"Le pietre della Luna" - читать интересную книгу автора (Buticchi Marco)

PARTE PRIMA TERRA Le radici

1.

Regione Rezia. Confine nordorientale dell’impero romano.

Anno 823 dalla Fondazione di Roma.

[70 d.C. (N.D.T.)]


Chi non ha mai conosciuto il clamore della battaglia non può nemmeno immaginare le sensazioni dei combattenti: l’intensità del pensiero, che quasi si materializza e prende forma tra i fumi dell’atmosfera irreale e caotica che precede lo scontro. La paura di morire, certo, anche quella. Ma, per contro, il desiderio di sopraffare, di vincere, di uccidere il nemico.

Ci eravamo fronteggiati per tre giorni senza che nessuno dei due eserciti accennasse ad assumere uno schieramento definito, ognuno sui due versanti della valle del Reno. Ormai le formazioni si trovavano a poche centinaia di cubiti l’una dall’altra, pronte all’attacco. I germani erano forse in numero inferiore ai dodicimila uomini della legione, ma non per questo da sottovalutare: sono un popolo guerriero, che sa combattere con una ferocia senza pari.

Controllai i legacci che mi assicuravano alla schiena la faretra con i sette giavellotti. Da lontano sentivo arrivare lo scalpiccio della cavalleria e i nitriti inquieti degli animali. Sapevo per esperienza che erano i rumori cui dovevo prestare la massima attenzione: compito delle nostre squadre era balzare fuori dallo schieramento prima che le formazioni venissero a contatto e, di concerto con la cavalleria, produrre una prima azione di disturbo. L’unico segnale, per i quindici uomini che comandavo, sarebbe stato il tuonare del galoppo.

La pelle di lupo mi scendeva lungo la schiena, le fauci spalancate dell’animale sovrastavano minacciose la mia fronte. Lo squillo di tromba scosse tutti da un apparente torpore. Muovemmo quasi all’unisono, lasciando aperti pochissimi varchi tra gli scudi e le lance della prima linea.

Ormai distinguevo perfettamente il nemico, vedevo il balenare sinistro delle armi, i visi feroci, gli occhi… Ecco arrivato il momento: vedevamo lo scuro delle pupille, dovevamo attaccare! Fu sufficiente un cenno: sgusciammo agili tra gli scudi dei nostri e ci scagliammo in avanti, bilanciando nelle mani il primo dei giavellotti. Qualcuno dei legionari urlava, forse per farsi coraggio; io preferivo mantenere il controllo della mente. Calcolai la distanza e identificai il mio bersaglio: un barbaro dai lunghi capelli. Inarcai la schiena e lasciai partire il pilum. Non potevo rimanere fermo a controllare l’esito del lancio: dovevo scoccare i giavellotti prima che il nemico ci fosse addosso o prima che le avanguardie della legione ci sopravanzassero. Finita la nostra azione saremmo stati risucchiati all’interno dello schieramento, pronti a sguainare la spada.

Una volta riguadagnata la nostra postazione alle spalle degli astati, non ci fu quasi il tempo di riprendere fiato. Immediato e formidabile sentii arrivare l’urlo dei guerrieri, seguito dal cozzo delle armi. Vidi le spalle dei legionari della prima linea contrarsi per reggere lo scontro, pochi passi dinanzi a me. Sguainai la corta spada e mi preparai a combattere.


La battaglia era cominciata da poco, e ancora nessuno dei due eserciti aveva abbandonato lo schieramento originario; lo spostarsi avanti e indietro per pochi passi delle due avanguardie assomigliava all’onda senza fine di un mare in tempesta. Sentii passare di bocca in bocca un urlo: «Hanno sfondato, sulla destra». Sapevo quale pericolo si celasse in quella frase. Voltatomi istintivamente, vidi che una parte dei nostri guerrieri sbandava senza ordine, costretta alla ritirata da un centinaio di barbari. Ordinai ai miei di seguirmi: dovevamo assolutamente tentare di chiudere quel varco e interrompere la penetrazione tra le nostre linee. Cogliemmo i nemici alle spalle; davanti a noi l’avanguardia della legione si richiuse ermeticamente, imprigionando il manipolo di germani in un tranello mortale.

Combattevo con impeto e con una straordinaria lucidità di mente. Più volte mi trovai a tu per tu con il nemico e ingaggiai feroci corpo a corpo, avendo sempre la meglio. La cosa che maggiormente mi esaltava, più che uccidere, era guardare negli occhi lo sfidante, riconoscervi la paura dopo i primi colpi di gladio e infine vederlo fuggire disperatamente. Spettacolo non frequente, con i germani: erano uomini votati alla morte, per niente al mondo propensi a ritirarsi se avevano ingaggiato un duello.

