stanzette seconda­rie - dispense, una veranda chiusa, un vasto locale che Brian dichiarò essere una cucina estiva, guardaroba, ca­mere da letto contenenti solo stretti giacigli e cassettoni sgangherati (stanze della servitù, che sembravano essere rimaste inutilizzate dall'inizio del secolo) -, raccontai a Brian le circostanze che mi avevano portata lì. Mentre parlavo della scomparsa della mia famiglia la voce mi di­venne malferma. La compassione mi avrebbe fatto crolla­re del tutto, ma lui si limitò a stringermi la mano per un at­timo e a dire: «È stato un duro colpo. Forse questo è pro­prio ciò che ti serve: un posto tranquillo e sereno, del la­voro e dei nuovi amici».

Una scala ripida e strettissima saliva dal cucinotto sul retro, ma Brian mi impedì di usarla. «Conosco queste vecchie case. La scala principale sarà in condizioni miglio­ri.»

Tornammo sui nostri passi verso la parte anteriore della casa e cominciammo a salire. La luce della lanterna, che Brian teneva sollevata, proiettava strane ombre sulla rin­ghiera; avevo l'impressione che forme lunghe, nere e mo­struose ci accompagnassero al piano superiore. Dove la scala compiva una curva, un secondo ritratto di Sara Latimer ci osservava con sguardo fermo e minaccioso.

«A Sara prima premeva tenere la situazione sott'occhio», dissi, cercando di sembrare irriverente. Solo che, in realtà, era Sara dodicesima o giù di lì. Spero che non infesti­no tutte questo posto!

Tre delle stanze del secondo piano erano vuote od oc­cupate solo da bauli o scatoloni, e mobili imponenti erano accatastati lungo le pareti. Per la prima volta cominciai a credere davvero che la mia antenata Sara Latimer avesse vissuto lì da sola per molti anni e che la casa fosse rimasta chiusa e disabitata per sette anni dalla sua morte.

«Ma questo è il paradiso degli antiquari», esclamò Brian. «C'è da divertirsi a esplorarlo di giorno e a trovare i tesori di famiglia. Promettimi che mi permetterai di veni­re ad aiutarti a rovistare in tutti quei bauli!»

«Accetto volentieri tutto l'aiuto che mi viene offerto, credimi.»

Segretamente mi chiesi se fosse il ricordo di questo po­sto a motivare l'odio viscerale di mio padre per i mobili vittoriani e in genere antichi. Casa nostra era stata arreda­ta con mobilio moderno in stile svedese, e avevo dovuto mettere tutto in un deposito. Magari potevo vendere qual­che mobile a degli antiquari per affittare un magazzino dove conservare gli altri.

Spinsi la quarta porta. Mi resi subito conto che si tratta­va del cuore della casa, del territorio di zia Sara.

Quando l'uscio si aprì uno strano odore dolciastro, pe­netrante, si diffuse nel corridoio. La lampada mostrò una camera completamente arredata, e dominata da un enor­me letto a baldacchino. Doveva essere almeno di due piazze e mezzo, ed era coperto e incorniciato da un ten­daggio bianco.

Brian lo fissò e abbassò la lampada per lo stupore. Dis­se intimidito: «E pensare che ti avevo proposto un letto, quando qui ti aspettava quello!»

Deglutii rumorosamente. «E enorme, vero? E tutto per una vecchietta! Mi chiedo se ci abbia davvero trascorso ogni notte da sola!»

«Non saprei», ribatté Brian. «Morì zitella, ma se era veramente bella come in quel ritratto sono pronto a scom­mettere che almeno in qualche occasione deve avere avuto compagnia.»

Mi sentii lievemente imbarazzata. Io e Brian ci conosce­vamo troppo poco per parlare di letti, eppure, da quando eravamo entrati in quella stanza dominata dal baldacchi­no, non eravamo stati capaci di interessarci ad altro.

Commentai: «Mi fa pensare alle lezioni di francese per principianti. La matita di mio nonno. Il letto della pro­zia».

«Questo letto è formidabile», esclamò Brian con una risata impacciata. «Detesto pensarti qui a dormirci da so­la...» Si fermò di scatto, e alla luce della lanterna vidi che le orecchie gli si erano fatte rosse. «Scusa, Sara, non so co­sa mi prenda; non intendevo dire...»

«Faresti meglio a chiamarmi Sally. Sara Latimer è solo quella vecchia megera.» Decisi nel frattempo che per pri­ma cosa l'indomani avrei tirato giù il quadro. Potevo forse riuscire ad abitare in casa sua, ma non avrei trascorso tutta l'estate sotto lo sguardo di quegli occhi verdi!

«Ma Sally non ti sta bene. Hai la faccia di una Sara», protestò, «e poi tua zia non era una megera, o almeno non in quei ritratti: è quasi bella come te!»

Mi avvicinai al letto. Vi era distesa sopra una vecchia e preziosa trapunta con un elaborato motivo di stelle a cin­que punte. La tolsi, scoprendo le lenzuola: erano immaco­late, anche se un po' umide. Brian mi indicò un angolo della stanza dove si trovava un enorme armadio, impo­nente e austero come una cripta. «Se la memoria non mi tradisce», spiegò, «quel grosso coso scuro è un armadio per biancheria. Probabilmente ci saranno dentro lenzuola pulite. Dormire in letti umidi è quello che provocava i reumatismi agli abitanti del New England un tempo.»

Dentro ci trovai in effetti parecchie lenzuola di lino, tutte perfettamente pulite e fresche come se zia Sara le avesse lavate e riposte il giorno precedente invece che set­te anni prima; Brian posò la lampada su un grosso casset­tone e insieme disfacemmo il letto e lo rifacemmo con le lenzuola pulite.

«Brian, sii gentile: vammi a prendere la valigia», gli chiesi. «Non ho nessuna intenzione di dormire in una vecchia camicia da notte di zia Sara.»

Mentre andava a recuperare i miei bagagli, mi misi a ispezionare meglio la stanza con la torcia. Conteneva un piccolo lavandino di marmo con rubinetti di bronzo dove, se volevo, avrei potuto lavarmi i denti senza scendere al piano inferiore. Era sormontato da un enorme specchio che mi mostrò il mio viso; con i capelli gonfiati e scarmi­gliati dal vento assomigliavo incredibilmente alla prima Sara. Maledizione alla prima Sara! Se era veramente la strega che mio padre aveva detto, era probabilmente già dannata senza alcun bisogno di rincarare la dose.

In un angolo si trovava un grosso mobile da toeletta con i piedi lunghi ed elaborati, e sul piano in marmo vidi un pettine di avorio, una spazzola e uno specchio. Mi sedetti per un attimo sul panchetto e, fissandomi nel grande specchio leggermente deformante che lo sormontava, pre­si in mano lo specchietto. Per essere una donna così vec­chia, zia Sara aveva una vera e propria passione per gli spec­chi. Sul piano della toeletta erano disposti diversi flaconcini e bottigliette. Molti erano di cristallo o avevano il tappo d'argento, e mi parvero bellissimi e costosi. L'immagine nello specchio tremò per un istante ed ebbi la fugace im­pressione che fosse il viso truccato di zia Sara a guardar­mi. Le labbra erano umide, rosse e socchiuse, i capelli sciolti ricadevano sensualmente sulle spalle; gli occhi ver­di brillavano, e le spalle erano nude e i seni piccoli e duri...

Alzai il capo al suono dei passi di Brian; appoggiò la va­ligia ai miei piedi e mi si fermò dietro posandomi le mani sulle spalle; il suo viso era vicino al mio nello specchio e per un momento sembrò che anche la sua immagine si deformasse e diventasse quella di un uomo nudo; distolsi lo sguardo dallo specchio arrossendo. Cosa avrebbe pen­sato zia Sara di un uomo nella sua stanza di zitella? Proba­bilmente era il tipo che, prima di infilarsi nel lettone, guardava sotto il letto per accertarsi che non nascondesse esponenti dell'altro sesso.

«Cosa sono tutti quei vasetti e tubetti?» chiese Brian. «C'è odore di erbe aromatiche in tutta la stanza. Non è forse profumo di lavanda?»

Scossi il capo. «No, non lavanda. Mia madre usava i sacchetti di lavanda per la biancheria, e quell'odore lo co­nosco. No, non so cosa sia.» Era così penetrante da stor­dire; svitai il tappo d'argento di un piccolo vasetto di por­cellana. «Probabilmente è una normale crema che aveva acquistato allo spaccio.»

«Non credo», disse Brian pensoso. «Credo preparasse da sola i suoi cosmetici; molta gente da queste parti usa solo rimedi e tisane a base di erbe, e la cosa strana è che funzionano. La medicina popolare ha molto da insegnar­ci, per chi ha la pazienza di studiarla... cos'è quest'odo­re?»

Dal vasetto si diffondeva un aroma dolciastro, tanto forte da dare le vertigini; era come una nube palpabile di profumo che invadeva tutta la stanza. Inspirai e mi andò alla testa come avrebbe fatto un forte alcolico. Un vortice di fantasie, visioni erotiche, sensazioni forti mi avviluppò.

Brian si sporse per annusarlo più da vicino. Inspirò poi mi si avvicinò, mi inclinò la testa all'indietro e mi baciò sulle labbra. Mi cercò con la bocca calda e decisa, si ap­poggiò a me da dietro e le sue mani si misero a esplorarmi il seno.

Come spinta da una forza invisibile infilai un dito nel vasetto e mi applicai una traccia di crema profumata alla base del collo, là dove la pelle è sottile; allontanai poi da me il flaconcino riavvitandone il tappo. Brian mi girò at­torno e premette il viso sul mio seno, mentre con le mani mi slacciava i bottoni della camicetta.

Alla luce della lampada ebbi la strana sensazione di muovermi in acque profonde. Mi alzai allontanando dol­cemente le mani di Brian e, come in trance, mi strappai i vestiti di dosso. Nello specchio tremolante mi vidi nuda, alta, magra e pallida, con i capelli fiammanti, la bocca cal­da e rossa come una rosa scintillante e la macchia ruggine tra le gambe. Nessuno dei due parlò: Brian, che sembrava ipnotizzato, si slacciò i bottoni della camicia, la sfilò, ab­bassò la cerniera e scalciò via i pantaloni. Aveva un torace scuro e villoso e, quando mi si avvicinò, era già eccitato; gli occhi emanavano un brillio rossastro alla luce della lanterna.

Mi venne sopra ridendo sottovoce e mi coprì la bocca con la sua; con un grido esultante lo strinsi tra le braccia e gli morsi un labbro; assaporai il gusto salato del sangue.

Mi sollevò di peso e mi posò sulle lenzuola profumate del letto. Sprofondai, affondai nel profumo mentre il mio corpo veniva schiacciato nel letto di piume sotto il suo. Sopra di me, alla luce tremolante, i veli del baldacchino si misero a danzare. Un tuono e la pioggia che si abbatteva violentemente contro la finestra soffocarono il mio urlo mentre lui mi penetrava con foga possente e selvaggia, mi copriva le labbra con le sue e mi schiacciava contro i cu­scini.

Abbandonandomi senza riflettere a quell'istante reagii con passione insolita. Alla luce della lanterna il suo corpo nudo sembrò crescere, gonfiarsi e farsi sfocato fino a di­ventare gigantesco, demoniaco; mi riempiva con affondi decisi, violenti, e cresceva e si ritirava come una figura dia­bolica, ora umana ora bestiale. Non ci fu la tenerezza che fino ad allora avevo sempre desiderato. Non fu un rappor­to dolce né romantico, ma un accoppiamento convulso, sfrenato, quasi animalesco, che continuò fino a quando non ebbi l'impressione di esplodere nel delirio dell'attimo culminante, mentre mi passavano per la mente pensieri assurdi... Asmodeus, Azanoor, nero su di me... il mio corpo alla bestia e la mia anima all'inferno...; intanto le mie an­che si dimenavano freneticamente, sotto i suoi movimenti incessanti come i colpi di un tamburo... poi udii il suo urlo selvaggio ed esultante e il mio grido irrefrenabile di piace­re che si unì alla sua voce, e insieme soffocarono il bronto­lio del tuono che moriva.

Ci separammo e ci addormentammo di colpo.

Sognai. Ero in una pianura vasta e arida, coperta di pic­coli tumuli bizzarri, asimmetrici, ed ero circondata da una strana luce grigia; animali sconosciuti si muovevano in lontananza, ma non provavo alcuna paura. Ero nuda e mi spostavo mio malgrado sul terreno, che era coperto di er­ba contorta e incolore e disseminato di collinette basse e massi caduti. La luce inquietante si intensificò leggermente e vidi che le pietre erano in realtà delle lapidi. Osservai senza curiosità che su una era scritto: SARA MAGDALEN LATIMER: UCCISA QUI DAI CANI, 1884. E i cani ne mange­ranno le carni... Re... il numero del capitolo e dei versi era­no illeggibili.

Passai in rassegna le altre tombe, dove lessi con la stessa indifferenza i nomi delle altre Sara Latimer e le morti vio­lente che avevano incontrato. La curiosa luce spettrale non assomigliava per niente a quella del sole o della luna. Mentre galleggiavo in quell'innaturale chiarore sentii, più che vedere, un'ombra che diventava sempre più grande a mano a mano che mi avvicinavo. Una voce mi chiamava da lontano:

«Sara! Sara!»

L'ombra crebbe ancora, sempre di più. Vidi che era una quercia disseccata che si stagliava contro il cielo e, quando ne raggiunsi la base, lessi l'iscrizione composta di strane lettere marchiate a fuoco: SARA LATIMER LA STREGA FU IMPICCATA A QUESTA QUERCIA IL 31 AGOSTO 1671. CHE LA SUA ANIMA SIA DANNATA PER L'ETERNITÀ.

Ritrovai un briciolo di consapevolezza e pensai: che in­genuità.

Un tuono scosse il cielo; un enorme fulmine colpì la quercia che, con una lentezza impressionante, cominciò a cadere verso di me... e mi svegliai con un singulto e un ur­lo mentre Brian ripeteva sottovoce il mio nome.

«Sara... Sara?»

Mi trovai ad arrossire al buio. Buon Dio, cosa mi era accaduto? La mia famiglia era morta da neanche una setti­mana e io, come una cagna in calore, ero andata a letto con il primo venuto, qualcuno che avevo incontrato meno di quattro ore prima...

«Brian? Stavo dormendo.»

«Lo so, tesoro, mi dispiace averti svegliato, ma stavi ge­mendo nel sonno e temevo avessi un incubo.»

«Lo so: stavo sognando tutte le Sara Latimer. Sai, han­no tutte avuto una morte violenta...»

Si protese per baciarmi. «Non essere macabra, tesoro; ti rendi conto che non abbiamo ancora preparato quelle uova al bacon che mi avevi promesso? Non so perché, ma ho una fame da lupi. E poi, non dovrei trattenermi trop­po: non voglio comprometterti proprio la prima notte che trascorri in paese. Sai, qui c'è una vecchia pettegola in ci­ma a ogni collina...»

Scesi dal letto. «Certo, e poi un medico dev'essere al di sopra di ogni sospetto. Vieni giù che ti preparo qualcosa da mangiare, poi potrai andartene.» Mi dispiaceva per Brian. Mi ero gettata tra le sue braccia e, a parte darsela a gambe, non avrebbe potuto fare altro. Ma cosa diavolo era accaduto?

Si rivestì alla bell'e meglio mentre indossavo il mio abi­to di cotone, ancora piuttosto perplessa. Conoscevo Roderick da un anno quando mi ero decisa ad andare a letto con lui.

«Porta la lampada. Non voglio rompermi il collo su quelle scale al buio», dissi, «anche se c'è un medico in casa.»

La camera da letto si chiuse alle nostre spalle, privan­doci delle ultime tracce di quel profumo che ci aveva stor­diti. Brian respirò profondamente e mi guardò negli oc­chi.

«Sara», cominciò, «non so cosa mi sia successo. Non ho mai... ascoltami... Prima... prima di venire di sopra la seconda volta stavo pensando che ti desideravo, ma che ci sarei andato piano perché tra di noi avrebbe potuto essere tutto... molto speciale. E adesso...» Scosse il capo stupe­fatto.

Lo guardai di sottecchi e ribattei: «È stata una sorpresa anche per me. Non sono... in tutta onestà, non sono il tipo di ragazza che va a letto con il primo che incontra!» Ero comunque contenta di averlo fatto; non pensavo che esi­stessero ancora uomini di quel genere.

«Ti dispiace di averlo fatto, Sara?»

«No», risposi sinceramente. «Come potrebbe dispia­cermi una cosa del genere?»

Mi si avvicinò per baciarmi. «Neanch'io sono pentito. È stato uno dei momenti più belli... Certo che il profumo di tua zia è potente come pochi!»

L'aveva detto per fare lo spiritoso ma ci accorgemmo entrambi che era la verità. «È stato quello che ci ha fatto cominciare, sai?» dissi. «Esistono erbe dalle proprietà afrodisiache?»

Esitò. «Non secondo la medicina tradizionale», ammi­se. «Alcuni medici sono pronti a giurare che sostanze del genere non esistono. Io non ne sono sicuro. Insomma, non cerchiamo delle scuse. È successo e non mi dispiace per niente. Adesso andiamo a farci quelle uova.»

Ridemmo e ci stuzzicammo a vicenda mentre ci muove­vamo attorno ai fornelli per far bollire l'acqua del tè, frig­gere le uova e il bacon in un'enorme padella di ferro; era annerita e bruciacchiata, ma il risultato fu delizioso. Le nostre risate conservavano tuttavia una nota stridula: era­vamo entrambi stupiti di noi stessi e a disagio. Speravo, senza riuscire a dirlo ad alta voce, che il mio comporta­mento così disinibito non l'avesse deluso; gli era piaciuto fare l'amore con me, adesso era gentile - come lo sarebbe stato qualsiasi uomo civile -, ma avrebbe deciso che si trattava dell'avventura di una notte? Io ero stata benissi­mo, ma mi sarebbe dispiaciuto se Brian si fosse rivelato un partner occasionale invece dell'amico di cui avevo tanto bisogno.

Ci attardammo davanti alle uova e a una seconda tazza di tè, anche se mi confessò che lo beveva raramente. «So­no un uomo da caffè, ragazza mia! Cosa succede, non ti hanno mai detto che gli studenti di medicina sopravvivono grazie al caffè? Dovrò addestrarti meglio», dichiarò, e mi sentii di nuovo speranzosa. Infine, però, quando l'orolo­gio dell'entrata batté tre rintocchi - mi domandai chi l'a­vesse caricato - guardò controvoglia la porta.

«Sara, adesso devo proprio andare. Ha smesso di pio­vere e non possiamo permetterci i pettegolezzi a questo stadio. Mi dispiace molto lasciarti da sola, ma... te la cave­rai?»

«Ma certo, Brian. Non devi restare qui.»

Mi baciò a lungo, poi udii la sua auto che partiva. Mol­to tempo dopo sollevai la lampada e salii lentamente le scale e tornai a infilarmi, questa volta da sola, nell'enorme letto di zia Sara.

Temevo che sarei rimasta sveglia, invece mi addormentai subito. Una volta, alla luce tenue dell'alba, il mio son­no venne disturbato da uno strano rumore, come di qual­cuno che rosicchiava. Topi? Scoiattoli? Il fantasma di zia Sara? Esclamai ad alta voce: «Oh, al diavolo zia Sara!» e mi addormentai di nuovo.

 

CAPITOLO 4

Zenzero

 

Al mio risveglio la luce umida e annacquata del sole riempiva la stanza. Per un istante guardai sorpresa il baldacchino che sovrastava il letto, senza ricordarmi più dove mi trovavo; poi la memoria mi tornò.

Andai alla finestra e scostai i pesanti tendaggi. Alla luce del giorno gli antichi mobili scuri sembravano ancora più pesanti e solenni, ma il letto si era rivelato piuttosto como­do e avevo dormito bene.

Al contrario di quello che mi aveva scritto il reverendo Hay, la casa non era in rovina neanche secondo - come aveva detto? - i criteri cittadini. Non so cosa intendesse esattamente con quell'espressione ma, a parte la polvere, villa Latimer sembrava in ottimo stato. Era stata l'«asso­ciazione storica» a prendersene cura o era semplicemente solida e ben costruita?

Davanti a me si stendeva un pendio erboso piuttosto trascurato punteggiato dalle cime dei soffioni che faceva­no capolino. Era delimitato da una bassa siepe al di là del­la quale si trovava un campo collinoso con montagnole coperte d'edera e pietre grigie erose. Mi suscitarono un vago ricordo che mi riempì di terrore; poi mi resi conto che si trattava di un cimitero antico, le cui pietre tombali erano crollate o si erano consumate. Mi scoprii a ridere: perché no? Tutte le case infestate che si rispettino si affac­ciano su un cimitero, è la regola.

Era quel vecchio cimitero, dunque, l'originario nucleo di Witch Hill.

In ogni caso non ero superstiziosa, e certo tutti quelli sepolti lì erano morti da tanto di quel tempo che doveva­no essere diventati polvere: almeno non potevo lamentar­mi di avere dei vicini chiassosi!

Mi chiesi se anche zia Sara fosse seppellita lì, lasciai ri­cadere la tenda e andai giù a prepararmi la colazione.

La vecchia cucina sembrava assai più accogliente alla luce del giorno; anche il ritratto di zia Sara sulle scale sem­brava sorridermi. Esplorando la dispensa dietro la cucina scoprii che il pavimento di pietra e gli scaffali scuri erano molto meno caldi di qualsiasi altro punto della casa, e do­vevano costituire una soluzione ingegnosa per tenere in fresco il latte prima dell'avvento di ghiacciaie e frigoriferi. tè caldo, pane tostato sul fuoco e generosamente coperto di burro e un uovo nella vecchia padella mi fecero rinasce­re: decisi che mi sarei preoccupata del colesterolo un'altra volta. Più tardi, un bagno caldo nell'antica vasca (l'acqua, con mia sorpresa, aveva cominciato a scendere bollente dieci minuti dopo l'accensione dell'antiquato scaldaba­gno a gas) mi permise di ritrovare una certa somiglianza con la Sara che ero stata fino a tre settimane prima. Tornai da basso a lavare i piatti della colazione - avrei presto do­vuto provvedere a comprare un'altra bombola di gas -, pensando che poi avrei cercato la stanza migliore per si­stemare cavalletto e materiale per dipingere; dopotutto, mi trovavo lì per lavorare.

Il locale sembrava umido, quindi spalancai la porta po­steriore per far entrare un po' di sole. Avevo temuto di do­ver armeggiare a lungo col chiavistello, invece stranamen­te l'uscio si aprì subito, come se fosse stato adoperato ogni giorno negli ultimi sette anni. Forse i membri dell'associa­zione storica erano abituati a venire, e in quel caso avrei certamente dovuto cambiare serratura. O forse quell'edi­ficio era semplicemente ben costruito - e incredibilmente pulito - a parte la polvere.

Mentre stavo asciugando l'ultimo piatto udii un miagolio acuto e insistente, e un grosso gatto rosso entrò in cuci­na come se fosse stato il padrone di casa.

Si fermò davanti all'armadio arieggiato della dispensa, fissandolo con uno sguardo di calma aspettativa.

«Miao!» protestò, e risi ad alta voce.

«Va bene, micione. Quale strega non ha un gatto? Solo che in genere sono neri, mi pare.» Gli versai una scodella di latte, aggiunsi un uovo crudo e una strisciolina di pan­cetta che era avanzata. Placidamente, come se il pasto gli fosse dovuto, cominciò a mangiare, poi mi seguì da una stanza all'altra, fermandosi di tanto in tanto per saltare su un mobile e annusarlo; quando andai a rifarmi il letto si acciambellò sul cuscino, facendo rumorosamente le fusa.

«Accidenti, gattone», esclamai, «sembri proprio a ca­sa tua! Cosa succede? Il tam-tam dei gatti ti ha detto che la casa infestata veniva riaperta e che potevi presentarti come candidato? Pensavi forse di spacciarti per un auten­tico gatto da strega perché sono una principiante?»

Fece di nuovo le fusa, come per rispondermi.

«Sarai un'ottima compagnia. Va bene, micio, puoi ri­manere finché qualcuno non viene a reclamarti. Se devi abitare in un posto del genere, come potrei chiamarti?» riflettei ad alta voce, poi mi venne in mente il vampiro dol­ce ed educato dello sceneggiato televisivo Dark Shadows. Barnabas Collins, il vampiro gentiluomo.

«Vieni, Barnabas», ordinai, «andiamo a cercare un posto per il cavalletto.»

Come se mi avesse capito balzò giù dal letto, gironzolò in corridoio e si fermò davanti a una stanza vuota.

«Là dentro? Va bene», lo presi in giro e lo seguii all'in­terno del locale. Era una stanza spaziosa e luminosa, che conteneva solo alcuni vecchi bauli, e aveva un'enorme fi­nestra orientata a nord che mi avrebbe permesso di dipin­gere benissimo. Montai il cavalletto, e Barnabas scoprì a sue spese che la struttura non era in grado di sopportare il suo peso (fortunatamente, un attimo prima che rovinasse a terra il micio se n'era allontanato con un salto). Andai a prendere un secchio, uno spazzolone e degli stracci per eliminare la polvere. Quando la stanza fu perfettamente pulita tornai giù per pranzare - un panino con i pomodori - e diedi dell'altro latte a Barnabas. Mi sedetti sugli scalini inondati dal sole per preparare una lista della spesa: avevo deciso che quel pomeriggio sarei andata a piedi a Madi­son Corners per acquistare provviste, acquaragia e molto cibo per gatti o pesce (così vicino all'oceano non sarebbe stato difficile procurarselo, c'erano probabilmente molti pescatori con degli scarti che non riuscivano a vendere e che mi avrebbero dato per pochi spiccioli).

Stavo redigendo un secondo elenco di commissioni da sbrigare durante la mia prima visita ad Arkham - accessori per dipingere erano certamente in vendita nella libreria del Miskatonic College; dovevo poi cercare qualche anti­quario, dal momento che non mi servivano tutti quei mobili -, quando una strana voce disse, quasi sopra la mia testa:

«Ma guarda, Zenzero! Vedo che ti sei trasferito e sem­bri proprio a casa tua!»

Il gatto miagolò di rimando; mi alzai ad accogliere l'uo­mo, che stava facendo il giro della casa per venirmi incon­tro.

Era molto alto - probabilmente almeno un metro e no­vanta -, e portava abiti scuri e austeri. Aveva un viso affila­to, capelli chiari e arruffati e mento e naso lunghi e ap­puntiti, con folte sopracciglia sotto cui luccicavano occhi d'acciaio. No, non era proprio così: la mia descrizione lo fa sembrare quasi un mostro, a torto. Era invece perfetta­mente normale, e quasi bello, anche se di una bellezza ru­de e glaciale come quella tipica del New England. Sem­brava la polena di un antico veliero, o l'effigie di un cava­liere crociato su un sepolcro. L'avrei conosciuto bene, ma con i miei occhi d'artista lo vidi sempre così come mi era apparso la prima volta. Ma era davvero la prima volta? Scacciai quel pensiero dalla mia mente e cercai di chiude­re a chiave la porta del cervello.

Si fermò a pochi metri da me e sollevò gli occhi, disto­gliendoli dal micio. Impallidì.

«Avevo sentito in paese che eri tornata», balbettò con un filo di voce. «Il vecchio Jeb me l'aveva detto. Ma si tratta di uno sciocco superstizioso... non avrei mai credu­to che...»

Lo interruppi con decisione. «Di cosa diavolo sta par­lando? Non sono mai venuta qui in tutta la mia vita, ed è la seconda volta che sento raccontare delle sciocchezze sul mio presunto ritorno. Vedo che conosce il gatto: appartiene per caso a lei? È molto bello; mi aspettavo che qualcu­no venisse a riprenderselo.»

L'uomo fece segno di no. Aveva l'aria confusa ma face­va di tutto per nasconderlo. Alla fine replicò: «No, Zenze­ro non è mio, ma è vero che lo conosco bene: era il gatto della signorina Latimer, e naturalmente siamo vecchi ami­ci».

Scossi il capo incredula. Barnabas era un gatto bello e forte, ma non poteva avere più un anno, o due al massimo. Zia Sara era morta da sette anni. Dichiarai quindi: «Se mia zia Sara - la signorina Latimer - possedeva un gatto fulvo come questo, è probabile che abbia riempito il vici­nato di gattini rossicci simili a lui. Si tratta di una bella coincidenza, però, che un sosia del gatto di zia Sara mi ab­bia aspettato sulla soglia proprio nel giorno del mio arri­vo. Mi perdoni, sto divagando». Tesi la mano. «Mi chia­mo Sara Latimer.»

Sorrise debolmente. «Sì, lo so; da queste parti le basta solo quel viso come documento di identità, signorina Latimer.»

«Ci sono altri Latimer da queste parti?»

«Penso che lei... voglio dire, che la signorina Latimer fosse l'ultima, o almeno lo pensavo, o forse dovrei dire che lo temevo. Sono Matthew Hay, e mi deve scusare: co­noscevo sua zia...» esitò, «piuttosto bene da anni. È per caso venuta a prendere il suo posto?»

Il nome mi fece suonare un campanello in testa. Ma il suo posto dove? mi domandai. Nella sua chiesa di pazzoidi, forse?

«Signor Hay», spiegai, «lei ha scritto a mio padre per chiedergli di venderle la casa, ma la lettera è arrivata solo dopo la sua morte.» La sua stretta sulla mia mano era forte, ma aveva le dita ghiacciate. «Avevo pensato di venire a dare un'occhiata prima di decidere se vendere o no; do­potutto è appartenuta alla mia famiglia per trecento anni, e non mi va l'idea di lasciarla a qualcun altro.»

Matthew Hay ribatté: «La capisco benissimo: sua zia Sara la pensava allo stesso modo. Avevo creduto di capire, però, che avesse solo dei parenti lontani non interessati al­la proprietà. L'avevo invitata molte volte a provvedere perché la casa fosse venduta a un prezzo ragionevole alla Chiesa dopo la sua morte ma, come la maggior parte di noi, la signorina Sara non aveva coscienza della propria mortalità e aveva continuato a rimandare. Dopo la sua scomparsa ho atteso diversi anni nella speranza che un suo parente, diciamo così, comprensivo venisse ad abitar­la. Quando non è accaduto ho compiuto delle ricerche per individuare i proprietari legali e ho fatto un'offerta. Però, adesso che lei è qui, e mi sembra evidente che è una Latimer, forse non sarà più necessario».

Non riuscivo a seguirlo: sembrava che stesse delirando. Più tardi, quando imparai a conoscerlo meglio, scoprii che Matthew Hay non parlava mai a sproposito, ma che ogni parola andava dritta all'obiettivo; era tuttavia mae­stro nel nascondere tale obiettivo agli altri.

Gli chiesi: «La Chiesa del Rito Antico, signor Hay, ap­partiene alla chiesa cattolica?»

«Sì, se intende "cattolica" nella sua accezione di uni­versale», rispose. «Il nostro culto è molto più antico di quello cristiano.»

Tradussi mentalmente: setta di pazzoidi. «Be'», dissi, «non sono sicura di volermi disfare della casa. È apparte­nuta alla mia famiglia per troppo tempo. In ogni caso, non venderei quest'estate. Non posso andarmene fino a quan­do non avrò terminato il libro.»

Uno strano sguardo gli deformò il viso. Per un attimo pensai che fosse collera, ma quando riprese a parlare ave­va la voce posata di sempre.

«Sua zia Sara era un'importante e impegnata esponen­te della nostra chiesa: rappresentava uno dei pilastri della comunità, potremmo dire», raccontò. «I Latimer hanno praticato attivamente il nostro culto fin da quando sono arrivati in questo paese nel Seicento. La prima Sara Lati­mer fu una martire uccisa dagli ignoranti persecutori della nostra religione.»

La prima Sara Latimer era stata impiccata per strego­neria.

«Sta cercando di dirmi che la vostra chiesa... si basa sulla stregoneria? Che adorate il diavolo?»

«Signorina Latimer, solo gli ignoranti lo chiamano co­sì. Visto il suo livello di competenza attuale non posso neppure discuterne con lei», dichiarò. «Forse, quando ne saprà di più sulla nostra religione - e le assicuro che di ve­ra religione si tratta - le verrà il desiderio di unirsi a noi. Come le ho già detto, la signorina Sara, sua zia, era uno dei nostri capi spirituali più in vista. Era molto rispettata, per non dire riverita, nella nostra comunità. Ma oggi sono venuto solo per darle il benvenuto a Madison Corners e a chiederle se posso fare qualcosa per aiutarla.»

Con un pizzico di malizia pensai: Grazie, ma il benve­nuto me l'ha già dato Brian Standish. «È molto gentile da parte sua: vorrei solo sapere dove posso comprare uova e latte e dove ordinare altre bombole di gas per cucinare.»

«La signorina Latimer acquistava sempre il latte alla fattoria Whitfield, che si trova tra qui e la fermata dell'autobus», mi informò Matthew Hay, «e se non dovesse ave­re il pollice verde potrà trovare lì ortaggi ed erbe. Sua zia aveva un meraviglioso orto di erbe aromatiche, che temo sia ormai in stato di abbandono, anche se devo confessare che di tanto in tanto sono venuto qui a raccogliere qual­che aroma e ho cercato di curare le piante meglio che ho potuto. Tutte le conoscenze sulle erbe aromatiche del New England si stanno perdendo e penso che varrebbe la pena di conservarle. E poi», sorrise, e il suo viso pallido divenne improvvisamente umano e dolce, «confesso di soffrire di tanto in tanto di reumatismi e raffreddori, e tro­vo i rimedi vegetali migliori delle pastiglie e degli sciroppi che ci propina il medico. Spero che mi perdonerà per es­sere entrato nella proprietà.»

«La prego, venga pure quando vuole», dissi subito. «Non sapevo neppure che zia Sara coltivasse erbe aroma­tiche; non ho avuto il tempo di esplorare il giardino, e non so neppure quanto terreno mi appartenga.»

«Mi permetta allora di farle visitare la proprietà», pro­pose Matthew Hay. «Conosco questa terra da quando ero piccolo; in effetti, sono il suo vicino.» Fece un gesto in di­rezione del vecchio cimitero. «La mia casa si trova dietro quel boschetto, da qui non si vede. Venga, le faccio vedere le erbe aromatiche.»

Lo accompagnai dietro l'angolo di casa; il gatto Barnabas, che si era acciambellato su un gradino di pietra a cro­giolarsi al sole, distese le zampe fulve e ci seguì con passo solenne. Sorpresi Matthew Hay che si voltava a lanciare un'occhiata furtiva al gatto. Anche lui aveva qualcosa di felino, con quella grazia sorniona e la forza quasi animale­sca delle spalle. Aveva mani enormi anche per la sua con­siderevole altezza.

«Ecco il giardino; le erbe si trovano qui, al sole, sotto lo steccato», annunciò. Le assi erano grigie ed erose, anche se la palizzata non appariva rotta da nessuna parte. Annu­sai l'aria, profumata dall'aroma che le file ordinate e le piccole chiazze rotonde di vegetali liberavano al sole.

«Riconosco il timo e la santoreggia», dissi, «la lavanda e la verbena.» Mi chinai per raccogliere un rametto di quelle foglie profumate di limone, strofinandole tra le di­ta. «Gli altri aromi, no.»

«Questa è consolida maggiore», spiegò. «Era chiama­ta "saldaossa" perché molte persone credevano che, usata in tisane e cataplasmi, accelerasse la guarigione di una frattura. Molti sono convinti che sua zia ne sapesse più dei medici in fatto di rimedi. Per esempio, mi svelò che il ro­smarino» - si chinò per raccoglierne qualche foglia - «costituisce un'eccellente cura contro la calvizie. Lo uso come balsamo da anni e, come può vedere, ho ancora tutti i miei capelli, anche se mio padre diventò calvo a quarant'anni.»

Sorrisi. «Ho intenzione di occuparmi di queste erbe», dichiarai. Forse anche Brian sarà interessato: molti medici, da quello che sapevo, si servivano delle erbe e dei rimedi di una volta.

«Approvo con tutto il cuore la sua decisione. Sarò feli­ce di aiutarla e di insegnarle quello che so.»

Uno strano odore penetrante si librava da una piccola chiazza di foglie verdi; lo riconobbi, era uno dei compo­nenti dell'unguento profumato che aveva avuto un effetto tanto sconcertante su me e Brian la sera precedente. Rac­colsi alcune di quelle foglioline appuntite e le mostrai sul palmo della mano a Matthew Hay. «Che cos'è?» chiesi bruscamente. «Ho dormito ieri sera in camera di zia Sara che è impregnata di quest'odore.»

