"Eredità di sangue" - читать интересную книгу автора (Marshall Michael)Capitolo unoNon c’è mai verso di trovare un parcheggio quando ne hai bisogno. Stai andando a tutta velocità, solo foresta da ambo i lati della strada, avendo facilmente la meglio di piccoli avvallamenti e discese ripide, file di betulle che incorniciano una serie di immagini tremolanti così splendide nel loro candido biancore da non riuscire nemmeno a vederle. Continui a pensare che dietro la prossima curva troverai pure un posto dove fermarsi e parcheggiare, ma per qualche strana ragione non c’è mai. È un nuvoloso martedì pomeriggio di metà gennaio, un fatto che di per sé ti è già parso bizzarro, è un periodo strano per fare quello che stai facendo, e tu hai la strada tutta per te per forse dieci chilometri in entrambe le direzioni. Potresti semplicemente lasciare la macchina sul ciglio della strada, ma non ti sembra la cosa corretta da fare. Sebbene sia un’auto a noleggio e non abbia con te alcun legame se non quello di essere l’ultima macchina che guiderai, non ti va di abbandonarla così. Non è una questione di sentimentalismo, non pensi si tratti di questo. Non è nemmeno il voler «evitare che qualcuno la veda, che si chieda se stia accadendo qualcosa di spiacevole e cominci a indagare — anche se in realtà non vuoi che accada. È solo una questione di precisione: vuoi che la macchina sia parcheggiata. Ferma in un posto. Proprio in questo momento ti sembra un elemento fondamentale, ma non c’è mai un’area dove fermarsi. Improvvisamente ti rendi conto che è questo il problema: vivere in un dannato guscio di noce. Mai un posto dove fermarsi, nemmeno quando ne hai bisogno veramente. A volte non si tratta di cercare un belvedere, vuoi solo avere la possibilità di… Cazzo — eccone uno. Tom abbassò il piede tre secondi in ritardo e troppo violentemente. L’auto sbandò per una decina di metri, sculettando graziosamente fino a che non si fermò a cavallo delle due corsie, come se vi fosse stata messa da una mano gigante. L’uomo rimase immobile per un attimo, con il collo che formicolava. Attraverso il finestrino penetrava l’aria fredda e il suono di un uccello che gracchiava con insistenza maniacale. A perte questo, tutto era silenzio, grazie a Dio. Se ci fosse stato qualcun altro sulla strada sarebbe finita male, il che sarebbe stato dannatamente ironico, ma ancora una volta, sarebbe stato un evento non voluto. Era già abbastanza mal sopportato così. Manovrò l’auto fino a riportarla nella giusta direzione e poi fece un po’ di retromarcia fino alla piazzola. Sarah sarebbe stata in grado di infilarcisi direttamente, lui no. Perlomeno, non si sentiva sicuro di saper fare una cosa del genere, e quindi non ci provò nemmeno. Quello era sempre stato il suo modo di fare: nascondere i propri difetti, custodire i propri segreti. Non correre mai il rischio di apparire un imbecille, anche se questo significava sembrare un codardo imbecille. Svoltò nella piccola area di parcheggio, facendo scricchiolare la striscia di dieci centimetri di neve spazzata via dalla carreggiata. Lo spiazzo faceva evidentemente parte dell’inizio di un qualche sentiero poco conosciuto, sicuramente chiuso per il fuori stagione. Solo quando la macchina fu ferma Tom si accorse che le sue mani stavano tremando vistosamente. Si allungò sul sedile del passeggero per raggiungere la bottiglia e bevve un lungo sorso. Guardò per un po’ nello specchietto retrovisore, ma non vide nulla se non il volto pallido, i capelli castani, gli occhi segnati e quel principio di doppio mento che si aspettava. La maschera tipica della persona di mezza età. Aprì la portiera e lasciò cadere le chiavi nella tasca laterale. Non aveva senso rendere tutto troppo ovvio. Si trascinò fuori dall’auto e scivolò immediatamente su un sasso, finendo lungo disteso per terra. Quando si sollevò sulle ginocchia vide che c’erano dei piccoli tagli bagnati su uno dei palmi, e anche la fronte e la guancia