"La nave d'oro" - читать интересную книгу автора (Buticchi Marco)1
Un mare gonfio e scuro si frangeva contro le rocce sottostanti Fort Antoine, poco lontano dall’imboccatura del porto. Giugno era iniziato, come sempre in riviera, tra giornate calde e passeggiate lungo le banchine affollate di yacht. Poi era venuto lo scirocco, denso e appiccicoso, foriero di tristi presagi e di pensieri cupi. E forse proprio uno di questi stava impadronendosi della mente di quell’uomo. Stava seduto con lo sguardo perso tra le onde imponenti, quelle stesse onde che gli avevano distrutto l’esistenza. Poteva avere poco meno di quarant’anni, il fisico alto, slanciato. Il volto, bruciato dal sole, era seminascosto da una barba incolta. Gli occhi erano verdi e intensi. I cavalloni si inseguivano alti. La sua mente vagava tra i ricordi, lo sguardo sembrava rivedere nel mare in tempesta le sequenze del naufragio. La voce che si levò dietro di lui, superando il fragore dei flutti, aveva un tono forte e sicuro. «Lei è Henry Vittard?» chiese lo sconosciuto, costringendo l’uomo a girarsi. Henry si trovò di fronte a un signore distinto, avanti negli anni, forse vicino ai sessantacinque. Aveva i capelli bianchi e occhi penetranti che non tradivano alcuna timidezza. Le labbra, ombreggiate da un paio di baffi candidi, erano atteggiate a un bonario sorriso. Henry annuì. Provò una simpatia istintiva nei confronti di quell’anziano sconosciuto, anche se temeva fosse uno dei tanti curiosi interessati alle tristi vicende di uno tra i più blasonati lupi di mare di ogni tempo. «Ho fatto molta strada per trovarla, Henry», disse ancora quel signore dai baffi candidi, superando con discreta agilità gli scogli che li separavano. «Mi chiamo Guglielmo Grandi, sono un ammiraglio in pensione della marina militare italiana», si presentò, porgendogli la destra. Era una stretta di mano forte, sincera, amica. «In che cosa posso esserle utile, ammiraglio?» rispose Henry, con tono schivo, quasi volesse cautelarsi da richieste indesiderate. «In molte cose. Prima fra tutte: sono convinto che lei sia in grado di fare luce su un episodio che mi ha segnato la vita. Se ha tempo e voglia di parlare con me per qualche minuto…» spiegò l’ammiraglio, indicando un bistrot a poca distanza dal molo. Le lotte di potere tra lo shogun Hojo e l’imperatore Go-Daigo si riflettevano nello stato di incertezza e di pericolo che attraversava il paese. Dietro ogni angolo di strada si poteva celare un agguato mortale. Soltanto in apparenza l’imperatore e lo shogun avevano differenti compiti istituzionali. Nella realtà, Go-Daigo e tutto il suo seguito erano mere comparse, marionette prive di qualunque potere. L’imperatore Go-Daigo, contrariamente a molti suoi predecessori, mal sopportava il suo risicato ruolo: ciò che più desiderava era restaurare l’antico potere imperiale. Di fatto, tra le due principali autorità del paese regnava una tensione che sempre più spesso si traduceva in sanguinari scontri tra i sostenitori delle opposte fazioni. Nessuno poteva considerarsi tranquillo sul suolo del Giappone, nemmeno gli esperti samurai che componevano la scorta del generale Ashikaga nel corso della sua visita all’imperatore. Quegli uomini senza paura, abituati al combattimento, si erano schierati attorno a colui che avevano giurato di difendere a costo della loro stessa vita: sembrava che un terribile pericolo incombesse sul drappello che avanzava con circospezione verso la reggia. E la minaccia si fece palese nel pieno centro della capitale, a pochi passi dalla residenza dell’imperatore Go-Daigo: una ventina di uomini armati parve sbucare dal nulla e assalì il generale e i suoi. Lo scontro, cruento e feroce, durò solo lo spazio di pochi attimi: i samurai di Ashikaga ebbero in breve ragione degli assalitori. Il comandante della scorta, con il capo celato da una maschera guerriera scolpita in legno di gelso, era stato tra i primi a lanciarsi contro gli assalitori. Hito Humarawa si mosse con la rapidità di un gatto, estraendo la Solo quando fu certo che il destino dell’altro era segnato e che tutti gli assalitori erano stati ridotti all’impotenza dal drappello di samurai, Hito Humarawa ripose la «Mi felicito con te, mio giovane Hito. Ancora una volta mi hai salvato la vita. Quell’uomo mi avrebbe di certo ucciso senza il tuo provvidenziale intervento», disse Ashikaga. «Sei il più valoroso tra i miei samurai.» Lo sguardo di Humarawa rimase impassibile. Con un movimento studiato ripose la spada nel fodero e raccolse da terra il suo «Vedi, Hito», continuò Ashikaga, che non sembrava per nulla scosso dall’imboscata appena subita, mentre si incamminavano verso la residenza imperiale, «la nostra nazione è pervasa dalla vile pratica del tradimento… E tutto ciò accade perché la classe nobiliare e lo stesso imperatore Go-Daigo sono sempre più isolati nei loro lussuosi palazzi. Sono convinto che l’agguato che abbiamo appena subito sia stato opera di una delle tante bande di rinnegati che si aggira per il paese. E gente disperata e disposta a tutto. Quei briganti, vedendo il passaggio di una scorta, hanno pensato a un ricco bottino. Hanno ricevuto quello che si meritavano. Ma le cose dovranno cambiare, e questo vuoto di potere dovrà cessare. Il Giappone è allo sbando. Pare però che l’imperatore abbia forti desideri di restaurazione.» Hito Humarawa ascoltava il Grande Generale in silenzio, mentre i suoi occhi attenti esaminavano