«Estragone», rispose. «In forma di infuso è considera­to utile per alleviare i disturbi digestivi e la flatulenza.»

Aggrottai lievemente le sopracciglia. «Mia madre lo usava nell'insalata e nell'aceto», dissi, «ma non aveva un odore del genere.»

Ne sbriciolò qualche foglia tra le dita: quel profumo aveva la capacità di turbarmi e di sconvolgermi. Aggiunse, lentamente, guardandomi fisso negli occhi: «L'aroma del­le erbe fresche non assomiglia per niente a quello delle fo­glie essiccate che si comprano al supermercato. Spesso quelle vengono mischiate ad altre meno costose.»

Schiacciai le foglie tra i polpastrelli, come aveva fatto lui, e annusai. Inspirando profondamente quel profumo scoprii che aveva uno strano effetto su di me. I vestiti mi parvero improvvisamente troppo stretti e opprimenti, co­me se la mia pelle avesse bisogno d'aria. Ogni termina­zione nervosa mi sembrò più sensibile. Alzando lo sguar­do scoprii che gli occhi di Matthew Hay erano ancora fis­si su di me, sempre con quell'espressione sgradevole e bramosa.

Mi chiedo come sia a letto! Ha l'aria forte, muscolosa...

Matthew Hay aggiunse con enfasi pacata: «Si crede an­che che sia un afrodisiaco, uno stimolante sessuale».

Lasciai cadere le foglie come se bruciassero, ma lui sta­va ridendo.

Gli occhi mi si fermarono su un basso cespuglio all'e­stremità del giardino, carico di bacche bluastre. «Sono mirtilli?» chiesi.

«No!» Mi trattenne mentre stavo per toccarli. «Non le consiglio di usarli in una torta, signorina Latimer! Si tratta della micidiale belladonna! Il suo elemento attivo è l'atro­pina!»

Mi ritrassi. «Cosa ci fa la belladonna in un orto di erbe aromatiche?»

«Usata con cautela, in piccole quantità», spiegò «può servire... come psichedelico. Ha anche alcune virtù curati­ve. Si tratta però, soprattutto, di un potente veleno.»

Proseguì nell'orto, mostrandomi altre piante. Timo e santoreggia, usati in cucina; artemisia, una cura per l'acne e le verruche; maggiorana, per alleviare idropisia e gonfio­re e ottimo aroma per pesce o pollo; finocchio, impiegato per curare le diarree estive che in passato uccidevano tanti bambini del posto, e altre erbe dai nomi completamente sconosciuti. I loro aromi amarognoli, inebrianti o dolcia­stri mi si confusero nella mente e nei sensi. Volevo trovare una pianta di erba gatta. Se zia Sara aveva avuto un micio simile al mio, e se aveva coltivato l'erba gatta per lui... be', il mio gattone rosso ci camminò in mezzo come se quella pianta fosse stata sua.

Quando giungemmo all'estremità dell'orto, Matthew Hay mi domandò: «Le piacerebbe vedere la mia chiesa? Si trova subito al di là del vecchio cimitero, che un tempo era il camposanto della chiesa puritana; a quei tempi veni­va chiamata chiesa separatista di Cristo, come il gruppo che ora si fa chiamare chiesa congregazionista in tutto il New England. In genere attraverso il cimitero per venire qui; spero che non abbia superstizioni o timori particola­ri! Molte donne non sopporterebbero di vivere sole in una casa che si affaccia su delle tombe!» Mi fece passare oltre in cancello in rovina.

«Mio padre era solito dire: perché avere paura dei morti quando molti dei vivi sono ben più pericolosi?»

«Un uomo saggio, non c'è che dire», commentò Matthew Hay, evitando con destrezza un vecchio sepolcro se­midiroccato che prima non avevo visto.

Mi venne in mente che forse qualcuno dei miei antenati era stato seppellito proprio lì. «Ci sono dei Latimer in questo cimitero?»

«Molti. La signorina Latimer - sua zia - aveva espresso il desiderio di essere sepolta qui, accanto ai suoi avi, ma questo cimitero non accoglie nuove tombe, quindi la sua salma riposa - ufficialmente - nel cimitero della chiesa di Madison Corners.»

«Cosa intende per "ufficialmente"?» chiesi, e lo strano sguardo carico di furore gli deformò di nuovo il viso. Strinse i pugni finché le nocche non gli diventarono bian­che, e per un attimo ebbi paura che mi colpisse, tanto che indietreggiai. Invece si ricompose in un attimo e la sua vo­ce, quando parlò, era pacata.

«Intendo dire questo: la signorina Latimer affermava di amare tanto questo posto che era certa che il suo spirito vi sarebbe tornato, indipendentemente da dove si fosse trovato il suo corpo», rispose. «Ecco qui una delle sue antenate, Sara.»

Abbassai lo sguardo e un gelido brivido di terrore mi percorse tutta:

 

SARA MAGDALEN LATIMER

UCCISA QUI DAI CANI, 1884

«E I CANI NE MANGERANNO LE CARNI» II RE 9,36

 

«Oh, Signore!» esclamai, «l'ho sognata questa notte! L'ho già vista...»

Le mani di Matthew Hay solide e forti mi sostennero. «È un passo molto conosciuto.»

«Ma non siamo mai stati dei grandi lettori di Bibbia in famiglia», protestai, «e non è il genere di cose che pense­rei di...»

«Non abbia paura», disse con aria rassicurante. «Può darsi che non l'abbia affatto sognato. Conoscerà il feno­meno che si chiama déjà vu per cui si crede di avere già vi­sto qualcosa; secondo molti psicologi è dovuto al fatto che una metà del cervello vede qualcosa prima dell'altra metà, e per questo sembra familiare. Oppure, quando è arrivata ieri sera l'ha visto con la coda dell'occhio e il suo subcon­scio l'ha ricordato, anche se a lei non sembra.»

Scossi il capo cocciutamente. La notte scorsa, quando ero arrivata a casa, faceva così buio che avevo avuto biso­gno della torcia anche solo per entrare. «No, l'ho sogna­to. Maledetta casa!»

«Penso che sia troppo tesa», osservò. «Vuole che tor­niamo indietro? L'avevo avvisata che vivere così vicino a un cimitero può scuotere i nervi.»

E adesso cercherà di nuovo di convincermi a vendere la casa.

«No», replicai. Mi voltai e guardai la casa alla luce del sole. Adesso era solo una vecchia costruzione ridicola e brutta; all'inizio era probabilmente stata una minuscola catapecchia, e le generazioni successive l'avevano pro­gressivamente arricchita di ali laterali, torrette, balconi, fi­nestre panoramiche senza logica né armonia né alcuna co­gnizione architettonica. Era una mostruosità che avrebbe fatto scappare a gambe levate un artista, e adesso, alla luce del giorno, sembrava semplicemente comica. A Berkeley sarebbe stata considerata un capolavoro di pacchianeria. Streghe, antiche religioni, case infestate, gatti sulla so­glia... tutto era un incubo kitsch, e scoppiai a ridere.

«Una casa del genere darebbe incubi a chiunque», commentai. «Vediamo il resto del cimitero. Ci sono dei vecchi epitaffi divertenti?»

«Direi proprio di sì», rispose Matthew Hay. «Questo posto diventerebbe una trappola per turisti, se si diffon­desse la voce. Per esempio, ecco qui una delle mie antena­te.» Mi accompagnò a un'antica lapide di marmo grigio e mi aiutò a decifrare le lettere erose:

 

MADAMA TABITHA HAY

MORTA NEL 1702

SPOSA ADORATA DI IL-SIGNORE-È-IL-MIO-RIPOSO HAY

IL SIGNORE DA E IL SIGNORE TOGLIE

BENEDETTO SIA IL SIGNORE.

 

«Non ci vedo niente di divertente» commentai, «anche se... che nome! Il-Signore-è-il-mio-Riposo!»

«Ci sono anche nomi peggiori», raccontò Matthew Hay. «Sulla vecchia Bibbia di famiglia si cita uno dei miei trisavoli come Combatti-la-Giusta-Battaglia-per-il-Signore Hay. Ma non ha ancora visto tutto. Questo qui aveva tre mogli. Ecco la consorte numero due.»

Sulla lapide si leggeva:

 

ELIZA HAY

MORTA NEL 1709

SPOSA DI IL-SIGNORE-È-IL-MIO-RIPOSO HAY

È MEGLIO SPOSARSI CHE BRUCIARE.

 

«Lui, chiaramente, non è bruciato», commentai. «Dove si trova la terza moglie?»

«Laggiù.»

 

CHASITY HAY

MORTA NEL 1714

SPOSA DI IL-SIGNORE-È-IL-MIO-RIPOSO HAY

SE UNA DONNA È VIRTUOSA, CHE RESTI VERGINE.

 

«Buon Dio!» esclamai. «Che epitaffio per la tomba di una moglie!»

«Ma ecco il meglio», annunciò Matthew Hay, che mi portò a un alto monumento grigio dalla forma vagamente fallica eretta verso il cielo. «Ecco il vecchio in persona.»

 

IL-SIGNORE-È-IL-MIO-RIPOSO HAY

MORTO IL PRIMO APRILE 1754

«È MEGLIO VIVERE SU UN ANGOLO DEL TETTO

CHE IN UNA GRANDE CASA CON UNA DONNA LITIGIOSA.»

 

Non potei trattenere una risata. «Che mascalzone!»

«Be', può darsi che avesse dei buoni motivi per diven­tare misogino», commentò Matthew Hay.

Le risate in compagnia avevano eliminato in gran parte il mio disagio; adesso mi sentivo piuttosto disinvolta ac­canto a quell'uomo e, alla fine della visita del cimitero, do­po aver commentato il numero di bambini morti prima dei due anni, i nomi assurdi e i testi biblici ci davamo or­mai del tu chiamandoci «Matthew» e «Sara».

Non mi stupii più quando trovai altre due o tre tombe in cui una «Sara Latimer» era stata sepolta tra il 1657 e il 1908. C'erano poi altri Hay, Standish, Latimer, Whitfield, Whateley, Marsh e molti nomi famosi nella storia del New England. In fondo al cimitero mi fece passare sotto un an­tico arco di bronzo e, dopo aver attraversato il boschetto, giungemmo davanti a una decrepita cappella di pietra.

«La Chiesa del Rito Antico.»

«Non rischia di caderci addosso? Sembra tanto vec­chia...» Esitai sui gradini prima di entrare.

«Gli operai di un tempo costruivano meglio di quelli moderni», mi rassicurò. «Le chiese, poi, venivano erette per durare fino alla fine dei tempi. In Europa molte catte­drali edificate nel decimo secolo sono impiegate ancora oggi. Più un luogo di culto dura, più diventa forte; la fede accumulata nel corso dei secoli crea un'aura di potere.»

Mi sollecitò a entrare con una mano sul braccio. Pen­sai: culto di streghe? No, non può essere se si svolge in una chiesa consacrata. Entrai.

La cappella era davvero vecchissima e mi accolse con un odore stantio di legna e pietre antiche, insieme a uno strano profumo di erbe e a un altro aroma che non seppi riconoscere. Non c'erano banchi: forse erano stati tolti. Dopo un paio di passi mi sentii stranamente nauseata, re­stia ad avanzare. La stretta sul braccio, però, era irresisti­bile; Matthew mi spinse fino all'altare.

Era basso e piatto, costituito da una lastra di pietra si­mile a quelle delle lapidi; su di esso trovavano posto una ciotola e un rametto verde di salice.

Ebbi l'impressione che una nebbia mi offuscasse la vi­sta. Chiesi bruscamente: «Dov'è il coltello con il manico nero?»

La sua voce mi rispose stridula: «Pensavo mi avessi detto che non sapevi nulla di queste pratiche!» Si girò di scatto, fissandomi con occhi di acciaio incandescente.

Scossi il capo; mi sentivo stordita. «Infatti non ne so niente, te lo giuro. Non ho idea del perché ho detto una cosa del genere!»

«Io sì, invece!» Mi guardò fisso afferrandomi con for­za le spalle. Il suo respiro sul mio viso era caldissimo. «Sara Latimer, sei una di noi! La parte più profonda della tua memoria ti dice che sei una di noi, non lo vedi? Ogni volta che una ragazza con le tue caratteristiche fisiche e mentali è nata nella tua famiglia, è diventata Alta Sacerdotessa del Rito Antico! E adesso che sei venuta qui, anche in te la memoria ancestrale si manifesta con prepotenza!» La sua voce si ridusse a un mormorio accattivante. «Non ti sei accorta che, da quando sei arrivata, hai cominciato a par­lare e a comportarti stranamente, in un modo che prima ti era del tutto estraneo?»

Quest'ultima frase mi indusse a riflettere. Mi ero trova­ta a letto, la sera prima, con un perfetto sconosciuto. Pro­testai debolmente: «Ma non voglio essere una strega!»

«Lo dici perché non sai di cosa parli», mi assicurò Matthew senza lasciare la presa. «Adesso questo è il tuo destino, Sara. Sei una di noi, non puoi opporti.»

«No! No!» Cercai di dibattermi, ma il suo respiro mi dava le vertigini, e la stretta delle sue mani, per quanto crudele e dolorosa, era incredibilmente eccitante.

Mormorò in tono basso e seducente: «Consacriamo adesso il ritorno della nostra sacerdotessa».

Non potevo ribellarmi. Come sotto ipnosi, lasciai che mi togliesse la gonna e la camicetta. Si liberò poi dei suoi vestiti e mi si mise di fronte, sollevando le braccia in un bizzarro gesto rituale.

«Capro Nero delle Foreste! Essere Cornuto di Lussu­ria e Potere! Guardami mentre prendo questa donna, la tua neofita, per renderti omaggio!»

Udii la mia voce che sussurrava in tono assente:

«E sia!»

Aveva un corpo slanciato, magro, quasi senza peli, ma i muscoli della schiena e del torace gli vibrarono armoniosamente come quelli di un gatto quando mi si avvicinò. Era pronto a possedermi e il suo organo sembrava enor­me, lungo e durissimo, e gli pulsava con uno strano ritmo, È una follia, pensai. Quest'uomo è matto! No, io sono matta. Siamo tutti folli, qui! C'è pure il gatto che sorride, come quello di Alice nel paese delle meraviglie! Oltre la spalla di Matthew vidi Barnabas, che era saltato sull'altare e da lì ci sorvegliava con occhi spalancati e giallastri.

Mi udii sospirare quando un'ondata di desiderio che non potevo controllare mi invase. Le mani di Matthew Hay mi strinsero i seni schiacciandoli, e i capezzoli si gon­fiarono e si indurirono. Mi spinse all'indietro e verso il basso finché non mi trovai distesa sul pavimento ai piedi dell'altare e mi venne sopra urlando parole che non com­presi:

«Ad Baraldim, Asdo Galoth Azathoth!»

Volevo gridare, protestare, liberarmi a unghiate e scap­pare, fuggire nuda se necessario, attraversare di corsa il ci­mitero senza vestiti, correre, correre, correre e correre e non fermarmi mai...

Si chinò e mi morse crudelmente un seno. Mi udii emettere un gridolino eccitato. Con la bocca mi esplorò il corpo, lo assaggiò, morse e succhiò; si soffermò sul ventre, muovendosi poi inesorabilmente verso il basso: Si sollevò di nuovo e rantolò con voce malferma:

«Rendo omaggio alla porta della vita!»

Lentamente, deliberatamente, come se stesse eseguen­do un curioso rituale, la sua bocca scese tra le mie gambe divaricate ad assaporare la parte più intima del mio corpo; lì si chiuse, incerta tra un lungo bacio e un morso; gemetti ad alta voce, in preda al parossismo, solo per metà consa­pevole di ciò che stava accadendo.

Poi si staccò di colpo con i lineamenti distorti, gli occhi di un verde brillante come quelli del gatto, e mi venne so­pra. Con violenza mi divaricò le cosce e mi penetrò con forza, dolorosamente, giungendo nella parte più intima di me. Urlai e mi dibattei, ma mi stringeva con tale energia che non riuscivo neppure a muovermi. Continuava ad agi­tarsi dentro di me implacabilmente, in modo sempre più brutale e profondo, finché il dolore non si tramutò in ecci­tazione e cominciai a muovermi, a contorcermi, a confic­care le unghie, senza sapere se stavo lottando per liberar­mi o partecipando con selvaggio piacere a quell'istante sfrenato. Quell'incertezza fu presto risolta: udii le mie ur­la folli, inumane, il corpo mi veniva sbattuto senza pietà, le mani lo stringevano lasciandogli tracce di sangue sulla schiena e le spalle, con le gambe lo tenevo saldamente an­corato a me. Ci muovemmo all'unisono, avanti e indietro, oscillando, gemendo; Matthew aveva il viso contorto e stravolto, e una caligine velata di rosso fluttuò e mi scese sugli occhi. Il gatto emise un lungo lamento e saltò giù dall'altare per venire a infilare il muso tra le nostre teste.

Mi staccai cercando di riprendere fiato, con il cuore che martellava, mentre Matthew si sollevò lentamente sul­le ginocchia. Si avvicinò all'altare, estendendo le mani al di sopra di esso, e borbottò qualcosa tra sé o alla volta del­le strane divinità che adorava.

Scossa, quasi in lacrime, afferrai i miei vestiti. Barnabas mi pigiò il naso contro la mano e lo accarezzai con aria as­sente. Sono completamente uscita di senno.

Cosa potevo fare? Protestare indignata? A meno che Matthew Hay non fosse un idiota totale, aveva certamente capito che era piaciuto a me tanto quanto a lui. Ma cosa diavolo mi stava accadendo?

Matthew mi si riavvicinò, chinandosi per sfiorarmi i ca­pelli. Mormorò con dolcezza: «Benvenuta tra noi, amore mio».

Mi resi conto di trovarmi ancora sotto quello strano in­cantesimo. Un'immagine bizzarra mi venne in mente, ed esclamai, senza sapere bene perché: «Abbiamo sbagliato, Matthew. Non indossavi la Maschera con le Corna».

I suoi occhi brillarono per l'esultanza. «Adesso sai di essere davvero una di noi. La Maschera non è fondamen­tale, Sara; rimedieremo domani sera all'Esbat, adesso che ti sei unita a me. Allora ti presenterò alla congrega e ri­prenderai il tuo posto di sacerdotessa.»

La testa di Barnabas si trovava ancora sotto la mia mano: era calda, un'isola di normalità e sanità mentale in un universo popolato da miraggi. Avevo ancora le vertigini, mi sentivo debole e il corpo mi pareva tiepido e appagato. Dovevo però sforzarmi di tornare alla realtà. Mi sollevai sulle gambe e mi allacciai la gonna. Infilai la maglietta ap­prezzando il momento di oscurità che mi procurò passan­domi sugli occhi. Quando ne emersi ravviai i capelli umidi e fissai Matthew.

«Non so come ci sei riuscito», dichiarai, «ma forse quanto è successo non significa quello che credi tu.»

«Ah, no?» Si sedette a gambe incrociate, ancora nudo davanti al suo altare. La maggior parte degli uomini sem­bra ridicola dopo, con il sesso molle e pendente, ma quel­lo di Matthew conservava ancora uno strano residuo di vi­gore ed energia. Mi chiese: «Sii sincera, Sara: avevi mai fatto prima una cosa del genere?»

Sapevo perfettamente cosa intendeva, ma feci finta di nulla e non risposi alla sua vera domanda. «Sesso, vuoi di­re? Certo che sì. Nessuna ragazza è vergine alla mia età a meno che non sia piena di problemi. Ho vissuto con un uomo in California per quasi un anno.»

Il suo sguardo non vacillò, e ignorò il mio tentativo di cambiare discorso. «Non è quello che ti ho chiesto. Vo­glio sapere se l'hai mai fatto in questo modo, facile e pro­miscuo, senza tutte le pretese romantiche tipiche della no­stra cultura.»

Era proprio quello che mi ero domandata anch'io. A una ragazza può capitare di andare a letto, per una volta, con uno sconosciuto incontrato solo un'ora prima, e ciò può essere dovuto a un'improvvisa e irresistibile attrazio­ne. Ma fare sesso con un perfetto sconosciuto per due vol­te nel giro di ventiquattr'ore era diverso. Non ero io, non ero io.

Nonostante questo, non avevo intenzione di parlargli di Brian. Poteva anche farsi chiamare prete, ma questo non significava che avesse il diritto di ascoltare la mia con­fessione. Dissi quindi con aria evasiva: «No, mai prima di venire qui».

Aveva ancora gli occhi fissi sui miei. Era certamente la più strana conversazione che avessi mai avuto con un uo­mo dopo aver fatto sesso. Chiese: «E ti senti in colpa?»

In colpa? «No», risposi in tutta onestà, «direi di no. Mi sento... be', innanzitutto sciocca, e poi mi vergogno un po'. Mi sembra di aver fatto qualcosa di stupido e di brut­to.»

«Perché?»

Non avevo risposta; e anche se non sapevo ancora cosa pensare di quel pazzoide che sembrava capace di leggermi la mente e perfino l'anima, non mi sarei abbassata a men­tirgli. Replicai quindi: «Non lo so, ci devo pensare. Devo decidere cosa provo». Mi alzai: mi fece sentire meglio il fatto di poterlo guardare dall'alto al basso. Sì mise in piedi anche lui e cominciò lentamente a rivestirsi.

Commentò: «Quello che provi ora è il normale disagio mentre passi dal tuo vecchio io - la tua educazione sba­gliata - alla tua vera identità di strega, Sara. Tutte le stre­ghe sono promiscue e fanno sesso dove e come vogliono per il loro piacere personale».

«Cosa ti fa pensare che questo sia il mio autentico io?»

Sorrise. «Guarda il dipinto in casa tua, Sara. Ogni Sara Latimer è una strega.»

Mi prese un gomito per condurmi fuori dalla chiesa. Quando mi mossi avvertii un vago ricordo nel mio corpo, ma lo soffocai prontamente. Dissi invece, con un'improv­visa vampata di furore: «Non hai preso nessuna precau­zione: cosa faccio se sono rimasta incinta? O forse una strega non si deve preoccupare di insignificanti dettagli del genere?»

Rovesciò la testa indietro e scoppiò a ridere mentre si allacciava i pantaloni. Davanti al mio sguardo furioso tornò serio e disse con dolcezza: «Scusa, Sara, continuo a dimenticare che la tua mente ha ancora molto da impara­re. Uno dei principi della stregoneria è che - a meno che non si tratti di un rituale per la fertilità, e non è il nostro caso - nessuna strega si allontana dall'Altare Nero, come si dice, portandosi via qualcosa che non aveva già da pri­ma».

Sperai che fosse la verità e non una semplice convinzio­ne della congrega di Matthew. Doveva aver percepito il mio scetticismo perché disse: «Immagino che dovrai aspettare per esserne certa, a meno che la tua memoria di strega non ti torni nel frattempo. Mi dispiace che ti preoc­cupi per quello: ti assicuro che non è necessario». Finì di annodarsi la cravatta. Aveva un'aria disinvolta, civile e in ordine, e non recava alcun segno dell'impeto selvaggio di soli cinque minuti prima.

Mi riaccompagnò oltre il cimitero, fino alla porta della vecchia casa. «Devo fare dei preparativi», disse «e parla­re con gli altri membri della congrega. Perdonami se ti la­scio sola, ma ti rivedrò all'Esbat.»

Lo lasciai andare senza una parola e lo guardai allonta­narsi sorridente e allegro. Ma la frase - infantile e sgrade­vole - di commiato che usavo da bambina con le amiche mi ritornò in mente. «Vedermi all'Esbat? Sempre che non ti veda io per prima!»

 

CAPITOLO 5

Il mio vero amore

 

Una volta entrata in casa andai di sopra, evitando lo sguardo di zia Sara del dipinto sul­le scale. Ogni strega è promiscua. Aveva attira­to gli uomini del posto nel suo letto, anche quando era ormai vecchia e brutta? Ma del resto chi ero io per criticarla? Non mi sarei illusa con una facile razionalizzazione, non avrei sostenuto che ero stata ipnotizzata o altre sciocchezze del genere. Va bene, mi ero fatta Matthew Hay, per dirla nel modo più brutale possibile. Mi era piaciuto. Ma se cominciavo a credere di essere posseduta dallo spirito di una o più delle streghe mie antenate, sarei presto finita al manicomio!

Al piano superiore entrai nella maestosa vasca e mi strofinai senza pietà, cercando di cancellare con rabbia l'odore e il ricordo del corpo di Matthew Hay. Il seno era coperto di lividi che si stavano annerendo sempre più, e avevo tracce di morsi sulle spalle e sangue sotto le unghie. Quando finalmente uscii dall'acqua e mi fui asciugata, passai in camera da letto e cercai nella valigia una crema da spalmarmi sulle zone più malconce; evitai invece con cura i vasetti e i flaconcini sulla toeletta della zia Sara. Avrei fatto bene a liberarmene, per quanto fossero efficaci i suoi rimedi a base di erbe. Ricordavo di aver letto che i veri afrodisiaci non esistevano, ma qualcosa aveva certa­mente fatto perdere la testa a Brian la notte scorsa. E a me.

Entrai nel locale che avevo scelto come studio, presi un foglio e lo fissai al cavalletto, poi cercai di iniziare un nuo­vo acquerello. Non mi riuscì: mi trovai a disegnare pigra­mente una strana maschera con le corna... era forse quella maschera? Mah.

Sentendomi sola e abbandonata, mi venne voglia di ri­fare i bagagli e di correre in strada. L'autobus per Arkham sarebbe passato tra mezzora. Quella casa era troppo per me. Barnabas miagolò al piano di sotto, così scesi e gli die­di il latte che restava. C'era però una complicazione: ades­so che il micio mi aveva adottata, non potevo semplice­mente andarmene e lasciarlo morire di fame. Oh, al diavo­lo, se veramente fossi stata una strega sarei riuscita ad atti­rare qualcuno per occuparsi del gatto o almeno per tirar­mi su il morale!

Vagai tristemente per la casa. Nella grande biblioteca piena di libri trovai un volume, che dimostrava un secolo, intitolato Il dio delle streghe: sfogliandolo scoprii che l'Esbat era la riunione settimanale di una congrega di stre­ghe, mentre il Sabba era la celebrazione che si teneva quattro volte l'anno. Mi tornò in mente di nuovo Matthew Hay, così chiusi il libro di scatto e lo riposi sullo scaffale. Forse avrei dovuto leggerlo e scoprire a cosa mi trovavo di fronte, ma in quel momento non mi sentivo pronta.

Improvvisamente il mio umore migliorò; non sono mai stata una veggente, ma mi scoprii a fischiettare allegra­mente e non fui sorpresa quando una Volkswagen blu dal­l'aria familiare arrancò faticosamente sulla collina e si fermò nel vialetto d'ingresso.

Ebbi l'impressione che un peso mi venisse tolto dal cuore. Non avevo capito fino a che punto temevo mi con­siderasse una ragazza facile e non una persona che gli pia­ceva davvero e che desiderava conoscerlo meglio. Corsi alla porta e l'aprii mentre saliva sulla veranda.

«Oh, Brian, sono felice di vederti!»

Tese le braccia e mi strinse. «Ciao, strega dagli occhi verdi! Sei splendida! Sarei passato prima, ma mi sono do­vuto fermare a dare un'occhiata a una ragazza con il mor­billo e a un vecchio che aveva messo un dito in una trap­pola per topi e soffre di altri malanni. Ma non ho smesso di pensare a te; cercavo una buona scusa per venire a tro­varti, e finalmente ne ho trovata una.»

«Non hai certo bisogno di scuse», esclamai.

Arrossì. «Be', non volevo pensassi che cercavo... di convincerti a tornare a letto con me. Però ho trovato il pretesto perfetto. Ti rendi conto che ieri sera ti ho acceso la lampada ma non ti ho insegnato a farlo da sola? Temevo che scendesse la sera e che ti trovassi ad armeggiare con lo stoppino e il becco.»

«È un fantastico pretesto!» E per quanto riguarda l'an­dare a letto insieme, cosa ti fa pensare di aver bisogno di convincermi? Questo, però, non lo dissi ad alta voce. Mi sentivo piuttosto sconcertata, e mi chiesi improvvisamen­te se il sesso con Brian fosse stato autentico e non, invece, com'era accaduto con Matthew Hay, dovuto all'influenza della strega che era in me. Oh, sciocchezze! Avevo deside­rato Brian. Non avevo invece voluto Matthew Hay, e non avrei permesso a quest'ultimo di separarmi da Brian.

«Entra, Brian.»

«Non mi potresti impedire di entrare neanche se voles­si.» Varcò la soglia e incontrò lo sguardo di Barnabas. «Ciao, bello. Ti sei già trovata un animale domestico, Sa­ra?»

«È lui ad aver trovato me, piuttosto; era davanti alla porta stamattina e sembra perfettamente a suo agio, quasi fosse lui il padrone di casa! Brian, quando te ne vai puoi darmi un passaggio fino allo spaccio? Devo comprare del cibo per gatti e altri prodotti.»

«Ho un'idea migliore. Vengo a fare la spesa con te - probabilmente so meglio di te cosa occorre in una casa co­me questa -, poi andremo lungo la costa e ci faremo una bella cenetta: granchio, aragosta e altre leccornie. Più tar­di... vedremo. A meno che l'ospedale di Arkham non mi chiami per un'emergenza, ci faremo venire un'idea per concludere la serata.»

Corsi di sopra a prendere la borsa. Era un sollievo chiu­dermi la porta alle spalle, e anche evitare lo sguardo inda­gatore e furbesco di Barnabas. Mi ero aspettata di andare nel negozio di Madison Corners, invece Brian mi portò ad Arkham, in un moderno supermercato vicino al campus. Mentre spingevamo il carrello tra gli scaffali, in cerca di cibi che non avessero bisogno di un frigorifero, appresi che era nato a Madison Corners e aveva studiato lì prima di entrare alla facoltà di medicina a Boston dopo un breve periodo nell'esercito.

«Come quasi ogni medico di questi giorni, avrei potuto stabilirmi in una grande città - che già pullula di dottori - e buttarmi nella mischia per farmi un nome e un sacco di soldi. La maggior parte dei miei compagni di università pensavano fossi matto a venire ad aprire un ambulatorio in una parte così isolata del Paese; già Arkham è un posto dimenticato da Dio, figuriamoci poi tutte quelle borgate tra qui e Innsmouth, che non compaiono neppure sulle carte!»

Ricordai la frase del conduttore dell'autobus, che mi aveva detto: «Nessuno vuole andare a Innsmouth».

«Cosa c'è che non va laggiù?»

Alzò le spalle. «Niente. La popolazione locale è un guazzabuglio di vecchie famiglie del New England - rovi­natesi con i matrimoni tra consanguinei, gli incesti e Dio sa cos'altro ancora -, isolani dei mari del Sud, pescatori portoghesi che giunsero quasi insieme ai primi coloni del New England, più la feccia dei porti di tutto il mondo. Innsmouth, infatti, era un porto importante. La città è fa­tiscente, la pesca si è spostata altrove e lo stesso ha fatto ogni suo abitante con abbastanza intelligenza ed energia per levare le ancore. Ciò che resta è il peggio dell'umanità. Anche quei poveretti, però, si ammalano, e a parte mio cugino James, che è vicino ai settant'anni, e a un vecchio rimbambito a Whateley's Crossing, sono l'unico medico non insediato ad Arkham in questa parte dello Stato. Non ho mai capito come mai è considerato virtuoso dedicare la vita a insegnare i rudimenti della medicina in Pakistan mentre viene giudicato stupido trascorrere qualche anno tra gli Appalachi, nelle zone più sperdute del New En­gland.» Mi lanciò uno sguardo dall'aria difensiva. «E se dici che sono un idealista con le idee confuse, io... io...»

«Mi bacerai, spero», mormorai stringendogli il brac­cio. «Penso che tu stia facendo qualcosa di meraviglioso, Brian.»

«Non è meraviglioso», esclamò, ancora in tono goffa­mente difensivo, «è solo necessario, e nessun altro lo fa.» Si voltò verso di me con un largo sorriso. «Ma ammetto che la vita era piuttosto squallida, qui, prima del tuo arrivo, quindi faccio appello alla tua coscienza sociale perché trascorra molto tempo con me e mi tiri su il morale in mo­do che mi venga voglia di restare.»

«Sarà un piacere», dichiarai, e non stavo scherzando. «Ma pensavo che in questo angolo di campagna sano e in­tatto ci fosse una graziosa contadina disinibita dietro ogni covone.»

«Ma è proprio quello che sto cercando di spiegarti», esclamò Brian con enfasi. «Questa non è una campagna sana e intatta, ma un luogo di perversione e decadenza, Sara. Alcune di queste famiglie si sono moltiplicate grazie a numerose unioni tra consanguinei, che hanno prodotto degli idioti in diverse generazioni: per via dei caratteri re­cessivi molti individui sono nati con dei difetti congeniti. Sospetto che la media delle malattie mentali sia più alta che in zone urbane ad alto stress come Harlem. Pensavi che fosse solo per superstizione che tua zia Sara veniva considerata una strega, oppure questo ti suggerisce qual­cosa quanto alla stranezza della gente del posto?»

Feci un sorrisetto storto. «Spero che la casa non abbia su di me lo stesso effetto.»

«Non intendevo dire quello. Il tuo ramo famigliare dev'essere piuttosto sano: se n'è andato. Ma quelli che so­no rimasti sono decaduti sempre più, e questo vale per gli Standish, i Whitfield, per i Marsh e gli Hay e per i Latimer. Non sarei sorpreso se la gente del posto fosse tanto folle da credere alla stregoneria e praticarla.»

Quel discorso mi fece ripensare a Matthew Hay. Ti ri­vedrò all'Esbat. Non potevo certo parlarne con Brian. Po­teva continuare a stimarmi anche dopo che ero finita a let­to con lui appena l'avevo conosciuto, dal momento che anche lui si era sentito subito attratto da me; ma cos'avrebbe pensato se avessi cercato di dirgli che anche Matthew Hay mi aveva ipnotizzato al punto da sedurmi sul pavimento della sua chiesa di matti?

Spingemmo il carrello verso una catasta di zucca in sca­tola, e ci scontrammo con un altro avventore. L'uomo che spingeva il carrello si mise a fissarmi, poi una voce familia­re - una voce che associavo con quell'altra vita, a cinque­mila chilometri di distanza - disse: «Ma tu sei Sally Latimer, vero?»

L'uomo era alto e magro, con i capelli grigi ma uno sguardo che tradiva un'enorme energia. Non mi dispiac­que per nulla vedere un viso noto.

«Colin!» esclamai.

«Un amico?» chiese Brian. «Pensavo che non cono­scessi nessuno in questa zona del paese, Sara.»

«Infatti è così», protestai. «Non riesco a immaginare... Ah, scusatemi; il dottor Colin MacLaren, il dottor Brian Standish.»

«Dottor MacLaren...» cominciò Brian.

«Ho semplicemente conseguito un dottorato, non so­no medico», spiegò Colin MacLaren. «Dimentico sem­pre che in questo paese chiamano sempre tutti i professori universitari " dottore", che lo siano oppure no.»

«Ma cosa ci fa da queste parti?»

«Tengo dei corsi sul folklore alla Miskatonic University durante la sessione estiva», raccontò Colin, che era pro­prietario dell'appartamento in cui avevamo abitato a New York e che avevo ritrovato in California durante i miei studi. «Ho saputo che eri tornata sulla costa orientale per occuparti di tua madre. Come sta, Sally?»

«E morta circa due settimane fa», dissi. Era già passato così tanto tempo? Stentavo a crederlo.

«Oh, mi dispiace», disse. Una particolarità di Colin MacLaren era che non sembrava dire certe frasi per con­venienza, ma perché le pensava davvero. «Spero che il re­sto della famiglia stia bene.»

Quando lo aggiornai brevemente sulla scomparsa di Brad e di mio padre assunse un'espressione costernata.

«Ma è una tragedia, Sara! Hai altri famigliari da queste parti, allora? Per me questo è solo un posto dove lavorare, ma mi sembra una zona piuttosto squallida...»

«Diciamo piuttosto che la mia famiglia viene da qui», lo informai. «Ho ereditato la vecchia casa più orribile del mondo, si trova su Witch Hill Road. È una vera casa infe­stata, secondo la tradizione del posto. Se le interessa il folklore venga a dare un'occhiata, poi potrà farsi raccon­tare dalla gente di qui delle storie su quella dimora.»