destra sembravano sanguinare. Il dolore alla caviglia e il fastidio al viso provocato dai frammenti di selciato gli fecero capire, in un attimo di lucidità, che quello che stava facendo era la cosa giusta. Prese il suo zaino dal portabagagli e lo chiuse: l’irrevocabilità del rumore prodotto gli fece comprendere che in fin dei conti provava qualcosa nei confronti di quel veicolo. Si assicurò che l’auto fosse chiusa, poi superò la bassa barriera fatta di tronchi e si mise in cammino tra gli alberi, avendo cura di andare in direzione opposta al sentiero. L’uccello, o una creatura molto molto simile, stava ancora producendo quel suo fastidioso gracchiare. Tom provò a farlo tacere, prima a parole poi con dei semplici rumori. In un primo tempo l’uccello sembrò zittirsi, ma ben presto ricominciò la sua litania. Tom comprese il messaggio: in quel frangente lui era semplicemente un altro animale rumoroso e non occupava alcuna posizione che gli desse il diritto di dare ordini. Lasciò perdere l’uccello e si concentrò per rimanere in piedi. Il percorso era duro e ripido, e ben presto si rese conto del perché non ci fossero aree di sosta: quella foresta non aveva nulla di ameno e piacevole. Non era lì per il piacere di qualcuno: non c’erano percorsi con le corde, bivacchi o piazzole per un picnic, nessuna delle tradizionali vie di mezzo tra un pasto cucinato e uno crudo. La cosa non lo disturbava. Quel poco di cibo di cui aveva bisogno l’aveva con sé già pronto. Nello zaino non c’era praticamente nulla se non dell’alcool, e Tom si era fermato per risistemare il contenuto in modo che le bottiglie non urtassero fra loro. In corpo non aveva niente se non alcool. Cominciava già a dubitare della vodka come filosofia di vita. Ad ogni modo, non era fatta per i codardi. Ci voleva un elevato livello di tolleranza per sentirsi una merda. Lui non era ancora arrivato a quello stadio, ma affrontava la cosa abbastanza coraggiosamente. Dopo due ore stimò di aver percorso appena cinque chilometri, nonostante si fosse inerpicato abbastanza da lasciarsi indietro le betulle e le sanguinelle e da rimanere da solo con abeti e cedri. Su in alto il terreno era sgombro dalla neve, ma era ricoperto di rami caduti e di cespugli che aggredivano i suoi jeans e la sua giacca. Gli alberi erano alti e silenziosi, e crescevano un po’ dove cavolo volevano. Ogni tanto si imbatteva in un torrente. Le prime volte li superava con un semplice salto, ma quando la caviglia cominciò a fargli più male fu costretto a deviare alla ricerca di quei punti dove fosse più facile attraversare. A volte borbottava tra sé, ma per lo più rimaneva in silenzio, risparmiando il fiato. Più procedeva veloce e meno doveva essere accorto. Quando finì la bottiglia, l’abbandonò e proseguì. Dopo un centinaio di metri si rese conto che si era comportato da bestia e tornò indietro per cercarla. Non riuscì a trovarla, e questo fatto gli fece capire che stava facendo le cose nel verso giusto. Via via che aumentava il suo stato di ebbrezza, cresceva anche la sensazione di essersi perduto. Continuava a procedere di buona lena nel folto della foresta. Il tempo speso a consultare le mappe dei Green Trails gli aveva mostrato come in quell’area scarseggiassero perfino le piste per il trasporto del legname, ma sapeva, per l’esperienza fatta in città, che il suo senso dell’orientamento era piuttosto buono. Ma sapeva anche quanto fosse debole, come potesse essere facilmente preda di un impulso capace di condurlo per mano in posti dove non desiderava andare, salvo poi svanire improvvisamente, lasciandolo con le mani sporche di sangue. Ecco perché l’elemento fondamentale era perdersi, perché altrimenti avrebbe cambiato idea. Si sarebbe tirato indietro, avrebbe tergiversato per poi rinunciare e non v’è dubbio che non c’è nulla di più patetico che mandare a puttane il proprio suicidio. Tom Kozelek era venuto nel Nord-ovest senza altro piano preciso che non fosse il desiderio di