Lo scontro si protraeva ormai da parecchio tempo, e il compatto fronte iniziale si era frantumato in diversi focolai di battaglia. La legione stava avendo la meglio. Le frecce incendiarie degli arcieri avevano disseminato il campo di piccoli fuochi, che arrivavano spesso a piantare le loro radici nel costato di un guerriero.

Riconobbi a poca distanza da me il nostro generale Publio Marzio. Montava uno stallone nero come la notte. Lo vidi lanciarsi tra una selva di uomini spronando l’animale. Per un attimo scomparve, poi la sua figura si stagliò netta, la spada animosamente in pugno, le ginocchia serrate sui fianchi del cavallo. Lo osservai menare fendenti poderosi; sembrava persino, pur da quella distanza, di sentire il sibilo della lama. Distolsi lo sguardo dal nostro tribuno e lo rivolsi alla collina, da dove, davanti alla sua tenda, attorniato da strateghi e guardie personali, il legato imperiale ci stava osservando.

Ma il vero condottiero di tutti noi era Marzio; era lui a darci l’esempio con il suo comportamento. Sapevo che schemi e tattiche da noi adottati in battaglia erano frutto della sua mente. Il legato Cestio era soprattutto una figura simbolica, un buon padre di nobile famiglia, inviato a compiere la carriera d’obbligo presso una legione ai margini estremi dell’impero. Tornai a guardare in direzione del tribuno. Un movimento alle sue spalle attrasse la mia attenzione. Con grande preoccupazione mi accorsi che un barbaro stava correndo verso di lui; di lì a qualche istante gli sarebbe stato addosso da tergo.

Mi era rimasto un solo giavellotto, ma mi sarebbe comunque mancato il tempo per un altro lancio. Lo presi dalla faretra, era il più pesante: la gittata sarebbe forse stata inferiore, ma un giavellotto pesante garantisce una precisione maggiore e può essere letale in qualsiasi parte del corpo colpisca. Mossi la spalla destra, caricando il braccio. Feci tre passi veloci in avanti, prendendo la mira, e inarcai il corpo come un arco di legno di sandalo. Il giavellotto sibilò nell’aria, passandomi accanto all’orecchio, poi iniziò la sua parabola in direzione del nemico. Non lo persi mai di vista; lo vidi ridiscendere con la precisione del falco. Incontrò il corpo del germano a pochi passi dal cavallo del mio signore. Il barbaro sembrò incespicare.

Vidi la punta di ferro trapassargli la coscia in una parte non coperta dal corto gonnellino di maglia. Cadde, lasciandosi sfuggire un urlo di rabbia più che di dolore. Soltanto in quel momento Marzio sembrò accorgersi dello scampato pericolo. Osservò un attimo l’uomo che si dibatteva a terra, con l’asta che trapassava una gamba conficcandosi nell’altra. Io ero lontano, come affascinato da quel volo magico, quasi non del tutto cosciente del fatto che a guidare l’arma era stata la mia mano. Ma mi sembrò che Marzio sollevasse lo sguardo verso me, riconobbi distintamente un accenno di sorriso sulle sue labbra e un leggero movimento della testa. Poi la mente mi si annebbiò. Ero stato colpito. Non ebbi tempo di provare dolore: l’attimo fu comunque sufficiente a farmi intravedere la soglia della morte.


Mi risvegliai in un giaciglio dell’ospedale del fortilizio. Il dolore alla testa era insopportabile. Il volto bruno del giovane medico che mi stava davanti emerse da un vago alone di foschia.

«Ben tornato dal viaggio nell’Averno, legionario. Hai passato tre giorni e tre notti nel regno dei morti. È stato il tribuno Marzio a dare l’ordine di portarti qui, sebbene le tue condizioni sembrassero disperate.» I modi effeminati non avrebbero mai potuto fare di lui un buon soldato ma, in quanto esperto di ferite e cure, il giovane egizio sembrava sapere il fatto suo. Mi spiegò di avere appreso che un nemico mi aveva assalito alle spalle. «Devi la vita a questa vecchia pelle di lupo», continuò, mostrandomela. Presi dalle sue mani il fedele paramento: la testa dell’animale, proprio nel punto in cui la calotta cranica non era stata rimossa per dare un aspetto più realistico alle fauci, presentava una profonda fenditura. L’osso frontale era del tutto sbriciolato.