«Mi piacerebbe molto», replicò, «ma adesso non vo­glio trattenervi, ragazzi miei. Witch Hill? È vicino a Madi­son Corners, vero?»

«Sì. C'è anche una vecchia chiesetta da quelle parti, si chiama Chiesa del Rito Antico o qualcosa del genere. Insomma, proprio quello che fa al caso suo.»

«Ho sentito parlare di quegli antichissimi culti», mor­morò pensosamente. «Dovrei proprio venire a fare un gi­ro, se non ti dispiace.»

«Mi farebbe molto piacere», dissi con immenso sollie­vo; potevo non avere dei parenti nella zona, ma non era strano incappare in uno dei miei più vecchi amici proprio lì?

 

CAPITOLO 6

Vecchi amici

 

«Mi sarebbe piaciuto che venisse con noi», dissi, «ma Brian deve tornare all'ospedale e,..»

«Ma certo», mi interruppe Colin compren­sivo. Brian, però, intervenne dicendo: «Mi ci vorranno solo dieci minuti: perché non stai qui col professore intan­to che faccio un salto lì? Poi, se vuole», esitò, «può unirsi a noi per la cena, signore.»

«Mi piacerebbe molto», dichiarò Colin, «ma solo se mi permettete di invitarvi.» Rise. «E Sally potrà raccon­tarmi tutto della sua casa infestata.»

Rise di nuovo per farmi capire che stava scherzando, ma io pensavo invece che, se c'era una persona al mondo capace di far luce su quella strana eredità, si trattava pro­prio di Colin MacLaren.

Gli domandai: «Chi si occupa della libreria in sua as­senza? Claire?»

«Oh, no. Claire è qui con me in veste di assistente uni­versitaria», spiegò. «Ho affidato il negozio a Frederick. Ricordi Frederick, vero?»

«Penso di sì: è quel biondo magrolino che i ragazzi chiamano Frodo?»

«Proprio lui. Fabbrica strumenti musicali antichi, e non guadagna molto», raccontò Colin. «Si è appena spo­sato, quindi lui ed Emily sono felici di passare l'estate a occuparsi della libreria. Allora, tu va' pure a controllare all'ospedale, noi ti ritroveremo nel parcheggio. Immagino che in città ci sia un solo ospedale, o mi sbaglio?»

Brian rise. «È l'unico ospedale in questa parte dello Stato», precisò. «Chiunque abbia qualcosa di più grave di un morso di cane deve andare in ambulanza a Boston.» Si avvicinò per darmi un bacio leggero. «Ci vediamo do­po Sara... Sally», si corresse.

Annuii. «Grazie, preferisco. Tutti in California mi chiamano così, e Sara per me è solo il soggetto del dipinto in quella casa.»

Se ne andò alla macchina e Colin commentò: «Un bra­vo ragazzo, Sally».

«È proprio così», confermai con entusiasmo.

«Scusa se te lo dico», proseguì, «ma mi sembra più il tuo tipo che non Roderick.»

«Lo spero», conclusi, e mi girai a prendere una dozzi­na di uova dallo scomparto refrigerato. Di quello non vo­levo parlare, neppure con Colin.

Acquistai cibo per gatti e un altro mezzo carrello di provviste, poi mi avviai alla cassa; Colin era già lì. Il suo carrello era quasi vuoto, conteneva solo i pochi prodotti necessari ai pasti frugali di un uomo solo. Mi resi conto che sarebbe stata una fortuna poter cucinare per Brian di tanto in tanto.

Colin caricò la mia spesa su una Chevrolet, su cui vidi l'adesivo dell'autonoleggio.

«Dove abita, Colin?»

«In una villetta per turisti alla periferia di Arkham; potrebbe essere quasi un sito protetto tanto è vecchia, ma è pulita ed è dotata di fornelli e frigorifero, tutto il necessa­rio per le mie necessità alimentari, insomma.»

Partimmo verso il parcheggio illuminato che, come in­dicava un cartello, apparteneva all'ARKHAM GENERAL HOSPITAL.

Gli chiesi circospetta: «Conosce un uomo chiamato Matthew Hay?»

«Solo di vista, ma sono convinto che sia tutto matto», dichiarò. «Si spaccia per il pastore di una strana chiesa che non ho mai sentito nominare, probabilmente una set­ta di pazzoidi che crede nelle fiamme dell'inferno e nella dannazione; i culti rispettabili non si installano più da queste parti, anche se a Madison Corners c'è una chiesa presbiteriana. Non credo che resisterà a lungo, però: il pa­store ha l'aria denutrita. Perché, hai incontrato Hay?»

«Dice di essere mio vicino, è passato prima», raccon­tai. «Sembra che conosca Barnabas, ma credo pensi che si tratti del gatto di zia Sara.»

«Te l'ho detto, è matto da legare», ripeté Colin. «Tua zia Sara è morta da sette anni, e lui pensa forse che il micio sia rimasto nei paraggi per tutto questo tempo? O forse crede che sia resuscitato in tuo onore?»

«Per un attimo deve aver creduto che io fossi mia zia Sara», gli confessai. «È snervante... In quella casa... mi sembra quasi di essere posseduta dallo spirito della mia antenata. Non crede sia possibile, vero? Mi chiedo se era... se era promiscua.»

Era la forma più esplicita che riuscivo a dare ai miei pensieri, ma Colin rise. «Non saprei: l'ho vista poche vol­te, ma non penso che a qualcuno interessasse scoprirlo. So che se mi avesse fatto delle avance sarei fuggito a gambe levate a chilometri di distanza da quella vecchia strega. Non era così terribile, anzi, era piuttosto ben conservata, per quanto ne so, ma non al punto da invogliarmi a cono­scere la sua vita sessuale. Non permettere a quella casa di darti ai nervi.» Mi accorsi che Colin la sapeva lunga per essere nuovo della zona.

«Comunque, Sara, starei alla larga da Matthew Hay. Quel tizio mi dà i brividi. Ha una sorella, o zia, o qualcosa del genere, una vecchia incartapecorita che gli tiene la ca­sa. Credo che si chiami Judith... e se tua zia Sara aveva la reputazione di essere una strega, quell'anziana signora - Judith Hay - è come le tre sorelle di Macbeth tutte riunite nella stessa persona!»

«Pensa forse...»

«No, ma non lo so per certo, e se Hay è un vicino di zia Sara... la casa potrebbe essere piuttosto pulita per essere stata chiusa sette anni. Può darsi che lui o la vecchia ab­biano una chiave. Se fossi in te mi chiuderei dentro di not­te, nel caso che al "reverendo" venga in mente di venire a fare un giro da quelle parti.»

«Grazie, controllerò i chiavistelli.»

«Vorrei tanto che, invece di un gatto, avessi un cane fe­roce da guardia.»

Ero d'accordo con lui. Ripensai alla camera di zia Sara, imbevuta di quel profumo afrodisiaco che sembrava risve­gliare ogni mio desiderio sessuale latente. Immaginai poi Matthew Hay con una chiave di casa consegnatagli da zia Sara: ecco risolto il mistero dell'eccessiva pulizia. Il giorno dopo per prima cosa avrei fatto cambiare le serrature: do­veva pur esserci un fabbro in paese. Evocai l'immagine di Matthew Hay che saliva silenziosamente le scale mentre io giacevo addormentata e paralizzata dal profumo erotico nell'enorme letto a baldacchino. Pensai a Matthew nudo, glabro, flessuoso, crudele e malvagio quasi come Barnabas - o meglio, come un'agile pantera dello zoo -, che stu­diava con bramosia il mio corpo nudo e privo di sensi, e piombava su di me come un'aquila su un pulcino, con ses­sualità prepotente e crudele, gli occhi luccicanti, le mani brutali pronte a ghermire...

Ma non potevo parlarne a Colin; anzi, non potevo nep­pure farne accenno a Brian.

Tornai con un sobbalzo al presente, e mi resi conto che non ero riuscita a smettere di pensare a lui! Basta, volevo togliermelo dalla testa!

Brian uscì dall'ospedale annunciando: «Sembra che sia libero per la serata, e forse anche per la notte». Salì nella sua auto e lo seguii con Colin. Mentre percorrevamo le strade di Arkham Colin mi mostrò molte delle case più antiche con tetti a mansarda, abitazioni vittoriane pseudo-gotiche con torrette e «merletti» di legno traforato che decoravano le verande, una vecchia chiesa in cui era stato commesso un delitto irrisolto: lo scrittore Robert Blake era stato trovato morto con in mano una pietra nera dalla forma bizzarra, e il campanile era pervaso da uno strano odore. «Sai, anche ad Arkham regna la corruzione, solo che questo posto è troppo vecchio e isolato», mi spiegò Colin. «Ci sono stati omicidi legati alla stregoneria e spa­rizioni misteriose. Se non fosse un paese dimenticato da Dio questi eventi sarebbero apparsi sui giornali come le efferatezze dello strangolatore di Boston.»

Scossi il capo perplessa. «E io che credevo la campa­gna pura e intatta e pensavo che il crimine fosse una pre­rogativa della grande e depravata città...»

«È uno dei miti preferiti qui in America», continuò Colin, seguendo Brian nel parcheggio del ristorante. «Nelle città - in quelle grandi, perlomeno - ci sono sta­zioni di polizia a ogni angolo di strada, servizi sociali e di assistenza alle persone in difficoltà. L'anno scorso, quan­do ero qui, ho sentito parlare di una famiglia in cui il pa­dre - un vecchio ubriacone - aveva sei figlie adolescenti, tutte con una o due figli: secondo te, chi era il padre? In una città più grande gli assistenti sociali avrebbero dato tutte le ragazze in affidamento appena una si fosse lamen­tata dello stupro; qui, invece, la gente si vanta di non oc­cuparsi degli affari altrui: "Non spetta a noi intervenire tra un uomo e la sua famiglia", ti diranno senza battere ci­glio. La ragazza più giovane aveva solo tredici anni circa: difficile valutarne l'età con precisione, visto che non la sa­peva neppure lei, dato che nessuno si era mai preoccupa­to di dirgliela. Ed era enorme: incinta di otto mesi.»

«Cos'ha fatto?» chiesi.

«Cosa potevo fare? Mi sono assicurato che il parto si svolgesse nel migliore dei modi e che un'assistente sociale desse alla ragazza i rudimenti dell'educazione sessuale. Quando sono tornato di nuovo laggiù un'altra delle figlie - Ella May, mi pare si chiami - era stata picchiata con una cinghia e aveva la schiena piena di pus. Chiesi al padre co­s'era successo e mi spiegò di averla frustata perché l'aveva trovata dietro un cumulo di fieno con un ragazzo del po­sto e non voleva che le sue figlie passassero per puttane!»

Rabbrividii. «E Brian vuole dedicare la vita a persone del genere!»

Colin riprese con viso serio: «È terribile, vero? Ma quel poco che può fare è già molto. Se non fosse stato qui quel­la povera tredicenne avrebbe probabilmente urlato per giorni dopo la nascita del bambino, mentre le sue sorelle avrebbero fatto del loro meglio, nella loro ignoranza, per aiutarla. Forse se fosse morta tra le sofferenze più atroci questo non avrebbe modificato il disegno generale del co­smo. Forse, in prospettiva, sarebbe meglio che morissero tutte, ma finché c'è vita c'è la speranza che qualcuno rie­sca a insegnar loro qualcosa. È stato lui a far venire qui l'assistente sanitaria della zona - è un'ottima persona -, e magari, dopo che Joann avrà parlato con le ragazze, una o due di loro troveranno il coraggio di tramortire il vecchio con una padella la prossima volta che si infila nel loro let­to, oppure prenderanno quegli sventurati dei loro figli e scapperanno ad Arkham o a Boston».

Entrammo nel ristorante e ritrovammo Brian; mi rial­lacciai a un particolare del suo racconto.

«Chi è l'assistente sanitaria?»

«Joann Winters, una ragazza fantastica, me la porto a letto ogni sabato, quindi per te dovrò trovare un altro mo­mento. Ma pensa un po', la mia strega con gli occhi verdi è gelosa! Ma tesoro, Joann Winters ha quarant'anni, tre fi­gli adolescenti che frequentano il liceo di Miskatonic ed è membro devoto della chiesa battista, ma è comunque una donna meravigliosa e, se trascorri abbastanza tempo con me, finirai per incontrarla. Suo marito è il chirurgo qui al­l'ospedale di Arkham.» Mentre aspettavamo di essere ac­compagnati a un tavolo e gli uomini discorrevano, pensai con piacere alla differenza tra persone come Colin e Brian e, invece, Matthew Hay. Avrei potuto trascorrere il resto della mia vita, perfino in quel remoto angolo del paese, con Brian... Mi riscossi bruscamente: lo conoscevo da solo ventiquattr'ore e stavo già fantasticando di trascorrere il resto della vita con lui?

Tutte le streghe sono promiscue.

Oh, al diavolo Matthew Hay, era pazzo - com'è che l'a­veva definito Colin? - matto da legare. Qual era il suo ra­gionamento da svitato?

Tutte le streghe sono promiscue.

Tu sei promiscua.

Quindi sei una strega.

Perfino io riuscivo a capire la mancanza di logica di quell'argomentazione. E poi, non ero promiscua.

(Ah, no? Come chiami una donna che va a letto con due sconosciuti diversi nel giro di dodici ore?)

Be', se Matthew Hay credeva che, per aver fatto l'amo­re con lui una volta, avrei accettato tutte le sue sciocchezze sulle streghe e mi sarei unita alla sua dannata congrega, o comunque la chiamasse, avrebbe avuto una bella sor­presa. Se mi rimetteva le mani addosso - per usare un'al­tra delle espressioni di Colin - l'avrei tramortito con la pa­della di zia Sara! Stavo cominciando a sospettare che sarei rimasta attratta da qualcuno come Brian indipendente­mente dalle circostanze del nostro incontro. Forse la not­te, la stranezza della situazione, il mio senso di abbandono e solitudine, l'intimità creata dalla stanza e dal letto a bal­dacchino di zia Sara e non ultimo il suo insolito profumo ci avevano colti di sorpresa e spinti a fare l'amore un po' più rapidamente di quanto non sarebbe successo in una situazione normale. Ma ero pronta a scommettere che sa­rebbe accaduto comunque, E qual era quella frase che gli studenti e gli hippy di Berkeley ripetevano sempre? Alcu­ne delle mie migliori amicizie sono cominciate a letto. Quella notte di passione sembrava effettivamente avere creato un legame pieno di calore tra me e Brian. E volevo che durasse.

Amavo Brian.

Era il mio vero amore.

E al diavolo zia Sara, la congrega di streghe e Matthew Hay. Specialmente Matthew Hay.

Se, sotto sotto, avevo paura che fosse facile prendere una decisione del genere lontano da casa Latimer e che, una volta di ritorno, mi sarebbe stato difficile rispettarla, non permisi a quel timore di affiorare nella parte conscia della mia mente. Mi rilassai, quindi, e aspettai con il mio amato - ormai sapevo che era l'amore della mia vita - che il cameriere ci accompagnasse al tavolo dove avremmo consumato un'ottima cena di pesce.

 

CAPITOLO 7

La luce nel cimitero

 

Fu una cena splendida: in quella locanda avrebbe potuto dormirci George Washington, e tutti i suoi uomini avrebbero mangiato in quei vecchi piatti di porcellana sotto quelle stesse lampade di rame che sembravano potersi sbriciola­re da un momento all'altro. Il cibo era delizioso, e non era stato certo congelato, inscatolato o confezionato; gustam­mo un'aragosta che avevamo visto aggirarsi in una vasca mentre consumavamo la zuppa, e un'insalata mista così fresca da risultare croccante, non come quella che si man­giava in città; e per finire una torta di pesche coperta di panna che non conosceva la bottiglia né i processi di pastorizzazione. Più tardi accompagnammo Colin a casa e ci accomiatammo. Aspettavo con impazienza una visita un paio di giorni dopo: avevo conosciuto la sua assistente e socia della libreria, Claire Moffatt, quando mi trovavo in California, ed ero felice di rivederla.

Chiesi a Colin: «Claire sta qui con lei?»

Arrossì. «Oh, no, è ospitata da alcuni parenti a Madi­son Corners.»

Brian, immettendosi di nuovo sulla strada alla volta di casa mia, dichiarò: «Sono libero per il resto della serata; basta solo che, due o tre volte nel corso della notte, con­trolli gli eventuali messaggi. Il bello del lavoro in campa­gna è che non devi fare visite quindici ore al giorno. Passo molto tempo in macchina tra un paziente e l'altro, visto che sono sparpagliati un po' dappertutto, ma non sono molto numerosi. Forse i miei colleghi avevano ragione nell'affermare che sono pigro, ma a me fa piacere trovare il tempo anche per vivere al di fuori del lavoro».

«Non ci vedo niente di male.»

«E tu, Sara? Hai grandi ambizioni, sei un'autentica donna moderna? Oppure dipingi per divertirti?»

«Non ne sono sicura.» Ero felice dell'opportunità di conoscere meglio Brian. «So di avere degli obiettivi arti­stici, anche da un punto di vista commerciale. Se posso guadagnarmi da vivere dipingendo tanto meglio, ma se dovessi svolgere una professione più banale per sbarcare il lunario - come fare la dattilografa o la centralinista - non rinuncerei all'arte perché è parte di me, mi permette di essere completa. Condivido i propositi del movimento di liberazione delle donne nel senso che voglio essere in­nanzitutto una persona indipendente, non solo il trastullo o l'oggetto sessuale di un uomo.»

Sorrise e mi accarezzò il ginocchio affettuosamente. «Detto tra noi, Sara, una donna che è solo un oggetto ses­suale dev'essere terribilmente noiosa. Diciamocelo, a letto si passa solo un certo numero di ore, e la donna che non pensa ad altro dev'essere insopportabile il resto del tem­po. In questo, credo che anche la maggior parte degli uo­mini con un briciolo di sale in zucca sostenga la causa del­le femministe. Sono tutti stanchi della donna vista come un utero ambulante, e anche delle tizie che puntano tutto sugli ancheggiamenti e sul seno abbondante. Certo, a un uomo può piacere di tanto in tanto un'avventura con ra­gazze appariscenti e sensuali, ma per una relazione più impegnativa vorrei una donna con qualcosa in testa, e non una scema la cui unica preoccupazione è il prossimo rap­porto sessuale.»

Mi sentii rincuorata e felice: allora anche lui stava pen­sando a una storia duratura?

Brian si fermò in una delle fattorie più grandi della zo­na per chiamare il suo servizio di segreteria telefonica, e tornò con una faccia avvilita.

«Devo passare a dare un'occhiata a un ragazzo che abi­ta su questa strada; sua madre ha paura che abbia la gola infetta... Probabilmente si tratta di un virus da niente, però... Ti porto a casa o vuoi venire con me e aspettar­mi?»

«Vengo con te.» Non avevo ragione di affrettarmi a tornare a casa, mentre avevo molti buoni motivi per ritar­dare al massimo quel momento.

«Dobbiamo fornire casa Latimer di un telefono per due motivi. Primo, non mi piace saperti del tutto isolata. Andava benissimo per la vecchia signorina Latimer, che ci ha vissuto tutta la vita per sua scelta. Ma tu sei giovane, e mi farebbe piacere se, in caso di bisogno, potessi chiedere aiuto. Secondo... be'», ridacchiò, «immagino, o meglio spero, che passerò qualche notte con te, e un medico co­me me dovrebbe ascoltare gli eventuali messaggi almeno ogni due ore.»

Allungò una mano e strinse la mia.

La vecchia strada dissestata - più un sentiero per car­retti che altro - su cui l'auto stava ballonzolando faceva sembrare Witch Hill Road un'autostrada supermoderna. «Spero che non ti capiti di restare bloccato qui», dissi.

Brian annuì. «È uno dei maggiori pericoli per un medi­co di campagna come me. È anche peggio d'inverno o du­rante le piogge estive. L'inverno scorso non so più quante volte un contadino del posto è dovuto venire con il tratto­re o addirittura con i muli a tirarmi fuori dalla neve o dal fango. È sempre meglio, però, che aspettare il carro at­trezzi! La gente di qui è sempre pronta a darmi una mano; non possono sapere quando loro stessi o i loro figli avran­no bisogno del medico!»

Stava diventando buio quando ci fermammo davanti a una fattoria isolata e Brian mi lasciò in auto. La casa non era illuminata e la sua grossa sagoma con il tetto a mansar­da si stagliava contro il cielo; all'altra estremità sorgeva un granaio, scuro e pieno di ombre. Nella palude le rane gra­cidavano e in lontananza un succiacapre emetteva il suo strano richiamo. Dopo un po' Brian tornò a dirmi: «Il bambino non sta male ma devo spennellargli la gola, e hanno solo lanterne a kerosene. Io ho una torcia potente a batterie nella mia sacca; ti spiace venire a reggermela?»

«Ma certo.» Scesi e seguii Brian attraverso la cucina in penombra fino alla camera da letto dove un bambino mi­nuscolo con i capelli di stoppa stava seduto intimorito sul bordo del letto.

«Tieni la torcia in questa posizione, Sara, così potrò ve­dergli la gola. Bravo, ragazzo mio, apri, non ti farò male; voglio solo controllarti le tonsille.» Sotto il potente fascio di luce gli spennellò abilmente la gola. «Ecco, ho finito; ho un bel leccalecca rosso tutto per te. Allora, signora Fairfield, voglio che lo faccia restare a letto un altro gior­no, e se la febbre gli sale ancora, gli dia una di queste com­presse ogni quattro ore, ma penso che starà bene. Se un altro bambino dice di avere mal di gola mi chiami che fac­ciamo una coltura.»

Abbassai la torcia, che mi aveva abbagliata, e vidi che la contadina - una giovane alta e forte con una camicia colo­rata e calzoni da lavoro maschili - mi stava fissando con la bocca semiaperta. Quando la guardai negli occhi si ritras­se, senza distogliere lo sguardo.

Esclamò: «Perché mi ha portato qui la vecchia signori­na Sara per visitare i bambini? Dottore, è una strega!» Mi si avvicinò minacciosa e per un attimo temetti che volesse colpirmi. «Senti, tu, vattene, non voglio quelle come te in casa mia!»

Brian si mise tra noi due. Cercò di calmarla dicendo: «Signora Fairfield, Annie, sono sciocchezze. Innanzitut­to, le streghe non esistono.»

Be', pensai, mi sembra che esageri.

«In secondo luogo, la signorina Latimer è appena arri­vata da New York, quindi non può averla vista prima d'o­ra.»

«Dottore», replicò Annie Fairfield, «forse lei conosce le medicine, ma io ho abitato qui tutta la vita, so il fatto mio e conosco la vecchia Sara quando la vedo. Se non è una strega, come mai è identica a quella vecchia strega di Witch Hill Road?»

Ribattei fermamente: «La signorina Sara Latimer era la mia prozia ed è morta anni fa, signora Fairfield. Non l'ho mai conosciuta né vista».

Annie Fairfield mi voltò le spalle e si rivolse a Brian. «Dottore, lei e io sappiamo che le streghe Latimer non muoiono, ma ritornano e hanno sempre lo stesso aspetto. Quindi questa qui può forse darla a bere a lei, ma certo non a me. La faccia uscire di qui e non me la porti più, dottore. Ho i miei piccoli a cui badare.»

Brian commentò con aria disgustata: «Annie, è una stupida», prese la sua borsa e mi riaccompagnò all'auto. Una volta all'esterno, vidi che la tenda della cucina era ti­rata e che la donna mi fissava minacciosamente di là dal vetro. Brian sbatté lo sportello dell'auto e fece una retro­marcia così energica che per poco non finì in un mucchio di fieno.

«Dannata sciocca!» brontolò. «Sara, tesoro, mi di­spiace. Pensavo che Annie Fairfield fosse più in gamba; sono andato a scuola con lei. Spero che non ti capiti lo stesso in tutta la zona!»

«Non penserai forse che mi interessi quello che pensa­no!» Ma in realtà ero più scossa di quello che volevo far credere a Brian; ero stanca di essere scambiata per mia zia Sara in continuazione. Mi sarebbe risultato difficile co­struirmi una vita in quell'angolo del Paese se dovunque andassi dovevo scontrarmi con la sua reputazione di stre­ga. E, secondo Matthew Hay, si trattava di una reputazione meritata.

«Immagino di dover essere contenta che non impicchi­no più le streghe, altrimenti finirei anch'io su Witch Hill in men che non si dica!» scherzai. «Brian, non pensarci; quella donna è pazza o ignorante. Però, adesso che ci pen­so, non gioverà certo alla tua reputazione farti vedere in giro con la strega del posto.»

Brian fermò l'auto nel bel mezzo della stradina e mi ap­poggiò le mani sulle spalle. «Senti, Sara, te lo dico una volta per tutte. Mi guadagno da vivere come medico qui, ma non devo niente a questa gente. Sono loro ad avere bi­sogno di me, non io di loro. E se pensano che la loro opinione mi interessi o influisca sulla mia scelta di una donna, dovranno ricredersi.»

Mi lasciai attirare contro di lui, assorbendo quel misto di dolcezza e abilità. Mi baciò a lungo e con passione, e con le mani mi sfiorò il seno; poi si ritrasse.

«Non qui», dichiarò a bassa voce. «Non sono una per­sona impulsiva, Sara, e voglio che lo desideriamo entram­bi, questa volta, non che si tratti di un gesto affrettato a cui ti spingo quando ti senti sola o quando ti colgo alla sprovvista. Adesso ti accompagno a casa e, se vuoi che ri­manga con te...»

«Certo che lo voglio», replicai subito, «ma non por­tarmi a casa, Brian. Questa volta desidero che succeda... da un'altra parte, e non sotto... l'influenza di quella male­detta casa e di quella maledetta stanza!» Così potrò essere sicura che sono io, e non zia Sara!

Girò la chiavetta dell'avviamento e disse: «Penso che quel posto ti stia scuotendo i nervi, Sara, ma riesco a capi­re come ti senti. E del resto, non potrei trascorrere un'al­tra notte lontano da un telefono, nel caso che mi cerchino per un'emergenza. Mio cugino James...» esitò. «Non c'è neanche un albergo in questa zona di Arkham, se no ti porterei lì. Ma mio cugino James è sordo come una cam­pana, e non c'è nessun altro a protestare. Ti va di venire a passare la notte - o buona parte della notte - da me?»

Sentii l'eccitazione aumentare mentre attraversavamo la campagna silenziosa prima di entrare nel paese di Ma­dison Corners. Questa volta non era l'influenza nefasta della casa stregata o dei profumi erotici di zia Sara. Que­sta volta era ciò che io e Brian desideravamo davvero.

Si arrestò davanti a una casa in cui luci soffuse appari­vano nelle finestre di due o tre stanze. Mi spiegò: «Il cugino James è davanti al televisore in camera sua; lo avviserò che sono tornato e che può staccare il suo telefono; come ti ho già detto è sordo, e le notti in cui tocca a lui rispon­dere al telefono alza al massimo la suoneria. La mia stanza si trova al piano superiore, e non si accorgerebbe neppure se ci portassi un harem!»

La casa, per età e per mostruosità, era simile alla dimo­ra Latimer, ma dentro era calda e sapeva di cibi cucinati da poco, di sapone, di cera da mobili, mentre un vago odore che associavo ai medici - etere o disinfettante, forse - filtrava dalla porta socchiusa dello studio che si apriva nell'atrio centrale. Brian mi lasciò un momento nell'in­gresso avvolto in una luce calda, e lo udii parlare con i to­ni alti che abitualmente si usano con i sordi; poi tornò sor­ridente. «Mio cugino James spegne l'apparecchio acusti­co, di notte, e se ne scorda. Non riesce neppure a sentirmi quando gli urlo di accenderlo! A volte devo letteralmente scuoterlo perché mi senta.»

Con le braccia mi circondò le spalle mentre salivamo le scale. Aprì una porta; dentro, la sua stanza era pulita e spaziosa, con un vecchio letto di ottone ricoperto da una trapunta lavorata a patchwork dai colori vivaci, quasi un pezzo da museo. Brian sollevò il telefono accanto al letto e dichiarò: «Nessuna chiamata per circa un'ora a meno che non si tratti di un'emergenza grave; richiamerò... allora, adesso sono le undici e mezzo: richiamerò all'una». Poi chiuse la porta a chiave e mi prese tra le braccia. Mi baciò a lungo, poi mi tirò scherzosamente per il maglione.

«Non resisto più, occhi verdi.»

Scalciai via i sandali mentre slacciavo la gonna con un ge­sto rapido. Quando mi trovai nuda, con i piedi sullo scendi­letto dall'aria antiquata, mi si avvicinò per stringermi.

«Sei ancora più bella alla luce elettrica! Non avrai mai bisogno di luci soffuse per apparire più sexy!» Mi attirò verso il letto, e accese un'abat-jour; ma, mentre mi stava accarezzando, si fermò inorridito fissandomi. Seguii il suo sguardo e vidi i lividi lasciati dalle mani rudi di Matthew Hay.

«Mio Dio», esclamò. «Sono stato io?»

Cosa potevo dire? La mente mi vorticava furiosamente, mi sentivo nauseata e avevo le vertigini. Risposi infine: «Sai, i lividi mi vengono con una tale facilità...», e mi sen­tii falsa e piena di vergogna.

Le sue dita si mossero, con infinita tenerezza, su quelle brutte macchie scure. Disse: «Questa volta, amore, ti trat­terò come un prezioso oggetto di porcellana, te lo promet­to. Non ti farei mai del male». Aveva ancora l'aria per­plessa. «Non mi ero accorto di essere stato tanto brutale, Sara. Sai, se ti vengono dei lividi così facilmente forse sei anemica: dovrò farti un controllo.»

Riuscivo a malapena a sopportare il senso di colpa, e questo mi rese brusca. «Non sono una tua paziente, dottor Standish, o almeno non adesso. E se anche lo fossi, questo non è il luogo né il momento...»

«Hai ragione.» Si piegò verso di me e baciò ogni livi­do. Aveva la bocca calda e il suo alito sul seno mi indurì i capezzoli. Chiusi gli occhi per impedirmi di rivelargli la verità. Mi detestavo. In quel momento desideravo dispe­ratamente vuotare il sacco, raccontargli di come Matthew Hay mi avesse colto alla sprovvista e posseduta sul suo al­tare blasfemo. Però non ero ancora sicura di lui; sentii che non avrei sopportato di vedere i suoi occhi velarsi per il sospetto, la sfiducia, il cinismo. Nella migliore delle ipote­si si sarebbe sentito ferito e geloso. Lo attirai a me, afferrandogli i lombi, e la mia bocca si richiuse sulla sua in un bacio pieno di passione che gli tolse il fiato.

«Brian, Brian, ti voglio, ti desidero!»

La sua bocca incontrò la mia, che esplorò baciandola a lungo, poi si sollevò sulle braccia e mi guardò divertito e sorridente.

«Non avere fretta, amore: abbiamo tutta la notte. Fac­ciamolo durare.»

Con le labbra percorse il mio corpo nudo, mi baciò il seno, il ventre, le cosce, le pieghe delle ginocchia. Mi sol­levò i piedi e mordicchiò ogni dito, uno alla volta. Quan­do finalmente si unì a me, usò un'infinita delicatezza, muovendosi a lungo, lentamente, impercettibilmente, fa­cendo delle pause e attardandosi a baciarmi, mentre io so­spiravo per il bisogno e la voglia che crescevano in me. Ci muovemmo all'unisono sempre più veloci, e l'orgasmo esplose in noi quasi nello stesso istante.

Rimanemmo sdraiati vicini, rannicchiati l'uno accanto all'altra, per molto tempo, parlando sottovoce, e muoven­doci di tanto in tanto in risposta a dolci carezze; più tardi scendemmo e preparammo del caffè nella cucina silenzio­sa e, dopo aver controllato la segreteria, Brian mi riaccom­pagnò a casa. Mi tenne abbracciata a lungo, all'ombra del­la porta d'ingresso, e alla fine mi lasciò andare.

«Se entro finisco di nuovo di sopra con te», borbottò contrariato, «ed è la mia notte di servizio.» Mi baciò tan­to forte da lasciarmi il segno. «Dormi bene, tesoro. So­gnami. Ci vediamo domani.»

Ma quando la sua auto si fu allontanata e l'oscurità umida della vecchia casa mi ebbe avviluppata, l'entusia­smo e la gioia della serata si volatilizzarono rapidamente lasciandomi svuotata, esaurita e debole. Trovai la torcia - non avevo neppure l'energia per mettermi ad armeggiare con quelle maledette lampade a kerosene a quell'ora - e andai di sopra. Barnabas emerse da un angolo, e i suoi ma­liziosi occhi gialli brillarono come carboni ardenti mentre salì con passo regale, dondolando la coda, e saltò sul letto di zia Sara prima di me. Corsi di sotto all'ultimo momento per controllare se avevo chiuso la porta a chiave e, mentre verificavo la porta sul retro, uno strano rumore mi in­chiodò nel punto dove mi trovavo, con il cuore che mi martellava nel petto.

Sembrava un passo, dei piedi che si trascinavano, ma dove? In casa? Nel cimitero? Mi precipitai subito di so­pra, sbucciandomi uno stinco contro un mobile che non mi aspettavo di trovare in quel punto, e nella stanza di zia Sara mi avvicinai immediatamente alla finestra, dove acce­si la torcia e premetti il viso contro il vetro.

La luna era bassa nel cielo, un mezzo disco rossastro in­fiammato circondato da nubi sottili. Nell'oscurità del ci­mitero i tumuli di marmo semidistrutti si stagliavano sullo sfondo scuro. Poi, una delle forme biancastre sembrò muoversi e sparire: o era stata invece una sagoma scura a passarle davanti nel buio? Trattenni il respiro: sì, vidi un altro movimento e il chiarore appena percettibile di una luce. Qualcuno si trovava nel cimitero con una candela? Era Matthew Hay a guardarmi da lì? Oppure stava cele­brandovi qualcuno dei suoi riti disgustosi? La mia porta era chiusa dall'interno, quindi non avevo ragione di preoccuparmi: che si aggirasse pure nel cimitero e facesse l'amore con i cadaveri, se questo allettava la sua fantasia di pazzo!

Dissi a me stessa di andare a letto e di non curarmi di lui, ma rimasi ugualmente alla finestra, irrigidita e come paralizzata. Dopo un lungo intervallo, una seconda luce raggiunse la prima, ma entrambe erano così deboli che mi trovai a chiedermi se le avevo viste realmente o solo imma­ginate. Poteva invece trattarsi della vaga fosforescenza che si osserva talvolta sui vecchi alberi e tronchi marciti? Quei fuochi fatui non apparivano a volte nelle zone umide che circondavano delle vecchie lastre di marmo?

Le luci erano scomparse. Mi obbligai infine ad allonta­narmi dalla finestra, mi lasciai cadere sul letto a baldacchi­no di zia Sara e mi premetti un cuscino sul viso. Mentre scivolavo nel sonno mi chiesi se Matthew Hay era venuto a raccogliere delle erbe nel giardino. Non c'erano forse delle erbe che andavano colte nell'ultimo quarto di luna o qualcosa del genere? Significava forse che bisognava an­dare a cercarle quando c'era la luna in cielo o semplice­mente in quel giorno del mese, a qualsiasi ora?

E che importanza aveva, in fin dei conti? Per me, nes­suna. Allungai una mano nel buio in cerca di Barnabas: la sua pelliccia folta costituiva un punto fermo rassicurante, e mi addormentai accarezzando quella testa vellutata.

 

CARTOLO 8

Sorella strega

 

Sapevo che si trattava di un sogno. Eppure, quella visione sembrava stranamente reale, co­me se fosse invece un ricordo...

Mi trovavo in cima alla collina, sotto la quercia disseccata, e udivo delle voci che chiedevano ur­lando il mio sangue.

«Sara Latimer!»

«Uccidetela! Impiccate la strega!»

«Affogatela! Cacciatela sott'acqua!»

Indossavo un lungo abito di serge con strascico abbot­tonato stretto sul seno, un fazzoletto bianco annodato pu­dicamente al collo. I due uomini che mi tenevano prigio­niera, stringendomi le braccia, portavano abiti scuri con colletti ampi e alti cappelli. Sembrano i Padri Pellegrini della recita scolastica sul Ringraziamento!