essere in un qualunque posto lontano da Los Angeles. Si era trovato, leggermente ubriaco, all’aeroporto di Los Angeles e aveva scelto Seattle perché vi si era recato non molto tempo prima per lavoro e vi conosceva un buon hotel. Ci rimase solo una notte e poi si diresse a est, verso le Cascade Mountains. È una strana regione. Ci sono cime e valli vertiginose, rocce frastagliate che mostrano ogni sfumatura di grigio. Possiede anche un po’ di storia, del tipo: «E poi tagliarono ancora molti e molti alberi». Ma non ci sono molte strade e le montagne sembrerebbero custodire per se stesse ciò che sono: a meno che non si abbia bene in mente dove andare — e non era questo il caso di Tom — si potrebbe facilmente pensare che laggiù non ci sia proprio un posto dove andare. Per due giorni aveva vagato incerto tra piccole e fredde città, passando le serate nelle stanze dei motel con la televisione spenta. Aveva telefonato a quella che un tempo era stata casa sua. E la cosa peggiore è che dall’altra parte avevano risposto. La conversazione con sua moglie e i suoi figli era stata breve e non era degenerata in urla, ma in qualcosa di peggio. Ci sono momenti in cui la ragionevolezza è il colpo peggiore, perché se tutti si comportano da persone adulte e tuttavia il mondo è ancora a pezzi, dove potrai mai andare? Alla fine trovò un villaggio chiamato Sheffer e ci si sistemò. Sheffer era poco più di una strada principale e cinque traverse che andavano rapidamente a perdersi in mezzo a ripide colline pedemontane soffocate dagli abeti; ma un paio di presuntuosi bed breakfast e una tavola calda hippy con dei buoni biscotti di farina d’avena e cinque copie pressoché intatte de Quattro giorni prima della sua escursione nei boschi Tom sedeva al bancone del Big Frank’s, il meno anodino dei tre bar del luogo, e osservava la telecronaca di uno sport straniero di cui non capiva le regole. Si sentiva a un tempo agitato e rilassato, perduto com’era all’interno del territorio degli indiani Injun. Aveva quarantatré anni, le sue belle carte di credito e una macchina a disposizione. Non era limitato dalle aspettative o dalla precedente conoscenza di qualcuno: se voleva poteva far finta di chiamarsi Lance e spacciarsi per un ex pilota di caccia diventato milionario con l’e-business; oppure di essere un coreografo jazz-fusion di culto di nome Bewildergob. Nessuno avrebbe mai potuto contraddirlo o preoccuparsi di farlo. Poteva fare qualsiasi cosa desiderasse, ma con ciò arrivò la consapevolezza che non c’era niente che volesse fare. Niente di niente. Ormai nulla avrebbe potuto fare la differenza: aveva superato il punto di non ritorno. Bevve fino a che il suo cervello divenne vuoto e freddo. L’idea gli balenò nella testa come se fosse stata una freccia scagliata da un arciere lontano. Si rese conto che c’era un modo per rendere le cose accettabili, se non migliori, per eliminare i problemi. Prese un’altra birra e se la portò a un tavolo in un angolo buio dove valutare più attentamente l’idea che gli era balenata. Come molte altre persone, aveva già pensato al suicidio in precedenza. Mai seriamente, però: si era sempre trattato più che altro di un’occhiata fugace per rendersi conto che l’idea rimaneva sempre ridicola. Questa volta era differente, non si trattava di un gesto puro e semplice, ma di qualcosa di perfettamente razionale. Dopo tutto la sua situazione non era ancora irrimediabile. Il suo matrimonio era finito, ma non tutte le sue amicizie. Poteva trovarsi un nuovo lavoro, progettare siti web aziendali per qualcun altro, affittare un appartamento, farsi il bucato, comprare un forno a microonde che fosse tutto suo. Nel giro di un anno ogni cosa avrebbe potuto apparirgli del tutto diversa. E allora? Lui sarebbe sempre stato il solito Tom, un eterno procrastinatore privo di qualsiasi talento, lentamente ingrossatosi a causa della metabolica pompa a pedali dell’età. Sarebbe comunque rimasto la persona che lo aveva