le vie circostanti, nel timore di un nuovo attacco. Il samurai sapeva che da quell’uomo avrebbe appreso non soltanto i segreti della guerra e del comportamento in battaglia, ma anche la sottile arte della diplomazia, l’opportunismo nel tradimento e la consapevolezza del potere. Il generale Ashikaga aveva venticinque anni e proveniva da quella che, da oltre un secolo, era riconosciuta come una delle più influenti e potenti famiglie giapponesi. Hito non era per nulla meravigliato che l’imperatore Go-Daigo avesse chiesto di conferire con il generale per questioni di massima urgenza: le forze sotto il comando di Ashikaga erano una variabile di estrema importanza nel caso si volesse tentare di restaurare il potere imperiale. E ognuna delle due fazioni, sia quella restauratrice sia quella che faceva capo alla famiglia degli shogun Hojo, ne era a conoscenza. La galea del Muqatil si dispose al centro dello schieramento, mentre le altre due navi, più piccole ma assai maneggevoli, assunsero la loro posizione ai lati dell’ammiraglia. Stranamente l’imbarcazione che avevano avvistato continuava a dirigersi verso di loro, senza accennare a invertire la rotta; dapprima come un punto all’orizzonte, poi, via via, sempre più vicino. Il Muqatil distinse sul vessillo i colori dell’emiro Ibn ben Mostoufi. La tensione della battaglia si allentò in quello stesso istante, mentre il Muqatil veniva assalito da un nuovo e nefasto pensiero: l’unica volta in cui una staffetta lo aveva raggiunto era stato in occasione della morte di suo padre. Chissà di quali notizie erano forieri gli ambasciatori a bordo dell’imbarcazione di Ibn ben Mostoufi. La nave dell’emiro si dispose al vento e le vele triangolari iniziarono a sbattere. L’emissario di Ibn ben Mostoufi prese posto su una scialuppa che si diresse verso la galea. «Il male sta divorando tuo nonno, l’emiro Ibn ben Mostoufi, Muqatil», gli comunicò il messaggero non appena si furono seduti all’ombra della grande tenda variopinta che copriva buona parte della poppa della galea. «Egli ha espresso il desiderio di vederti, prima che Dio grande e misericordioso si prenda cura di lui.» Il ricordo del cantiere e l’odore forte della pece sarebbero rimasti per sempre nella mente di Lisicrate, sebbene fosse solo un adolescente al tempo in cui lasciò la fabbrica paterna per seguire un ricco mercante egiziano. «Tuo figlio è sveglio, Balthasar», stava dicendo Sef il mercante al costruttore di navi. «Credo che sarebbe molto utile se lui potesse seguirmi nel mio peregrinare. Potrebbe apprendere l’arte del commercio e conoscere il mondo. È troppo intelligente per ridursi a premere le stoppe tra le assi delle navi.» «Devo darti ragione, mio buon amico. Lisicrate mostra doti non comuni per un bambino della sua età. Io però vorrei affidarlo alle cure di un precettore, un uomo di cultura che possa saziare la sete di apprendimento che mostra ogni giorno di più.» «Di certo non riuscirà ad apprendere nulla di nobile tra le schegge del legno di pino o dall’intercalare dei maestri d’ascia. Alessandria, la mia città, è un fiorire di scuole e insegnamenti. Senza contare che Cherèmone, il direttore della biblioteca, è un lontano parente di mia moglie.» «Ho sempre saputo», concluse Balthasar, «che prima o poi avrei dovuto concedere a Lisicrate di seguire le sue inclinazioni. Mi mancherà il mio unico figlio, anche se, sono sicuro, avrà un avvenire migliore di quanto io non possa offrirgli.» Fu così che quel bambino di dieci anni, con gli occhi e i capelli scuri e uno sguardo curioso più di altri, partì alla volta di quello che si sarebbe ben presto rivelato come un viaggio fantastico. Henry Vittard percorse ancora una volta con lo sguardo il mare in tempesta. Una sensazione di vuoto si impadronì di lui. Quante volte si era ripromesso di scuotersi da quello stato di prostrazione che lo stava divorando. Ma era ancora presto. Il ricordo del naufragio era troppo vivo nella sua memoria, così come il volto di Sylvie, la donna che aveva amato più della sua vita. Tutto era incominciato poco più di tre anni prima, nel porto di Barcellona. Vittard aveva già vinto molto di quello che si poteva vincere, prima di imbarcarsi in un’impresa ardua, ma non impossibile: il giro del mondo a vela. Il Trophée Jules Verne — una competizione velica che aveva preso vita una dozzina di anni prima dalla mente di Yves Le Cornec — dal 1990 in poi aveva raccolto un numero sempre maggiore di partecipanti e un interesse che cresceva a ogni edizione. Il regolamento era piuttosto tollerante: soltanto pochi capoversi, a parte una serie di appendici che disciplinavano i rari casi in cui era consentita una energia diversa dalla forza umana e da quella del vento. «I partecipanti» — Henry ricordava bene cosa recitavano le norme di gara — «a bordo di imbarcazioni di ogni tipo e dimensione a sola propulsione velica, dovranno oltrepassare la linea immaginaria di partenza intercorrente tra Créac’h sur l’Ile d’Ouessant e il faro di Cap Lizard. Dovranno compiere il giro del mondo, lasciando a sinistra il capo di Buona Speranza, capo Leeuwin e capo Horn. Dovranno quindi riguadagnare la linea di partenza in senso inverso.» Vittard rivedeva gli occhi scuri di Sylvie quando lei gli aveva comunicato che non l’avrebbe lasciato partire da solo. Risentiva le parole con le quali lui aveva insistito nel sottolineare i pericoli di quella competizione. Ricordava con quanta preoccupazione avesse