Cercai disperatamente di incrociare il loro sguardo. Jethro Hay rifiutava di guardarmi e sentii le sue mani tre­mare. Per forza! Tante di quelle volte avevamo giaciuto insieme sulla collina, i nostri corpi avevano vibrato all'uni­sono con i venti della notte che ci accarezzavano. E adesso cercava di recitare la parte dell'uomo rispettabile! Male­detto ipocrita!

Abbassai lo sguardo carico di disprezzo sulle donne sotto di noi che urlavano. Era forse colpa mia se i loro uo­mini preferivano dormire con me che con quella moltitu­dine melliflua e puritana? Gettai indietro la testa ed emisi la risata forte e stridula per cui mi odiavano.

«Jethro, fingi ancora di avere dei crampi all'intestino finché Ruth non ha preso sonno, così quella tua moglie dal naso lungo non capisce che desideri solo me nel tuo letto?»

Il suo viso si contorse per la collera.

«Silenzio, esecranda progenie del demonio!» Mi colpì con violenza in viso; sentii il sangue che mi usciva dal lab­bro spaccato.

Risi rivolgendomi al viso solenne dell'altro uomo: «Hai forse scordato, Protetto, di avermi implorato - ed era per­fino un giorno solenne di vigilia - di passeggiare con te nel frutteto, e di avermi strappato il fazzoletto e aver giurato che i miei seni erano come prugne mature?»

Protetto Whitfield non mi guardava. Mi tolse il fazzo­letto con uno strattone e, tirandomi la testa all'indietro, me ne ficcò in bocca un lembo per impedirmi di parlare.

«Le parole di questa prostituta non vanno ascoltate!»

Con una mano Jethro mi slegò i lunghi capelli, e mi strappò i bottoni della camicia così che mi trovai nuda dalla cintola in su. Le urla della folla si fecero più forti.

«Uccidetela! Bruciatela!»

«Non lasciate che la strega viva!»

«Ha incantato i nostri mariti, i nostri figli!»

«Lapidatela! Lapidatela!»

Un frutto marcio mi colpì il viso. Cominciai a dibatter­mi e urlare; sentii un dolore sulla guancia, e mi svegliai...

Barnabas mi si era acciambellato sul torace, e mi accarezzava dolcemente la gota con una zampa senza sfodera­re le unghie. Scossi stancamente il capo per scacciare del tutto l'incubo. Avevo sognato la prima Sara, quella che era stata impiccata per stregoneria? C'erano davvero le stre­ghe in quei giorni, oppure era solo un pretesto usato dalla gente superstiziosa e affamata di sesso per liberarsi di tut­te le persone diverse? Veniva forse chiamata strega ogni ragazza più intelligente e sveglia delle altre, che attirava le attenzioni di uomini repressi, incapaci di ammettere un normalissimo desiderio fisico? Sapevo che avevano paura di vecchie megere, forse un po' stolte, fin troppo esperte di erbe e scienza popolare, che amavano circondarsi di animali come gatti, corvi o galli con cui dialogavano.

Ma... congreghe di streghe, una vera e propria religione organizzata? Erano davvero adoratoci del demonio? Op­pure qualche individuo male integrato nell'ambiente dei Padri Pellegrini aveva portato con sé una fede più antica del cristianesimo, la religione della fertilità, che esisteva prima delle chiese e che la religione cristiana aveva tentato di eliminare e assorbire?

Sapevo che c'era solo un modo per scoprirlo: chiederlo a Matthew Hay, e che fossi dannata se avevo ancora a che fare con quell'uomo! (Sì, pensai, probabilmente lo sarei stata. Dannata.)

Mi lavai il viso, preparai un'abbondante colazione, die­di da mangiare a Barnabas - che abbandonò il topo appe­na catturato preferendogli una scatoletta di cibo per gatti - e trascorsi la mattina a dipingere, di ottimo umore, nello studio. Mi sentivo me stessa per la prima volta da quando ero arrivata in quel disastro di casa.

Lavorai per la maggior parte della mattina, fermandomi verso mezzogiorno per prepararmi un tramezzino al tonno che divisi con Barnabas, ansiosa di tornare ai miei ac­querelli approfittando di quel momento propizio. Nel pri­mo pomeriggio - non so esattamente a che ora - il vecchio campanello suonò. Oscillavo tra l'irritazione per essere stata disturbata mentre lavoravo e la gioia per il fatto che Brian fosse riuscito a finire prima del previsto; corsi giù in­curante del fatto che indossavo dei jeans e un vecchio ma­glione e che avevo i capelli arruffati. Aprii la porta e vidi Matthew Hay sulla soglia con una donna sconosciuta.

Il buonumore scomparve all'istante. Il mio sorriso di benvenuto doveva essersi volatilizzato anch'esso, perché Matthew chiese: «Siamo venuti in un brutto momento, Sara?»

«Be', stavo lavorando.»

«Credo che questo sia più importante», replicò Mat­thew. «È meglio che entriamo: preferisco che i vicini non ci vedano stare qui davanti. Non tutti... sono dei nostri.»

Vicini? Non c'era nessuno all'orizzonte salvo gli occu­panti dell'antico cimitero e un paio di mucche dall'aria placida. Ma quello era il New England. Da come parlava Matthew Hay, avremmo potuto trovarci in mezzo ad altre quaranta case, tutte con una vecchia pettegola alla fine­stra. Oh, al diavolo, forse era così. Dissi quindi rassegnata: «Entrate pure».

Senza altri convenevoli entrarono e si avviarono en­trambi verso il salottino, come se conoscessero la strada. Matthew mi si avvicinò e mi prese la mano con familiari­tà, dicendo: «Sara, mia cara, voglio presentarti Tabitha Whitfield. Di nuovo».

Tabitha era piccola e snella ma con le curve al posto giusto, una vita stretta e piccoli seni puntuti che non ave­vano bisogno di reggiseno, indumento, del resto, che Tabitha non portava. Per via dei suoi capelli biondi e vapo­rosi e della faccia rotonda da gattino, all'inizio pensai fos­se poco più di un'adolescente; guardando meglio i punti rivelatori, però, il collo sottile, le mani, capii che aveva trent'anni almeno. Era comunque incredibilmente bella, ed emanava un'aria di brillante sensualità.

Aspettai che si sedessero ma non mi avvicinai, rimasi distante e in guardia. Non mi fidavo di Matthew Hay, e non gli avrei permesso di approfittare di me.

Mai più. Non in questa vita né nella futura, se avessi potuto evitarlo.

Fu Tabitha a parlare per prima. Spostando lo sguardo da me al viso dipinto di zia Sara sulla parete commentò: «Sì, c'è una grande somiglianza. E incredibile. Ma non sono sicura che significhi quello che credi tu, Matt».

Matthew replicò: «Penso che spetti a me deciderlo, Ta­bitha».

Una violenta scintilla di antagonismo sembrò scoccare tra loro, eppure si percepiva anche una corrente nascosta di intimità, di conoscenza delle altrui debolezze resa pos­sibile solo da una lunga familiarità. Sapevo, come se me l'avessero detto espressamente, che quei due erano aman­ti; no, anzi, era troppo difficile pensare in termini di amo­re quando era coinvolto Matthew Hay. Erano però part­ner sessuali di lunga data e si conoscevano bene. Fui sba­lordita dall'ondata di gelosia possessiva che mi invase.

Come osa usurpare il mio posto? Ho potuto disporre di Matthew come e quando volevo per ben vent'anni! Anzi, per essere precisi bisognerebbe dire per sette secoli. Poteva divertirsi quando gliene davo il permesso, ma doveva sapere chi era la sua vera donna!

Scossi il capo come per chiarirmi le idee. Cos'avevo che non andava? Era la stanza. Apparteneva sotto tutti i punti di vista a zia Sara e non a me.

Potevo almeno riuscire ad avere pensieri miei in quel luogo?

Matthew intervenne: «Ieri ho dimenticato di chiederti qualcosa, Sara. Hai qualche neo o macchia particolare?»

Tabitha commentò in tono leggermente canzonatorio: «Vuoi dire che non hai guardato tu stesso mentre era nu­da?»

«Sentite», esplosi furibonda, «non potete venire qui e parlare così...»

«Oh, Sara», disse Matthew quasi ridendo, «ci resta molto da fare; per favore, non crearci problemi anche con queste sciocchezze. So che spesso ami giocare, ma il gioco della pudicizia non fa per te, soprattutto dopo quanto è successo ieri, e in più ci fa perdere tempo. Usalo con per­sone che non ti conoscono bene, come il tuo dottorino. Divertiti quanto vuoi, ma non fare questi giochetti con noi.» Mi si avvicinò, mi slacciò lentamente il golf e la ca­micia, mi scoprì una spalla e posò un dito sulla piccola vo­glia marrone che si trovava nel punto d'incontro tra l'a­scella e la schiena. «Visto, Tabitha? Sei convinta, ades­so?»

Strattonai la camicia. «E io non ho voce in capitolo...»

«Ti ho chiesto di non giocare con noi, Sara. Non abbia­mo tempo. Dopotutto, l'Esbat è domani al tramonto e ci resta ancora molto da fare. La memoria dovrebbe tornarti prima di allora ma, se non ti sarai ricordata tutto, non im­porta: si tratterà solo di una cerimonia di benvenuto. Ho portato qui Tibby... aspetta un attimo. Per prima cosa, la riconosci?»

«Riconoscerla? Non l'ho mai vista prima d'ora», replicai. Mi sentivo come Alice che beveva il tè col Cappellaio Matto, viste le domande senza senso e l'assoluta indiffe­renza per le risposte che davo. «Perché, dovrei?»

«Non l'hai mai vista prima, dici? Questo complica le cose», meditò Matthew ad alta voce. «Quello che vuoi dire, naturalmente, è che non l'hai mai vista prima in que­sta vita. Sai, Tibby è una di noi da secoli proprio come te, Sara.»

Erano completamente pazzi. Folli. Matti da legare. Ma cosa potevo fare?

Rimasi lì in piedi, ad abbottonarmi la camicia con le di­ta che tremavano orribilmente. Ero entrata in un incubo. Oh, Brian, Brian! Cercai di richiamare alla mente il ricor­do del suo viso, della sua voce normale e razionale, ma neppure la memoria mi venne in aiuto. Per un attimo non riuscii neppure a ricordare che faccia avesse.

Matthew continuò: «Tibby è una delle tue sorelle della congrega, e ha preso il comando di noi adepti. Natural­mente, adesso che sei tornata sarà felice di ridarti il posto che ti spetta».

Colsi lo sguardo di Tibby e pensai: col cavolo! Matthew poteva anche sapere tutto sulla stregoneria, ma non capi­va nulla di donne; e, strega o no, Tibby era innanzitutto una donna. Stava sorridendo con dolcezza, ma sotto si in­dovinava una furia di gelosia e risentimento.

Era Matthew che voleva, o il potere sulle altre streghe?

Non lo sapevo e non mi importava, ma forse quel suo scontento avrebbe potuto tornarmi utile.

«Tibby ti insegnerà tutto quello che puoi avere dimen­ticato in questi primi anni della tua nuova vita», annunciò Matthew, «e condividerà con te ciò che solo le donne pos­sono confidarsi. Spero che tornerete a essere amiche intime, e a volervi bene come due sorelle. Adesso vi lascio co­sì potrete fare conoscenza... o riprendere i contatti.»

Si protese verso di me, mi baciò dando per scontata una certa intimità tra di noi, sfiorò la guancia di Tibby e si voltò per andarsene. Lo fermai: «Matthew, aspetta un mi­nuto».

Inclinò il capo e stette ad ascoltarmi.

«Dici che sono Sara Latimer rinata. Adesso sentimi be­ne: zia Sara è morta solo sette anni fa e io ne ho ventitré. Com'è possibile?»

Tibby commentò: «Ti avevo detto che non avrebbe ca­pito. Stai facendo un errore, Matthew».

Si rivolse a me con gli occhi che gli luccicavano. «La strega, Sara Latimer, non muore mai. Ritorna ogni volta; quando un corpo muore, la sua parte immortale - la sua anima, cioè - si rifugia nel corpo di un'altra donna della famiglia. La famiglia Latimer è una delle stirpi di streghe più antiche, e ogni due generazioni nasce una ragazza che ha il segno della strega, proprio come te, Sara. Sarà una donna normale, anche se avrà certi poteri innati. Ma quando la sua antenata muore, lo spirito della strega entra in lei e la possiede. Quando questo accade, recupera la memoria - e tutti i poteri - della strega. È quello che è successo a te, Sara. Forse non ne sei ancora del tutto con­sapevole, e non conosci i tuoi poteri e il tuo passato. Ma ieri, davanti all'altare, mi hai provato che ho ragione. Il re­sto dei tuoi ricordi ti tornerà presto e sarai di nuovo una di noi, per tutte le epoche, per la vita e la morte e anche dopo.»

Si voltò e uscì, lasciandomi lì atterrita.

Tibby si alzò e mi si avvicinò. Disse, più dolcemente del solito: «Sembri spaventata, Sara. Io e Matthew apparteniamo a questo ciclo da tanto tempo che tendiamo a di­menticare quanto può apparire strano a un estraneo. Cosa posso dire o fare per aiutarti?»

Mi abbracciò. Indietreggiai col viso per guardarla in faccia e dissi: «Avrei giurato che non corresse buon san­gue tra te e Sara».

«È così, infatti», ammise, «ma prendo seriamente il mio giuramento e ho promesso di trattarti come una so­rella della congrega. Inoltre, hai l'aria così giovane e spau­rita...» Mi accarezzò la guancia. «Non c'è nulla di cui ave­re paura. Matthew può intimidire, ma fa parte della sua indole e del suo ruolo. Se lo conosco bene, ti è saltato ad­dosso senza preavviso e ti ha spaventata a morte.»

«In realtà no», la corressi, «a dire la verità credo quasi che me lo aspettassi.»

«Ma è come quasi tutti gli uomini», commentò Tibby con una sfumatura di disprezzo. «Oh, non fraintendermi, sono pazza di lui, ma come tutti gli uomini pensa che il suo grosso membro possa risolvere tutto.» Doveva aver notato la mia espressione sorpresa, perché aggiunse, con una certa diffidenza: «Scusa, non volevo essere volgare, ma Matt può essere anche un terribile stupido».

Le sue mani si attardarono, con un fare intimo, strano e inquietante, sul mio seno: abbassai lo sguardo sorpresa e le allontanò senza alcuna fretta. Mi chiese: «Ti dispiace? Stavo semplicemente ammirandole».

Avvertii la stessa bizzarra mancanza di stupore che ave­vo provato quando Matthew mi aveva fatto delle avance. Tutte le streghe sono promiscue e fanno sesso dove e come vogliono per il loro piacere personale. «Sei lesbica?»

«Solo di tanto in tanto», replicò. «Non mi dispiacerebbe se tu lo volessi o se ne avessi bisogno. Probabilmen­te potremmo procurarci a vicenda un certo piacere.»

Risi imbarazzata. Il suo atteggiamento pratico mi fece sentire ingenua, anche se avevo frequentato circoli relati­vamente sofisticati. O si trattava di semplice decadenza, tanto avanzata da aver perduto ogni traccia di vergogna? «Non ora, grazie», risposi, e cercai di velare le mie parole di ironia, ma mi uscirono prosaiche come quelle di Tibby, e mi trovai a pensare: perché complicare tanto un gesto così semplice...

Cambiai discorso: «Le streghe bevono caffè o tè?»

Ridacchiò. «Se non hai della birra, il tè va benissimo. Penso che sia un'ottima idea. Consumare insieme cibo o bevande è il modo più rapido... be', è un inizio. Quando Matthew mi ha portata qui credevo che mi avresti detesta­ta.»

«Immagino di non odiare la gente con tanta facilità», replicai. La precedetti in cucina e misi il bollitore sul fuo­co. «Uso il tè in sacchetti, ti dispiace? So che gli intendi­tori sarebbero scandalizzati, ma non sopporto tutte quelle foglioline che finiscono dappertutto e nuotano nella taz­za.»

«Al diavolo gli intenditori», mi diede ragione Tibby. «Anch'io uso i filtri. Ho il sospetto che le streghe siano state le prime femministe: sono state loro a rifiutare di sa­crificarsi per l'idea che alcuni avevano del ruolo femmini­le. Mio padre è il genere di bastardo secondo cui l'unico dovere di una donna è rendere felice un uomo. Mia madre ha lavato il pavimento con la liscivia, stando in ginocchio, ogni giorno della sua vita solo perché a mio padre non piaceva il linoleum. Di tanto in tanto protestava, dicendo di non avere tempo - nella stagione della falciatura o della trebbiatura -, e lui montava su tutte le furie e urlava: "Per la miseria, donna, a cosa serve il tuo tempo?" Quando è morta ho preso il denaro ricavato dalla vendita delle uova e ho posato del linoleum in cucina; mio padre ha fatto il diavolo a quattro, ma gli ho detto: "Togli quel linoleum e te lo pulirai da solo il pavimento, oppure lo tieni sporco! " L'ha lasciato. Immagino abbia deciso che, tra i due mali, il linoleum era il minore.»

Il bollitore fischiò: versai l'acqua sui sacchetti nella teie­ra. «Mi passi un paio di tazze dalla credenza? Grazie.» Tibby si sedette al tavolo della cucina, prendendo la tazza colma che le passai.

«Zucchero? Latte?»

«No, grazie, lo bevo così.» Iniziò a sorseggiarlo.

«Tibby», cominciai, «dimmi qualcosa francamente, senza mentirmi e senza prendermi in giro. Credi veramen­te a questa storia delle streghe o stai semplicemente al gio­co?»

Mi fissò dall'altra parte del tavolo. Rispose: «Sarò one­sta. A volte ne sono convinta, altre sono persuasa del con­trario. Certe volte ci credo ciecamente e sono del tutto coinvolta, la stregoneria mi sembra la mia vita. In altri mo­menti mi chiedo se non mi sto prendendo in giro e se non fingo di crederci solo perché lo vuole Matt: nel caso non te ne sia accorta, sono pazza di lui».

«L'avevo capito», replicai. «Ma com'è possibile che una persona sana di mente si faccia invischiare in... un cul­to del genere? Come ci si finisce dentro?»

«Non hai mai abitato in una zona remota del New England», commentò. «Ammettiamolo, cos'altro c'è qui per una donna? Ho il sospetto che la stregoneria si sia diffusa a Salem e in altri posti perché era l'unico modo in cui le donne potevano essere delle persone, e non solo compa­gne di letto, schiave e madri dei figli di qualche rozzo ignorante. Non c'erano abbastanza uomini moderni, in­telligenti e ragionevoli nei dintorni. Una donna che non si sposava era socialmente morta, e una donna che lo faceva diventava quasi letteralmente la schiava del marito. Ho letto da qualche parte che il Massachusetts e il Connecticut sono gli unici stati che avevano ancora delle leggi seve­re contro il controllo delle nascite finché il processo Roe contro Wade non le ha eliminate tutte.»

Ora riuscivo a vedere in che modo il mondo repressivo del vecchio New England aveva fomentato la ribellione delle donne; c'era da stupirsi che avessero usato le paure superstiziose degli uomini contro di loro?

Continuò: «Riesco a immaginare come una donna che ha avuto sette figli in sei anni - e credimi, ancora oggi ce ne sono molte! - possa desiderare che il marito sia impo­tente per un po'!»

«Pensi che sia un culto a sfondo sessuale, allora? Nato dalla noia e dalla repressione?»

«A volte credo di sì», ripeté Tibby. «A volte, invece, ho l'impressione che sia qualcosa di più. Dopo che sarai venuta a qualche Esbat, capirai cosa voglio dire. Anche se ne parlo in modo impertinente, ci credo abbastanza da non osare provare a venirne fuori.»

Capii d'un tratto che Tibby mi piaceva, e mi dispiacque per lei. La vita non poteva essere facile per una femmini­sta intelligente nel mondo in cui era cresciuta. Ricordai la storia del vecchio contadino con sei figlie adolescenti che erano diventate il suo harem personale. La differenza sta­va solo nell'intensità, non nel tipo di abuso, sospettavo. Una volta che cominci a considerare mogli e figlie come schiave, beni materiali creati per il tuo piacere personale, perché dovresti fermarti? Suo padre forse non aveva ap­profittato di lei dal punto di vista sessuale, ma non le ave­va certo concesso la libertà necessaria per costruirsi una vita decente in cui avrebbe potuto sfruttare al massimo il suo intelletto e le sue capacità. Dissi: «Perché non te ne sei andata, Tibby? Altre ragazze come te trovano un buon posto di lavoro in ogni grande città del Paese».

Alzò le spalle. «I miei erano convinti che l'università per una donna fosse una perdita di tempo, in quanto il mio unico desiderio, secondo loro, era di sposarmi. Mia madre non riusciva a immaginare una donna che non vo­lesse sposarsi, proprio come non riusciva a immaginare che mi scopassi Matt Hay alla luce del sole sul suo altare. Solo che questo potevo farlo in segreto, quello no. E quin­di eccomi qui, a trentadue anni, senza educazione, senza talenti, senza formazione. Se me ne andassi da casa passe­rei la vita a lavorare come cameriera o a infilare del bucato nei sacchi. Quindi sto a casa e me ne occupo per il mio vecchio, così quando morirà... be', avrò un tetto senza do­ver sposare un bastardo di queste parti. Ma puoi forse biasimarmi per essermi avvicinata alla stregoneria?»

«Com'è accaduto?» chiesi, versando altro tè.

«Devo ringraziare tua zia Sara. Oh, per molti aspetti era una donna terribile, ma era intelligente. Mi ha presta­to dei libri: a casa mia non avevamo nulla da leggere, se non la Bibbia di famiglia e l'almanacco. Mi ha aiutata a cominciare a pensare con la mia testa, poi mi ha fatta en­trare nella congrega. Avevo solo diciassette anni quando mi ha dato il coraggio di smettere di andare a messa: mio padre appartiene a una setta spaventosa che crede nel fuoco dell'inferno e nella dannazione. Le devo molto. Incuteva un sacrosanto terrore, ma immagino che, a modo mio, le volessi bene, perché mi ha insegnato a essere libera e a godermi l'esistenza, vivendola pienamente, anche in un posto squallido come questo.» Allungò una mano sul tavolo e prese la mia. «Quando è morta, mi sono sentita in diritto di prendere il suo posto nella congrega. Ecco perché mi ha dato fastidio il tuo ritorno.»

Le strinsi la mano di rimando. «Tibby», cominciai, «credimi, non costituisco una minaccia per te. Non credo di essere Sara Latimer, o almeno non la strega Latimer che è rinata o ritornata. Non mi interessa assumere il potere della congrega. Non ne voglio sapere nulla. E per quanto riguarda Matthew, è tutto tuo. Non lo vorrei neppure confezionato in carta da regalo con dei nastri rosa.»

I suoi occhi incontrarono i miei, pacati e infelici. «Lo dici adesso», si lamentò, «ma dopo? Se la tua memoria di strega ti ritorna? Non hai avuto dei lampi di memoria? Se­condo Matt gli hai fatto delle domande che presuppongo­no una conoscenza profonda del nostro culto.»

«Non riesco a spiegarlo», replicai. Per esempio, cos'e­ra quella storia dei coltelli? E dei nomi? Ricordavo che per l'antropologia conoscere il vero nome di una persona significava avere grandi poteri su di lei; e in qualche popo­lo vissuto lontano dal mondo civilizzato scattare la foto di qualcuno voleva dire possederne - o rubarne - l'anima. «Conosco il tuo nome», aveva forse qualcosa a che fare con quella minaccia? Lasciai perdere per il momento. «Così come non riesco a spiegare perché... perché sono andata a letto con Matthew Hay. Credimi, non lo volevo e non ne avevo nessuna intenzione. Non potrebbe trattarsi di semplice suggestione?»

Tibby ci pensò. Poi disse: «Forse, se tu non fossi mai venuta qui, non avresti mai avuto alcun impulso a... di­ventare una strega. Ma sei venuta, e quell'impulso ti è ve­nuto. E sei andata con Matt, e hai scoperto di conoscere dei particolari sul culto. Cosa succederà dopo che avrai partecipato a un paio di Esbat e avrai usato l'unguento due o tre volte?»

Non risposi subito, perché i miei sentimenti subirono un improvviso mutamento. Mi trovai a guardare dall'alto al basso quella giovane donna che aveva osato usurpare il mio posto all'interno della congrega, e che pensava di so­stituirsi a me accanto a Matthew e di usarlo per i propri fi­ni. Vidi Tabitha sdoppiata, come se fossi ancora seduta davanti a lei ma anche in piedi. Esclamai seccamente: «Con che diritto mi interroghi, Tabitha Whitfield? Cono­sco il tuo nome!»

Ancora i nomi; eppure quella frase mi era venuta spon­tanea, l'avevo pronunciata con assoluta certezza. Indie­treggiò, e la sua sedia cadde improvvisamente al suolo; la tazza di tè si rovesciò e versò una pozza di liquido ormai tiepido sulla tovaglia di tela cerata. «Sara», mormorò.

«Era la domanda sbagliata», dissi con voce distante. Mi sentivo ancora stranamente sdoppiata dentro. «Non avresti dovuto chiedermelo, Tibby. Non so cosa sia suc­cesso.»

Scosse il capo. «Sono confusa. Sei tu e allo stesso tem­po non lo sei.»

In un'ondata di disperazione mi accorsi che era acca­duto di nuovo: ero finita ancora una volta in quel mondo irreale che mi aveva assorbito già prima, che mi aveva in­dotto a trascinare Brian a letto con me, che mi aveva getta­ta nuda, davanti a un altare profano, con Matthew, che mi stava inimicando una ragazza che, dopo solo pochi minuti di chiacchiere intime e sincere, stavo cominciando a con­siderare un'amica. Mi coprii il viso con le mani.

«Oh, Signore, odio questo posto», esclamai. «Non so cosa mi stia accadendo! Tibby, Tibby, cosa diavolo dovrei fare? Se rimango qui non ho via di scampo, ma non ho nessun altro posto dove andare!»

Tibby fece il giro del tavolo, mi si avvicinò e mi cir­condò con le braccia come aveva fatto prima. Disse: «Co­munque vadano le cose, Sara, ricorda che ti voglio bene e che voglio essere tua amica».

«Magari, se stessi lontana da tutto ciò... se rifiutassi di partecipare al - come diavolo si chiama? - al Sabba, all'Esbat, se gettassi via tutti gli oggetti che erano appartenuti a zia Sara...»

Scosse il capo. «Non penso che tu possa farlo. Forse avrebbe funzionato se l'avessi fatto prima, ma adesso è troppo tardi. E poi, Matthew si arrabbierebbe molto. Non so tu, ma io non riesco a tenergli testa.» Sorrise con aria scossa. «E neanche tu, finché sei... te stessa. Quando sei strega ci riesci, ti ho visto farlo, ma allora non lo desi­dererai più.»

La situazione, insomma, sembrava senza speranza. Con mani tremanti sollevai la tazza e bevvi il tè diventato fred­do. Tibby continuò: «Ho promesso a Matthew che ti avrei parlato di tutto: l'uso dell'unguento, delle altre po­zioni...»

«No!» mi affrettai a ribattere. «No! Non voglio saper­ne niente...»

«Ma ho promesso a Matthew...»

Eravamo in una situazione di stallo e ci fissammo con aria caparbia, finché dei colpi sonori e impazienti alla por­ta ci riscossero. Tibby disse: «Meglio che i vicini non mi vedano qui», e si nascose. Lentamente, con i piedi che mi sembravano essere diventati di piombo, andai alla porta.

Mi trovai di fronte un uomo di mezz'età corpulento, curvo, che indossava una salopette e non si era sbarbato. Dopo un attimo riconobbi il vecchio Jeb, che avevo visto la sera del mio arrivo con l'autobus Arkham-Innsmouth. Toccò la ciocca di capelli sporchi che gli ricadevano sulla fronte a mo' di saluto.

«Le ho portato la bombola del gas, signora. Il padrone del negozio di Madison Corners mi ha detto che ne aveva bisogno e che era meglio se la portavo su io, così gliela po­tevo installare.»

Riportata bruscamente ai fatti della vita reale annuii e l'uomo continuò: «Vado a prendere la chiave inglese e gliela fisso sulla piattaforma, fuori dalla finestra della cuci­na. Non c'è bisogno che mi paghi adesso, il bottegaio le manderà il conto il primo del mese come ha sempre fatto con i Latimer».

Si avviò verso il camioncino e pensai che c'era almeno un vantaggio ad appartenere a una famiglia conosciuta: mi facevano credito! Questo poteva voler dire che le mie magre finanze sarebbero durate un po' più del previsto, probabilmente fino al pagamento del libro, senza che fossi obbligata a vendere qualche mobile antico di zia Sara.

Tibby mormorò: «Meglio che tu vada con lui e che lo guardi mentre la fissa, no? Così saprai dove si trova».

Aveva ragione. Non sapevo molto della vita in campa­gna - in città avevo dato per scontato l'approvvigiona­mento di gas, riscaldamento, elettricità -, ma forse era meglio che imparassi il più possibile, quindi uscii e guar­dai la sua sagoma ricurva scaricare il pesante cilindro di metallo dal furgoncino, spingerlo sul suo carrello fino alla finestra della cucina, dove un piccolo tubo di rame spun­tava da un foro praticato nella parete, e spostare con de­strezza la vecchia bombola.

«Sì, questa è quasi finita, probabilmente non ci avreb­be bollito neppure un uovo», commentò. «Questa le do­vrebbe durare un mese, a meno che non faccia il pane e non lasci acceso troppo a lungo il forno.»

Lo guardai armeggiare con il beccuccio. Aveva mani grosse, tozze ma bizzarramente agili. Con una strana co­scienza sdoppiata mi trovai a chiedermi come si sarebbero mosse sul mio seno, sul mio corpo nudo. Era così enorme, animalesco, così prossimo alla terra. Giacere tra le sue braccia sarebbe stato come sprofondare nella terra, unirsi alle antiche forze disumane degli elementi... Sentii i suoi occhi, piccoli e maliziosi, fissarsi su di me e perlustrarmi con una strana presunzione di intimità. Mi aveva letto il pensiero?

Disse: «Adesso che è tornata, vuole che venga di sopra con lei come sempre, signorina Sara?»

Oddio, anche lui era uno di loro? No, questo era trop­po. Tutte le streghe sono promiscue. Mi sentii elettrizzata al pensiero delle sue mani su di me, che mi strappavano i ve­stiti di dosso...

No, maledizione! Ero ancora padrona di me stessa. Non ero obbligata a subire altro. Replicai con voce piatta: «Non so cosa voglia dire. Non c'è nulla che lei possa fare in casa», e vidi la sua espressione farsi perplessa ma ri­spettosa. Replicò: «Come vuole, signorina Sara», tornò al furgoncino e rimasi a guardarlo allontanarsi sobbalzando giù dalla collina.

Rientrai provando una strana esultanza. Per la prima volta dal mio arrivo avevo vinto, il mio vero io aveva affermato la propria volontà: non ero stata costretta a compor­tarmi in quello strano modo che mi era così estraneo. Cer­cai Tibby in cucina, ansiosa di raccontarle l'accaduto, ma non la trovai, e mi chiesi se non fosse semplicemente usci­ta dalla porta sul davanti per rifugiarsi a casa. Se era una dei Whitfield, casa sua doveva trovarsi lungo la strada ver­so l'incrocio dov'era passato l'autobus per Arkham; e poi, era alla sua fattoria che Matthew aveva detto che potevo rifornirmi di latte, uova e ortaggi. Sarebbe però stato im­barazzante se avessi deciso di non avere nulla a che fare con la congrega: come avrei fatto?

Salii lentamente. Nella grande stanza da letto di zia Sa­ra trovai Tibby. Si era tolta le scarpe ed era seduta a piedi nudi sulla panchetta davanti al mobile da toeletta. Disse: «Perché non lo hai portato di sopra? È abbastanza ma­schio per soddisfarci entrambe». Davanti alla mia occhia­ta scandalizzata e inorridita continuò impaziente: «Oh, Sara, non essere sciocca. Va bene, va bene, non ti farò fret­ta. L'Esbat, comunque, è domani sera, e posso aspettare».

Mi si avvicinò. «Mi dispiace, io... Devi capire cosa sto passando. Ho tutte le ragioni di aspettarmi che tu ti com­porti come una di noi, invece continui a spiazzarmi. E poi, detesto scusarmi continuamente.»

«Non sono arrabbiata», la rassicurai. «Non so perché, ma non lo sono.»

Si mise a studiare il piano del mobile. Disse: «Vedo che hai trovato l'unguento di Venere. Non è una cosa seria, ma è divertente». Aprì il vasetto di porcellana e lo strano aroma sensuale e penetrante ne uscì.

Messa a disagio dal profumo mi ritrassi. Chiesi: «È questo l'unguento che dovrei usare perché». - cercai di ricordare la sua frase - «perché mi torni la memoria di stre­ga?»

Mi lanciò un'occhiata. «No», rispose, «questo è un gioco. Vorresti dirmi che hai dimenticato cos'è il vero un­guento delle streghe - l'unguento per eccellenza - e gli ef­fetti che produce?»

«L'ho dimenticato o non l'ho mai saputo. E non mi in­teressa per niente», replicai. Tibby, con aria assente, si stava spalmando la crema sui polsi e le tempie. «Hai vera­mente intenzione di usare quella roba, Tibby? L'altra not­te ho avuto l'impressione che fosse piuttosto pericoloso.» L'odore era inebriante: mi faceva pizzicare il naso e susci­tava in me una strana miscela di ricordi sfocati e di pensie­ri confusi. Tibby rise guardandomi nello specchio.

«Pericoloso? Non questo. Il vero unguento, invece... prendine troppo e ti farai un viaggio tremendo; fatti un'o­verdose come si deve e rimarrai avvelenata, anche se da anni nessuno ne muore. Ma qui dentro non c'è nulla di dannoso: è solo per divertirsi. Dai, perché non ti unisci a me? Forse, dopotutto, è il modo migliore per aiutarti. Forse era questo che Matthew intendeva.»

Sentii nuovamente la strana sovrapposizione di emo­zioni, memorie, fantasie. Il viso di Tibby tremò nello spec­chio, e sembrò d'un tratto molto più giovane e più vec­chia. L'aroma pungente dell'unguento era come un mia­sma palpabile. Lentamente, tra mille esitazioni, allungai una mano, immersi il dito nella crema verdastra e me lo passai sulla gola.

«Su, lasciami fare», disse Tibby. Mi aprì i bottoni della camicia: l'unguento era freddo e mi bruciò per un attimo, poi mi parve piacevole al contatto col seno nudo. Le mani di Tibby si attardarono, dolci ed esperte, e toccarono uno dei lividi che ancora si vedevano. «Matt è troppo rude, ma cosa importa? A me piace così. Guarda.» Si sfilò la maglietta con un gesto rapido e vidi le tracce rossastre dei morsi sulla sua spalla. Gliele sfiorai con un dito, provando un brivido di orrore non del tutto sgradevole

«Peccato che Matt non sia rimasto», commentò. «Ma non preoccuparti, possiamo cavarcela benissimo anche da sole.»

Stava togliendosi i jeans pesanti e mascolini; non porta­va slip, e nuda sembrava ancora più magra e gracile, quasi infantile, così vulnerabile che provai quasi un irrazionale senso di compassione. Ma il suo sorriso malizioso smenti­va qualunque possibile ipotesi di innocenza: i suoi occhi, che mi guardavano attraverso la cortina dei capelli scarmi­gliati, erano dilatati e brillavano della stessa furbizia mali­gna di quelli di Barnabas.

L'unguento afrodisiaco stava cominciando a fare effet­to anche su di me. Sembrava che ogni sensazione del mio corpo fosse concentrata nei polpastrelli delle dita, che sta­vano ancora esplorando delicatamente il seno di Tibby. Rise: era una risata sfrenata, selvaggia, come l'urlo di un uccello marino, e mi trascinò accanto a lei sul vasto letto.

Di tutti i singolari eventi di quella bizzarra estate nella vecchia casa Latimer, quello che mi suscita le emozioni più strane è l'ora trascorsa con Tibby nell'enorme letto a baldacchino di zia Sara, con l'insolito profumo intorno a noi che ci rendeva violentemente eccitate e subito dopo pigramente sensuali, nella stanza inondata dalla luce guiz­zante del sole che sembrava di tanto in tanto fermarsi e danzare insieme ai miei nervi che vibravano. Per tutto ciò che accadde quell'estate riesco a trovare una ragione, una scusante, una spiegazione. Per quello che ci fu tra di noi, no. Ripensandoci adesso, non posso neppure incolpare l'unguento afrodisiaco; conoscevo la sua azione, avevo già sperimentato come reagivo al suo effetto, e non avevo al­cun bisogno di riprovarlo con Tibby. Eppure, di mia vo­lontà, quando mi invitò a sdraiarmi accanto a lei non mi ritrassi, ma l'abbracciai, l'attirai a me e sentii, con un mi­sto di sorpresa e tenerezza, nascere in me il desiderio quando le sue labbra morbide si schiusero sotto le mie.