portato fin lì. La vita faceva già abbastanza schifo così — cosa sarebbe successo se avessero scoperto il resto? Le scelte che desiderava prendere esistevano solamente nel passato. Allora perché non piantarla? Tracciare la linea di confine. Assorbire la perdita. Sperare che la reincarnazione esista e che le cose vadano meglio la prossima volta. Perché no? Dopo tutto — perché no? Continuò a bere fino alla chiusura del bar, poi cercò di fare quattro chiacchiere con i due giovani baristi che lo stavano accompagnando con modi poco garbati verso la porta. Uno dei due ostentava solo noia, l’altro un disgusto appena dissimulato. Tom si rese conto di essere probabilmente non molto più giovane dei loro padri, quasi sicuramente dei montanari dalla mascella quadrata che bevevano un sorso di bourbon o di sour mash, o di chissà che cazzo altro, una volta al mese. La porta fu sprangata alle sue spalle. Mentre barcollava fino al suo motel gli venne in mente che non avrebbe più dovuto preoccuparsi di ciò che gli altri pensavano di lui. Il suo nuovo progetto lo poneva su un livello superiore. Poteva fregarsene tranquillamente. La rabbia gli montò a tal punto che si trascinò di nuovo verso il bar, con l’intenzione di spiegare a quei due figuri che sebbene questo fosse un periodo fantastico per i ragazzi di vent’anni, gli uomini di mezza età non se la passavano poi tanto bene; che un giorno i loro addominali avrebbero potuto cedere, che avrebbero dimenticato come si fa ad amare e che non avrebbero avuto la minima idea di chi fossero. Sentì che questa sarebbe stata una preziosa chiave di lettura per loro. A ogni modo, era l’unica che aveva e desiderava condividerla. Quando arrivò al locale le luci erano spente e la porta chiusa. Bussò per un po’ alla porta, dicendosi che avrebbero potuto essere ancora dentro, ma principalmente perché aveva voglia di qualcosa su cui picchiare. Non passarono più di cinque minuti, e Tom si trovò improvvisamente investito da un fascio di luce. Si voltò e vide un’auto della polizia locale parcheggiata nella strada alle sue spalle. Un tizio dall’aria giovanile e in uniforme era appoggiato al parafango, con le braccia conserte. «Credo che sia chiuso, signore» disse. Tom aprì la bocca ma si rese conto che c’era troppo da dire e nulla che avrebbe avuto un senso. Alzò le braccia, ma non in segno di resa, quanto piuttosto in una sorta di muta supplica. Stranamente, il vice sceriffo sembrò comprendere. Annuì dicendo: «Mai più», entrò in macchina e si allontanò. Tom camminò fino al motel, muovendosi a passi felpati nel mezzo della strada principale, superando il lampeggiare risoluto e meditativo di semafori che non avevano auto cui dare indicazioni. Il mattino dopo considerò a fondo la cosa. Le sue opzioni erano limitate: non c’era un negozio di armi in città e non voleva andare a cercarne uno in macchina. E anche ammettendo che gliene avessero fatta acquistare una, le armi da fuoco, comunque, facevano sempre un po’ paura. Anche gettarsi da una rupe, supponendo che fosse riuscito a trovarne una, era da scartare. L’idea era in sé e per sé controrivoluzionaria. Dando per scontato che la sua mente fosse determinata a compiere quel gesto, c’era comunque la possibilità che il suo corpo semplicemente si ribellasse — nel qual caso avrebbe dovuto ritornare a piedi alla macchina sentendosi l’uomo più idiota del mondo. «Sì, è vero, avevo intenzione di buttarmi di sotto. No, non l’ho fatto, mi dispiace. C’era una bella vista, però. Attenzione solo a dove mettete i piedi.» Tom non aveva alcuna intenzione di finire come un qualcosa di gonfio o spiaccicato, qualcosa da trovare, fotografare e poi spedire a casa. Non voleva finire in pezzi, desiderava essere cancellato. Una domenica, mentre stava dando l’assalto a un’insalata Reuben da Henry’s, il ristorante più accogliente della città, sentì una cosa che mise l’ultimo tassello al posto giusto. Un veterano del luogo si stava dilettando a tormentare