inserito il nome della sua compagna nella lista degli altri sette membri dell’equipaggio. E adesso Sylvie non c’era più. La residenza imperiale era circondata da un alto muro di cinta, sorvegliato in permanenza da guardie armate di arco. Hito fu il solo a poter seguire Ashikaga all’interno del palazzo, il resto del drappello di scorta fu costretto a stazionare davanti alla grande cancellata attraverso la quale si accedeva al parco della dimora reale. Gli spazi erano ampi, i giardini curati alla perfezione. Tra ponti di legno, laghetti e giochi d’acqua, si aggiravano personaggi d’alto lignaggio abbigliati in maniera sontuosa, sotto lo sguardo vigile delle guardie imperiali, che testimoniavano il costante stato di tensione e di pericolo. L’imperatore si trovava all’interno della più grande delle costruzioni che costituivano il complesso: era un padiglione di forma quadrata, quasi interamente occupato da una sola stanza di vaste dimensioni, in cui Go-Daigo concedeva udienza. L’imperatore del Giappone stava seduto in posizione eretta su un Ashikaga e Hito si inchinarono al suo cospetto, poi presero posto a rispettosa distanza, mentre Go-Daigo cominciava a parlare. «È tempo che la nostra terra riacquisti le sue antiche tradizioni, Takauji.» «Ogni vostro desiderio è per me un ordine, Maestà imperiale», rispose Ashikaga chinando il capo. «Ma tu sai bene che così non è… Proprio tu che sei a capo delle forze degli Hojo. Eppure la tua famiglia è legata a quella imperiale da una solida e secolare amicizia. Takatoki Hojo, lo shogun, non sembra in grado di governare il paese in maniera equa e integerrima. Credo sia tempo di correre ai ripari.» «Quello che avete appena detto, mio imperatore, se fosse proferito da qualsiasi altra persona, suonerebbe come un incitamento alla diserzione… Sapete che cosa il «Non sto incitando il Grande Generale al tradimento, o tantomeno al suicidio, bensì gli sto offrendo l’opportunità di occupare il posto che lui stesso merita all’interno delle gerarchie del nostro paese. Il Giappone ha bisogno di un uomo come te…» Un lampo attraversò per un istante lo sguardo di Ashikaga, mentre l’imperatore continuava, arrivando ben presto al cuore della questione. «Molti sono gli scontenti di questa situazione, e non solo i nobili, ma anche alcuni componenti delle altre caste. Buona parte delle stesse forze militari è pronta a sfidare gli Hojo sotto il mio comando. Con la tua adesione e quella dei contingenti da te diretti, non dovrebbe essere difficile conquistare la città di Kamakura e destituire lo shogun. Sarà quello il momento opportuno per conferire i più alti incarichi alle persone che si sono dimostrate fedeli nei miei confronti…» Quando uscirono dalla residenza imperiale, Ashikaga si rivolse a Hito con un sorriso: «Una promessa che Go-Daigo non potrà mantenere… Almeno per ora. E se un imperatore è disposto a offrire la carica di shogun a un generale, chissà che cosa può essere disposto a elargire colui al quale questa carica verrebbe strappata. È tempo che Takatoki Hojo sappia che cosa si trama alle sue spalle». Nel volgere di pochi mesi, l’imperatore Go-Daigo veniva arrestato mentre cercava di fuggire da Kyoto e costretto all’esilio sull’isola di Oki, nella parte orientale del paese. Non c’era tempo. Se voleva rivedere il nonno ancora in vita, Lorenzo di Valnure, che tutti temevano come il pirata Muqatil, doveva affrettarsi. La galea era ancora intenta alle manovre di ormeggio, mentre il giovane corsaro la abbandonava a bordo di una scialuppa. Non appena varcò la soglia del fastoso palazzo dell’emiro, un medico di corte gli si fece incontro. «Vostro nonno è molto debole. Credo gli rimanga poco da vivere e la nostra medicina a nulla è riuscita contro il male che lo sta portando tra le braccia di Dio.» La stanza era in penombra. Il Muqatil dovette stringere gli occhi per distinguerne i contorni. Suo nonno Ibn ben Mostoufi era adagiato sul letto. Gli fece cenno di accostarsi e, una volta che il nipote gli fu vicino, la mano ossuta del vecchio andò in cerca di quella del giovane. «Adesso posso anche morire in pace con Dio. Ora che ti ho finalmente vicino, sangue del mio sangue.» A stento, compiendo uno sforzo immane, l’emiro guadagnò la posizione seduta e continuò con un filo di voce: «A te, nipote mio, spetterà il compito di governare queste genti e, conoscendoti, so che ne sarai all’altezza. Diffida di tutti. Anche degli amici. Adesso, ti prego, aiutami ad alzarmi. Voglio pregare Dio forse per l’ultima volta». Un servitore aiutò l’emiro a compiere il rituale Lorenzo volle trascorrere la notte accanto al nonno morente. Ricordava con quanto affetto e attenzioni Ibn ben Mostoufi avesse protetto la sua infanzia, allevandolo come il più amorevole dei genitori. Il sole era sorto da poco, quando il Muqatil si destò di soprassalto. ’Abd al-Hisàm, figlio della sorella dell’emiro, stava in piedi a poca distanza dal letto. Certo non era mai corsa una grande simpatia tra Lorenzo e il cugino, e adesso che l’emiro stava per morire il Muqatil sapeva che quella reciproca diffidenza poteva tramutarsi in qualche cosa di più profondo e grave. «Che Dio sia con te, Muqatil», disse ’Abd al-Hisàm sollevando il braccio destro. «Mi sono precipitato qui non appena ho saputo che mio zio l’emiro versava in gravi condizioni di salute», continuò con un tono stentoreo. «Puoi constatare tu stesso lo stato dell’emiro», rispose Lorenzo a voce