Fino a quel momento per gli eventi di quell'estate ave­vo qualche precedente esperienza. Lì, invece, mi sentivo del tutto ignara, sbalordita - anche se razionalmente lo sa­pevo possibile - dal fatto che mi sentivo eccitata da una donna.

Le mani di Tibby, delicate e sottili, si attardarono sul mio seno, procurandomi un misto di dolore e piacere. Re­stammo lì sdraiate ad accarezzarci pigramente, a sentire il seno dell'altra che si induriva al contatto con le mani, con i capezzoli che si ammorbidivano e si rizzavano ripetutamente. Sembrò percepire il mio desiderio e la mia inespe­rienza, si accorse che non sapevo bene come procedere e prese l'iniziativa, schiacciandomi contro il guanciale. Mi divaricò le ginocchia con una gamba. Poi, mentre giaceva­mo l'una contro l'altra, con i seni che si toccavano e le lab­bra che si cercavano a vicenda con baci leggeri e scherzo­si, le sue mani trovarono il centro della mia passione e, con mosse sapienti, prima solo sfiorandomi, poi via via con più decisione, mi eccitò finché non cominciai a reagi­re, muovendomi, a ogni suo gesto e a gemere, ormai pros­sima all'orgasmo. Allora, ridendo, diminuì l'intensità del­le sue carezze finché non mi fui calmata, e ricominciò.

Ma questa volta non mi limitai a un ruolo passivo: le mie mani cercarono la parte più morbida tra le sue gambe e, con uno strano sentimento di stranezza e familiarità, vi trovai la zona più calda e umida: avvertii ancora quel cu­rioso sdoppiamento, ero io e un'altra, provavo emozioni note e sconosciute mentre le mie dita percorrevano i con­torni morbidi e toccavano il piccolo centro bollente e pul­sante. Era stranamente eccitante sentirla sospirare di pia­cere, e volli ottenere da lei nuove risposte stuzzicandola sempre più. Era come se ogni terminazione nervosa di Tibby fosse legata a una delle mie; la sua crescente eccita­zione produsse in me una reazione sfrenata, e ci abbrac­ciammo convulsamente, ansimanti, spingendoci più volte a un passo dall'orgasmo e fermandoci appena in tempo. Uno sguardo fugace dall'altra parte della stanza mi mo­strò nello specchio un'immagine sfocata di curve morbi­de, lunghi capelli sul viso, i grandi occhi di Tibby che si dilatavano per il piacere. Poi l'immagine svanì e l'udii ge­mere per l'eccitazione. «Basta giocare, ora... Dai, adesso, adesso, lo voglio...» e il suo urlo selvaggio di piacere e la stretta convulsa delle cosce sulla mia mano. «No, no, ba­sta, basta...»

In quel momento qualcosa esplose dentro di me, con una tale violenza che credetti di svenire; e la tremenda tensione interna si sfogò come una corrente impetuosa.

Tibby agitò la testa per allontanarsi i capelli dal viso. Si sedette, mi sorrise e commentò: «Wow!»

Risi con una miscela di imbarazzo e affetto. Anche Tibby si mise a ridere e disse: «Te l'avevo detto: è diver­tente. È un buon modo per trascorrere un noioso pome­riggio d'estate. Del resto, con te da queste parti, immagi­no, sarà impossibile annoiarsi».

Ci muovemmo in una bizzarra atmosfera intima rive­stendoci. L'aiutai a riallacciarsi i bottoni posteriori della camicia; lei mi si avvicinò per accarezzarmi i capelli men­tre mi pettinavo i riccioli rossi alla toeletta.

Alla fine parlò in tono dolce: «Sara, devo dirti una co­sa. Voglio essere tua amica: sono tua amica. Ma non posso prendere le tue difese con Matthew. Non sono disposta a farlo, quindi non chiedermelo. A parte quello... be', per te è tutto nuovo, e non voglio vederti soffrire. Se la tua me­moria di strega ti torna in tempo, non succederà nulla, al­trimenti...»

L'interruppi: «Tibby, fammi un piacere. Senza scherza­re, stavolta, dimmi se credi veramente a questa roba. Pen­si sul serio che l'anima immortale di una strega si sia im­possessata di me?»

«Devo crederlo», replicò. «L'ho visto. Lei è tornata per un attimo quando eravamo giù, non è vero, Sara? Se ritorna di nuovo tu sei salva, anche se in quel caso dovrò lottare con te proprio come avrei fatto con la vecchia Sara. Ma allora, almeno, potrai combattere ad armi pari. Quello che mi preoccupa è ciò che accadrà se la strega non ritor­na. All'Esbat... hai un'idea di quello che succederà, di quello che ci si aspetta da te?»

«No, ma non importa. Ho deciso che non ci vado.»

«E pensi forse di stare alla larga se Matthew Hay ti ci vuole? Rispondimi, avanti!»

«È facile», ripetei, «non ci vengo e basta. Non intendo interferire, non mi importa quello che fanno gli altri, ma io non voglio averci nulla a che fare. Rimarrò a casa a leg­gere un buon libro.»

La sua risata era intrisa di disperazione. «In questo ca­so non mi resta che augurarti un mucchio di fortuna! Ne avrai bisogno. Pensi che nessuno prima d'ora abbia cerca­to di evitare l'Esbat o il Sabba? No, Sara, tu ci verrai. E se la memoria non ti è tornata... Ascoltami, forse è il caso che ti prepari...»

«Non voglio ascoltarti», protestai. «Per favore, adesso vattene, Tibby.» Mi avvicinai per baciarla. «Sì, sono an­cora tua amica, ma senza tutte quelle sciocchezze sulle streghe. Lasciamo perdere quella roba.»

Rimase seduta, esitante, per un po', poi infilò i mocassi­ni di pelle e si alzò per andarsene. Commentò lentamente: «Fa' di testa tua, allora. Ricorda che ci ho provato», e uscì dalla stanza.

 

CAPITOLO 9

La congrega si riunisce

 

Dopo la tensione continua degli ultimi due giorni il ritmo rallentò, tanto che mi chiesi se quanto mi era accaduto in quelle prime quarantott'ore caotiche in casa Latimer non fosse dovuto allo shock nervoso unito a un'immaginazione iperattiva. Quella sera Brian venne a prendermi per portarmi fuori a cena, e indossai i miei più eleganti indumenti newyorkesi, con l'intenzione di fargli girare la testa senza occuparmi affatto delle dicerie dei contadini del posto. Passando davanti alla fattoria confinante in direzione di Arkham, vidi Tibby che portava un secchio per il latte verso il granaio, e la salutai con la mano in preda a un'im­provvisa ondata di compassione. Povera ragazza, magari prima di partire sarei riuscita a convincerla ad andarsene a Boston, Providence o New York. Quella non era vita, per nessuno. Legata com'era a una famiglia ignorante e a un'esistenza faticosa di contadina e donna di casa, non c'era da stupirsi che per lei l'unica fonte di entusiasmo fosse l'evocazione morbosa del culto delle streghe.

Brian vide il mio gesto. «Conosci Tibby?»

«È passata nel pomeriggio a darmi il benvenuto, da brava vicina.» Riuscii a non arrossire.

«Be', credo fosse un po' la protetta della vecchia; da quanto ne so, i Whitfield e i Latimer si frequentano da se­coli, potrebbe essere una tua lontana parente. Confesso che non mi è molto simpatica: fa chiaramente capire che non le dispiacerebbe divertirsi un po' col nuovo dottore. Ma non sono il tipo di uomo disposto a seguire le tracce di Matthew Hay.»

E questo mi convinse definitivamente, prima ancora che avessi preso seriamente in considerazione l'idea, a non confessargli tutto e a non chiedergli consiglio su co­me convincere la gente del posto che non ero la reincarna­zione di zia Sara.

La compagnia di Brian mi piacque come sempre, e tor­nai volentieri con lui a casa di suo cugino dove trascor­remmo qualche ora nella tarda serata. Quella storia, riflettei, poteva trasformarsi in qualcosa di estremamente con­creto e positivo per me. Se solo fossi riuscita a liberarmi dalla paura di quella possessione che mi aveva già costret­ta a comportarmi in modo strano, a fare domande bizzar­re e inattese, ad assalire persone che conoscevo a malape­na...

La mattina dopo stavo dipingendo - la prima illustra­zione era quasi finita - quando il trillo del campanello mi indusse a scendere. Matthew Hay, magro, tetro e irresisti­bile si trovava sulla soglia.

«Sono passato solo per ricordarti che questa notte ci sarà la luna piena», disse, «e che ci incontriamo due ore dopo il tramonto fuori dalla Chiesa del Rito Antico. Dal momento che sei nuova e che la memoria non ti è tornata del tutto, non devi portare nulla: in passato hai provvedu­to sempre a procurare cibo, vino e materiale.»

Lo stomaco mi si rivoltò sgradevolmente. Quell'uomo dava tutto per scontato! Ma dovevo a tutti i costi tenergli testa.

Replicai quindi: «Mi dispiace, Matthew. Ci ho riflettu­to e» - come aveva detto Tibby? - «non mi va di giocare con questa roba. Stregoneria e congreghe non mi interes­sano. Apprezzo la tua gentilezza e il tuo desiderio di dar­mi il benvenuto, se è questa la tua intenzione. Ma non so­no mia zia Sara, Matthew, e non ho i suoi stessi gusti e in­teressi. Quindi, per favore, potresti lasciar perdere?»

Avevo sempre creduto che l'espressione «diventare li­vido dalla rabbia» fosse un cliché usato dagli scrittori di romanzi scadenti, ma in quel momento capii cosa inten­devano. Il suo viso divenne così congestionato per il furo­re che la sua pelle sembrò scurirsi d'un tratto.

Sbottò: «Cosa diavolo...»

«Niente diavolo. Non credo al diavolo. E, tra parente­si, non credo neanche all'inferno, ai demoni, alle streghe né a tutto il resto. Mi dispiace, ma ormai ho deciso. E adesso, se non ti dispiace, sto lavorando: ho un libro da fi­nire. Ti prego di scusarmi.»

Mi voltai per rientrare. Con l'agilità di un serpente che scatta per mordere allungò un braccio e mi afferrò il polso.

Tuonò minaccioso: «Se è Tibby che ti ha messo in testa certe idee, se ti ha minacciato o ha fatto una scena di gelo­sia, le spezzo il collo!»

«Al contrario.» Cercai di divincolarmi. «Tibby non avrebbe potuto essere più gentile, e ha fatto del suo me­glio per convincermi. No, la decisione è solo mia, Matt, non dare la colpa a lei. Lasciami andare!» Riuscii final­mente a liberarmi con uno strattone furibondo. «E poi, come osi presentarti in questo modo?»

«Sai benissimo perché posso prendermi una tale li­bertà», proferì lentamente, «non puoi negarlo.»

Finsi di non capire. «Se pensi che, solo perché ti ho permesso di fare sesso con me, puoi tiranneggiarmi come fai con quella povera Tibby, sappi che ti sbagli di grosso!»

«Non intendevo quello. È per via di quello che sei, Sa­ra. Pensavo di averti convinta, e non appena ti lasciamo sola ricominci a dubitare e a rifiutare di credere nei tuoi poteri!»

«Oh, che siano maledetti, quei poteri!» gli urlai in fac­cia. Per una volta mi rammaricai di non avere la forza di zia Sara, di non poterlo assalire per distruggere quella sua stupida arroganza. Quando mi ero scontrata con Tibby, parlandole in quella che doveva essere stata la voce di zia Sara, era impallidita per lo spavento. Avrei voluto trovare un sistema per impaurire Matthew Hay nello stesso mo­do. Inspirai profondamente...

Tutto mi tremò davanti agli occhi. Mi sentii ingigantire, e pronta a colpire in preda a un furore accecante. Come osava quell'uomo, che doveva a me ogni suo potere...

Feci un passo verso di lui. Lo vidi indietreggiare spa­ventato... e intuii il sorrisetto soddisfatto che cercava di nascondere.

Aveva forse cercato di provocare in me proprio quella rea­zione?

Un conto, però, era cercare di evocare zia Sara in preda alla collera, un altro liberarsi di lei. Strinsi i pugni, lottan­do contro il torrente nero di pensieri e ricordi estranei, il potere e la forza incredibili dentro di me simili a un'onda­ta che non conosce rimorsi...

Infine la presenza se ne andò e rilassai le mani. Annun­ciai nella voce più posata e pratica che potevo: «Credo di avere avuto qualche episodio di... delirio. La casa comin­cia a darmi sui nervi. Penso che qualunque psicologo mi consiglierebbe di stare alla larga da tutto ciò che potrebbe stimolare altre esperienze del genere. E anche venire al vostro... come si chiama?»

«Esbat...»

«Venire anche solo come osservatrice od ospite po­trebbe avere lo stesso effetto. Quindi ti ringrazio tanto, ma declino il vostro invito. E adesso scusami, ma devo proprio tornare al lavoro.» Rientrai e chiusi la porta, met­tendo subito il catenaccio. Lo sentii provare a muovere la maniglia, ma quando capì che era chiusa a chiave se ne andò; dopo un po' guardai fuori dai vetri piombati vicino alla porta, e lo vidi attraversare i campi per raggiungere la fattoria dei Whitfield. Di sopra cercai di riprendere il la­voro, ma il buonumore se n'era andato e capii che, se avessi continuato a dipingere, avrei rovinato anche quan­to avevo già fatto. Avrei voluto vedere Brian, e mi dispia­ceva non avere un telefono in casa: mi sentivo troppo iso­lata.

La casa vuota mi riecheggiava intorno. Mi preparai un panino per pranzo, ma feci fatica a inghiottirlo. Perché mi sentivo così nervosa? Dopotutto, avevo tenuto testa a Matthew Hay in una lite piuttosto esplicita. Quel round, l'avevo vinto io. Solo più tardi cominciai a capire il motivo del mio disagio. Si era dato per vinto troppo facilmente: non avrebbe rinunciato, e la prossima volta forse mi avrebbe presentato il pugno di ferro senza neppure il guanto di velluto.

 

Sentii che non avrei sopportato di restare in casa in attesa della sua prossima mossa, qualunque essa fosse. Allora mi venne un'idea: l'autobus Arkham-Innsmouth passava al­l'angolo alle undici e venti quel mattino, e non erano neanche le undici. Potevo andare a passare la giornata ad Arkham, magari esplorare il campus dell'università, dare un'occhiata al materiale per dipingere nel negozio per gli studenti (tra l'altro, mi serviva un nuovo pennello) - o ve­dermi un film, dato che Arkham, con i suoi diciannovemi­la abitanti, doveva avere almeno un cinema - e perfino passare la notte in un albergo. Se non ero lì non potevano far nulla per farmi partecipare al loro Esbat.

Gettai rapidamente qualche effetto personale in una sacca che mi serviva per gli spostamenti durante il week-end, indossai abiti più cittadini - un completo pantalone verde -, sfilai le scarpe da ginnastica e calzai dei sandali con un po' di tacco, e mi avviai lungo il sentiero alla volta della fermata dell'autobus. La strada passava davanti alla fattoria dei Whitfield, ma non temevo di incontrare Matthew sul mio cammino: sapevo già che preferiva tagliare attraverso i campi.

L'estate era al culmine: gli steli di mirtilli erano carichi di frutti; camminavo spedita, fermandomi di tanto in tan­to per cogliere una bacca matura e metterla in bocca. Era­no deliziosi, avevano un sapore intenso che ai frutti di bo­sco acquistati in città mancava. L'umore mi migliorava a ogni passo che mi allontanava da casa Latimer. Magari potevo lasciare un messaggio a Brian, telefonargli da Arkham, all'ospedale. Se era di servizio poteva forse libe­rarsi per pranzo, così avremmo mangiato un boccone in­sieme.

Sentii una voce spensierata e familiare: «Sara!»

L'allegria mi abbandonò di colpo, ma continuai a cam­minare di buon passo. Tibby attraversò il campo per raggiungermi sulla strada: sembrava una dodicenne in un paio di vecchi jeans scoloriti e una camicia da uomo con le maniche tagliate, decisamente di una taglia troppo piccola per lei.

«Ciao, Tibby, adesso non posso fermarmi a parlare, de­vo prendere un autobus. Vado ad Arkham per tutto il giorno, e può darsi che non sia di ritorno prima di doma­ni.»

Gli occhi le brillarono per un attimo. Replicò: «Non puoi farlo, lo sai bene. C'è la luna piena. Hai dimenticato cosa c'è stasera?»

Sbuffai insofferente. Non volevo affrontare di nuovo il discorso. Risposi quindi: «No, non l'ho dimenticato. È proprio per quello che me ne vado. Senti, Tibby, Matthew deve avertene parlato, l'ho visto venire da te. E tutto tuo, ti auguro ogni gioia. Tib, fa' la brava, lasciami passare e la­sciami prendere l'autobus».

Mormorò lentamente: «Sai bene che non vai da nessu­na parte, Sara».

«Tibby, non voglio sembrarti antipatica, ma pensi vera­mente di potermelo impedire?»

«Preferirei non farlo», rispose, con mia sorpresa. «Se dipendesse da me ti lascerei andare una volta per tutte. Ma Matthew vuole che tu rimanga, e farò il possibile per­ché il suo desiderio venga esaudito.»

Ciò che fece dopo mi sbalordì. Si girò ed emise un lun­go fischio stridulo. Per un attimo mi chiesi se stava chia­mando i rinforzi, ma non accadde nulla, a parte uno sbat­tere d'ali proveniente dalla siepe. Un uccello nero planò sulla strada davanti a noi, poi saltò sulla spalla di Tibby e rimase lì appollaiato, gracchiando: «Fa' la brava! Fa' la brava!»

«Cos'è quel coso, Tibby?»

«Una taccola», si limitò a rispondere. «Le ho insegna­to io a parlare. Dovresti saperlo, tu hai Zenzero... anzi, adesso lo chiami Barnabas, vero? Senti, Sara, non obbli­garmi a farlo. Non serve a niente. Sai di doverti piegare al volere di Matthew, proprio come me, finché non sarai ab­bastanza forte da sfidarlo, e per il momento non lo sei. Non costringermi, Sara, te ne prego. Mi sei simpatica.»

«Anche tu mi eri simpatica», commentai freddamente, «ma stai mettendo a dura prova la nostra amicizia.»

L'uccello gracidò: «Torna indietro! Torna indietro!» Dopo un lungo fischio acuto continuò: «Luna piena! Lu­na piena! Fa' la brava!»

«Ammirerò il tuo corvo un'altra volta, Tibby. Non vo­glio perdere l'autobus.» Mi avviai. Poiché era davanti a me, decisi di schivarla passandole accanto.

Inclinò la testa di lato e sussurrò qualche parola all'uc­cello. Anche se parlò distintamente non capii nulla, come se si fosse trattato di una lingua straniera. Decisi di non perdere altro tempo e ripresi a camminare.

Non so spiegare quello che accadde dopo. Gli occhi malvagi del volatile sembravano calamitare i miei e, quan­do ripresi il cammino, scoprii che stavo ancora dirigendo­mi verso Tibby, che mi sbarrava la strada. Cercai di evitar­la e, che fosse stata lei a spostarsi o io a cambiare direzione senza volere, la trovai ancora davanti a me. Deviai di nuo­vo, ma ancora una volta Tibby e quell'uccellaccio nero mi tagliavano la strada, e non avrei potuto proseguire senza travolgerli.

I suoi occhi azzurri si fermarono sui miei, quasi con compassione, e disse: «Ti avevo avvisato che non avrei potuto lasciarti andare, Sara. Prova a cambiare direzio­ne».

«Devo prendere quell'autobus.»

«No, non ci andrai, lo sai bene», ripeté.

Penso che le nostre manovre al centro della strada sia­no durate un bel po'. Tibby non mi toccava, restava im­mobile al suo posto, ma quando cercavo di superarla me la trovavo invariabilmente davanti. Infine udii il borbottio di un motore vecchio e ansimante: passò in cima alla colli­na e ci superò sollevando una nuvola di polvere. Tibby fi­schiò e la taccola si sollevò, volteggiò brevemente e si rifu­giò nella siepe. Scoprii che riuscivo di nuovo a muovermi liberamente.

«Adesso va' pure dove ti pare», disse con aria indiffe­rente Tibby. «L'autobus se n'è andato, e non c'è altro mo­do per uscire dal paese.»

«Non mi dimenticherò di quello che mi hai fatto, Tibby.»

«Spero proprio di no», replicò. «Oh, Sara, perché ar­rabbiarsi? Sai perché ho dovuto farlo. Ti avevo avvisato che non avrei preso le tue difese con Matthew.»

Non avevo nient'altro da dire: mi voltai e mi avviai ver­so casa. Avrei voluto scoppiare in lacrime di frustrazione e terrore. Uno strano motivo mi indusse a trattenermi: sape­vo che Tibby avrebbe cercato di consolarmi e che, così, facendo, sarebbe stata sincera. Non avrei potuto soppor­tarlo.

Tornai quindi a casa e rimasi seduta immobile nella fredda cucina. Mi sentivo come un topo in trappola. Ero stata fiera di me per avere vinto il primo round con Mat­thew, ma Tibby aveva sconfitto me con estrema facilità. Non ero certa di quale sarebbe stata la loro prossima mossa: difficilmente potevano entrare in casa, se avessi chiuso tutte le porte a chiave, per trascinarmi di peso all'Esbat; anche se l'avessero fatto, avrei potuto disturbare la loro cerimonia cantando Onward Christian Soldiers o un'altra canzone di chiesa e squarciagola.

Barnabas miagolò sconsolato dall'altra parte della por­ta. Non ero dell'umore di occuparmi di un gatto, ma lo la­sciai entrare e gli aprii una scatoletta. «Dove diavolo eri stamattina quando avevo bisogno di te?» gli chiesi, di pessimo umore. «Perché non hai catturato quel maledet­to corvo e non l'hai fatto a pezzi?»

Mi strisciò accanto e cominciò a mangiare. Mi dissi che stavo diventando pazza come tutti gli altri. Maledizione, avevo bisogno di una persona sana di mente come Brian!

Forse, se andava ad Arkham quel pomeriggio, per lavo­rare in ospedale, avrebbe potuto portarmi con sé. Oppu­re potevo almeno organizzarmi per trascorrere la notte con lui, invece che in quella stanza davanti al cimitero in cui Matthew e la sua stupida congrega si sarebbero dedi­cati ai loro rituali, sicuramente idioti od osceni o entram­be le cose.

Lasciai che Barnabas terminasse di mangiare, lo misi fuori - non sapevo quando sarei tornata - e, dopo aver preso la borsa, uscii di nuovo, questa volta per recarmi a piedi a Madison Corners. Era un po' più di un chilometro e mezzo di strada, ma questo non mi preoccupava. Con­fesso che mi sentii un po' a disagio quando passai davanti alla fattoria Whitfield, ma non c'era alcun segno di vita: solo un grosso uccellaccio nero agitò le ali nella siepe al mio passaggio, e per me quei volatili sono tutti uguali, quindi non avevo idea se fosse o meno la taccola di Tibby.

Il morale mi si risollevò leggermente quando giunsi in vista del piccolo paese. Di lì a poco avrei parlato a Brian o visto Colin. Il negozio all'angolo aveva un telefono: trovai il numero di Brian sull'elenco telefonico di Arkham (Standish Brian dott., Mad. Corn.) e lo composi. Dopo quattro squilli una voce sconosciuta rispose: era lei che svolgeva il servizio di segreteria telefonica. «Mi dispiace molto, ma il dottore è andato a fare una visita dalle parti di Innsmouth. Mi ha fatto avere un messaggio per dirmi che probabil­mente non sarà di ritorno prima di questa sera tardi. Vuo­le che dica al dottor Standish di chiamarla?»

Ringraziai la voce anonima e riattaccai, improvvisa­mente sopraffatta dalla delusione. Brian non sarebbe tor­nato prima di sera, e a quell'ora Matthew Hay poteva es­sersi già mosso per trascinarmi all'Esbat. Mi comprai un ghiacciolo che avevo preso nel frigorifero del negozio e mi attardai a guardare dei sacchi di mangime per polli, dato che non avevo nessuna voglia di ritrovarmi ancora una volta a casa da sola.

«Sta pensando di comprarsi dei polli, signorina Sara?» chiese una voce alle mie spalle. «Posso procurarle delle galline e un gallo bellissimi a un ottimo prezzo.»

Mi voltai e mi trovai davanti un contadino sconosciuto. Disse: «Scusi se l'ho importunata, signorina, ma da que­ste parti tutti la conoscono. Sono Raboth Tate; allevo polli da vendere al mercato e, come ho già detto, se ne vuole al­cuni posso farle un buon prezzo».

«Non ho ancora deciso», replicai. «Non sono neanche sicura di fermarmi per più di una settimana.»

«Posso anche venderle dei polli da cucinare, a meno che non li compri da Nahum Whitfield: ho visto che ha fatto amicizia con sua figlia.»

«La ringrazio, signor Tate, è molto gentile da parte sua; non ho ancora preso accordi con il signor Whitfield per i polli, anche se avevo in mente di chiedere a Tibby per le uova e il latte. Una fricassea di pollo sarebbe proprio buo­na.» L'avrei preparata, con le focacce salate della mamma, per Brian la sera dopo o quando fosse stato libero. «Per il momento, vorrei solo sapere se conosce qualcuno di que­ste parti che va in macchina ad Arkham questo pomerig­gio. Ho perso l'autobus stamattina, e ho bisogno di acqui­stare del materiale che qui non trovo, come dei pennelli.»

«I pennelli sono qui», disse, indicandomi con un cen­no del capo il settore riservato al bricolage, con secchi di calce per imbiancare e pennelli larghi dieci centimetri. Dissi ridendo: «No, non come quelli: me ne servono per la pittura a olio!»

«Ah, vuol dire pennelli da artista! Sì, penso che per quelli debba andare in città.»

«C'è qualcuno del posto che ci va oggi? Sono disposta a pagare per il passaggio.»

«No, mi spiace», replicò Raboth Tate. «I vicini saran­no sempre più che lieti di accompagnarla in città, ma pen­so che non ci andrà nessuno stasera, visto che giorno è og­gi. Nessuno se ne va dal paese, questa sera.» Fece una pausa e aggiunse con una strana enfasi: «Credevo che Matt Hay gliel'avesse detto».

Oddio, anche lui era uno di loro! Non ricordo neanche oggi come sono uscita dal negozio: mi ritrovai a cammina­re alla cieca incespicando su Witch Hill Road, ancora una volta diretta a casa.

Rimasi seduta, come intontita, chiedendomi disperata­mente cosa potevo fare. Tutto quello che mi venne in mente fu di andare di sopra, chiudere a chiave la porta, non rispondere al campanello e lasciare che facessero quello che volevano. Non potevano certo trascinarmi là, giusto? Dopo quell'esibizione di Tibby e del corvo, non ero sicura che non sarebbero riusciti a portarmici, con o senza il mio consenso, ma prima dovevano prendermi.

Mi chiesi se stavo diventando paranoica. Dovevano es­serci più contadini normali che streghe e stregoni da quel­le parti, no? Ero in pieno delirio persecutorio? Ricordai vagamente che, durante il periodo delle spillette a distinti­vo, una mia amica ne aveva una con scritto: «Anche i pa­ranoici hanno dei veri nemici». In quel momento mi sen­tivo così, barricata in casa di zia Sara, senza il coraggio di mettere il naso fuori di casa per paura che Matthew Hay, o Tibby, si approfittassero nuovamente di me. E il nemico più temibile era dentro di me: il ricordo delle occasioni in cui mi ero comportata come zia Sara!

Il pomeriggio trascorse lentamente. Cercai di darmi da fare in casa, ma quando prendevo in mano qualcosa mi chiedevo quando zia Sara l'avesse toccato per l'ultima vol­ta, e alla fine lasciai perdere, optando invece per un poli­ziesco in edizione economica che mi ero portata da New York: cercai di farmi avvincere dalle avventure di un de­tective dai capelli rossi con due fidanzate, due clienti e una bottiglia di whisky per ognuno di loro.

Forse avrei dovuto infondermi un po' di coraggio be­vendo qualcosa di forte, ma avevo già una paura tremenda di perdere la padronanza completa di me se Matthew Hay avesse deciso di riprovare a convincermi o di giocarmi qualche tiro. Avevo bisogno di mantenere il controllo al cento per cento.

Sembrò che il tramonto ci mettesse secoli ad arrivare. Cominciai svogliatamente a prepararmi qualcosa per ce­na: patate al forno, ancora uova, il pasto tipico della zitella. Stavo affettando i pomodori da mettere nell'insalata quando sentii dei colpetti leggeri alla porta sul retro.

Li ignorai ma, quando si ripeterono, andai a sbirciare dalla finestra. Non sembravano i colpi decisi di Matthew Hay, e non riuscivo a immaginare che Tibby potesse esse­re tanto timida.

Fuori dalla porta si trovava una donna alta e magra che portava un cesto.

Mi dissi di non fare la paranoica. Si trattava chiaramen­te di un'innocua vicina. Spensi il fuoco sotto le uova e aprii la porta.

Sbatté le palpebre stupita. Aveva una cinquantina d'an­ni, le guance rosee che le davano un'aria sana e un vestito da casa colorato.

«Accidenti», esclamò, «Matt mi aveva detto della vo­stra somiglianza, ma non immaginavo foste come due goc­ce d'acqua! Ero un'amica di tua zia Sara, tesoro: sono Judith Hay. Matt mi ha incaricato di venire qui e di portarti le sue scuse per il suo comportamento tirannico di questo pomeriggio; mi ha detto di dirti che devi fare quello che vuoi. Significa qualcosa?»

Sì, avevo capito il messaggio; annuii.

Brian mi aveva parlato di lei, ma aveva l'aria piuttosto innocente. «Mio fratello tende a dimenticare che non tut­ti sono dei fanatici come lui», continuò. «Ti ho portato un po' della mia torta di fragole, mia cara; pensavo che ti avrebbe fatto piacere per finire la cena. Ecco, prendi il ce­sto, e se fossi in te lo metterei in un posto fresco. No, ades­so non posso entrare, Sara; qualche altra volta, magari. Spero che le fragole ti piacciano, ragazza mia: le ho colte io stessa stamattina. Arrivederci», si congedò. Mi passò il cesto e se ne andò.

Lo portai dentro, sollevando il tovagliolo bianco che lo copriva. Le fragole, rosse e succose, erano allettanti, e il biscotto su cui erano posate sembrava dorato al punto giusto e pareva croccante e delizioso. Mentre toglievo il piatto col dolce dal cesto, pensai che mi sarebbe piaciuto trovare il coraggio per mangiarlo: poteva essere drogato. Si sarebbero spinti fino a quel punto? Potevo rischiare?

Il fondo del piatto sembrava coperto di una sostanza viscida e appiccicosa; sfregai tra loro le mani per pulirle, ma riuscii solo a spalmarla su entrambi i palmi. Avvicinai le mani al viso e annusai. Aveva un odore penetrante, ve­getale, misterioso, che per certi versi ricordava quello de­gli escrementi, mi strofinai ancora le mani, sentendo una sgradevole vertigine avvolgermi.

L'unguento agisce in fretta...

Lasciai cadere il cesto a terra, udendo solo in lontanan­za il fracasso del piatto che si frantumava sul pavimento. Peccato. L'oscurità mi stava invadendo. Sono stata avvele­nata, drogata. Barcollai fino al divano in salotto e mi ada­giai un attimo primo di perdere conoscenza, accorgendo­mi, nell'ultimo istante di lucidità, che avevo dimenticato di chiudere la porta a chiave.

Ma ormai non sembrava più così importante...

 

CAPITOLO 10

Orgia sotto la luna

 

Non so per quanto tempo rimasi prigioniera di quel sogno misterioso: strani e complicati vortici mi invadevano la mente e se ne andavano, come ondate di oscurità che si infrangeva­no su di me, si ritraevano e tornavano ad accavallarsi. Fra­si senza senso continuavano a risuonarmi in testa, echeg­giando come se la mia mente fosse stata un corridoio vuo­to in cui qualcuno urlava:

«A cavallo, hattock, a cavallo e via!»

«Af baraldim Azathoth!»

«Aklo, aklo, dors de ma main...»

Per un tempo interminabile e doloroso rimasi accucciata immobile in una sacca buia di nulla, e una voce ripeteva continuamente: «Cosa stai facendo?» «Mi occupo dell'e­sperto.» «Cosa stai facendo?» «Mi occupo dell'esper­to.» La cantilena proseguiva con idiota serietà, come se le parole comportassero una responsabilità importante e un senso. (Ancora oggi non ho perso le speranze di far emer­gere dagli angoli più reconditi del mio subconscio il signi­ficato di quelle parole.)

Nel frattempo venivo sopraffatta da ondate di nausea, come se il mio corpo dolorante e scosso dai conati fosse incatenato da qualche parte a dibattersi nell'oscurità men­tre la vera me si agitava e mormorava in un sogno saturo di luce grigiastra di cui vedevo, dietro le palpebre chiuse, bizzarre scintille iridescenti. Prendine troppo e ti farai un viaggio tremendo.

Una volta, a Berkeley, nei giorni innocenti in cui pren­dere l'acido era considerato non più grave del bere alcol senza avere l'età legale - prima che diventasse, per i poli­ziotti paranoici, l'equivalente degli omicidi Moors o del caso Manson -, avevo preso dell'LSD e mi era capitato di sentire, per un tempo che mi era parso infinito, delle serie di parole che mi si ripetevano in testa; una volta sobria non avevo sofferto di nessun effetto collaterale, salvo un'antipatia duratura per certe canzoni rock in cui si ripe­tevano sempre le stesse parole. Ma sotto l'effetto degli al­lucinogeni non avevo mai sperimentato quel malessere tremendo, quell'impressione che... - come dire? - le allu­cinazioni fossero la realtà e il corpo che vomitava e bor­bottava da qualche parte costituissero l'illusione.

Dopo un periodo di tempo che non saprei calcolare (so solo che mi parve certamente più lungo di quanto fosse in realtà) - dopotutto, era impossibile che fossi rimasta in preda alle allucinazioni per tre o quattro giorni, anche se era quella la mia impressione -, udii la porta aprirsi lenta­mente. Vi fu un rumore di passi all'ingresso. Un minusco­lo punto segreto, dentro di me, urlava per la ribellione e la paura; il resto di me sapeva, e accolse di buon grado i nuo­vi venuti.

«Sara?»

«Non essere sciocco. Nello stato in cui è, le parole non significano nulla.»

È quello che credi tu. Ma mi tenni ben stretta la consapevoìezza che riuscivo a sentire. Mi udii ridacchiare den­tro di me. Con gli occhi chiusi vidi delle sagome oscure entrare nella stanza.

«È sorta la luna.»

Il chiarore lunare era dentro le mie palpebre, e cammi­navo con gli occhi chiusi in una strana luce senza colore; le sagome che si chinavano verso di me avevano forme strane, che bene si adattavano alle loro voci spezzate.

«Sollevala con ogni precauzione. L'Essere Cornuto si arrabbierà se le facciamo del male.»

Risate beffarde da qualche parte. Riuscivo a vedere l'Essere Cornuto, con la maschera doppia che per metà ri­deva e per metà esprimeva un grande dolore.

Qualcuno mi disse gentilmente: «È ora di andare». Conoscevo quella voce dolce, mi protesi verso le sue soffi­ci curve. Mani incorporee mi sollevarono e, a quel contat­to, mi sentii volare verso l'alto, attraverso la luce astrale priva di colore.

«Come viaggeremo?»

«Vola, vola! Le scope ci aspettano!»

La stanza svanì. Qualcuno mi mise un manico di scopa in mano. Ma certo, in quale altro modo una strega do­vrebbe recarsi al Sabba? Lo inforcai. Sembrava morbido, come un enorme organo fallico, troppo grosso per pene­trarmi ma venuto comunque per accogliermi e confortar­mi. Lo accarezzai amorevolmente. In un lampo di lucidità mi accorsi di movimenti, di passi, dello sforzo che mi co­stava mettere un piede davanti all'altro, di mani che mi guidavano. Stavo sognando, naturalmente, le mani e il movimento dovevano essere un sogno.