«Marzio», continuò l’egizio, «ha chiesto di essere costantemente informato sul tuo stato. Devo correre ad avvertire una delle sue guardie che ti sei finalmente svegliato!» Non mi diede il tempo di ribattere — forse non ne avrei nemmeno avuto la forza — e scappò via. I lamenti dei miei compagni d’armi mi costrinsero a guardarmi attorno. Ero circondato da feriti, molti dei quali adagiati per terra. Lo spettacolo riuscì a incutermi lo stesso senso di angoscia che si prova su un campo dove si è appena conclusa una cruenta battaglia.

Fui costretto a chiudere di nuovo gli occhi. Ero mortalmente stanco, il dolore sembrava comprimermi in una morsa le ossa della testa.

Credo fosse trascorso poco tempo quando una voce pacata e cordiale mi ridestò da quello stato di torpore. Vidi Publio Marzio ai piedi del mio giaciglio, notai l’espressione compiaciuta del suo viso.

«Sei di tempra rocciosa, legionario», disse. «Non avevo dubbi circa la tua guarigione. Come ti chiami?»

«Sono Giunio, signore, Giunio della città di Luna.»

«Sono debitore della vita», riprese Marzio, rivolto al suo seguito e alla piccola folla di convalescenti che stavano seguendo in un silenzio religioso le sue parole, «a questo valoroso soldato. Devo al suo tempismo e alla sua precisione di tiratore se sono ancora il vostro comandante. Per salvare me, ha messo a repentaglio la vita. Dispongo che tu venga promosso al grado di centurione, Giunio della città di Luna. Ti aspetto nel mio alloggio, non appena ti sarai rimesso del tutto.»

Nonostante il ronzio che continuavo a sentire negli orecchi, fui pervaso da un moto di orgoglio e soddisfazione. Le promozioni sul campo erano ormai una leggenda dei tempi delle grandi conquiste imperiali. Il nostro compito si limitava a difendere i confini della romanità, senza troppo concedere alle espansioni né di conseguenza — ciò che più contava — al bottino. Il Reno sembrava diventato il limite invalicabile dei territori dell’impero fin dai tempi di Augusto. Certo, i germani e le altre bellicose popolazioni barbare continuavano a costituire una minaccia, ma, in confronto alle grandi battaglie del passato, le nostre si potevano considerare secondarie scaramucce di confine.

Sarei diventato comandante di una centuria, avrei goduto del privilegio di combattere a cavallo. Ero fermamente convinto che, nonostante la mia giovane età, l’esperienza accumulata mi avrebbe consentito di dimostrarmi un ottimo ufficiale.


Roma odierna.


Sara scosse la testa, stringendo distrattamente una matita tra i denti. Era perplessa. Per la prima volta in vita sua, almeno da quanto ricordava, aveva avuto una notte difficile, tormentata. Aveva sì dormito, ma il suo sonno era stato agitato da sogni di guerrieri, battaglie, epiche gesta, sangue. In ciascuna di esse, nitidissima, perfettamente stagliata sul brulicare di corpi avvinghiati nel combattimento, si levava alta la figura di Giunio. Svegliatasi di buon mattino, in preda a un’agitazione del tutto ignota, si era accorta di avere un solo pensiero. Correre al più presto al suo laboratorio e riprendere il lavoro di trascrizione. Che cos’era successo, ancora, a Giunio e al suo mondo di antichi romani?

Quindi eccola lì, nel silenzio totale dei laboratori ancora deserti, seduta davanti allo schermo del computer. Già il sofisticatissimo scanner aveva interpretato a suo beneficio molte altre sbiadite e collose pagine del primo dei quattro volumi antichi in cui erano state trascritte in italo-spagnolo le gesta del legionario. Nella vicenda entrava in scena un nuovo personaggio, evidentemente destinato ad assumere una notevole importanza.

«Ahi ahi!» ridacchiò tra sé. «Cherchez la femme!» e si sfregò le mani. Le imprese di Giunio della città di Luna si stavano rivelando un vero e proprio romanzo d’avventura. Chissà che cosa intendeva il buon Oswald Breil, dannato omino, ovunque fosse e qualsiasi cosa stesse facendo, quando le aveva comunicato così seccamente che prima di tutto aveva bisogno di *capire*. *Capire* che cosa? Vabbè: *riassumiamo*, si disse. E, caso mai, *integriamo* con giudizio. Ma prima di tutto passiamo alla terza persona. All’opera.

ANNO 821 DE LA FONDA~IONE, lesse sullo schermo. Aperto in un angolo un elementare programma di calcolo preparato da lei stessa la sera prima, procedette in una frazione di istante alla conversione della data: il 68 dopo Cristo.


Roma imperiale. Anno 821 dalla Fondazione.

[68 d.C. (N.D.T.)]