bassa. «Ha perso conoscenza ieri nel corso della preghiera e non ha ancora riacquistato lucidità. Né credo che la potrà mai più riacquistare.» «Abbiamo molte cose di cui discutere, cugino mio. Sarebbe meglio che ci appartassimo in una sala del palazzo per stare più tranquilli…» «Avremo tempo e modo per farlo. In un momento come questo non voglio andarmene da qui per nessuna ragione al mondo.» «Credo che invece sarebbe opportuno che tu e io parlassimo adesso», continuò perentorio ’Abd. «Quali cose sarebbero così importanti da spingermi ad abbandonare mio nonno mentre sta morendo?» Gli occhi color del mare del Muqatil erano diventati due fessure mentre fissavano quelli del cugino. «La discendenza, per esempio. Credo tu convenga che sono io l’erede diretto dell’emiro…» «Non è tempo di parlare di queste cose. Almeno sino a quando Ibn ben Mostoufi non abbia esalato l’ultimo respiro.» «Insisto, credo invece che proprio questa sia l’occasione più appropriata. Il nostro popolo non può essere governato in questi frangenti difficili da… da…» «… da un bastardo, vuoi dire, cugino mio?» «Non volevo usare quel termine, ma devi convenire che gli infedeli stanno compiendo scorrerie contro le nostre genti e non sarebbe opportuno che una persona nelle cui vene scorre sangue cristiano diventasse l’emiro di Tabarqa.» Ibn ben Mostoufi emise un flebile lamento. Nella stanza calò un silenzio denso di apprensione. Il Muqatil pregò il servo di chiamare il medico e, quando questi giunse nella stanza, il vecchio emiro parve riacquistare quella lucidità che spesso precede la morte. «A mio nipote Lorenzo di Valnure spetterà il compito di succedermi, che Dio abbia cura di lui. Così ho deciso.» Ibn ben Mostoufi reclinò il capo per l’ultima volta. «È quello che vedremo!» esclamò furente ’Abd al-Hisàm, mentre abbandonava la stanza. Il Muqatil parve non sentirlo: le sue mani adesso stringevano con forza quelle senza vita della persona che più aveva amato. La biblioteca si articolava in dieci enormi sale ove erano stati ordinatamente disposti, in alte scaffalature, i testi del sapere universale. Vi erano poi diverse stanze ove gli studiosi potevano appartarsi a consultare le opere di loro interesse. Gli occhi di Lisicrate percorrevano increduli le pareti e si soffermavano a osservare i rotoli di papiro, le pergamene e le tavole di cera: la biblioteca di Alessandria conteneva oltre settecentomila testi e ben cinquantamila si diceva fossero andati distrutti in un incendio che, un’ottantina di anni prima, era stato appiccato dai legionari di Giulio Cesare a uno dei dieci padiglioni. Cherèmone, direttore della biblioteca, dell’attiguo museo e delle molteplici scuole sorte intorno all’istituto, era di corporatura robusta e quasi completamente privo di capelli. Si aggirava tra i locali con le movenze di un sacerdote e si rivolgeva ai suoi sottoposti con toni austeri. Grazie ai legami di parentela tra la moglie del mercante egiziano e il direttore della biblioteca, non era stato difficile, per Sef, ottenere di essere ricevuto da una delle persone più influenti della città. «E così sarebbe questo il fanciullo ateniese per il quale mia cugina ha speso eccellenti parole», aveva detto Cherèmone, osservando Lisicrate con uno sguardo severo. «Sai scrivere, leggere e far di conto, ragazzo?» aveva quindi continuato, esprimendosi in perfetto greco. «Sì, signore. So farlo nella mia lingua. Sto apprendendo la lingua di Roma, ma per ora riesco a malapena a parlarla», rispose Lisicrate un poco intimidito. «Bene, ragazzo. Noi abbiamo sovente necessità di persone con volontà di apprendere: potrai avere il privilegio di frequentare una delle nostre scuole, sempre ammesso che tu ne sia in grado. E a nulla varrà in tal senso la credenziale, rappresentata dal buon Sef e da sua moglie, con la quale entri in questo sacro luogo: se ti mostrerai meritevole, continuerai, altrimenti ritornerai da tuo padre al Pireo. Sappi che in questo momento, in giro per il mondo, ci sono almeno mille uomini che hanno il compito di trascrivere per la nostra biblioteca i documenti importanti di cui non è possibile entrare in possesso. A te piacerebbe diventare uno scriba?» Lisicrate annuì con entusiasmo. Assai diversa, però era la carriera che gli avrebbe riservato il destino. L’ammiraglio Guglielmo Grandi osservò con attenzione Henry Vittard. Lo sguardo perso nei meandri dei suoi ricordi, sembrava seguirlo come un automa verso il bistrot all’angolo. Grandi lo lasciò ai suoi pensieri, constatando preoccupato che la persona accanto a lui assomigliava ben poco all’intrepido uomo di mare che aveva alimentato la leggenda. Le immagini erano ancora nitide nella mente di Henry Vittard, sebbene l’incidente fosse avvenuto tre anni prima. Il catamarano In quella stagione e a quelle latitudini, oltre il settanta per cento dei fenomeni eolici era stimato oltre forza 8 e, tra questi, più della metà si aggirava tra forza 10 e forza 12. Ne era conseguenza un continuo urlo assordante a oltre cento chilometri orari, capace di sollevare masse d’acqua che si cristallizzavano immediatamente, investendo l’equipaggio con piogge di aghi di ghiaccio: un vento capace di far montare onde alte oltre venti metri che viaggiano a trenta nodi, nell’affrontare le quali il minimo errore può essere fatale. Sylvie si era dimostrata all’altezza del migliore membro dell’equipaggio, non facendo mai rimpiangere a Henry la decisione di averla imbarcata: si muoveva agilmente nelle manovre, era attenta e pronta in ogni occasione. Doppiato capo Horn da più di mille miglia, il L’imbarcazione di Vittard aveva battuto ogni precedente record parziale e, a quell’andatura, avrebbe potuto tagliare il traguardo ben prima del settantesimo giorno di regata. Hito Humarawa non tradiva emozioni. Con atteggiamento marziale restava in piedi di fronte al suo generale, con la consueta espressione impassibile dipinta sul volto. «Il motivo della tua convocazione, Hito», disse il generale Ashikaga al samurai, «è della massima importanza. Ho chiesto allo shogun Hojo, tra le altre cose, che ti venga conferito un prestigioso incarico e gli ho quindi suggerito che le tue doti e capacità ti farebbero ben figurare come daimyo della prefettura di Shimane.» La carica feudale di governatore, il daimyo appunto, era la massima aspirazione di ogni samurai. Malgrado ciò, Hito si limitò a rispondere: «Vi sono grato per questo enorme privilegio, generale Ashikaga». «Considera, inoltre», continuò Takauji Ashikaga, «che sotto quella giurisdizione ricadono anche le isole Old, il luogo nel quale è stato esiliato l’imperatore Go-Daigo. Io non credo che, con l’esilio, il potere che l’imperatore aveva ricostruito attorno a sé sia andato del tutto perduto. Anzi, sono convinto che lo shogun abbia creato un pericoloso martire, pronto a colpire con la rapidità e la forza di un serpente. A te spetterà il compito di riferirmi ogni mossa di Go-Daigo. Si profilano nuovi e preoccupanti scenari all’orizzonte. Nel contempo, la tua carica di daimyo ti consentirà di agire come meglio credi per accumulare ricchezze e potere utili alla nostra causa…» Lo sguardo che Ashikaga rivolse a Hito, mentre sottolineava l’espressione «come meglio credi», era eloquente. Hito Humarawa assunse il suo ruolo di daimyo pochi mesi più tardi, e subito incominciò a circolare la leggenda dell’inflessibile e feroce samurai che aveva fatto parte della guardia personale del Grande Generale. Una leggenda che ben presto la popolazione avrebbe constatato quanto corrispondesse a realtà, specialmente nei suoi risvolti negativi. Nell’arco dei due anni che seguirono, Humarawa inasprì la pressione fiscale nei confronti dei ceti meno abbienti e mise in piedi una flotta di Non era certo facile governare una città. Il Muqatil lo sapeva bene, e per questo motivo continuava ad avvalersi dell’esperienza di coloro che avevano collaborato con suo nonno Ibn ben Mostoufi. Da quando il vecchio emiro era morto, il Muqatil aveva abbandonato le operazioni in mare, dedicandosi solo all’amministrazione delle sue terre e della sua gente. E in un breve lasso di tempo si era guadagnato il medesimo rispetto che gli veniva tributato come guerriero. L’uomo che entrò dalla porta principale della città era stanco e visibilmente scosso. Vestiva la divisa dei soldati dell’emiro. Montava un cavallo di piccola pezzatura. Il manto dell’animale era madido di sudore e dei soffi rumorosi uscivano dalle narici dilatate. «Presto, preparatevi all’assedio: gli infedeli sono sbarcati a poche miglia da qui. Stanno per organizzare le file e mettersi in marcia», disse il cavaliere al comandante del corpo di guardia non appena varcò le mura di Tabarqa. La notizia percorse in breve l’intera città, come un fremito di terrore si irradia nel corpo di un uomo dinanzi al pericolo. Il giovane emiro fu tra i primi a essere informato e subito si mise al comando di una pattuglia che aveva lo scopo di osservare il nemico e di valutarne la forza. Il gruppo, non appena giunse in prossimità del luogo dello sbarco, abbandonò le cavalcature e prese ad avanzare a piedi, trovando riparo tra le rocce che digradavano verso la spiaggia di sabbia bianca. I vessilli sventolavano al di sopra dei cavalieri. Dovevano essere poco meno di cinquemila uomini: una forza sufficiente per assediare Tabarqa e metterne a dura prova le difese. Sarebbe stata questione di tempo, ma la città era destinata a capitolare, schiacciata dalla forza degli assalitori. Il Muqatil osservò con attenzione le bandiere variopinte che si tendevano al vento e trasalì: tra di esse riconobbe un vessillo moresco. Incredulo, aguzzò ancor più la vista, fino a che, tra la moltitudine di cavalieri, non gli parve di riconoscerlo: ’Abd al-Hisàm, il suo perfido cugino, vestito con armatura ed elmo da guerra, guidava un contingente di traditori e marciava al fianco degli infedeli contro la sua stessa gente. Il radar ad alta definizione del catamarano aveva segnalato l’arrivo di una perturbazione di notevole entità nel corso della notte. Vittard impartì i comandi, poi si ritirò nella sua cuccetta. Alcune ore di sonno gli sarebbero state necessarie per meglio affrontare il turno di notte. Il mare cominciò a montare poco prima che Henry riprendesse il timone. Il vento, proveniente da poppa, si attestò sui quarantacinque nodi. Il Sylvie sedette accanto al timone, osservando il suo uomo da sotto gli occhiali protettivi. Lo sguardo della donna esprimeva un amore intenso e una profonda ammirazione. «Con questo mare bisogna tenere sotto controllo costante lo schermo radar. È possibile che le onde coprano il segnale dei ‘figli’».» Vittard chiamava «figli degli iceberg» le masse di ghiaccio che le temperature più miti stavano sciogliendo e che affioravano appena nel mare in tempesta: una collisione con una di quelle invisibili insidie avrebbe prodotto un naufragio con conseguenze