«Cavalca! Cavalca! Sorelle e fratelli dell'Oscuro, salite in cielo!»

L'aria fredda mi sferzava il viso; il movimento del mani­co di scopa tra le gambe era uno zoppicare ridicolo, poi spiccai il volo e mi lasciai alle spalle le stelle mentre punta­vo direttamente sulla luna rossa e maestosa che sembrava sul punto di esplodere. Intorno a me il cielo era pieno di streghe, grosse sagome scure curve sulle scope; anche Barnabas era appollaiato su una di loro, e la taccola di Tibby aveva occhi umani, e con le ali che si erano fatte enormi, come quelle di un condor, volava alla mia stessa velocità. La luna era enorme, ma ne distinguevo la luce so­lo attraverso le palpebre chiuse, così come con gli occhi serrati indovinavo il paese e le case che si stendevano sotto di me, il vasto orizzonte che giungeva fino ai tetti a due falde di Arkham. Il paesaggio era stranamente colorato e angolare, come il negativo di una fotografia: avvertii il brontolio dei demoni che si muovevano sotto la superficie e vomitai quando sentii il loro odore disgustoso al solle­varsi del terreno; le lapidi nel vecchio cimitero si mossero, tremarono e ne uscirono creature biancastre, che si con­torcevano come vermi.

Aprii gli occhi davanti al lume di una candela. La chie­sa diroccata mi si apriva intorno: la cappella era solo una versione terrena dell'autentica chiesa diabolica, ben più estesa, con la quercia e il patibolo dove un tempo ero stata impiccata, i cani che ringhiavano dalla fossa sottostante, in cui avevano leccato il mio sangue.

Al di là del guizzo della candela vidi avvicinarsi l'Essere Cornuto. Mi ero spinta troppo oltre per sentire le grida e i canti, ma riuscii a vederlo chiaramente, un'imponente fi­gura maschile senza indumenti. Era alto almeno due metri e mezzo, anche se le sue dimensioni variavano ondeggian­do come l'ombra muta alla luce di una candela. In certi momenti sembrava tanto piccolo da poter essere preso in mano e mangiato come un omino di zucchero; un attimo dopo si gonfiava e cresceva fino a raggiungere il tetto. Aveva un pene lungo, enorme, con la punta dipinta di ros­so. Indossava solo una catenina con una stella a cinque punte e la mostruosa maschera con le corna.

La sua voce, che riconoscevo e che mi era al contempo sconosciuta, rimbombava. Era la voce di Matthew Hay ma possente e riecheggiante come se fosse amplificata da un megafono.

«Benvenuta, diamo il benvenuto alla nostra sacerdo­tessa! Ti accogliamo dopo sette anni tra le catene della morte!»

Le sue mani si spostarono tra le ceneri del fuoco ritua­le, e con quelle disegnò una figura sconosciuta sul mio petto. Dietro di lui si librarono delle urla: ne individuai gli artefici, erano sagome scure di uomini e donne nudi, vec­chi e giovani, scuri di pelle o bianchi, le cui fattezze erano distorte dalla fiammella danzante della candela che li face­va assomigliare a orrendi stregoni. Con la coscienza mi al­lontanai di nuovo galleggiando nel vuoto, e quando mi ri­destai li vidi, a due a due, che si avvicinavano al fuoco e se ne allontanavano saltando, volando e gridando. Quel cu­rioso e stomachevole odore mi circondava penetrandomi. Dietro a loro e ai corpi informi che abitavano intravidi scheletri, morti che camminavano, moltitudini di cadaveri viventi, e ancora più lontano spiriti fatati che si accalcava­no, luminosi e bizzarri. I loro visi risplendevano di luce: certo, pensai, quella luce non si è mai vista sulla terra né sul mare. Le streghe facevano capriole e urlavano, e il dio cornuto, gigantesco, mi teneva stretta, facendomi galleg­giare a mezz'aria sopra l'altare. Il suo organo sessuale, gigantesco ed eretto, era proprio davanti a me e, in un istan­te di oblio, lo afferrai. La nausea si era calmata, anche se la luce astrale grigiastra mi avviluppava ancora e vedevo me­glio con gli occhi chiusi. L'odore di morte e di erbe mi im­pregnava ancora le narici, e il dio cornuto troneggiava so­pra di me con la sua massa incorporea.

Mi toccò i capezzoli nudi con un dito, e li sentii indurir­si come per salutare degnamente quel pene gigantesco. Tenevo le palpebre abbassate, ma ci vedevo meglio che non se avessi spalancato gli occhi alla luce del sole. Avevo la pelle viva, ricoperta da un milione di minuscole bocche affamate, tutte desiderose di essere baciate, riempite.

«Azathoth! Hertha! Cernunnus! Astarte! Ishtar!» in­vocò urlando il dio cornuto. «Siate testimoni del ritorno della sacerdotessa e consacratela, qui, su questo altare!»

Mi balzò addosso - alla mia coscienza ipersensibile e più estesa del solito sembrò che compiesse un salto enor­me, restando sospeso in aria -, mi cadde sopra di peso e mi penetrò implacabile. All'inizio avvertii solo dolore e uno shock profondo che mi riportò per un momento alla realtà - capii in una frazione di secondo che non si tratta­va di un sogno, che almeno parte di ciò che stavo vivendo era reale -, poi tutto si rimise a vorticarmi attorno e mi trovai distesa su uno smisurato monolito, con il corpo ri­coperto da simboli arcani e luminosi, mentre incombeva sopra di me il mostruoso dio cornuto dalle fattezze disu­mane, che mi penetrava senza sosta finché non mi udii gri­dare, in parte per il dolore e in parte per un'eccitazione in­contenibile. Intorno a me continuavano i canti e le urla selvagge, e riuscii a distinguere una successione di visi che si avvicendavano nell'oscurità luminescente. Ai bordi del cerchio, alla luce profana del fuoco, si lasciavano cadere a coppie o in gruppetti di tre, e si accoppiavano con foga animale, come impazziti; assistevo alla scena con la coda dell'occhio, mentre giacevo tra le zampe rudi dell'Essere Cornuto. Una vecchia, col viso coperto di rughe ma il ven­tre piatto come quello di una ragazza, si contorceva tra le braccia di un giovane villoso dalle spalle larghe e minu­scoli occhi porcini; un'adolescente delicata, simile a una fata, gemeva di piacere sotto il corpo possente e brutale del vecchio Jeb del negozio. Una donna magra e sensuale con gli occhi brillanti di una gatta, il cui corpo nudo mi era familiare, stava acquattata sotto la sagoma mostruosa di quella che mi sembrava una bestia deforme - o era in­vece un uomo con una maschera? -, che la penetrava da dietro. Demoniaca era anche l'entità che si stava accop­piando con me, che si agitava, mi penetrava, si ritraeva e annaspava secondo un ritmo che pareva destinato a ripe­tersi all'infinito. La notte si stava schiarendo: sembrava che giorni e giorni interi di cieli senza nubi fossero passati mentre accoglievo in me l'Essere Cornuto; il mio corpo vi­brò, esplose prima che anche lui, infine, venisse con un grido cavernoso, si agitasse spasmodicamente afferrando­mi il seno e si lasciasse ricadere sopra di me.

«L'Unione Sacra si è consumata. Ascoltate e siatene te­stimoni, Esseri Oscuri della Foresta!»

È finito? mi chiesi. Purtroppo no. Il fuoco guizzava ver­so l'alto, e mi domandai se per caso la foresta, fuori, non fosse in fiamme. Qualcuno mi avvicinò una tazza di vino alle labbra. Mi parve forte ed estremamente reale. Tibby mormorò: «Tutto bene, Sara?»

Un'altra voce borbottò alle mie spalle: «L'effetto del­l'unguento dovrebbe cominciare a passare; potrebbe ri­prendersi da un momento all'altro».

«No, vista la quantità che ne abbiamo dovuta spalmare sul piatto per fare in modo che ne assorbisse abbastanza.»

Le parole si trasformarono in un borbottio indistinto, e mi udii gridare frasi senza senso. Sentii le strida acute di un corvo, sillabe prive di significato che riecheggiavano nella mia mente. Una strana forma si chinò su di me, che stavo ancora immobile. Mi afferrò brevemente e mi pene­trò violentemente e in profondità. Sussultai ed emisi un grido, ma qualcuno mi teneva le mani da dietro. Tutto fu molto veloce e si concluse in pochi secondi; se ne andò e un'altra sagoma scura prese il suo posto.

Ebbi l'impressione che la scena si ripetesse senza sosta nei giorni - o nelle ore, nei minuti - seguenti: una pesante figura maschile mi si avvicinava, tutta occhi ed erezione, mi penetrava rudemente, senza alcuna dolcezza, poi al movimento meccanico succedeva l'esplosione di passio­ne, e lo sconosciuto scompariva ritirandosi nelle tenebre. Dapprima restai immobile, prigioniera di una nebbia oscura di disgusto, sopraffatta dal terrore e dal dolore fisi­co; poi, contro la mia volontà, ciò che accadeva lì giù, nel­l'oscurità, cominciò a eccitarmi, e iniziai a reagire, a parte­cipare con movimenti del bacino, a contorcermi, a urlare di passione a mano a mano che l'appetito sessuale della strega si espandeva dentro di me. Non so quante volte si sia ripetuto quel ciclo, ma so che non furono poche. Alla fine la scena si verificò ripetutamente solo nella mia imma­ginazione, nei sogni, perché le sagome scure se n'erano andate, ritirandosi nelle tenebre, e cominciai a vorticare verso l'esterno e all'indietro, oscillando come un grosso pendolo, roteando e girando su me stessa seguendo il mo­vimento della terra. Alla fine vi fu solo buio e silenzio, un moto vertiginoso e il mormorio degli alberi.

 

Mi mossi destandomi. Dio, che incubo! Avevo sentito dire che le orge durante i Sabba delle streghe erano dovute al delirio provocato dalle strane droghe che assumevano, e qualcuno me ne aveva evidentemente somministrata qualcuna. Ero rimasta sdraiata sul divano tutta la notte, in pre­da ad allucinazioni e all'incubo di uno stupro di gruppo da parte di una congrega di stregoni? Che follia! Il mio subconscio doveva essere pieno zeppo di queste sciocchezze!

Avevo la nausea e le vertigini e una sete insopportabile. Sbattei le palpebre, poi mi guardai intorno allibita, in pre­da a un terrore crescente. Non mi trovavo più sul divano del vecchio salotto. Non indossavo più il vecchio maglio­ne con i jeans.

Giacevo invece nell'antico cimitero, sola, completa­mente nuda, e la pioggerella grigia dell'alba mi cadeva si­lenziosamente sul viso.

 

CAPITOLO 11

Il mattino dopo

 

Sentii la mente andare alla deriva e lottai, con un senso soffocante di irrealtà, per aggrapparmi al filo di sanità mentale che mi restava.

Era accaduto davvero, allora?

Avevo partecipato veramente a un Sabba - anzi, all'Esbat - delle streghe? Ero stata violentata su uno strano al­tare da una divinità cornuta, poi dal resto dei partecipan­ti... o dei fedeli, se così si potevano chiamare? Che parola! Forse era meglio parlare di riunione di blasfemi, o di con­grega.

No. Almeno in parte doveva essersi trattato di un so­gno, un incubo, un'allucinazione, perlomeno il volo nello spazio, il dio cornuto, gli immensi monoliti rotanti. Ma... e il resto?

Mi sentivo ancora nauseata e intontita. Mi alzai e avver­tii la sgradevole sensazione dell'erba appuntita, della ghiaia e dei ramoscelli sotto i piedi nudi. Dalla strada avrebbero potuto vedermi, ma nessuno veniva mai da quelle parti, soprattutto a quell'ora di domenica mattina. Rabbrividendo sotto la pioggia ghiacciata, che si stava in­tensificando rapidamente - era stata la pioggia a destarmi? - decisi che avrei fatto meglio a rientrare, a mettermi al riparo, anche se ero ormai fradicia, capelli compresi: mi avviai quindi con passo tremante verso casa. La cucina era come ricordavo di averla vista la sera precedente, anche se qualcuno - oppure l'avevo fatto io prima di perdere cono­scenza? - aveva spento il forno e il fornello sotto le uova. L'insalata, ormai afflosciata, si trovava nella zuppiera, con accanto un pomodoro pelato a metà e un coltello sul ta­gliere.

Mi tornò in mente il cesto, la torta di fragole di Judith Hay e la crema unta sul piatto. Ma certo! Non potevano essere certi che mangiassi il dolce, avrei potuto essere al­lergica alle fragole o semplicemente non avere voglia di torta, ma sapevano che sarei stata costretta a maneggiare il piatto.

Non trovai però traccia di piatto, cesto o fragole.

Si sono ripresi tutto. Sara, non essere paranoica.

 

Ero ancora intirizzita, e il corpo mi tremava per il freddo e la paura. Salii di sopra e mi feci un bagno con l'acqua più calda che riuscii a sopportare: mi immersi nella vasca fino al collo finché i brividi non si calmarono.

Era successo davvero?

O avevo semplicemente avuto il peggiore incubo del mondo?

Ero stata drogata e mi ero fatta un viaggio allucinante al massimo?

Avevo camminato nel sonno, o nel delirio, addentran­domi nel vecchio cimitero?

Matthew Hay e la sua congrega, arrabbiati per il mio ri­fiuto di prendere il posto di zia Sara, mi avevano traspor­tata là fuori priva di conoscenza per vendicarsi crudelmente o per punirmi con uno scherzo perverso e disgusto­so? Chiunque credesse seriamente nella stregoneria nella nostra epoca - chiunque fosse adoratore di Satana, inten­do, e non seguace dell'innocua religione della terra a volte chiamata con quel nome, oppure Wicca, ma del culto pra­ticato da Matthew Hay come ai tempi del Medioevo con l'invocazione del demonio - doveva essere qualcuno di di­sgustoso.

Oppure - e questo pensiero fece ricominciare i brividi, anche nel bagno quasi bollente - era successo davvero e la droga che mi avevano somministrato non aveva fatto che esagerare e rendere più fantastici eventi realmente acca­duti? Avevo certamente camminato, o ero stata trasporta­ta, invece di - come ricordavo chiaramente - volare all'Esbat su un manico di scopa. Un falò o due potevano essere stati moltiplicati nella mia mente fino a diventare un cir­colo intero di fuochi. Il dio cornuto poteva essere Mat­thew Hay con una maschera, e mi era sembrato autentico semplicemente perché la mia capacità di distinguere la realtà dalla fantasia era stata indebolita notevolmente dal famoso unguento. Per quanto riguarda la violenza carna­le, be'... in quello non c'era niente di soprannaturale. Non sarebbe comunque la prima volta che accade.

E gli stupri successivi, quelli che mi erano parsi ripeter­si migliaia di volte? Poteva essere stato il delirio, e qualche zoticone o contadino del posto; piuttosto disgustoso, ma ben diverso da quello che mi era sembrato. Una mezza dozzina di episodi del genere (e poi, era stata davvero una violenza? Dopotutto non avevo opposto resistenza!) po­tevano essere stati moltiplicati dalla mia mente ottenebra­ta dalla droga, e tramutati addirittura in decine di rappor­ti sessuali.

Usa la testa, Sara. Rifletti. Non farti prendere dal panico.

Quante di quelle violenze si erano verificate sul serio?

Uscendo dalla vasca mi esaminai attentamente. Mi sen­tivo ancora terribilmente indolenzita e piena di dolori, e c'erano molti lividi e perfino dei graffi, ma non ero in gra­do di dire se erano dovuti al primo incontro con Matthew o se ce n'erano di nuovi. In ogni caso, alcuni potevo esser­meli provocati con i rovi del giardino e del cimitero.

Mi sentivo ancora piuttosto confusa. Infilai la vestaglia più pesante, scesi e mi preparai una tazza di tè molto forte con una dose maggiore del solito di zucchero: dovevo ri­mettermi in forze.

Sorseggiandolo, sentii il calore pervadermi di nuovo le ossa doloranti, e mi accorsi che, anche se mi faceva sentire meglio, il bagno caldo era stato un errore. Poteva infatti avere cancellato le uniche prove restanti. Avrei dovuto fa­re un salto a casa, vestirmi di corsa, correre fino a Madi­son Corners e chiamare la polizia.

Avrebbero creduto a una sola delle mie parole?

Sì, se il mio corpo conservava ancora le tracce di un'or­gia: liquido seminale, macchie di sangue, o anche il fumo prodotto dai falò o i resti dell'unguento drogato. Ma ades­so? Avevo visto come la polizia californiana, tanto libera­le, aveva trattato gli hippy dopo dei viaggi con l'acido. Gli agenti retrogradi del posto come avrebbero reagito se avessi raccontato di essere stata drogata, violentata e ab­bandonata nuda in un cimitero? Si sarebbero almeno pre­si la briga di fare degli esami, quando mi fossi messa a fare discorsi deliranti su stregoni e congreghe? E Matthew Hay avrebbe potuto testimoniare che avevo avuto un rap­porto sessuale con lui di mia volontà.

Barnabas entrò in cucina dalla porta socchiusa; aveva il pelo rossiccio umido di pioggia. «Non mi hai aiutato mol­to ieri notte», lo rimproverai. Del resto, cosa dovevo aspettarmi? Era un gatto - il gatto di una strega, per giun­ta - e non un cane da guardia.

Saltò sul tavolo e venne a fiutare la mia tazza di tè. Gli offrii un pezzo di pane imburrato; lo annusò sdegnosa­mente, ma decise alla fine che era commestibile. Perfetto: in quel momento non avevo l'energia per aprirgli una sca­toletta. L'orologio della cucina mi disse che erano solo le sei e mezzo.

Cercai disperatamente di pensare al da farsi. Potevo preparare i bagagli e scappare via, abbandonare la casa (o venderla a Matthew Hay, come avrebbe voluto) e tornare a New York.

Ma mi avrebbero lasciata andare? Tibby era riuscita a fermarmi il giorno prima, e avevo semplicemente cercato di prendere un autobus.

Mi sentivo ancora le vertigini e la nausea, probabilmen­te a causa delle droghe contenute in quel maledetto un­guento. Prendine troppo e ti farai un viaggio tremendo. Be', di viaggi fino all'inferno ne avevo appena fatto uno. Fatti un'overdose come si deve e rimarrai avvelenata. Ero stata avvelenata, quello era certo: vedevo tutto confuso, la testa mi pulsava dolorosamente come se mi avessero pic­chiata, e tutto il corpo mi doleva fin nelle ossa: avvertivo una fame terribile ma anche solo il tè zuccherato mi rivol­tava lo stomaco, e temevo che avrei rimesso qualunque ci­bo avessi provato a mangiare.

Mentre restavo seduta al tavolo, la cucina sembrava oscillarmi e lievitarmi intorno, e per un attimo dovetti ag­grapparmi alla sedia per paura di cadere.

Era troppo presto per prendere qualsiasi iniziativa, perfino per rivolgersi alla polizia. Se fossi corsa al com­missariato in quelle condizioni, ancora mezzo drogata e con le idee confuse, avrei potuto trovarmi al manicomio; anche se, prima o poi, sarei riuscita a dimostrare che non ero pazza e a farmi liberare, sarebbe stata una parentesi lunga e sgradevole. E anche nella migliore delle ipotesi, mi avrebbe impedito di terminare le immagini per il libro.

Mi aggirai per la casa con passo malfermo, per accer­tarmi che tutte le porte fossero chiuse a chiave, e anche quel minimo sforzo prosciugò del tutto le mie forze già notevolmente ridotte. Del resto, era come chiudere la stal­la quando i buoi sono già fuggiti... Oh, come stavo male!

Quello che mi serviva era riposare. Salii barcollando fi­no al piano superiore e mi lasciai cadere sul letto di zia Sa­ra, tirandomi la trapunta sugli occhi. Barnabas balzò su una colonna del letto con fare indagatore, poi saltò giù per venirmi vicino, massaggiarmi con le zampe in modo consolante, cullandomi con le sue fusa e finì per acciam­bellarsi accanto a me. Rassicurata dalle porte chiuse a chiave mi addormentai e dormii, stavolta senza sogni, per diverse ore.

Quando mi svegliai era la tarda mattinata, pioveva an­cora e la giornata continuava a essere grigia e poco lumi­nosa; mentre stavo cercando di capire cosa mi aveva de­stata, a parte una fame e una sete quasi insopportabili, il campanello tintinnò di nuovo.

Uno spasmo di terrore mi attraversò. Matthew? Un ap­partenente alla congrega che veniva a darmi un'occhiata... o a controllare se ero viva o morta? Be', gentile da parte lo­ro. Corsi alla finestra e sbirciai giù. Avevo dimenticato che dalla camera di zia Sara si vedeva solo il cimitero, peraltro deserto; uscii quindi in corridoio, scesi rapidamente le scale e vidi, al di là della vetrata, una piccola auto davanti al portone e il viso gradito di Claire Moffatt, la socia di Colin di San Francisco.

Qualunque fosse il motivo che la portava lì, mai nessu­na visita mi aveva fatto tanto piacere. Armeggiai con il ca­tenaccio con dita deboli, dimenticando che indossavo an­cora la mia vestaglia invernale. Al cospetto dell'amica di Colin, solida e reale, reale e buona, ebbi voglia di scoppia­re a piangere e di continuare fino ad avere esaurito tutte le lacrime.

«Sono venuta in un brutto momento?» chiese. «Colin mi ha detto che ti sei stabilita qui, e dal momento che non conosco nessuno tra qui e Innsmouth... In realtà, conosco qualcuno del posto, ma nessuno che si possa definire un amico: Brian - Colin mi ha raccontato che hai conosciuto il dottor Standish - mi ha detto di dirti che aveva intenzio­ne di passare, dopo avere ricevuto il tuo messaggio, ma ha avuto un caso difficile verso Innsmouth, e gli hanno riferi­to la tua chiamata solo verso le tre di stamattina. Può darsi che stia ancora dormendo, sono solo le undici. Sally, cosa c'è? Hai un aspetto terribile! Sono venuta troppo presto? Ho portato del caffè, sicuramente migliore di quello del bar di Arkham. Oppure posso portarti a fare colazione, se c'è un locale decente da queste parti, ma... non possono essere i postumi di una sbornia, a meno che tu non abbia cominciato a bere da sola. Sei malata, Sally?»

«Non proprio», risposi lentamente. Che ora era? L'o­rologio appeso al muro non era stato caricato, e si era ar­restato sulle otto circa. Claire aveva detto che erano quasi le undici. «Vieni dentro, Claire, adesso vado a mettermi qualcosa addosso», la invitai facendomi da parte. «Mi ero addormentata di sopra, è per quello che non ti ho aperto subito.»

Claire entrò e mi abbracciò d'impulso. Era una donna alta, di mezza età; aveva i capelli grigi che l'acquazzone aveva bagnato.

«Non sentirti in dovere di vestirti solo per me», disse Claire. «Come vedi, io non mi sono formalizzata.» Indos­sava dei vecchi jeans e un impermeabile sporco. Teneva un sacchetto di carta sotto il braccio. «Ho portato del caffè; ti dispiace se lo preparo mentre ti vesti?»

«Fa' pure», dissi. L'avrei bevuto volentieri. Non era certo il momento per sorseggiare del tè chiacchierando del più e del meno, e se avessi deciso di andare alla polizia sarei stata contenta di essere accompagnata da un'altra donna. Su Claire sapevo di poter contare: a San Francisco aveva lavorato come telefonista per un'associazione desti­nata alle donne vittime di stupro, e si sarebbe quindi di­mostrata comprensiva. Si avviò in cucina e io salii le scale. Il ritratto di zia Sara sembrava ammiccare con aria complice: Continui a sostenere di non essere una strega?

Indossai i primi indumenti che mi capitarono in mano, una gonna azzurra a pareo di velluto a coste e un maglione dello stesso colore. Mi sedetti alla toeletta di zia Sara per cercare, senza successo, di ravviarmi i capelli; l'immagine che mi rimandò lo specchio mi fece capire come mai Claire mi avesse guardato in quel modo. Avevo gli occhi dilatati sottolineati da occhiaie scure, e avevo il viso palli­do e con delle macchie. Nel tentativo di vivacizzare un po' quell'incarnato terreo mi annodai al collo una sciarpa in­diana. Provai perfino ad applicarmi un velo di rossetto, ma mi accorsi che mi faceva assomigliare a un pagliaccio e lo tolsi. L'aroma delle erbe proveniente dai cosmetici di zia Sara era penetrante e mi faceva venire la nausea. Affer­rai quindi il vasetto di porcellana contenente l'«unguento di Venere» e lo scagliai con violenza contro il muro.

Era un gesto stupido e perfettamente inutile, ma sim­boleggiava in un certo modo il mio rifiuto di zia Sara, del­la sua casa e di tutto ciò che conteneva.

Quando tornai da basso, un delizioso aroma di caffè si stava diffondendo dappertutto, e in cucina Claire, che si era nel frattempo tolta l'impermeabile, sembrava di casa. Stava facendo amicizia con Barnabas. «Com'è bello», commentò. «L'hai trovato qui? Era il gatto di tua zia Sa­ra?»

«Solo il cielo lo sa», risposi cupamente. «La gente del posto ha le sue teorie in proposito. Lo chiamo Barnabas.» Non mi era stato di nessun aiuto la notte precedente. Im­provvisamente mi rammaricai di non possedere invece un grosso dobermann feroce.

«Hai mangiato qualcosa?» chiese Claire.

«No, non sono riuscita a mandare giù nulla», risposi, e Claire mi fissò con insistenza.

«Insomma, cosa ti è successo? Di qualunque cosa si tratti, ti prescrivo innanzitutto del cibo. No, sta' seduta e non muoverti. Ti preparo una bella omelette: sai, le mie frittate possono competere con quelle dei grandi chef francesi. E poi, vedo che ti restano ancora delle uova...» Guardò incredula i resti della cena della sera precedente nel lavello. «Come mai c'è tutta questa confusione? Da quello che so, sei sempre stata amante, perfino maniaca, della pulizia e dell'ordine. Senti, Sally, io scherzo, ma se stai male sul serio dimmi cosa posso fare. O preferisci for­se che chiami un medico o l'ambulanza? Cosa c'è che non va?»

Mi trovai a raccontarle tutta la storia: le insistenze di Matthew perché partecipassi all'Esbat e il mio rifiuto, il tentativo di fuggire e le strane manovre di Tibby, Judith Hay, il cesto, il piatto drogato, la mia perdita di conoscen­za. Poi il Sabba da incubo con le streghe, lo stupro...

Claire ascoltò tutto senza commentare. Quando feci una pausa intervenne dicendo: «Penso comunque che tu abbia bisogno di mangiare qualcosa e di berti un caffè. Ti preparo un'omelette mentre finisci di raccontare». Mi mi­se davanti una tazza fumante. «Bevilo nero, Sally, se ci rie­sci; credo che ti farà bene.»

«Pensi che sia matta? Mi credi, Claire?» le chiesi.

«Non so cosa pensare», replicò Claire seria in volto. «Credo che tu sia convinta di quello che dici, non penso mi stia raccontando delle storie. Ma non credo neppure che tu abbia partecipato a un Sabba, anche se Dio sa che cerimonie del genere si celebrano davvero. E devo am­mettere che ti sapevo in una sorta di pericolo. Ecco per­ché sono qui.»

«Sapevi... cosa?» le domandai.

«Che eri in pericolo», ripeté. «Colin mi ha detto che eri qui, e la notte scorsa ho avuto la sensazione che ti tro­vassi in pericolo, quindi sono venuta a trovarti con un pretesto...»

Magari era una strega anche lei. Forse lo erano tutti, ero io a non essermene mai accorta prima. Fritz Leiber non aveva scritto un romanzo di fantascienza in cui, per l'appunto, tutte le donne erano in segreto delle streghe? Sì, Conjure Wife, ecco come si chiamava. Visto come mi sentivo quel mattino, ero pronta a crederlo.

«Capisci sempre... che cosa?»

«Quando qualcuno è nei guai: è l'unica dote medianica che possiedo. Colin afferma che si tratta di un dono; è a causa di quello che l'ho incontrato, un giorno te lo rac­conterò. Non adesso, però: ora lasciami preparare l'ome­lette, adesso hai bisogno di mangiare qualcosa.» Ruppe le uova in una ciotola, le sbatté mentre sorseggiavo il caffè nero e amaro. Aveva un gusto incredibilmente piacevole. Claire scovò una padella, vi versò le uova, girò abilmente l'omelette al volo, la piegò in due e la servì in due piatti.

«E ora, mangia intanto che è caldo.»

Si sedette di fronte a me e cominciò a portarsi alla boc­ca delle grosse forchettate di frittata. Continuavo a pensa­re di essere troppo debole per mangiare, ma quando l'eb­bi assaggiata capii che ero affamata. Divorai tutto ciò che avevo nel piatto e accettai una seconda tazza di caffè.

«Ti senti meglio, ora?» Posò la sua tazza e mi guardò.

«Un po'», replicai. «Ma credo che parte di quanto ti ho raccontato sia accaduto sul serio. Molto può essere sta­to una semplice allucinazione, lo ammetto; ho capito an­ch'io che le parti più strane - il dio cornuto, il volo - non possono essersi verificate davvero, non nel modo in cui le ho vissute, perlomeno.»

«Potresti avere sognato tutto, Sally. Colin dice che que­sta casa ti ha scosso per bene i nervi, e ricorda che può trattarsi di uno shock ritardato. Perdere tutti i tuoi famigliari in quel modo, e nel giro di pochi giorni...»

«No, Claire, non ho sognato tutto», ribattei. «Non ti ho raccontato il resto. Quando mi sono svegliata, pensavo si fosse trattato di un semplice incubo, il peggiore mai avuto, e niente più. Poi, però, ho scoperto che mi trovavo all'aperto, nel cimitero, con niente addosso.»

Fece un fischio eloquente. «Questo sì, che mi sembra reale. Brutto, ma reale.»

«Mi sono chiesta per un attimo sé non avessi cammina­to nel sonno. Però, Claire, non sono mai stata sonnambu­la. E poi ho sentito dire che chi cammina nel sonno si comporta normalmente, come farebbe da sveglio, e quin­di se avessi deciso di farmi un giretto all'aperto - e se non fossi stata drogata - avrei probabilmente indossato dei ve­stiti, no?»

«Hai ragione», confermò, «e il fatto che abbia preso in considerazione l'ipotesi del sonnambulismo significa che il tuo senso della realtà è intatto. La mia compagna di stanza dell'università era sonnambula: un paio di volte al mese si alzava, si vestiva, si allacciava le scarpe, sempre dormendo. Si infilava perfino le chiavi della camera in ta­sca. A quel punto le dicevo che era ora di andare a letto, e lei si svestiva, infilava il pigiama e tornava nel suo letto fi­no alla mattina successiva. Non si era mai posta delle do­mande sulla normalità o meno di quel comportamento.» Riempì le tazze di entrambe con dell'altro caffè. «Va be­ne, Sally, ipotizziamo che una parte di quello che ricordi sia avvenuta realmente. Perché pensi che possa essere suc­cesso?»

«Ho pensato a... uno scherzo di pessimo gusto.»

«Per fare uno scherzo del genere bisognerebbe pro­prio essere degli individui disgustosi», dichiarò Claire. «Ho conosciuto Matthew Hay, e mi è sempre sembrato che gli mancasse qualche rotella, ma non che fosse pazzo fino a quel punto. È quello che qui chiamano "uno un po' tocco", ma non abbastanza pazzoide da giocare un tiro del genere per scherzare.»

«Non pensi che ne sarebbe capace?»

«Penso che Matthew Hay sia capace di qualunque cosa, Sally, ma che debba avere una ragione estremamente valida; in un modo o nell'altro, deve ricavarci qualcosa.»

«Un motivo, in effetti, potrebbe averlo», replicai. «Po­trebbe averlo fatto per indurmi a diventare una di loro. Mi ha raccontato che zia Sara era sacerdotessa della congrega, il loro capo.» Riflettei ancora. «Oppure per spaventarmi in modo da convincermi a vendergli la casa. Del resto, se questa casa si affaccia proprio sul luogo in cui si incontra­no, non vorrebbero certo che ci vivesse una sconosciuta, in particolare se non condivide la loro fede. Se viene ad abitarci qualcuno che mette l'elettricità e il telefono, si fa costruire una piscina o sradica tutte le erbe aromatiche del giardino, o trasforma la casa in un agriturismo e organizza gite guidate al vecchio cimitero... insomma, capisci cosa intendo?»

«Oh sì, questo potrebbe costituire un ottimo motivo», ammise Claire. «Mi sembra che abbia almeno un briciolo di senso...» aggiunse esitante.

«Se così non fosse, significa che sono completamente pazza.»

«Non ci credo neanche per un istante», disse. Mi attirò verso la finestra e, nonostante la poca luce di quella gior­nata piovosa, provai fastidio agli occhi. Mi domandò: «La luce ti fa male?» e mi guardò più da vicino. «Sì, le pupille sono ancora dilatate, come se ti fossi messa delle gocce di atropina o qualche altra sostanza del genere. Sally, non hai cercato di preparare un torta con delle strane bacche e non sei andata a raccogliere dei mirtilli, vero? L'anno scorso ho incontrato dei turisti che erano andati in cerca di mirtilli e hanno raccolto invece la belladonna; forse sa­prai che i due frutti si assomigliano agli occhi di chi non li conosce bene.»

«Cresce anche nel mio giardino», replicai. «Matthew Hay mi ha spiegato - oh, no! - che è un ingrediente del­l'unguento delle streghe.»

«La belladonna», annuì. «Anche se devono avertene data un bel po', e probabilmente l'hanno mischiata ad al­tra roba. Mi pare che ti abbiano somministrato del datura stramonium - quello che in Texas chiamano locoweed - e una bella dose di LSD o metedrina. Sei fortunata che quel cocktail di droghe non ti abbia uccisa. Se hanno calcolato che ne dovessi assorbire abbastanza attraverso la pelle, probabilmente hanno dovuto metterne una dose suffi­ciente a uccidere metà del paese!»

Sollevai a quel punto la questione principale, quella che mi ronzava in testa da quando mi ero ripresa, nuda, nel cimitero.

«Claire, sono stata violentata? Oppure è stata solo un'allucinazione?»

«Sally, certamente saprai che è quasi impossibile trova­re prove legali della violenza carnale su una donna adulta e sessualmente attiva!» esclamò arrossendo. «Brian mi ha detto... voglio dire, mi ha detto di essere stato qui... con te... Insomma, prove se ne possono individuare, ma non sarebbero valide in un tribunale!»

«Non mi interessa il loro valore legale», spiegai. «Non sto pensando di querelarli o di fare causa. Voglio sempli­cemente saperlo perché mi interessa, voglio essere certa che non sto diventando pazza.»

Scosse il capo. «Neanche questo sarebbe semplice. Senti, Sally: se, drogata com'eri, hai creduto di avere avu­to rapporti sessuali... la mente può giocare strani tiri al corpo. Potrei cercare delle tracce di liquido seminale, op­pure... non ti sarai fatta il bagno, per caso!»

«Sì, c'è bisogno di chiederlo? Cosa avrebbe fatto qua­lunque persona al mio posto? È stata la prima cosa che ho fatto non appena ho ripreso i sensi.»

«Allora probabilmente non è possibile trovare alcuna traccia. Per quanto riguarda gli eventuali ematomi o il bruciore... Sally, durante il tirocinio ho assistito a una di­mostrazione. Hanno ipnotizzato uno studente, l'hanno toccato con un cubetto di ghiaccio dicendogli che era un ferro incandescente, e ho visto io stessa le bolle dell'ustio­ne che gli si formavano sulla pelle! E una persona sotto l'effetto di un allucinogeno è a tutti gli effetti ipnotizzata. Lascia che ti dia un consiglio, anche se non sono un medi­co ma solo una buona amica: consideralo un brutto so­gno. Convinciti che non è stato altro che un incubo. Fin­ché non sarai in grado di determinare i fatti obiettivamen­te, quest'atteggiamento renderà tutto più semplice.»

C'era però un altro problema da considerare. (Cercai di eliminare dalla mente il ricordo di Matthew Hay che di­ceva: Nessuna strega si allontana dall'Altare Nero portan­dosi via qualcosa che non aveva già da prima.)

«Non mi sembrerà un sogno se fra tre settimane sco­pro di essere incinta, vero?» La voce mi tremava e scop­piai in lacrime.