L’Aedes Vestae, il tempio dedicato a Vesta, era situata nel Foro; pochi passi separavano la struttura circolare del luogo sacro dall’Atrium Vestae, la dimora delle vestali. Secondo la tradizione, le candidate erano venti, tutte di famiglia libera, non segnate da difetti fisici e figlie di genitori viventi e non dediti a mestieri ignobili. Le più giovani avevano appena superato i sei anni, le più adulte non superavano i dieci. Clelia, che stava per compierli, era totalmente presa nel suo sacrale ruolo di vergine prescelta per il possibile servizio della dea.

Avrebbero potuto suscitare qualche sorriso intenerito, mentre incedevano con passo solenne, piccolo corteo più simile a una nutrita e compunta scolaresca femminile che a un gruppo di fanciulle elette. Ma, no, nessuno avrebbe mai potuto sorridere: il popolo riconosceva in loro la volontà divina; chi stazionava nei pressi del Foro osservava il loro corteggio con spirito di sacra venerazione.

I littori precedevano la processione. L’espressione del volto di Cornelia, la Vestale Massima, non poteva lasciare dubbi circa la severità dei suoi modi.

Clelia osservò il portale di bronzo spalancato. Spinse lo sguardo nel tempio sorretto da diciotto colonne poste in cerchio attorno al grande compluvio. Le fiamme del braciere erano alte e rosse, la luce che riflettevano sulle pareti di marmo bianco sapeva davvero infondere la sacra tranquillità familiare a cui il culto di Vesta era votato. Quel fuoco non doveva mai spegnersi, ma ardere perenne, quasi a illuminare la sconfinata maestà dell’impero. Se si spegneva, la sacerdotessa responsabile della terribile sventura veniva punita personalmente dal Pontefice Massimo con la sferza. Il fuoco veniva poi riacceso non già usando un fuoco preesistente, ma creandone uno nuovo e incontaminato con gli specchi ustori.


Novaesium. Valle del Reno.

Anno 825 dalla Fondazione di Roma.

[72 d.C. (N.D.T.)]


L’inverno calava spinto dai primi venti gelidi di Aquilone. Al loro seguito sarebbero venute le nevi a ricoprire ogni cosa e a rendere impossibile qualsiasi attività militare. Per le truppe era tempo di riparare gradualmente all’interno del campo stabile, nella bassa valle del fiume. I quattro manipoli si erano messi in marcia alle prime luci. La brezza gelida si incuneava vorticosa tra i passi montani, acquistando ancor più vigore prima di abbattersi sulle file dei legionari.

Il carro del legato Cestio era esattamente al centro dello schieramento, che marciava in formazione ordinata nonostante le asperità del sentiero. Giunio non si accorse subito del pericolo. La pioggia di dardi infuocati piombò su di loro senza preavviso, seminando morte e scompiglio. Gli uomini ruppero le file, cercando improbabili ripari nel terreno brullo e pianeggiante.

Giunio vide le due pariglie trascinare via il carro del legato; i cavalli correvano come impazziti, una scia di fumo bianco si disperdeva nell’aria al loro seguito. Finché il carro non avvampò in una fulminea fiammata, non consentendo scampo a nessuno degli occupanti. Giunio osservò impotente i loro corpi ardere come faci, più volte intravide figure umane torcersi avvolte dalle fiamme. Nessuno riuscì a intervenire.

Già il tribuno Marzio si aggirava sul campo dell’agguato, cercando di ripristinare con la sicura calma dei suoi ordini gli schieramenti, di organizzare le difese. I militi romani erano intrappolati nella gola, in completa balia degli arcieri germani che li tenevano sotto tiro da una posizione elevata.

Giunio alzò lo sguardo: riuscì a distinguere le traiettorie delle frecce infuocate e il punto da cui venivano scagliate, dall’alto degli speroni di roccia, due o trecento piedi sopra di loro. Valutò che i nemici non dovevano essere molti, al massimo una trentina, ma erano comunque riusciti a immobilizzare i romani e li stavano decimando. Quando Marzio gli si avvicinò, stava ancora osservando attentamente un canalone che saliva a perpendicolo, restringendosi in diversi punti. Dagli spazi pianeggianti, lungo la costa, in cui erano appostati, i germani non potevano tenere sotto controllo quella fenditura nel fianco della montagna.

«Cestio è morto, Giunio», lo informò il tribuno, con una voce capace di levarsi sopra le grida dei fanti, «e temo che presto molti di noi faranno la stessa fine. Dobbiamo a ogni costo respingere l’assalto.»