una coppia di pensionati della tribù dei Winnebago circa la vastità e l’impenetrabilità dei boschi. L’attenzione di Tom fu attirata dalla ripetizione di un numero: settantatré. Il veterano lo ripeté un certo numero di volte in fila: settantatré. I suoi interlocutori si guardarono annuendo come se fossero rimasti piuttosto colpiti. Quindi l’uomo si rivolse al veterano con l’aria di chi ha individuato un punto debole nelle argomentazioni di un altro. «Grandi o piccoli?» domandò. «Gli aerei — di che dimensioni erano?» Sua moglie annuì. Suo marito non era mica nato ieri, l’aveva sempre detto. «Di tutte le dimensioni,» disse il vecchio bislacco, un po’ stizzosamente. «Grandi, piccoli, civili, militari. Gli aerei precipitano in continuazione — in realtà, molti di più di quelli che sono stati rinvenuti qui intorno. Quello che voglio dire è che di tutti gli aerei che sono precipitati nel Nord-ovest del Pacifico dalla guerra in poi, Sarà vero?, pensò Tom. Allontanò il suo panino, pagò il conto e andò a comprare tanto alcool quanto riuscì a trasportarne. Non era preparato alla rapidità con cui scese l’oscurità. Più che camminare incespicava, e i muscoli delle cosce e dei polpacci stavano diventando di piombo. Aveva percorso forse solo una decina di chilometri, al massimo quindici, ma era esausto. Gli venne in mente che se avesse passato più tempo in palestra sarebbe stato in una forma fisica migliore per morire. Questo lo fece ridere fino a che la bocca non gli si riempì di saliva calda, costringendolo a fermarsi per consentirgli di respirare molto profondamente ed evitare così di vomitare. In quel momento era ubriaco come non era mai stato. Mentre si riposava, chinandosi in avanti con le mani poggiate sulle ginocchia e osservando le macchie che danzavano davanti ai suoi occhi, valutò il da farsi. Si era già perso a sufficienza. Perdersi poteva essere quindi cancellato dall’elenco delle opzioni. Col procedere del pomeriggio il terreno era diventato più montagnoso, ripido, scivoloso e infido. Al calare della notte, sarebbe stato molto buio, proprio quel tipo di oscurità in grado di inghiottire e assordare una persona di città. Si tolse lo zaino dalle spalle e si mise a frugare all’interno alla ricerca della torcia. Quando l’accese si rese conto che non era solo la qualità della luce che stava cambiando: stava calando la nebbia e faceva anche un freddo cane. Per il momento si trattava solo di sudore che si trasformava in acqua gelida sulla pelle, ma quando fosse penetrato fino alle ossa sarebbe stato duro da sopportare. Il che significava che doveva continuare a muoversi. Ruotò le caviglie per scaldarle un po’, fece una piccola svolta e proseguì. La foresta adesso era immersa nel silenzio più assoluto, gli uccelli si erano sfogati a sufficienza ed erano tornati ad appollaiarsi nei loro nidi. Tom non era altrettanto sicuro che gli altri animali avessero fatto lo stesso, e aveva già speso un po’ del suo tempo a non pensare agli orsi. Tom non credeva di apparire come una minaccia a qualsiasi grande mammifero gli potesse capitare di incontrare, e per di più non aveva nessun cibo per attirarli, ma forse queste erano tutte cazzate. Forse quelle bestie se ne stavano in attesa e attaccavano le persone solo per il divertimento di farlo. A ogni modo non voleva pensare al problema, quindi non lo fece. E continuò a non pensarci a intervalli regolari. La torcia aveva due impostazioni, una a luminosità piena e una a luminosità attenuata, e Tom scelse ben presto quest’ultima. Man mano che la nebbia si infittiva, la luce gli si rifletteva sempre di più in faccia dandogli le vertigini. Inoltre, la luce rendeva le ombre ancora più minacciose. Di giorno le foreste sono posti accoglienti. Ti fanno venire in mente le passeggiate domenicali, lo stormire delle foghe, la grande e calda mano di un genitore da tenere nella tua. Di notte invece si tolgono i guanti e ti ricordano per quali ragioni al buio diventi nervoso. Di