«Povera piccola.» Aveva la voce più dolce che avessi mai udito. «In quel caso, Sally, concluderemo che Brian ti ha messa incinta l'altra notte; probabilmente sarebbe feli­ce di sposarti alla fine dell'estate.»

«Non gli farei mai una cosa del genere», singhiozzai. «Dovrei dirglielo.»

«Scommetto che sarebbe la prima proposta che fareb­be. Gli scrupoli che hai ti fanno onore, però», commentò. «Se lo conosco almeno un po', credo che sia solo una questione di tempo.»

Non ero in grado di rispondere. Mi sentivo snervata.

Allora non l'avrei mai saputo. Era il figlio di Brian o la progenie mostruosa concepita durante una violenza di grup­po con un folle sconosciuto e grossolano impazzito per le droghe e l'insano rituale?

E proprio Brian aveva detto: Non sono il tipo di uomo disposto a seguire le tracce di Matthew Hay!

Quasi sopraffatta dal senso di colpa e dalla paura sbot­tai: «Non riesco a sopportare il pensiero di non poterne avere la certezza!»

«Riesco a capire cosa provi», cercò di confortarmi Claire. «Immagino che qualunque donna si sentirebbe al­lo stesso modo. Senti, Sar... Sally, vuoi andare all'ospeda­le? Il pronto soccorso è sicuramente aperto. Potresti rac­contare di essere stata violentata: anche senza prove, ti prenderanno sul serio. O preferisci che chiami Brian? O hai qualche altro amico da queste parti? Posso fare qual­cosa per te?»

Prima di poter raccogliere le idee per risponderle, il campanello tintinnò di nuovo.

 

CAPITOLO 12

Nemico mortale

 

Claire si alzò e guardò fuori dalla finestra che si affacciava sugli scalini della cucina.

«Matthew Hay», si limitò ad annunciare. «Mi chiedo se sia venuto a controllare come stai... Ha un bel coraggio! Se così fosse, però, questo con­fermerebbe la tua storia. Non è necessario precisare che gli spezzerei volentieri il collo. Come ogni altra donna.»

«Non farti vedere, Claire. Forse se pensa che sono sola dirà qualcosa a sostegno della mia storia», aggiunsi. «Al­meno così saprò.»

«Non mi piace l'idea di lasciarti sola con lui», insistette Claire turbata.

«Pensi che desideri rimanere sola con lui? Sarai co­munque qui se avrò bisogno di te», l'incitai, e Claire, pur esitante e riluttante, si lasciò spingere nella dispensa. An­dai alla porta e l'aprii, con Barnabas che voleva curiosare alle mie spalle.

Era proprio Matthew. Mi salutò con un sorriso complice e, alla vista di quel sorriso, ogni mio dubbio - se ancora me ne restavano - sparì.

«Bene, Sara, adesso sei una di noi. Immagino che la memoria ti sia tornata, no?»

«Non direi», esclamai sgarbatamente. «Hai un bel co­raggio a venire qui!» Mi chiesi come mai non mi fossi ac­corta prima che la piega delle sue labbra denotava sì una certa sensualità, ma non sana e piacevole, bensì repressa, sadica e malevola. Poteva elogiare senza sosta il piacere fi­ne a se stesso, senza sensi di colpa né altri problemi, ma il vero piacere non sapeva neanche cosa fosse. Non era un uomo libero o sessualmente disinibito; era un puritano, che reagiva in modo eccessivo e faceva del suo meglio per commettere la maggiore quantità possibile di peccati, solo per il gusto del proibito.

Se il sesso si fosse improvvisamente liberato da ogni tabù, un uomo come Matthew avrebbe probabilmente smesso di praticarlo per il resto dei suoi giorni. Non era in grado di sedurmi apertamente, come aveva fatto Brian, con il mio pieno consenso. Doveva farlo in una chiesa, perché veniva eccitato da tutto ciò che era sconveniente. E poi aveva dovuto drogarmi, o almeno pensava di averlo fatto.

Reagì con un sorriso crudele.

«Però, vedi, sono qui, e non hai tentato di impedirme­lo!»

L'inspiegabile ondata di emozioni estranee, che avevo già sperimentato un paio di volte in quella casa, mi travol­se di nuovo. Improvvisamente mi sentii alta tre metri. Sa­pevo di dominarlo. Dissi, in una voce brusca diversa dal solito: «E se volessi impedirtelo, Matthew Hay, i tuoi trucchetti e incantesimi da nulla non servirebbero a nien­te. Pensi forse di essere alla mia altezza? Non certo in que­sto mondo né nell'aldilà! Conosco il tuo nome! A-ba-star-no...»

Impallidì di colpo. Fece incespicando un passo indie­tro. «No...» balbettò, «no, Sara! Lo so...»

Abbassai le mani, che avevo alzato al cielo in un gesto di invocazione (per scagliare la maledizione, pensai vaga­mente). Sorrisi e sentii che quella presenza estranea (anco­ra zia Sara?) si allontanava. Puntualizzai: «Ci siamo capi­ti. Non so ancora tutto, ma evidentemente ne so abbastan­za. Dimmi una cosa: quanto di ciò che ho vissuto la notte scorsa è successo davvero?»

Sorrise in modo malizioso e sensuale. «Quello a cui hai creduto, Sara. Non so dove sei andata o cosa ti sia accadu­to, ma quaggiù se ne sono viste delle belle. Tutto conside­rato credo tu abbia proprio volato, no?»

Quelle parole mi fecero effetto. Volare. Avevo udito de­gli hippy parlare dei «voli» fatti quando prendevano l'a­cido: pare fosse una delle allucinazioni più comuni. (Non era successo anche che uno di loro, convinto di saper vo­lare davvero, si fosse gettato da una finestra del quattordicesimo piano?)

Decidendo di restare nel vago per indurre Matthew a tradirsi, dichiarai: «È stato furbo da parte tua spalmare... - per un attimo avevo scordato la parola... no, non era po­mata... - l'unguento sul piatto. Avrai pensato che chiun­que avesse visto Rosemary's Baby non si sarebbe azzardato ad assaggiare la torta. Dev'essere stata opera tua: non cre­do che Tabitha ne sarebbe capace.»

«Oh, Tibby fa solo scena: si annoia», replicò Matthew. «Tu stessa, circa quindici anni fa, mi dicesti che si diventa vere streghe solo dopo i cinquant'anni. Una ragazza come Tibby può ottenere tutto ciò che desidera anche senza la stregoneria. Ma se la sta cavando piuttosto bene: è stata brava ieri con quell'incantesimo che ti ha fatto venire il panico. Suggestione pura e semplice, naturalmente; se fossi stata ieri come sei adesso, avresti potuto spazzare via lei e quel suo maledetto uccellaccio.»

Commentai: «Vedo che non ci hai pensato due volte prima di avvelenarmi».

Alzò le spalle. «Non si può fare la frittata senza prima rompere le uova. Ha funzionato: ti è tornata la memoria. Se non fosse accaduto, e se fossi rimasta la ragazzotta sce­ma di ieri, avremmo dovuto toglierti di mezzo in un modo o nell'altro. Non avevamo comunque niente da perdere. Sei viva, allora di cosa ti lamenti?»

Claire uscì dal suo nascondiglio. Era rossa di collera. «Allora lo ammette, signor Hay? Ha cercato di avvelena­re Sally? L'ha anche violentata?» lo assalì.

Hay sembrò momentaneamente sorpreso della sua ap­parizione, e spostò allibito lo sguardo da me a Claire. «Stupro? È questo che le ha raccontato? Devo dire che Sara non sembrava affatto una vittima di violenza», obiettò Hay. «E va bene, Sara, ti sei divertita e pure ven­dicata. Adesso manda via questa megera, chiunque essa sia, così possiamo passare a cose serie.»

«Sally mi ha chiesto di restare qui», intervenne Claire «nella speranza di ottenere la sua confessione. E direi che l'abbiamo avuta.»

Rovesciò la testa all'indietro ridendo di gusto; era un suono roco come il verso della taccola di Tibby. «Confes­sione? E cos'avrei confessato?»

«Che ha cercato di avvelenarla con quel maledetto un­guento delle streghe!»

«Andiamo, signora mia», disse Matthew in tono dolce ma con una smorfia crudele, «è colpa mia se Sara fa degli esperimenti con le ricette di erbe di sua zia e si sbaglia con le quantità? Non può provare nient'altro.»

«E la notte scorsa?» chiese Claire.

«La notte scorsa cosa Aveva un ghigno veramente satanico. «Numerosi testimoni possono affermare che ero occupato altrove.»

«In chiesa, immagino», suggerì Claire.

«Proprio così», confermò Hay. «Stavo celebrando una cerimonia, davanti a tutti i fedeli, e le servirebbero risorse maggiori di quelle a sua disposizione per smentire il mio alibi.» Si rivolse a me. «Sara, divertiti quanto vuoi, ma adesso liberati di lei.»

Claire si avvicinò a Matthew senza fretta. «Me ne an­drò quando Sara me lo domanderà», dichiarò. «A me, in­vece, verrebbe voglia di buttare fuori lei.»

Matthew non si mosse. «Sara», mormorò, «lo scherzo si sta facendo pesante.»

«Non vuole avere nulla a che fare con lei», gridò Claire. «E adesso, maledizione, fuori!» esclamò, spingen­dolo con violenza verso la porta. Matthew si divincolò. Sbraitò: «Le suggerisco di chiedere a Sara se vuole sbat­termi fuori oppure no. Se è d'accordo, sono affari suoi. Ma lei non può darmi ordini, e l'avviso che, se osa toccar­mi ancora...»

Claire non si lasciò intimidire. Replicò invece: «Cosa farà? Chiamerà l'orco cattivo e gli chiederà di portarmi all'inferno... o da qualche altra parte? Sono certa che ci andrà anche lei prima o poi, ma per il momento non sono pronta a seguirla. Signor Hay, non so chi pensa che io sia, né che tipo di persone sia abituato a frequentare, ma le assicuro che non ho paura di lei. E so quello che vuole Sara.»

«Veramente?» ribatté Matthew. «Glielo chieda, allo­ra.»

Io stavo tra loro due, stranamente combattuta, incredi­bilmente incapace di esprimermi. Perché, perché mai in quel momento pensavo che Claire sembrasse in un certo senso inerme, poco efficiente? Matthew Hay mi parve va­cillare davanti ai miei occhi, tramutarsi di nuovo nel mae­stoso Essere Cornuto della notte scorsa, enorme e poten­te, una vera forza animale...

Claire non mi degnò di uno sguardo. Avanzò semplice­mente verso Matthew.

Questi le ripeté in tono mellifluo: «L'avviso...»

«Va' all'inferno. Va' direttamente all'inferno senza pas­sare dal "via" e senza ritirare i duecento dollari dalla ban­ca», esclamò Claire, afferrando d'un tratto Matthew per un polso e spingendolo verso l'uscita. Colto di sorpresa, Matthew inciampò, quasi cadendo, e sbatté contro la por­ta a zanzariera, che cedette sotto il suo peso: Hay rovinò sugli scalini e finì sul vialetto d'ingresso. Rimase immobile per un momento, troppo sbalordito per reagire, poi si alzò lentamente. Era scuro in viso, e la collera gli deforma­va i lineamenti. Agitò il pugno in direzione di Claire.

«Te la farò pagare», tuonò.

«Non credo proprio», replicò Claire, «era da tempo che desideravo provare quella mossa su qualcuno, ma non volevo fare del male a degli innocenti. Tutte quelle lezioni dovevano pur avermi insegnato qualcosa. Adesso, se ne vada al diavolo, in tutti i sensi, altrimenti, se preferisce, chiamo la polizia!»

In quel momento avrei tanto voluto avere il telefono che Brian mi aveva proposto. Ma Matthew Hay non pote­va sapere che ne ero sprovvista: avrei già potuto procurarmene uno. «E prima che arrivino gli agenti, sono pronta a darle un'altra lezione!»

«Te ne pentirai, Sara», sbraitò Hay; agitò il pugno in aria, come per invocare la vendetta dei cieli. «Posso esse­re il tuo più fedele sostenitore - e prete - o il tuo peggiore nemico! Sta a te decidere!»

Rimasi in silenzio, come inchiodata nel punto dove mi trovavo. Matthew si voltò e percorse a grandi falcate il vialetto prima di scomparire.

Mi ero fatta un nemico mortale?

No. Matthew Hay mi avrebbe perdonato anche quello, come mi aveva perdonato tante volte nel corso dei secoli.

Claire mi abbracciò ridendo, ma mentre cercava di rincuorarmi una parte sconosciuta della mia coscienza si se­parò per guardare la scena con distacco ironico. L'ultima pedina nel vecchio gioco.

Nella cerimonia dell'ordinazione sacerdotale si dice: Tu sei un prete per sempre. Io ero stata consacrata davanti a un altare più antico di quello, più vecchio perfino del tempo.

Tu sei una strega per sempre.

Ero Sara Latimer, strega per l'eternità.

 

CAPITOLO 13

Strega per sempre

 

Claire non sembrò notare la mia assenza mentale.

«Ho l'impressione che quel bastardo non ti darà più alcun problema», dichiarò con malcelata soddisfazione. «Non credo voglia un'altra lezione. Penso però che farei meglio a dare un'occhiata in giro e a tenere d'occhio questa gente. Forse prima o poi commet­teranno un errore e potrò denunciarli alla polizia.»

«No!» obiettai subito.

«Pensavo che fossi tu a...»

«Claire, io...» Cercai le parole adatte. Non volevo che si facesse una cattiva opinione di me, non osavo ancora rendermela nemica. Forse, al momento opportuno, avrei potuto reclutarla e portarla alla Vera Fede, al Rito Antico.

Per quanto riguardava Brian, lo volevo più di quanto avessi mai voluto qualcuno, eppure di uomini ne avevo avuti molti. Non volevo perderlo, ma dovevo innanzitutto proteggere il mio passato... e il futuro, la mia immortalità. Avevo visto altre congreghe disperdersi negli ultimi cinquant'anni, quando un occhio troppo indagatore le aveva prese di mira nella comunità in cui operavano.

Mi stava guardando con aria perplessa. «Stai bene, Sally? Per un attimo, mentre parlavi con Hay, ho riconosciu­to a malapena la tua voce. Hay sembrava sicuro che ti sa­resti schierata dalla sua parte.» Mi prese le spalle per ob­bligarmi a guardarla negli occhi. «Non stai con lui, ve­ro?»

«Certo che no», replicai. «Ma immagina che troviamo qualcosa. Non c'è alcuna legge che proibisca di praticare la stregoneria, no?»

«Ma no», rispose Claire. «Ci sono però delle leggi contro lo stupro e contro l'uso di sostanze e droghe senza un adeguato controllo medico. Finché starò qui, terrò d'occhio Matthew Hay, tanto che non potrà neppure spu­tare senza che lo venga a sapere! Non mi darò pace finché non lo vedrò in una cella insonorizzata e imbottita a Mattapan, o in un altro posto per pazzi criminali come lui... sempre che un luogo del genere esista; mi pare che fin troppo spesso lascino libera quella gente!»

Ma ormai non avevo più tempo da dedicare a Claire. Dovevo convincere Brian a diventare fedele dell'Essere Cornuto: tutto quello che Matt aveva detto stava a indi­carlo. L'alternativa - che fosse eliminato e privato per sempre della capacità di nuocerci - era troppo terribile da prendere in considerazione. Le streghe non amano, ma io volevo Brian, lo desideravo tìsicamente più di quanto avessi mai voluto un uomo da un secolo a quella parte. E sembrava che lo avessi, e lo tenessi ben stretto; solo ora sa­pevo come sfruttarlo al meglio, senza le emozioni infantili della mia personalità precedente. E avrei continuato a far­lo, se Claire si fosse tolta di mezzo.

«Adesso è meglio che tu vada», le dissi. «Io... devo ri­posare. Matt non cercherà di combinare altro per il mo­mento; dimentichiamoci di lui.»

«Se ne sei sicura...» commentò con riluttanza.

«Sì, ne sono certa. Non tornerà.»

No, pensai, fino a quando non lo chiamerò io: ma quello, Claire non l'avrebbe saputo.

La guardai andarsene dalla veranda. Le ero grata - era venuta nel momento in cui ero sotto shock e avevo un bi­sogno terribile del sostegno di una donna - ma Matthew mi avrebbe mandato Tibby se ne avessi espresso il deside­rio.

Rientrai in cucina. Come recitava il vecchio detto? La giovinezza è troppo bella per essere sprecata con i giova­ni? Be', il vantaggio di essere strega era che si possedeva­no sia la giovinezza che la saggezza.

Poco dopo il campanello suonò ancora. Stava diven­tando una giornata impegnativa, ma del resto era normale che lo fosse. Guardai fuori e vidi che si trattava di Brian. I miei occhi erano tornati normali, adesso, ma non ero an­cora pronta ad affrontarlo. Eppure non avrei potuto man­darlo via, dal momento che ero stata io a lasciargli un mes­saggio. Aprii la porta e accettai il bacio con cui trovò nor­male salutarmi.

«Come va, tesoro? Ho ricevuto il tuo messaggio...»

«Mi dispiace, Brian», replicai. «Mi sono spaventata per nulla, ecco tutto.»

Non avevo il tempo di occuparmi di Brian in quel mo­mento: non avevo ancora deciso cosa fare di lui.

«Ma stai bene? Claire mi ha raccontato che è passata stamattina, e da quanto ho capito Matthew Hay è venuto a darti fastidio; mi ha detto che volevi parlarmi, anche se non mi ha spiegato cosa c'era che non andava...»

Mi ricordai di un passo della Bibbia che avevo trovato al piano di sopra. «Guardati dalla donna estranea, figlio mio! Perché le sue labbra stillano miele, e le parole che le escono dalla bocca sono lisce come l'olio!» Poi mi venne in mente la fine del passaggio: «Le sue mire, però, sono amare come l'assenzio e più affilate di una spada a doppio taglio».

Brian mi guardò perplesso. «Cosa diavolo vorrebbe di­re?» chiese irritato. «Non ti credevo una declamatrice di Bibbia, Sara.»

Maledetta la prigionia nel corpo di questa ragazza sciocca e ingenua! (Perlomeno non ho dovuto ricominciare da ver­gine, questa volta!) Mi limitai a rispondere: «Be', tutti ci­tano la Bibbia di tanto in tanto».

Mi osservò poco convinto, ma non replicò. Dopo qual­che minuto disse controvoglia: «Sara, devo andare. Sono passato perché credevo avessi bisogno di me, ma se stai bene devo andare a controllare se ho ricevuto delle chia­mate. Volevo farlo un'ora fa, poi ho trovato il tuo messag­gio, e ho ricevuto la telefonata di Claire...»

Non protestai quando mi baciò e si congedò; ero stanca e avevo bisogno di tempo per riflettere. Non solo Brian era un amante fantastico, ma come medico sarebbe stato una perfetta recluta, e non certo il primo che, dopo essere passato dal mio letto, avevo avvicinato all'altare dell'Esse­re Cornuto.

Con un medico nella congrega avremmo avuto a dispo­sizione dei farmaci e se, come di tanto in tanto accadeva, qualcosa andava storto, un dottore poteva firmare certifi­cati di morte senza alcun problema e senza sollevare so­spetti.

Sembrò deluso quando non gli suggerii di andare con lui, ma mi baciò di nuovo dicendo: «Sì, mi sembri stanca. Dormi bene, amore. Dobbiamo far mettere un telefono, così non dovrò scappare via ogni volta».

Mentalmente ribattei: Dovrai passare sul mio cadavere, ma mi limitai a sorridere e a replicare: «Sì, un giorno o l'altro...» Rimasi a guardarlo mentre tornava sotto la pioggia che non aveva ancora cessato di cadere. Dopo un po' udii il rumore della piccola Volkswagen che si allonta­nava, e tornai di sopra dove sprofondai in un sonno risto­ratore.

Il mio riposo venne interrotto solo una volta, di sera tardi; quando il campanello mi indusse a scendere. Solle­vando la lanterna, vidi Tibby sui gradini.

«Entra, Tabitha», l'accolsi seccamente, «ti stavo aspet­tando. L'allieva è venuta a controllare la sua maestra?»

Rispose, socchiudendo le palpebre per via della luce: «Non sono venuta per quello, Sara, ma solo per assicurar­mi che stessi bene. Se la memoria non ti fosse tornata sare­sti conciata male. Volevo essere certa che non ti fosse ac­caduto nulla. Sono passata anche prima, ma ho visto che eri con qualcuno, e non mi sono fermata».

«Gentile da parte tua, Tabitha. Ti devo un piacere per quel trucchetto con la taccola dell'altro giorno. È stato fur­bo e, dal momento che si è rivelato perfetto, non ti...» - esitai - «... punirò. Non questa volta, almeno. Ma in futu­ro, cerca di non immischiarti troppo nei miei affari. E se usi di nuovo quell'uccellaccio contro di me, ti troverai a ra­strellare la campagna in cerca di un nuovo animale da compagnia, e finirai per domandarmi umilmente uno dei gattini di Zenzero!»

Mi studiò con una strana miscela di ostilità e affetto. «Non preoccuparti, so di non essere ancora abbastanza forte da combatterti, Sara. Ma forse quel momento verrà.» Mi scrutò con uno sguardo freddo. «Ti preferivo com'eri prima.»

«Non c'è dubbio», sbottai, «dal momento che allora potevi dominarmi e avere Matthew tutto per te. Ma ades­so è finita. Resta al tuo posto, Tabitha.»

Annuì brevemente. «Non hai bisogno del mio aiuto, quindi non c'è ragione che rimanga. Me ne vado.»

«Va' pure», ribattei, «ma fa' attenzione. Sono conten­ta di averti vista.»

Le chiusi la porta in faccia, andai di sopra e caddi in un sonno senza sogni.

Nei giorni successivi guardai e ascoltai ciò che mi cir­condava, cercando di assimilare e stabilire dei nessi nel torrente di ricordi che mi si affollavano nella mente.

Vivevo da trecento anni.

Gli Esseri Oscuri pagavano bene per quelle sofferenze.

E alla fine?

Sarebbe durato per l'eternità?

Non era peggio dell'acquisto di una casa: goditela ora, pagherai più tardi!

Un paio di volte la mia vecchia identità riaffiorò, so­prattutto quando mi trovavo con il giovane Brian. In un certo senso invidiavo la ragazza che ero stata, cresciuta ben lontana dall'eredità e dalla maledizione che ci perse­guitava, e avrei voluto tornare a quella vita.

No. Dopo aver iniziato il Cammino non si poteva tor­nare indietro.

Cercando di catturare quei giorni innocenti, andai nel­lo studio e provai senza successo a finire le illustrazioni per il mio libro, ma le immagini di elfi, folletti e città fatate costruite con gemme preziose mi sembravano ormai insi­pide e insensate, così distrussi gli schizzi. Del resto, il denaro che il libro mi avrebbe procurato non mi serviva più. Gli Esseri Oscuri si occupano dei loro simili. Non avrei più avuto fame né mi sarei trovata in una situazione di bi­sogno, perché ogni fratello e sorella divide ciò che ha con gli altri. Mio compito era procurare le erbe, e per questo trascorsi ore intere nel giardino che era stato troppo tra­scurato: sette anni di oblio non potevano essere cancellati del tutto in una sola estate, ma era già un inizio.

La notizia aveva evidentemente cominciato a diffon­dersi nel vicinato. Ovunque andassi, sembrava che qual­cuno facesse un segno di saluto che riconoscevo. Una se­ra, quando era ormai calato il buio, una giovane donna, pallida e sconvolta, venne alla mia porta. Non l'avevo mai vista prima, ma il suo racconto non mi suonava nuovo: cinque figli in quattro anni e suo marito contadino troppo occupato a far valere i diritti coniugali per preoccuparsi del male che le faceva.

L'accompagnai in giardino e colsi le erbe adatte spie­gandole cosa doveva fare. Sì, l'aborto era il crimine di cui venivamo sempre accusate, perché quei santerelli di con­tadini non amavano l'idea di perdere un potenziale aiuto per la fattoria quando il bambino fosse cresciuto. Parlava­no della legge di Dio: be', quel loro Dio non mi piaceva per nulla, se assomigliava a un vecchio patriarca barbuto che approvava l'idea di una giovane donna esausta e tor­mentata che si preparava ad avere il sesto figlio nove mesi dopo il quinto! A quel punto le spiegai come evitare che succedesse di nuovo prima che fosse pronta, e le conse­gnai un altro pacchetto di erbe, disegnando un simbolo maschile sulla carta in cui avevo avvolto le foglie essiccate.

«Mettile nel caffè di Obed. Attenta a non sbagliarti e a non prenderle tu!»

«Non gli faranno del male, vero?» chiese incerta.

Risposi con disprezzo (era incredibile come quelle don­ne schiavizzate amassero i loro aguzzini!): «No, non gli faranno nulla. Però, quando comincerà a fare l'unica cosa di cui è capace, cioè saltarti addosso, scoprirà che non gli riesce più bene come prima. Può darsi che questo gli fac­cia venire un colpo e gli dia una lezione. Le palle a un uo­mo non dovrebbero servire solo a riempire il mondo di bambini». Feci un gesto in direzione del cimitero. «Fa' quello che dico, Jessie, altrimenti finirai laggiù mentre lui distruggerà altre due o tre mogli al ritmo di sei o sette bambini per volta.»

Quando Jessie se ne fu andata, dopo avermi ringraziata di cuore e avermi abbracciata benedicendomi, pensai di­vertita che anche Brian avrebbe approvato il mio operato nella sostanza, se non nella forma; da quello che mi aveva raccontato, infatti, non aveva avuto troppo successo pro­muovendo il controllo delle nascite! Io, invece, ci riuscivo benissimo.

La visita successiva era del tutto inaspettata: in un'auto sconosciuta giunse Colin MacLaren.

«Pensavo che ti saresti fatta viva prima, Sally», disse Colin, e ricordai che aveva sempre chiamato la ragazza che ero e insieme non ero con quel nome. «Claire mi ha detto che non sei stata bene, ma adesso hai l'aria in forma, mi sembra.»

«Oh, sì», confermai, sperando che se ne andasse. Ma dopotutto era un amico della ragazza, quindi mi sforzai di essere educata con lui. «Posso offrirle una tazza di tè, dottor MacLaren?»

«Mi hai mai sentito rifiutare una tazza di tè?» ribatté divertito; misi quindi il bollitore sul fuoco. Quando fu pronto, preparai sul tavolo tazze e teiera con un piatto di biscotti.

«Lascia che versi io», propose Colin, mentre si acco­modava.

«Ah, a proposito, mi sono fatto invitare al vostro Sab­ba», annunciò con gli occhi azzurri che gli brillavano. «Ho fatto visita a Matthew Hay, gli ho fatto credere che tengo al Miskatonic una serie di lezioni sul culto di Cthulhu e di altre antiche divinità, mi è bastato citargli qualche frase del Necronomicon...»

Capii che mi stava prendendo in giro.

«Il Necronomicon chiesi. «Ma non è il libro immagi­nario inventato da H.P. Lovecraft?»

«Sì, ma il fatto è che Matthew Hay non lo sa. Le sue co­noscenze sulla stregoneria sono molto più limitate di quel­lo che crede.» Colin ridacchiò di nuovo. «Pensa che ha accettato me come Grande Adepto.»

Be', magari lo sei davvero. Sapevo che non dovevo al­learmi con Colin contro Matthew, ma non mi avrebbe nuociuto se Matt avesse fatto una figuraccia davanti alla sua congrega delusa, «Allora verrà al Sabba?»

«Non me lo perderei per niente al mondo.»

Qualcosa mi indusse ad avvertirlo: «Non sottovaluti Matthew Hay, dottor MacLaren». Poi mi venne in mente che l'avevo sempre chiamato Colin. I tratti del viso gli si indurirono, ma pensai di essermelo immaginato.

«Credimi, Sally. Non lo sottovaluto», mi rassicurò con voce cupa. Quando se ne andò mi venne da pensare che forse era davvero un Grande Adepto ed era il caso di av­vertire Matthew. Ma non lo feci.

Un impulso interiore mi riportò al cavalletto, dove pre­parai la tela e cominciai un dipinto, senza sapere cos'avrebbe rappresentato. Dopo un po' mi accorsi che si trat­tava del paesaggio indistinto del cimitero, popolato di for­me soprannaturali dominate dall'enorme figura oscura della Creatura con le corna. Il mio lavoro si era arricchito di una nuova forza creativa, e non riuscii a impedirmi di mostrarlo a Brian al suo arrivo.

«Ti sei messa a dipingere i tuoi incubi, adesso, Sara?»

«Non ti piace?»

«Non ho detto questo. Emana una strana energia. For­se sei un'artista migliore di quello che sospettavo, ma que­sto quadro mi sembra... malsano. È un lato di te che non conoscevo.»

Non faccio fatica a crederlo. Replicai: «Dipingo quello che c'è da dipingere».

«E del resto, tu non mi dai lezioni su come fare il medi­co. Lo trovo molto bello, in ogni caso, e può darsi che co­stituisca una buona terapia. La casa ti rende ancora tanto nervosa?»

Lo fissai senza capire. Di cosa stava parlando? Com'era possibile che la dimora della mia famiglia mi mettesse a disagio? «Credo di non capire cosa vuoi dire.»

«Purché continui così», sentenziò prima di baciarmi e di andarsene. Era stato molto occupato negli ultimi giorni per via di un'epidemia di influenza, quindi l'avevo visto poco. Del resto, per il momento ero felice di restare da so­la con Zenzero. Avevo tutta la compagnia che mi serviva.

La tranquillità di quel periodo non poteva durare. La luna stava calando, e mancava ormai poco al Grande Sab­ba di Lammastide, il primo di agosto. Vidi Matthew che andava e veniva da casa di Tabitha, ma fu abbastanza in­telligente da lasciarmi stare. Per il momento, Tabitha gli bastava. Ma i giorni di riposo erano quasi terminati e, co­me accade sempre ai periodi di pace, giunsero alla fine.

 

Un mattino mi recai a Madison Corners per acquistare ge­neri alimentari e cibo per gatti. Evidentemente, prima che la giovane Sara capisse il suo errore, aveva viziato Zenzero dandogli cibo in scatola, e di conseguenza non si dava più da fare come prima con i topi: avevo udito degli scalpiccii in casa e visto tracce di topi nella dispensa. Aggiunsi delle trappole alla lista mentre camminavo; prima o poi avrei dovuto fare una bella chiacchierata col gatto perché ri­prendesse il suo lavoro, ma in quel momento avevo preoc­cupazioni più importanti.

Sapevo, naturalmente, che Matthew e io, e più tardi Tabitha, eravamo diventati la mente e i capi della congre­ga, le sue guide spirituali, gli unici profondamente inte­ressati alla mistica e alla religione. Gli altri, i seguaci, spe­ravano superstiziosamente di ingraziarsi le forze della na­tura o partecipavano ai riti solo perché era l'evento socia­le più importante del posto. Avrebbero potuto allo stesso modo cantare a squarciagola gli inni ispirati al Vangelo o recitare preghiere rispettose nella chiesa presbiteriana, ma mi andava benissimo che prediligessero il nostro alta­re. Ci facevano comodo il loro aiuto, la fede e l'attacca­mento a quel culto, che costituivano per noi fonte inesau­ribile di energia.

Ricambiavamo generosamente, del resto, i servizi che ci offrivano. Distribuivamo aiuto e consigli, come avevo fat­to con la moglie distrutta di Obed Tate. E all'Esbat... sor­risi pensando che molti degli uomini venivano perché at­tratti dal sesso e dalle orge, senza rendersi conto che l'or­gia apparente era in realtà un modo per entrare in possesso di energia cosmica. Grazie alla passione di due corpi eccitati, i partecipanti al sesso rituale attingevano a una corrente inarrestabile di forza.

Non gliene importava niente: si divertivano e basta. Io, però, lo sapevo bene, e usavo l'energia che ne risultava.

In realtà la congrega era il vero fulcro della comunità, il centro della sua vita, della vita che restava a quella nicchia di decadenza che il resto del mondo, i servizi sociali e le altre istituzioni avevano dimenticato. Sapevo che la metà delle persone che incontravo nello spaccio - la metà più dinamica - erano fratelli e sorelle del Rito Antico. Gli altri non contavano.

Mentre ordinavo la spesa, mi dissi che Brian doveva es­sere reclutato o persuaso ad andarsene. (Forse, se lo ab­bandonavo sarebbe tornato a Boston.) Se fosse rimasto, infatti, avrebbe costituito per la gente del posto un motivo di distrazione, con tutti i suoi discorsi sul progresso e l'e­ducazione, minacciando così lo scopo e l'esistenza stessa del Rito Antico. Avrebbe portato il Presente nella comu­nità, mentre a noi andava benissimo vivere nel Passato.

Brian doveva diventare uno di noi o partire. L'unica al­ternativa era troppo terribile da prendere in considera­zione.

A quel punto udii una voce infantile acuta dietro di me.

«Mamma, è quella la donna che chiami strega? Non sembra una strega, assomiglia all'amica del dottore.»

Mi voltai lentamente per vedere chi aveva parlato. Annie Fairfield, con un vestitino stampato, impallidì lenta­mente e strinse con fare protettivo la mano del bambino coi capelli di stoppa che le stava accanto.

Uno spasmo di rabbia mi percorse. Alzai la mano con calma determinazione e puntai il dito contro il piccolo. Poi voltai loro le spalle, ridendo tra me.

(La ragazza che ero stata non l'avrebbe mai fatto, ma la gente doveva imparare con chi aveva a che fare.)

Dietro di me udii il bambino cominciare a tossire violentemente e ansimare. Non mi voltai. Tornai a casa, sorri­dendo tranquilla. Avrebbero imparato.

Aspettavo Brian quella sera, e avevo messo a cuocere il pollo per fare la fricassea, ma era stato trattenuto da un paziente e arrivò circa con un'ora di ritardo. Ero così ar­rabbiata da volergli infliggere una lezione, ma aveva un'a­ria tanto stanca e preoccupata che lo perdonai subito.

«Cosa succede, Brian?»

«Un'emergenza; il piccolo Fairfield ha l'asma, e per un attimo ho creduto di doverlo trasportare con la mia mac­china all'ospedale di Arkham, poi invece si è ripreso. Ac­cidenti, vorrei avere a disposizione un ambulatorio come si deve e una tenda a ossigeno. Dovremo trovare il modo di procurarci qualcosa per le cure più urgenti senza essere costretti ad andare ad Arkham.» Era pallido e stravolto. «Ogni volta che c'è un'urgenza capisco cosa vuol dire, curare la gente in posti del genere.»

«Fairfield. Si tratta di...»

«Sì, è il figlio di Annie.»

«Le sta bene.»

«Sara!» esclamò scandalizzato. «Come fai a dire una cosa del genere? Solo perché Annie è una nevrotica igno­rante e ti ha insultata, non ti dispiace per suo figlio mala­to?»

«Non ha senso essere sentimentali con persone del ge­nere», replicai.

Mi guardò accigliato e commentò: «Sara, credo che questa casa ti disturbi, anche se forse non te ne rendi con­to. Avrei giurato che un atteggiamento del genere, una crudeltà simile, ti fossero estranei quando sei arrivata qui. Mi chiedo se sia bene che resti ad abitare qui».

«Ma certo, che rimango!» sbottai. «Ho vissuto in que­sta casa trecento anni e non intendo lasciarla andare in malora proprio adesso!»

Buttò la giacca su una sedia. «Non ho intenzione di liti­gare, Sara, sono troppo stanco. Non so cosa stai cucinan­do, ma ha un profumino delizioso. Spero che sia pronto.»

Fece mille complimenti per la cena, ma la nube tra di noi non si dissipò. Dopo aver finito di mangiare offrimmo i resti a Zenzero, nonostante le mie deboli proteste. «Sta diventando troppo grasso, lascia che i topi si moltiplichino. I gatti, in questa parte del paese, non sono solo anima­li da compagnia, devono guadagnarsi da vivere.»

Ma mi limitai a quell'osservazione. Brian era troppo esausto per suggerire di andare di sopra; dopo aver termi­nato di lavare i piatti - insistette per aiutarmi ad asciugarli e a riporli - sembrò soddisfatto di sedere al tavolo della cucina per sorseggiare un'ultima tazza di caffè. Non avevo molto da dire: stavo pensando al modo migliore per sug­gerirgli di unirsi a me nel culto del Rito Antico.