catastrofiche. Lo skipper sorrise, pensando a che cosa avesse in serbo la vita per ognuno: lui si era laureato a Parigi conseguendo la specializzazione in archeologia subacquea, anche se non aveva mai esercitato la professione. Gli allenamenti e le regate ne avevano assorbito quasi completamente le energie sin da quando, ancora bambino, aveva cominciato a praticare l’attività agonistica con ottimi risultati. «Vuoi che ti prepari un caffè, mio capitano?» chiese la donna, mentre le due prore si infilavano in un’onda di grandi dimensioni. «Sì, grazie, Sylvie. Prima però potresti liberarmi la scotta di sopravento del fiocco?» rispose Henry, parlandole nell’orecchio per superare il fragore della tempesta. Sylvie si avviò con passo agile sopra la rete elastica che era posta tra i due galleggianti e incominciò ad armeggiare attorno al winch per liberare la scotta incocciata. Una raffica giunse improvvisa da una direzione diversa rispetto a quella da cui soffiava il vento. Il boma cambiò bordo con violenza, fendendo l’aria sopra la testa dello skipper. Il catamarano ricevette la spinta da una nuova direzione, compiendo quella che in gergo si chiama strambata involontaria. Una massa d’acqua invase la coperta. Henry governò l’imbarcazione con esperienza ma, non appena ebbe riguadagnato il controllo, sotto le luci poste sulle crocette dell’albero, si rese conto che Sylvie non c’era più. Vittard non aveva tempo per pensare e, se avesse urlato per chiamare aiuto, nessuno lo avrebbe potuto sentire: inserì il pilota a vento, afferrò un salvagente e si tuffò nel mare in tempesta. La tuta stagna che portava, sebbene lo limitasse nei movimenti, gli garantiva una sopravvivenza di circa due ore nell’acqua gelida. Henry prese a nuotare controvento verso il punto in cui l’onda aveva strappato Sylvie dal ponte. Aveva visto un bagliore: uno dei sempre più rari raggi di luna aveva colpito una delle strisce catarifrangenti poste sulla tuta termica della donna. Quando Vittard la raggiunse era stremato, ma le condizioni di Sylvie erano talmente gravi da non fargli sentire la stanchezza. La donna mostrava una ferita profonda al capo e aveva perso i sensi, ma fortunatamente il materiale galleggiante della tuta le aveva tenuto il volto fuori dall’acqua. Con enorme fatica, Henry riuscì a farle indossare il salvagente, poi le passò un braccio attorno alla testa e premette la bocca contro la sua, praticandole la respirazione artificiale. Sylvie ebbe un sussulto. «Non dovevi farlo, Henry», sussurrò, riprendendo conoscenza. «Non dovevi farlo. Adesso saremo in due a morire. Ho freddo. Ho molto freddo.» Vittard parve rendersi conto solo allora che pochi minuti li separavano dall’ipotermia e dalla morte. Ciononostante continuava a mulinare le gambe, afferrandosi con le mani coperte dai guanti al salvagente che teneva a galla Sylvie. Il colpo che sentì alla gamba destra fu in grado di scuoterlo: un corpo solido e galleggiante in quel mare sconfinato rappresentava la loro unica possibilità di salvezza. Un «figlio degli iceberg» galleggiava di fianco a loro. Aveva un’estensione di una trentina di metri quadrati. Una delle mani di Vittard abbandonò il salvagente e si aggrappò con la forza della disperazione alla superficie levigata del ghiaccio. Doveva raccogliere le energie, non lasciarsi andare proprio adesso. Assicurò uno dei legacci della tuta al salvagente di Sylvie, poi provò a scalare la liscia parete scivolosa per guadagnare la piattaforma di ghiaccio. Stremato, al terzo tentativo, Henry riuscì a issarsi sulla lastra. Cercando di mantenersi in equilibrio si sporse per porre in salvo la sua compagna. Pochi istanti più tardi, Henry si accasciava esausto sul corpo privo di sensi di Sylvie che aveva appena sollevato dal mare in tempesta. Non sapeva quanto tempo fosse passato: minuti, ore. La donna emise un flebile lamento. Vittard accostò l’orecchio alla sua bocca. «Ho freddo, amore mio», disse lei in un soffio. «Sto per andare… Ti amo, mio capitano.» Henry prese a massaggiarla vigorosamente e così ancora lo trovarono, alcune ore dopo, i membri dell’equipaggio di una nave oceanografica cilena: mentre accarezzava il corpo esanime di Sylvie. «Sono molto contento di te, Lisicrate», disse un giorno Cherèmone, passando accanto al fanciullo chino su un testo di scienze. «Vedo che i meravigliosi esperimenti di Erone ti interessano molto e noto che hai una spiccata predisposizione verso le matematiche e le costruzioni.» Lisicrate alzò lo sguardo dal papiro: «Io ti sono grato, Cherèmone, per le opportunità che mi concedi. Ho sempre sentito un forte desiderio di apprendere e adesso ho intorno a me tutto il sapere della terra». «Erone è il fondatore della nostra scuola superiore di fisica e meccanica», continuò Cherèmone rivolto a quello che ormai considerava il migliore tra i suoi discepoli. «È un eccelso ingegnere, capace di realizzare meraviglie meccaniche in grado di stupire chiunque: utilizzando la forza del fuoco e dell’acqua, è riuscito a costruire un marchingegno capace di muoversi con energia propria.» «Io sono convinto, Cherèmone, che le applicazioni di questa macchina siano ancora tutte da scoprire…» «Qualche cosa in tal senso ha già studiato Erone che ha applicato la sua invenzione al portale di un tempio, riuscendo a farlo aprire senza l’intervento di alcun uomo.» Le giornate di Lisicrate si ripetevano sempre uguali: alcune ore della mattina da dedicare allo studio, poi