notte le foreste ti dicono: «Vatti a cercare un riparo, uomo-scimmia, questo posto non fa per te.» E così Tom rimase in uno stato di cecità causato dalla nebbia, continuando a stordirsi con la vodka e a camminare. Era sicuro che tutti gli scricchiolii e i fruscii che sentiva fossero prodotti da lui stesso. Non c’erano figure immerse nella nebbia, solo il movimento della stessa foschia — anche di questo era certo. Poteva continuare a camminare in tutta sicurezza e con appena un moderato sconforto: camminare finché non fosse totalmente buio e il tempo stesso sembrasse annullarsi, fino a che ogni pensiero non diventasse indistinguibile dal successivo, fino a che la paura non si ripiegasse su se stessa per poi espandersi di nuovo, e lui cominciasse a muoversi sempre più veloce per scappare da qualcosa che portava dentro di sé. Non ebbe nessuna avvisaglia del precipizio. Si stava facendo strada aggredendo una lunga fila di arbusti di media altezza, e arrendendosi a un terzo attacco di violenti singhiozzi, quando tutto a un tratto il piede d’appoggio non trovò più nulla. Il suo corpo fu proiettato in avanti, impossibilitato a mantenere l’equilibrio. Si ritrovò immediatamente a scivolare lungo un pendio ripido, con le gambe divaricate e le braccia che sbattevano ovunque. La fase di accelerazione si interruppe quando il corpo andò a sbattere contro un piccolo albero. In quella circostanza Tom perse la torcia e la bottiglia, e ruotò su un fianco per continuare a scivolare rovinando su ogni roccia che si trovava sul terreno. La discesa fu fulminea e la conclusione fu un atterraggio a faccia in giù con un colpo che gli tolse quel poco di aria che gli rimaneva nei polmoni. Emise un gemito fioco e disperato. Quando ne fu in grado si scrollò di dosso lo zaino e rotolò sulla schiena. Il dolore al petto era così intenso che gli fece emettere un fischio involontario. Questa caduta gli aveva fatto molto più male di quella fuori dalla macchina. Si sentiva come se qualcuno avesse infilato una lancia nel lato destro del suo corpo e stesse incoraggiando un bambino a estrarne l’estremità. Anche i testicoli gli facevano male e il dolore saliva a una piccola cavità incandescente nella parte bassa dell’addome. Dopo un altro po’ si mise a sedere. Senza guardare, fece scorrere una mano indagatrice lungo il fianco, per scaramanzia, ma non trovò niente che spuntasse. Vide a tre metri di distanza la torcia che emetteva la sua luce fioca tra il sottobosco e si mosse carponi nel fango gelido per recuperarla. Aveva la vista leggermente sdoppiata, ma più o meno come nelle due ore precedenti, e quindi non se ne preoccupò eccessivamente. Recuperare la sua fonte di luce gli sembrava un passo compiuto nella giusta direzione. Aveva l’impressione di essere precipitato in una vasta gola rocciosa, destinata ad accogliere un torrente generato dal disgelo primaverile, ma che ora ospitava solo uno striminzito ruscello che riuscì a sentire a pochi metri di distanza. A eccezione di questo, il resto era silenzio. Silenzio e gelo. Decise che si era spinto abbastanza lontano. Per questa notte bastava, e dopo tutto per lui non doveva esserci alcun domani. La scuola era solo finita un po’ prima del previsto, tutto qui. Si spinse indietro fino ad appoggiare la schiena contro la roccia. Poi si portò lo zaino tra le ginocchia e lo aprì. Almeno una delle bottiglie rimaste si era rotta — il fondo della borsa era zuppo e pieno di schegge, e l’odore dell’alcool gli investì il viso. Fece luce e vide che non c’era modo di infilarci la mano dentro. Così capovolse lo zaino facendo cadere a terra la maggior parte del contenuto. Ci volle un po’, ma trovò le scatolette dei sonniferi. Mentre estraeva laboriosamente le pillole dalle confezioni per raccoglierle in un mucchietto su una foglia vicina, percorse una sorta di check list interiore. Doveva perdersi: fatto. Ubriacarsi: fatto. Cristo se l’ho fatto. Mettiamoci una bella croce rossa, grande. C’era