«Vorrei tanto che avessi un telefono, Sara. Questa sera sono in servizio e devo essere reperibile, quindi non posso trattenermi più di mezzora: mio cugino James è rimasto in piedi metà della notte scorsa per far nascere un bambino, e gli ho promesso che sarei tornato per le nove così lui po­trà andarsene a letto. Non mi stai ascoltando, Sara?»

Ero con la testa altrove: stavo pensando che, con il Grande Sabba alla prossima luna nuova, avevo circa dieci giorni a disposizione per convincerlo a diventare uno dei nostri. Risposi invece subito: «Certo che ti ascoltavo. Mi è solo sembrato di sentire un rumore nel giardino dietro la casa».

Reclinò il capo per concentrarsi. «Non saprei. Sara, vorrei che mi permettessi di regalarti un cane.»

«Zenzero è meglio di qualsiasi cane», ribattei. «Mi av­vertirebbe se ci fossero degli estranei in giro.» Mi avvici­nai alla finestra, seguita da Brian. Non avrei potuto giurar­lo, ma mi parve che una sagoma scura si allontanasse nel buio.

Zenzero mi avvertirebbe se ci fossero degli estranei. Ma mi segnalerebbe la presenza di qualcuno che conosce? Non ero ancora abituata all'uso della Vista da strega, ma mi sentivo a disagio. Matthew Hay non aveva ancora fatto la sua mossa, ma non era certo tipo da scordare un insulto o un'offesa. Non poteva muoversi contro di me, o almeno non in quel momento. Dopo il Grande Sabba, quando avrebbe avuto meno bisogno di me, sarebbe stato diverso e avrei dovuto fare attenzione, ma prima di allora non ave­vo motivo di avere paura.

Non per me stessa. Ma si sarebbe vendicato su Brian?

Brian stava prendendo la giacca. «Devo andarmene, Sara. Il cugino James è piuttosto avanti con gli anni, e non vorrei che si affaticasse troppo.»

Presi una lanterna e lo accompagnai fino all'auto. Un malessere terribile mi stava invadendo.

«Brian, non andare, ti prego!» Posai la lampada a terra e mi aggrappai a lui.

Mi baciò appassionatamente, a lungo, poi si ritrasse: «Sara, sai che devo andare. Sapevi che sarebbe stato così quando hai deciso di innamorarti di un medico!» mi ricordò ridendo. «Faresti meglio a sposarmi subito e a tra­sferirti in città con me!»

Mai! L'amore è una cosa, ma non sono fatta per il matri­monio e la vita famigliare. Ma mi sentivo così preoccupata per lui che non mi misi a discutere.

«Brian, non devi andartene, non devi salire su quella macchina!»

Mi guardò con un'espressione dura, quasi adirata. «Non fare la paranoica, Sara. Oggi ne ho già avuto abba­stanza con Annie Fairfield. Sta facendo del suo meglio per convincermi che sei una donna pericolosa, una strega. Al­la fine le ho detto di chiudere il becco, ma non mi sei d'aiuto quando dici queste sciocchezze nevrotiche. Buonanotte, tesoro. Cercherò di passare a trovarti domani.»

Si mise al volante, chiuse energicamente lo sportello e avviò il motore. Rimasi dove mi trovavo, preparandomi al peggio in preda al terrore. Cosa potevo fare? Cosa mai po­tevo fare? Mentre l'auto si allontanava, restai sui gradini immobile, disperata. Ascoltai il suono del motore che si disperdeva giù dalla collina.

Poi accadde quello che temevo da quando aveva tocca­to la maniglia dell'auto. Il rumore del motore cambiò; udii uno stridore improvviso dei freni, un altro suono che non riuscii a identificare e uno schianto fragoroso di metallo, vetro e parti meccaniche.

Afferrai una torcia in casa e corsi giù dalla collina. In fondo alla strada, dove un ponticello superava il torrente, prima di una curva a destra che risaliva il dosso verso la fattoria Whitfield, l'auto di Brian era invece andata dritta e si trovava di traverso, con il paraurti accartocciato e la fiancata rientrata. Penso di avere urlato correndo verso l'auto e cercando convulsamente di aprire lo sportello. Brian era accasciato sul volante, la fronte imbrattata di sangue, e per un attimo terrificante pensai che non respi­rasse.

Poi aprì gli occhi, ancora intontito, e ricominciai a re­spirare anch'io.

Disse con voce stordita: «Sapevo che avrei dovuto far controllare i freni. Hanno smesso di funzionare quando ho cercato di rallentare per affrontare la curva. Sono for­tunato di essere ancora vivo. Se la portiera si fosse spalan­cata quando ho colpito il ponte, sarei stato sbalzato fuori e mi sarei rotto il collo».

«Sei ferito?»

«Credo...» si mosse con cautela. «Sì; ho la caviglia rot­ta o slogata. Il piede mi è rimasto bloccato tra il pedale della frizione e quello del freno.»

«Brian, cosa posso fare?»

Rifletté per un minuto, col viso deformato dal dolore. «Odio farti vagare per la campagna col buio...»

«Ma lascia perdere! Cosa potrebbe succedermi, da queste parti?»

«Supera la fattoria dei Whitfield, perché non hanno il telefono, e va' dai Millard: si tratta di una grande casa ver­de con un enorme fienile sul retro. Telefona a mio cugino James: verrà qui in auto a prendermi.»

La passeggiata nell'oscurità, squarciata solo dal raggio tremante della mia torcia, fu bizzarra: mi sembrava di es­sere circondata da spettri. La mia mente era come sospe­sa: non riuscivo a pensare a nient'altro che a Brian, bloc­cato nell'auto semidistrutta. Feci la telefonata, e James mi disse di restare dov'ero. I Millard, contadini gentili, ospi­tali e simpatici, mi offrirono una tazza di caffè e una fetta di torta di mele, pieni di comprensione per la strana ragazza e il povero dottore ferito nell'incidente. Il signor Millard si offrì di andare col trattore, alla luce del giorno, a tirar fuori l'auto di Brian dal fosso per portarla al garage di Madison Corners («Non ha senso pagare il carro at­trezzi, costa un occhio!»). Poco dopo vidi delle luci in strada, e l'ora successiva fu troppo densa di avvenimenti per lasciarmi il tempo di pensare. James e il signor Millard estrassero Brian dall'auto e lo sistemarono sul sedile po­steriore del veicolo del cugino; questi, che si rivelò essere un tipo anziano con i capelli bianchi e i lineamenti angolo­si, mi chiese se me la sentivo di guidare, e quando gli ri­sposi affermativamente mi informò che lui e Brian non potevano assentarsi contemporaneamente dal lavoro, e mi chiese di depositarlo alla casa che dividevano a Madison Corners per poi accompagnare Brian al pronto soccorso dell'ospedale di Arkham, dove gli avrebbero fatto una ra­diografia della caviglia prima di sistemargliela.

Non mi venne in mente neppure per un istante di pro­testare: si trattava di una soluzione estremamente raziona­le. Brian mi tenne la mano al pronto soccorso, in attesa della radiografia, e mi ringraziò molte volte per l'aiuto che gli avevo prestato. Non accennò al fatto che avevo previ­sto l'incidente, ed era talmente pallido per il dolore che non cercai neppure di ricordargli che gliel'avevo detto.

La caviglia era solo slogata e, quando l'ebbero fasciata, riaccompagnai Brian a casa e lo misi a letto somministran­dogli la codeina che i medici di Arkham mi avevano dato. Avrebbero voluto fargli passare la notte in ospedale, ma si era rifiutato affermando che il cugino James era troppo vecchio per occuparsi da solo dei pazienti sparsi qua e là. «Sara mi accompagnerà in giro in auto per un giorno o due, se ne avrò bisogno. Ma credo che riuscirò a cavarme­la da solo.»

Quando si fu addormentato tornai a casa Latimer, buia e deserta, alle prime luci dell'alba. Ero troppo stanca per dormire: rimasi in cucina, a coccolare Zenzero che mi si era acciambellato in grembo... Quando avevo smesso di chiamarlo Barnabas? Era anche quella opera di Matthew Hay? La collera dentro di me stava crescendo.

Brian era mio.

Come osava interferire Matthew? Finché non mi stan­cavo di Brian, nessuno al mondo aveva il diritto di occu­parsi di lui. Matthew doveva aver manomesso i freni, e gli avrei dato per quello una bella lezione.

Attesi il sorgere del sole e il confronto con lo stregone presuntuoso che osava toccare il Prescelto della sua sacer­dotessa e strega.

 

CAPITOLO 14

Una strega non può amare

 

Mentre il sole, occhio rosso e infiammato tra gli strati di nubi, saliva in cielo, Zenzero mi saltò giù dalle ginocchia e sparì fulmineo dalla porta della cucina. Uscii nell'orto di erbe aromatiche, fragranti sotto il velo di rugiada, e mi incammi­nai lentamente alla volta del cimitero. La chiesa diroccata era il punto d'incontro, e scegliendo io stessa il momento e il luogo del confronto partivo avvantaggiata.

Prima di oltrepassare il cancello di metallo contorto, però, mi accorsi che era troppo tardi. Matthew Hay lo sta­va superando, diretto verso casa mia con passo lento e de­ciso, con Tabitha a fianco. Dovetti rinunciare al mio pro­getto; alzando le spalle, feci dietrofront e tornai in cucina insieme a loro. Lasciare che fossero loro a scegliere il luo­go dell'incontro era uno svantaggio, ma protestare mi avrebbe reso ancora più vulnerabile. Cercai di nascondere la mia paura. Potevo combatterli entrambi, se avevano unito le forze per schiacciarmi?

Un tempo ne sarei stata capace. Ma dopo sette anni, e ancora vacillante nella memoria e nella coscienza dei miei poteri, non ne ero certa. Feci però di tutto per non mo­strare il senso di sconfitta e di timore che mi pervadeva.

«Come osate sfiorare un uomo che ho scelto per me?» urlai. «Non ne avete il diritto! Conosco i vostri nomi!»

«Lo so», concesse Matthew, «ma questo è troppo im­portante per una meschina rivalsa. Ne va della vita intera della congrega. Non cercare di opporti a noi, Sara: abbia­mo tutti bisogno l'uno dell'altra.»

Tibby rincarò la dose: «Non capisci, Sara? Il dottore appartiene alla tua vecchia vita: la ragazza che eri prima di tornare da noi stava cominciando a innamorarsi di lui. Sai che non sappiamo amare, che non possiamo permetterce­lo. Rinuncia a lui, Sara. Finirebbe per farti ritornare quel­la di prima».

Sì, pensai, paralizzata dalla sgomento. Amo Brian, o meglio la ragazza che era in me aveva iniziato a volergli bene. E una strega non può amare se vuole conservare l'e­norme potere di manipolare la mente e la vita altrui.

Una persona innamorata pensa a qualcuno diverso da sé. Il potere di una strega deriva - almeno in parte - dal fatto che si concentra il più possibile sulla propria volontà e sui suoi desideri: si tratta di una forma di «pensiero po­sitivo» elevata all'ennesima potenza. Questo concentrato di forza di volontà può produrre un'energia incredibile, ma deve restare puro e fecalizzato su ciò che la strega de­sidera. Pensare anche solo marginalmente al bene di un'altra persona è sufficiente a distruggere l'incantesimo.

È in questo modo che i miliardari accumulano una for­tuna: si concentrano esclusivamente su ricchezza e potere, e non dedicano neppure un istante al prossimo. Alcuni, una volta diventati ricchi, cercano di comprarsi delle don­ne per vanità, ma si tratta in genere di uomini incapaci di amare.

Basta pensare poi ad Alberico, re dei Nibelunghi: era un nano deforme che doveva rinunciare all'amore in cam­bio di potere e ricchezza incommensurabili.

E ora, spettava a me scegliere.

O avevo invece scelto per tutta l'eternità, trecento anni prima? Ero ancora libera di decidere?

Replicai balbettando all'uomo alto dallo sguardo cru­dele e alla piccola donna con i capelli chiari e il viso duro: «Perché non mi lasciate andare? Dovreste essere contenti se scelgo Brian, almeno tu, Tibby. Così avresti Matthew tutto per te e nessuno a contenderti il potere e il ruolo che eserciti nella congrega».

Tabitha abbozzò un sorriso e la sentii esitare, ma Mat­thew esclamò incollerito: «Se cento anni fa avessi permes­so ai sentimenti di frapporsi tra te e il potere che, come una droga, ti è diventato indispensabile, ti avrei lasciata andare. Adesso no. Siamo troppo pochi. Abbiamo biso­gno di te: non possiamo permetterci di perdere neppure una strega col tuo potere».

Scossi il capo come per chiarirmi le idee. Proposi allo­ra: «Perché non avvicinare Brian al Rito Antico?»

«No. Appartiene alla giovane che eri, la sua presenza nella congrega ti riporterebbe verso quella tua vecchia identità. E poi, ci tiene a fare il filantropo. Si sente sempre obbligato a mettere il bene degli altri prima dei suoi desi­deri. Rispondimi in tutta onestà, Sara: potrebbe posseder­ti come ho fatto io, in modo brutale, solo per soddisfare i suoi appetiti? E riuscirebbe a permetterti di assecondare le tue voglie senza preoccuparsi dei propri sentimenti?»

No, pensai. Brian voleva tutto di me, l'aveva messo in chiaro. Anche da un punto di vista sessuale, il desiderio era secondario rispetto al benessere della persona amata. Avevo sempre saputo, immaginavo, che Brian non avrebbe potuto essere reclutato da un culto del genere. Se, se­guendo il mio momentaneo desiderio, volevo Matthew Hay, Brian si sarebbe aspettato che pensassi ai suoi senti­menti e che rinunciassi ad altri uomini. Oppure, peggio ancora, avrebbe «capito» e mi avrebbe permesso di fare quello che volevo solo in virtù dell'amore che provava per me.

No, non avrebbe potuto diventare uno stregone. Non era capace di fare del male al prossimo per soddisfare i suoi desideri, non era in grado di mettere il suo vantaggio personale al primo posto rispetto, per esempio, ai suoi do­veri di medico.

«Lo vedi anche tu», insistette Matthew, «che non può essere uno di noi. La tentazione dev'essere allontanata. Abbiamo troppo bisogno di te, Sara, per permettergli di portarti via. Rinuncia a lui ora e torna da noi, altrimenti dovremo... eliminarlo. Hai visto cos'abbiamo fatto stanot­te, e si trattava solo di un avvertimento. La prossima volta non ci limiteremo a quello. La prossima volta morirà.»

Ripetei caparbia: «Ma io lo voglio ancora!»

«Sii ragionevole, Sara. Se vai ancora a letto con lui sarai in grado di prendere ciò che vuoi da lui, di desiderarlo so­lo fisicamente, o ti lascerai vincere dal sentimento?»

«Se lotto per lui...»

Tibby replicò: «Se lotti per lui lo farai per l'amore che provi, e i tuoi poteri diminuiranno lentamente: non saresti comunque in grado di salvarlo. E poi, insomma, cosa vuoi da lui? È solo un uomo! Il mondo ne è pieno, e se desideri portartene uno a letto ti è sufficiente schioccare le dita. Sei giovane e bella, e hai conservato il tuo vecchio fascino. Devi lasciarlo andare, Sara, e se non riesci a capirlo toc­cherà a noi separarti da lui. Quando sarà morto capirai alla svelta che un cadavere non può darti nulla: né piacere, né potere e certo non amore! Hai bisogno di una lezione così esemplare?»

Mi sentii schiacciata, sconfitta. Avevano ragione, pro­babilmente. Trecento anni di volontà di potere mi sugge­rirono che avevano ragione. Eppure... eppure...

«Hai ancora degli scrupoli?» chiese Matthew. «E va bene; faremo un patto. Torna con noi - completamente, senza riserve, come sai anche tu di volere, e non insistere­mo perché muoia. Possiamo facilmente obbligarlo a la­sciare la comunità, ma non lo toccheremo con un dito.»

Sapevo di non avere scelta. «D'accordo, allora», dissi. «Lasciate stare Brian e sono con voi.»

Non avevo capito che piano intendevano organizzare, ma quando me lo spiegarono mi accorsi che era l'unico sistema per salvare Brian. Se continuava a frequentarmi sarebbe sicuramente morto, perché Matthew e Tabitha avrebbero senza dubbio messo in atto le loro minacce. Lasciai quindi che procedessero come avevano deciso di fare.

Erano le quattro del pomeriggio quando udii un'auto risalire la collina. «Brian», mormorai, e guardai Matthew.

Eravamo tutti di sopra, nell'enorme letto a baldacchi­no. Mi ero chiesta, la prima volta che l'avevo visto, perché era così vasto, perché una vecchia avesse bisogno di tanto spazio e di tutti quegli specchi in camera da letto. Ormai l'avevo capito, avevo imparato di nuovo perché. Nello specchio inclinato, tra i vapori della fragranza afrodisiaca, vidi i nostri tre corpi nudi, quello di Tibby delicato ed esi­le, quello di Matthew marmoreo, snello e agile come quel­lo di un gatto, e il mio avvolto in nubi di capelli rossi.

Mi piegai su Tibby, e con la bocca trovai dapprima la sua, poi scesi più giù, mentre con le mani le accarezzavo i capezzoli. I nostri corpi aderivano e si contorcevano all'u­nisono mentre Matthew, che mi stava a cavalcioni, mi pe­netrava da dietro. Era instancabile, sempre eccitato, e mi chiesi come riuscisse a essere ancora così arzillo dopo tut­to il tempo trascorso a letto con noi. Le mani di Tibby gio­cavano con il mio seno, eccitandolo, mentre Matthew si piegava su di me per stringerla convulsamente e morderle i capezzoli.

Al piano inferiore udii il passo zoppicante di Brian e la sua voce: «Sara?»

«Quassù, Brian», gli risposi, con la voce che mi man­cava mentre Matthew accelerava il ritmo, cancellando in me ogni altra percezione. Mi accorsi vagamente che stava salendo le scale. Zoppica. Dev'essere la caviglia che gli fa ancora male.

Sarei dovuta scendere.

No. Meglio lasciar perdere.

Le spalle larghe di Matthew si sollevavano e scendeva­no su di me, mentre mi penetrava energicamente, e mi sentii sospirare, gemere, implorare e urlare per la voglia insaziabile. La porta si spalancò proprio mentre esplode­vo di piacere contorcendomi e aggrappandomi ai miei compagni, e vidi il viso pallido e scioccato di Brian, incre­dulo, nello specchio.

Aspettai che il respiro mi si calmasse e gli feci un sorri­so pigro e sensuale.

«Non vuoi unirti a noi, Brian? C'è abbastanza spazio per tutti.»

Mossi la mano sulle labbra di Tibby; lei mi morse deli­catamente un dito e mormorò: «Sì, Brian. È da molto che mi chiedo cosa nasconde quel tuo camice inamidato».

La porta si richiuse con violenza, nascondendo la faccia di Brian. Lo udii scendere incespicando le scale, con l'an­datura ondeggiante di un ubriaco. La porta di casa sbatté: dopo un attimo udii l'auto avviarsi e partire.

Scoppiai in un pianto convulso e mi aggrappai a Matthew conficcandogli le unghie nella carne.

«Fammi dimenticare!» esclamai, «fammi dimentica­re!»

E così fu.

 

CAPITOLO 15

Il coltello col manico nero

 

Mancava ormai poco al Grande Sabba.

Non avevo più visto Brian; non me l'aspet­tavo, del resto, né, a dire la verità, avrei desi­derato incontrarlo di nuovo. Una strana emo­zione sembrava sopraffarmi. Senso di colpa? Vergogna? E perché mai? Avevo solo cercato l'unica forma di piacere che era importante per me, quello fisico. Rifiutavo ostina­tamente di pensare di avere agito male: dopotutto, che di­ritto aveva di considerarsi padrone del mio corpo, solo perché avevo voluto portarlo a letto con me? Gli avrei permesso di tenermi tutta per lui?

Che ipocrisia! Desiderava trarre un piacere egoistico dal mio corpo ma, sebbene avesse continuato a ripetere che desiderava il meglio per me, in realtà intendeva dire che doveva essere solo lui a darmelo. Che bell'amore!

Eppure la memoria non mi dava tregua: ricordavo com'era stato dolce con me quando ero stata sola, i gesti di tenerezza, quanto mi era piaciuto fare progetti per il re­sto delle nostre vite...

Meglio dimenticare tutto. Ormai mi restavano solo i fratelli e le sorelle della congrega e, di lì a poco, avrei ritro­vato il ruolo che mi spettava, e questa volta non più drogata e priva di conoscenza, ma in pieno possesso delle mie facoltà e con il mio benestare.

Non rifuggivo da quello che sapevo di dover fare. Niente più poteva nuocermi.

Nei giorni seguenti, a Madison Corners, vidi un paio di volte la donna - Claire, mi pare - che mi aveva soccorso la mattina dopo il Sabba; ero in debito con lei, ma non avevo tempo per gli estranei in quel momento.

Un giorno, in paese, incontrai Matthew Hay allo spac­cio; mentre mi riaccompagnava lungo la strada mi disse: «Al Grande Sabba, per riprendere il tuo posto devi dimo­strare la tua indipendenza dalle leggi umane. Con questo gesto, che è considerato un crimine dalla società terrena, dimostrerai che sei disposta ad affidare la tua vita nelle nostre mani: è un simbolo della fiducia nel fatto che non ti tradiremo mai, dato che un nostro tradimento sarebbe la tua rovina».

E ricordai che avevo ripetuto quello stesso gesto in tut­te le mie vite. Il coltello dal manico nero sull'altare era il simbolo di quell'atto: l'unico sacrificio umano compiuto in onore dell'Essere Cornuto quando una strega ritornava a prendere il suo posto. Con quell'arma avrebbe ucciso qualcuno sull'altare sacro, e per quell'unico Sabba il cor­po nudo di una donna viva sarebbe stato sostituito da un cadavere. Questo significava che la strega non avrebbe mai potuto abbandonare o tradire la congrega, perché sa­rebbe stata accusata e condannata per omicidio grazie alla testimonianza di dodici testimoni. Dopo, il corpo senza vita sarebbe stato posseduto da tutti i presenti, quindi se­polto in segreto in un luogo conosciuto solo dai membri della congrega.

Chiesi: «Chi sarà la vittima?»

«Cosa importa?» domandò Matthew. «Uno del posto, un ignorante qualsiasi. Il mondo non ne sentirà la man­canza.»

Dovetti dichiararmi d'accordo. Perfino Brian aveva detto che forse sarebbe stato meglio che morissero tutti. Dimentica Brian.

Smisi quindi di fare domande e lasciai che se ne occu­passero loro. Una vittima sarebbe comunque stata fornita dall'Essere Cornuto: sempre era stato e sempre sarebbe stato così.

Trascorsi il giorno prima del Sabba nello studio al pia­no superiore della vecchia casa Latimer, dipingendo come una persona posseduta, quale forse ero. Conservo ancora quel quadro, che costituisce l'unico ricordo di quel perio­do terribile. Ce l'ho davanti agli occhi mentre scrivo, e conserva ancora il potere di farmi rabbrividire. Mi sono chiesta se è solo per via dei ricordi che fa rivivere in me, degli orrori che mi richiama alla mente, invece no. Tutti coloro che hanno visto la tela sono vinti dalla paura e dalla repulsione per il suo potere soprannaturale di evocare i più antichi incubi del subconscio. Eppure vi è rappresen­tato solo un cimitero illuminato da una grigia luce astrale, con il terreno che sembra tremare e sollevarsi. Sullo sfon­do si staglia una quercia spaccata a metà da un fulmine, e da un ramo pende una figura, costituita solo di poche li­nee e ombre: è l'immagine che vedo ogni mattina nello specchio. Tutta la raffigurazione è dominata da una gigan­tesca Creatura con le corna avvolta nell'ombra, dall'aria minacciosa, curva, maestosa...

Mi sono detta un centinaio di volte che dovrei bruciare quel quadro morboso. Eppure so che è l'unico grande di­pinto che sarò mai in grado di fare, anche se mi sono venuti i brividi quando ne ho visto il titolo nel catalogo della mostra l'anno scorso.

Numero 15. La strega impiccata, di Sara Latimer...

Mentre il sole calava scarabocchiai la firma in un ango­lo del quadro e lo misi da parte. Era troppo presto per ac­cendere una lampada, quindi frugai in una delle stanze vuote alla luce del tramonto in cerca di ciò che volevo. In­fine la trovai, avvolta tra erbe fragranti che non riconobbi: era una lunga tunica di seta ricamata a mano con simboli bizzarri. Me la infilai dalla testa e sentii la sua magia perva­dermi.

È una bugia che tutte le streghe lavorano nude. (Il sem­plice buonsenso basta a capire che, in inverno - e uno dei Grandi Sabba cade appunto nel cuore della stagione fred­da -, finirebbero per morire assiderate.) È vero però che alcune congreghe si riuniscono senza indumenti, o che al­cuni membri giungono alle riunioni nudi. Il fatto è che nel circolo magico della stregoneria non bisogna indossare nulla che si porta anche il resto del tempo, e nelle epoche passate non tutte le streghe avevano abbastanza vestiti da poterne riservare uno solo per le cerimonie. Quindi, inve­ce di optare per un indumento portato tutti i giorni, agiva­no nude...

Tabitha venne a prendermi un'ora dopo il tramonto, e mi avvertì della sua presenza con pochi colpi, quasi im­percettibili, alla porta. Avvolta in un lungo scialle, sem­brava distante e glaciale, e non parlammo mentre attraver­savamo lentamente il giardino di erbe, che emanavano un profumo penetrante. (Quella notte faceva caldo! Perché sentivo così freddo?)

Giungemmo al cimitero, evitando le pietre tombali semidistrutte; alzando lo sguardo vidi la sagoma della collina soprastante e la sua cima dalla forma insolita. Non si vedeva nient'altro, se non l'erba su cui, di giorno, pascola­vano pigramente le mucche dei Whitfield; la quercia col­pita dal fulmine doveva essere diventata polvere decine di anni prima. Eppure, un sesto senso mi diceva che lì, nella mia prima esistenza, il mio corpo era stato appeso, senza vita, dannato.

Eppure ero lì...

Avvicinandomi alla cappella diroccata, intravidi pallide luci che filtravano dalle feritoie delle pareti, e seppi così che la congrega si era già riunita. Per un attimo i miei pie­di si rifiutarono di avanzare e venni soffocata dal terrore. Io, Sara Latimer, stavo davvero attraversando un cimitero diretta a una chiesa abbandonata dove avrei commesso un omicidio rituale?

Erano tutte finite male.

Per un attimo la visione del viso di mio padre mi passò davanti, ma la rimossi trasalendo.

Erano morti. Per quanto ne sapevo mi stavano aspet­tando all'inferno.

Io, invece, non sarei mai morta del tutto.

Tibby mi prese per un gomito senza parlare. Sapevo che in un momento del genere non avrebbe aperto bocca se non le avessi rivolto io la parola per prima.

(L'avevo guidata in quello stesso modo nove anni pri­ma. No, non ero stata io! Oh, smettila di cercare di capire. Fa' quello che devi, segui la corrente, accetta l'inevitabile, le forze della natura crudele.)

L'oscurità era carica di suoni, i grilli si muovevano nel­l'erba, una cicala friniva con insistenza su un albero, in lontananza una volpe gridò il suo richiamo, impegnata nelle sue attività notturne e un gufo, con un battere d'ali silenzioso, ci superò durante la sua caccia vorace; poi si udì il flebile lamento di una piccola creatura che stava mo­rendo nel prato. Tuttavia mi sentivo oppressa dal silenzio.

Chiesi quindi mormorando a Tabitha: «Luci? Hanno già cominciato?»

«Sì, ci stanno aspettando. Non puoi presenziare alle cerimonie di apertura finché non ritorni a essere una di noi. Hai l'unguento?»

Annuii ed estrassi dalle pieghe della tunica un vasetto. Tibby ne svitò il tappo e me ne spalmò una piccola quan­tità sulla pelle sottile delle tempie.

Quasi subito, anche se avvertii un'ondata della solita nausea, ebbi l'impressione di vederci meglio e il cimitero buio si rischiarò grazie alla strana luce grigiastra che avevo cercato di dipingere quel giorno. Parte di me sapeva che l'effetto fisico era provocato dall'azione fisiologica del ve­leno - la belladonna dilata le pupille -, ma in parte si trat­tava di un'apertura psichica verso dimensioni sconosciu­te. Sotto i piedi mi parve che la terra si sollevasse e bruli­casse di morti, e mi trovai a rabbrividire dal freddo; quella volta, però, non finii in preda al delirio, ma riuscii a distin­guere quanto era reale e quanto, invece, andava attribuito alle illusioni dovute alla droga e all'emozione.

Anche la tenue luce delle candele all'interno della chie­sa in rovina mi dava fastidio agli occhi. Per un attimo ebbi l'impressione di galleggiare. I membri della congrega era­no in ginocchio e stavano cantando in cerchio attorno al­l'altare e alla figura che vi era distesa sopra: si trattava di un corpo maschile nudo che si contorceva, senza viso, senza forma, quasi inumano ai miei occhi drogati. Sapevo però che la grande Divinità con le corna era Matthew che portava la maschera del dio: sapevo anche che l'enorme fallo se l'era legato e che la punta rossa era vernice, in ri­cordo dei tempi in cui la funzione del sacerdote, durante quel rito per la fertilità, era stato il sacrificio della vergi­nità di ciascun membro, e la punta color sangue serviva semplicemente a richiamare alla mente quella funzione. Pur sapendolo, rabbrividii perché mi trovavo di fronte al Dio dei Boschi in persona, e conoscevo la tremenda paura provata dagli adoratori del dio Pan: il panico.

Tra le figure presenti, tutte vestite di una tunica come la mia, ne vidi una che mi risultava estranea eppure familia­re: Colin MacLaren.

Chiesi a Matthew: «E questo è...?»

«Il dottor MacLaren, Sara; si tratta di un adepto della costa occidentale.»

Anche Claire era presente, avvolta in un lungo mantello col cappuccio che ne dissimulava le fattezze.

«La mia discepola», la presentò il dottor MacLaren.

«E sia», accondiscesi. «Se garantisce per lei, è la benvenuta.»

La scena mi tremò davanti agli occhi: la grande figura con le corna si trasformò, com'era già accaduto, diventan­do minuscola e subito dopo immensa. Le sagome rannic­chiate erano grottesche, e i loro visi assumevano le fattez­ze di strani animali. Ero sola: Tabitha era scivolata al suo posto nel cerchio. Il fumo dell'incenso mi stava soffocan­do! Matthew - o la divinità - mi infilò in mano un coltello. Non era quello col manico bianco, che rappresentava l'a­spetto positivo dell'attività di una strega, usato per taglia­re foglie e radici, per confezionare bacchette di salice, per aiutare e guarire, ma quello col manico di ferro nero.

Il coltello del sacrificio.

Mi mossi mio malgrado verso l'altare. Vidi il corpo nudo che vi giaceva sopra, la croce scarlatta tracciata sul suo cuore con il sangue di un animale. Sollevai il coltello.

Poi la scena mi vibrò davanti agli occhi e cambiò. Quel­la forma senza viso e senza corpo assunse sembianze note, quelle di un viso e di un corpo che conoscevo bene, ama­vo e ricordavo con passione e nostalgia.

Davanti a me, sull'altare, nudo e inerme, legato con lunghe funi, si trovava Brian Standish!

Il canto aumentò di volume. Il fumo dell'incenso e del fuoco mi fecero girare la testa. Sollevai il coltello.

Lo abbassai con violenza, ma non lo conficcai nel cuore di Brian!

Con un gesto netto e preciso tranciai le corde che lo le­gavano. Mentre si alzava ritrovai la voce e gridai: «Corri, Brian, corri! Scappa e chiama la polizia!»

Ma lui mi fece scudo col suo corpo quando l'Essere Cornuto si avvicinò minaccioso.

«Scappa!» lo implorai. «È troppo tardi per me! Vattene!»

«Dovrai passare sul mio cadavere», sfidò Matthew, che si era fatto sotto ringhiando.

«Provvedo subito.» Matthew ci attaccò urlando come un toro infuriato. La testa mi girava ancora, ma sentivo la follia che diminuiva lentamente in me. Osservai paralizza­ta la scena: Brian, incurante dello svantaggio fisico rispet­to all'avversario, afferrò Matthew con una mano, gli strappò la pesante maschera e lo colpì violentemente con essa. Udii il rumore dei denti che si spezzavano... e Mat­thew cadde al suolo, privo di vita.

L'atmosfera venne quindi squarciata da un grido folle: era Tibby, che si prostrò accanto a Matthew stringendolo convulsamente tra le braccia, nella speranza di ridargli la vita, ma Brian mi strattonò e scappammo via. Gli altri membri della setta stavano ancora fissando l'accaduto senza reagire, intontiti dalla droga, e capimmo che era meglio andarcene prima che si riprendessero.

Ci fermammo solo un istante a casa Latimer per pren­dere degli indumenti per Brian prima di scendere di corsa alla fattoria Millard da dove chiamammo la polizia. Anco­ra mezzo drogata rilasciai una dichiarazione: quasi subito vidi un'auto della polizia con la sirena accesa dirigersi al­l'antica cappella.

Brian mi raccontò cos'era successo.

«Ho ricevuto un tuo messaggio», disse. «Era pieno di scuse per l'altro giorno...» distolse lo sguardo. «Mi hai scritto che Matthew ti aveva ipnotizzato e ti aveva obbli­gato a farlo. È vero?»

«Sì», risposi decisa. Sapevo ormai che avevo comincia­to a rinunciare al pensiero della congrega nel momento in cui avevo conosciuto Brian, che zia Sara se n'era andata per sempre.

Una strega non sa amare.

Io amo Brian.

Quindi non sono una strega.

«Comunque, nella lettera mi imploravi di venire col buio a portarti via, e quando sono arrivato qualcuno mi ha colpito alla testa; quando mi sono risvegliato ero legato e imbavagliato su quell'altare. Poi ti ho vista arrivare, e quando hai levato il coltello in aria... be', ho avuto una bella fifa.»

Lo strinsi forte e lui, abbracciandomi, mi baciò tenera­mente. «Penso di avere sempre saputo che non l'avresti fatto.»

Successivamente venimmo tutti interrogati dalla polizia. Matthew era morto, ma si trattava chiaramente di le­gittima difesa. Tutto quello che gli altri raccontarono non venne tenuto in nessun conto perché gli agenti li trovaro­no ancora drogati, e la loro deposizione non venne quindi accettata.

Tibby non avrebbe mai dato la sua versione dei fatti. Quando la trovarono avvinghiata al corpo di Matthew era immobile e dovettero strapparla di lì a forza. Da quanto so, non ha mai più pronunciato una parola comprensibile da allora: è ancora ricoverata a Mattapan. Mi dispiace per lei. La sua unica sfortuna fu di essere molto più intelligen­te, e quindi sprecata, della maggior parte degli altri. In uno strano modo credo di averle addirittura voluto bene.

Quando tutto fu sistemato, Brian mi portò a casa di suo cugino James, dove raccontammo tutta la storia... ma solo a Colin. James non era pronto per ascoltarla.

«Ci sposeremo subito», dichiarò Brian. «La congrega non potrà riformarsi senza Matthew, Tibby e zia Sara. Senza leader carismatici si disperderanno o continueran­no a riunirsi solo per abitudine, e le loro cerimonie diven­teranno semplici e innocue occasioni sociali analoghe alle altre. Per quanto riguarda la vecchia casa di Witch Hill.... la vendiamo o la facciamo radere al suolo per costruirne una nuova?»

«Mi è indifferente», risposi. «Adesso è solo una casa. Zia Sara se n'è andata per sempre.»

«Se mai c'è stata», osservò Brian scettico. «Non è det­to che non sia stata tutta una suggestione prodotta dallo shock, Sara. Te ne sono capitate parecchie in quest'ultimo periodo, tesoro.»

«In ogni caso, non importa. Che facciamo abbattere la casa o lasciamo che cada in rovina da sola, non mi interessa. Non contiene più nulla a cui tenga, a parte un quadro e Barnabas.»

Ma quando Brian e io andammo a cercarlo, lo chia­mammo e guardammo dappertutto, lasciandogli in giro dei gustosi bocconcini di fegato, non ne trovammo trac­cia. Barnabas, Zenzero o in qualunque altro modo si chia­masse, era tornato da dov'era venuto, proprio come se fosse stato il gatto di zia Sara, ricomparso solo finché pen­sava che avessi bisogno o voglia della compagnia del mio beniamino. Non lo rividi mai più.

Non ho mai più posseduto un gatto.

 

FINE