le trascrizioni e la cura delle opere della biblioteca che lo occupavano fin quasi al calare del sole. Non era raro che il ragazzo si attardasse, a notte inoltrata, leggendo al lume di una lucerna. Ormai parlava e scriveva correttamente in greco e latino, anche se preferiva la lingua madre a quella dei romani, e stava facendo notevoli progressi con gli altri idiomi antichi che gli consentivano di decifrare i testi. Certo il giovane non aveva tempo per dedicarsi ai giochi dei fanciulli della sua età. Quando un compagno di scuola gli chiedeva il motivo del disinteresse verso i divertimenti, Lisicrate rispondeva con franchezza: «Preferisco una buona lettura». Non aveva però mai abbandonato la cura del corpo e ogni mattina si spendeva in numerosi esercizi ginnici. Lisicrate cresceva sano e robusto mentre il suo sapere si arricchiva giorno dopo giorno. Erano trascorsi tre anni da quando era approdato alla biblioteca di Alessandria e ogni collaboratore di Cherèmone lo trattava con rispetto e affezione. Quel giovane dai capelli scuri e dai lineamenti gentili era sempre pronto ad aiutare chi si trovasse in difficoltà. Spesso collaborava con gli scribi più anziani nel decifrare scritti incomprensibili, o si sostituiva a loro nel deporre le pesanti cataste di tavole di cera sugli scaffali più alti. Cherèmone, dal canto suo, impegnato com’era nelle sue prevalenti passioni, l’antichità e l’occulto, accettava di buon grado e anzi incoraggiava le iniziative del ragazzo, che ormai gli era diventato indispensabile. Yoshio Kodama era morto stroncato da un infarto nel 1981. Per anni era stato considerato il capo indiscusso di tutte le Yasuo Maru era seduto alla scrivania in noce all’interno del suo lussuoso ufficio nel grattacielo della Water Enterprise. Al piano superiore si trovava la sua abitazione. L’uomo che gli stava di fronte vestiva un impeccabile abito di sartoria. I tratti orientali del viso, severi e imperscrutabili, rendevano minacciosa la sua espressione. «L’acquisizione dell’acquedotto degli Emirati», stava dicendo rivolto al presidente e proprietario della Water Enterprise, «è stata condotta a buon fine. Anche se abbiamo dovuto esercitare alcune pressioni prima dell’assemblea annuale dei soci.» «Tu sai che quel genere di intervento è quello che meno mette a rischio le nostre attività: la violenza deve essere usata solo quando non si può fare altrimenti.» Yasuo Maru non pronunciava certo queste parole perché posseduto da nobili sentimenti. Erano il risultato dell’ennesimo calcolo della sua mente. Intimidire i membri di una compagnia, nella quale il Signore delle Acque aveva deciso di insinuare le sue radici, minacciando rivelazioni in merito a non corrette gestioni societarie, era un modo molto più convincente che ricorrere a omicidi spettacolari. Un socio minoritario che, nel corso delle periodiche assemblee, avesse chiesto la parola, rivelando con documenti alla mano palesi irregolarità amministrative, era pericoloso come una mina vagante. E, negli anni, la prassi adottata da Yasuo Maru si era rivelata ben più risolutiva di qualsiasi altra, nei confronti di soci o manager riluttanti a cedere le quote della compagnia caduta nel mirino della Water Enterprise. Yasuo Maru sapeva che il solo ventilare questo tipo di interventi poteva spalancare molte porte e, di fatto, consentirgli di infiltrarsi nel pacchetto azionario. Una volta all’interno, si sarebbe mosso con la rapidità e la determinazione di un cobra, acquisendo in breve tempo il controllo nella società. La Water Enterprise era pronta a sopravvalutare le azioni che acquistava e qualsiasi venditore, alla fine, era soddisfatto per aver concluso un buon affare, anche se la transazione era un percorso forzato. Come estremo rimedio, nei confronti dei più irriducibili, c’erano sempre le minacce personali e l’omicidio. E quando Yasuo Maru desiderava qualche cosa, nulla e nessuno potevano impedirgli di averla. Sembrava esserne perfettamente a conoscenza l’uomo che stava dinanzi a lui. Malgrado il suo aspetto inquietante, si rivolgeva a Yasuo con toni molto reverenti e ossequiosi. La discussione in corso doveva apparire come un normale colloquio tra due uomini d’affari, ed era certo di affari che stavano parlando. Kuniko Sagashi era ufficialmente una studentessa all’ultimo anno di ingegneria. Era stata arruolata dal Mossad circa tre anni prima, quando aveva creduto che un giovane addetto dell’ambasciata israeliana a Tokyo sarebbe stato l’uomo della sua vita. La loro storia era finita da sei mesi in maniera del tutto indolore, ma lei era rimasta nei servizi segreti israeliani, particolarmente interessati — soprattutto nei paesi in cui scarseggiavano — a reclutare insospettabili collaboratori e agenti locali. Kuniko non era molto alta, ma ben proporzionata e piacente. Gli occhi a mandorla spiccavano su un viso aggraziato, dall’espressione intelligente e pronta. Era difficile immaginare che facesse parte di uno tra i più efficienti servizi segreti del mondo. Per quanto le era parso di capire, l’ordine di sorvegliare gli affari di Yasuo Maru, l’incarico più importante che le era stato affidato, era venuto dall’alto. La ragazza si stava incamminando verso il grattacielo della Water Enterprise per il suo primo giorno di lavoro presso il colosso mondiale delle forniture idriche, a capo del quale c’era Yasuo Maru, il Signore delle Acque. In quello stesso istante, Yasuo Maru stava fissando