da pagare il motel, accennando di sfuggita al ritorno a Seattle: fatto. «Per fare un’escursione con quel freddo bisogna essere fottutamente pazzi e poi siamo a metà settimana, fuori stagione, e si è allontanato dai sentieri conosciuti»: fatto. Una pressione, un’altra pillola. Una pressione, un’altra pillola. Diede un’occhiata al mucchietto. Erano abbastanza? Meglio essere sicuri. Continuò a premere. Fatta in quel modo non sarebbe stata un’overdose blanda, ma virile. Con ogni probabilità la macchina sarebbe stata individuata l’indomani, e nel giro di un giorno o due qualcuno avrebbe investigato. Non a piedi, ma molto probabilmente dal cielo, con un sorvolo casuale. Nel suo ultimo giorno a Sheffer, Tom aveva comprato vestiti e zaino con colori autunnali, per rendere ancora più difficile la sua individuazione da un aereo o un elicottero in perlustrazione. Se avesse sborsato qualche soldo in più anche per comprarsi degli scarponi da trekking adeguati, ora la caviglia non gli farebbe così male, ma allora non gli era sembrato che ne valesse la pena. Come volevasi dimostrare: bisogna sempre avere l’attrezzatura adatta. A ogni modo, check list generale: fatto. Man mano che il mucchio di pillole cresceva, si sorprese di non sentirsi spaventato. Aveva creduto che lo sarebbe stato, che l’imminenza del gesto avrebbe potuto gettarlo nel panico, che avrebbe cercato di combattere la morte. Invece si sentiva semplicemente stanchissimo. In un punto qualunque durante il tragitto tra la macchina e questa gola trovata per caso aveva perso ogni rimanente sensazione della sua vita intesa come un processo. Era diventata semplicemente un evento singolo, questo evento, in questo posto, ora. Era buio e si stava facendo tardi. Tutto era perfetto. Tutto era a posto. Sentiva già molto freddo, e le sue dita erano come smagrite e ingovernabili. Cominciò a prendere le pillole, un paio alla volta, ingoiandole con altro alcool. Ne fece cadere alcune, ma ce n’erano a volontà. Ne prese una quantità enorme, mentre borbottava qualcosa nell’oscurità. A un certo punto sembrò accettare il fatto di essere entrato nel regno della dose letale, al di là della quale ogni cosa diventava più semplice. In effetti tutto sembrava semplice. Persino la foresta sembrava diventata un po’ più calda, anche se era possibile che in realtà fosse Tom a non sentire più le proprie estremità. Tutto diventò confuso e liquido mentre stava seduto e scivolava nella perfetta oscurità. Sentiva freddo e non lo sentiva, era stanco morto e al tempo stesso perfettamente lucido. La paura si aggirava nel sottobosco, ma si teneva fuori dalla sua portata, fino a quando Tom non si rese più conto di niente e non si preoccupò più di infilarsi altre pillole in bocca. Sospirò brevemente, poi non fu più in grado di ricordarsi a cosa stesse pensando. Cercare di seguire i pensieri era come camminare da soli lungo una strada deserta nella quale i negozi stanno chiudendo uno dopo l’altro. Quando le palpebre cominciarono a battere, cercò di tenerle aperte, senza il minimo senso di disperazione, ma come un bambino che cerca di tenere lontano il sonno che sa di non poter combattere. Quando alla fine si chiusero, sentì per un attimo la testa leggera, poi tutto cominciò a sfumare in un grigio ardesia. Si aspettava, per quanto potessero rimanere in lui aspettative, che questo processo sarebbe continuato fino a che tutto fosse diventato nero e silenzioso. Un breve momento sognante, come una lenta rotazione all’indietro, e poi nemmeno quello. Addio. Non si aspettava di svegliarsi nel mezzo della notte, ancora ubriaco, tormentato da brividi in tutto il corpo. Non si aspettava di essere vivo e in preda a ogni sorta di dolore. E certamente non si aspettava di vedere qualcosa stagliarsi al di sopra di lui, qualcosa di enorme, qualcosa che aveva un odore che ricordava la puzza di carne marcia trasportata da un vento gelido. |
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