negli occhi il suo interlocutore. «Percorrere strade al di fuori della legalità deve servire ad accumulare i capitali necessari per avviare oneste e redditizie attività. La società che ho creato opera nel campo più ‘pulito’ che esista», e Yasuo sottolineò le sue parole con uno sguardo capace di raggelare chiunque. «Di fatto, a oggi, la Water Enterprise controlla circa il venti per cento di tutte le forniture idriche del pianeta e sarebbero davvero in pochi quei coraggiosi che oserebbero venirmi a cercare, accusandomi di essere un membro della criminalità. Ho amici ovunque, persino nelle stanze dei bottoni della Casa Bianca. Mi sarebbe sufficiente una telefonata per mettere chiunque in ginocchio. Yasuo Maru, da quando era uscito dall’università di Cambridge con una laurea in economia, aveva impegnato la maggior parte delle sue energie nella costruzione di un vero e proprio colosso multinazionale. Era una persona elegante, colta e spietata. I suoi genitori erano stati falciati da una raffica di mitra quando era ancora un bambino. Della sua educazione si era occupato, come la tradizione voleva, il capo della Quando Kodama era morto nel 1981, e Maru gli era succeduto, nessuno aveva messo in dubbio che quella carica gli spettasse di diritto. Kuniko sedette nella poltroncina ergonomica dietro la grande scrivania in mogano dalla forma semicircolare. Una delle quattro ragazze della reception l’avrebbe seguita costantemente, affiancandola, nel corso di tutta la prima settimana di lavoro. Kuniko era comunque una giovane molto attenta e dimostrava di saper apprendere in breve tempo. Yasuo Maru si dondolò per un istante sulla poltrona dietro la sua scrivania. Nella parete alle sue spalle risaltava il dipinto di un maestro olandese che, qualche anno prima, così riportavano le cronache, era stato aggiudicato durante un’asta a New York per la cifra record di novanta milioni di dollari a un anonimo magnate giapponese. L’uomo che gli stava di fronte aprì un borsone di pelle e ne estrasse alcuni oggetti avvolti in una semplice carta da pacchi. Li posò sulla scrivania di fronte al Signore delle Acque. «Conoscendo la tua passione per l’antichità, mi sono permesso di farti un omaggio del tutto speciale, Yasuo», disse, indicando i tre involucri. Maru riuscì a nascondere la sua curiosità. Prese il più grande dei pacchi e cominciò a scartarlo. La fattura della piccola statua raffigurante una fanciulla non era poi tanto pregevole, ma la datazione era certamente di epoca imperiale romana. Il secondo oggetto era una pisside in oro, un tempo ornata di perle e gemme preziose. Aveva un inestimabile valore e risaliva, come il manufatto precedente, all’epoca dell’antica Roma. Il terzo involucro era più piccolo degli altri due. Al suo interno si trovava un anello d’oro con una pietra incisa sulla quale erano raffigurate figure mitologiche. Yasuo trasalì in preda a una sensazione che gli era difficile definire: era come se uno di quegli oggetti, o forse l’insieme di essi, emettesse un messaggio particolare. Ma la sua mente stentava ancora a decifrarlo. L’interlocutore di Maru sorrise, osservando la soddisfazione affiorare negli occhi di Yasuo. «Questi reperti costituivano il tesoro di un antenato di un Così dicendo, l’uomo si inchinò con devozione e se ne andò. Rimasto solo, il Signore delle Acque non poté più trattenere l’eccitazione. Era un vero e proprio tremito quello che gli percorreva le mani mentre osservava la pisside d’oro. La contemplò a lungo, accarezzando con dolcezza i sobri motivi geometrici, i rilievi finemente cesellati. Yasuo posò i tre reperti al centro della scrivania e prese da uno scaffale alcuni libri rilegati in pelle, contenenti le opere degli storici di Roma antica. Andò quasi a colpo sicuro, ma, mentre cercava notizie sulla pisside, s’imbatté in alcuni scritti che riguardavano invece l’anello, come scoprì, dedicato a Proserpina. Con trepidazione, tradusse dal testo latino delle Già… Sporo… Lo sfortunato giovane che Nerone volle sposare perché gli ricordava l’amata Poppea. Yasuo sorrise compiaciuto: era soddisfatto ogni volta che metteva alla prova il suo straordinario bagaglio di cultura classica. Fu solo un istante di distrazione, poi gli occhi sottili del Signore delle Acque corsero nuovamente tra le righe stampate, nella febbrile ricerca di oggetti appartenuti a Nerone e illustrati dai testi di Svetonio, Tacito e Plinio il Vecchio. Compilò quindi un elenco di quei preziosi e singolari reperti appartenuti all’imperatore romano: reti da pesca d’oro, zoccoli d’argento, maschere da teatro, scettri tempestati di gemme, un bracciale d’oro e pelle di serpente, dono della madre Agrippina. L’attenzione di Yasuo si soffermò in particolare su una pisside d’oro adorna di perle, contenente la prima barba di Nerone e offerta come dono votivo in Campidoglio, e su una statuetta di vergine che, ricevuta come omaggio da uno sconosciuto, era adorata dall’imperatore al pari di una dea. Gli occhi di Yasuo si posarono sui tre manufatti al centro della scrivania. Ormai era certo delle loro origini. Kuniko osservò con attenzione la persona che, uscita dall’ascensore riservato all’ufficio del presidente, fu circondata da alcune guardie del corpo che aspettavano nell’atrio e, sotto scorta, venne fatta salire su una berlina scura in attesa davanti al palazzo. Non aveva dubbi: si trattava di Oda Yoshiro, l’ |
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