Preso da una repentina ispirazione, ma senza rinunciare al tono deferente, Giunio lo pregò di ordinare che venissero approntate due catapulte. Sapeva bene che i proiettili non avrebbero mai potuto raggiungere le alture da cui i germani li tenevano sotto tiro: la mossa non era che uno stratagemma per tenere concentrati gli assalitori su un bersaglio, mentre lui avrebbe tentato di scalare il canalone e di cogliere i nemici alle spalle.

Chiese il permesso di condurre con sé dieci arcieri siriaci e una ventina di uomini scelti tra i più agili e valorosi. Cominciarono a salire, aggrappandosi agli spuntoni di roccia e puntando i piedi sui provvidenziali sostegni offerti dal fianco della montagna. Le grida dei legionari in difficoltà arrivavano fino a loro distinte, stimolandoli ad attaccare la parete con ancor più veemente vigore.

Quando finalmente affrontarono l’ultimo tratto, avevano tutti le mani e le gambe escoriate e indolenzite. Il camino nella roccia era poco più largo delle loro spalle, ma, puntellandosi con i piedi su un versante e con la schiena su quello opposto, gli uomini erano riusciti a issarsi a due per volta. Raggiunta la meta, si raccolsero in una zona pianeggiante per organizzarsi.

Un’altura coperta di vegetazione impediva loro di vedere i germani, ma per fortuna lo stesso valeva per i nemici. Strisciarono nel silenzio più assoluto fino alla macchia di cespugli. Appena superato il crinale, Giunio avvistò i germani: almeno venticinque arcieri, disposti di spalle immediatamente sul ciglio del precipizio. Dietro a quelli erano appostati una decina di uomini, con il compito di intingere i dardi nella pece rovente e di incendiare le punte delle frecce incoccate nell’arco. Osservò i suoi siriaci che, con perfetta, silenziosa, ammirevole disciplina, si disponevano in linea. Vide le corde dei loro archi tendersi all’unisono. Le frecce avevano le piume della cocca disposte a spirale, in modo da imprimere un moto circolare al dardo. La penetrazione nell’aria diventava maggiore, con conseguente aumento della gittata e della precisione.

Attesero il segnale, immobili come cani che avessero fiutato la preda, quindi rilasciarono le corde, tese fino quasi a spezzarsi. Le dieci frecce raggiunsero i bersagli con precisione, sebbene i nemici si trovassero a una sessantina di passi. Vide molti dei germani cadere trafitti da tergo e gli altri chiaramente disorientati dall’attacco improvviso. Non diede loro il tempo di organizzarsi e, mentre i suoi arcieri si preparavano a un nuovo lancio, esortò gli assalitori all’attacco. Molti dei nemici non fecero quasi nemmeno in tempo a impugnare la spada.

Qualche istante più tardi si affacciavano vittoriosi sul bordo del precipizio. I legionari imprigionati nella valle li riconobbero, prorompendo in un liberatorio urlo di gioia e trionfo. Il giovane e ardito comandante avevo perso solamente due uomini, e altrettanti erano rimasti feriti in maniera lieve.

Scescero dalla vetta mentre il sole calava. Marzio venne loro incontro. A Giunio i suoi modi erano ormai ben noti: accadeva di rado che si lasciasse andare a frasi adulatorie o a celebrare i successi dei suoi uomini. Un suo sguardo era sufficiente a infondere esaltazione o, per converso, l’onta della punizione.

«Grazie, centurione Giunio!» furono le sole parole che disse. «A te e ai tuoi uomini.» Tanto bastava.

La notte fu trascorsa in un campo improvvisato, poco distante dalla gola dell’imboscata. Il giorno seguente, alle prime luci, la carovana riprese il cammino verso la cittadella militare. Marzio volle che il centurione lo raggiungesse alla testa della colonna; dopo la morte di Cestio, il comando era ormai di sua esclusiva pertinenza. Nell’animo di tutti albergava la certezza che sarebbe presto arrivata da Roma la sua nomina a legato dell’impero.


Roma imperiale. Anno 821 dalla Fondazione.

[68 d.C. (N.D.T.)]


Trascorsi alcuni mesi, Clelia aveva visto perlomeno appannarsi gli entusiasmi dei primi tempi. Le giornate delle aspiranti erano piatte e monotone. Concluse le abluzioni obbligatorie e l’istruzione mattutina, cominciavano le ormai abituali operazioni sacre, sempre uguali, ripetitive, scandite dalla disciplina di ferro e dagli aspri rimbrotti dell’inflessibile Cornelia cui erano affidate. In pratica le giovani avevano tutti gli obblighi di una vera sacerdotessa, non ricevendo in cambio alcuno dei molti privilegi a esse riservati.

Spesso era lo stesso Protomagister, incaricato dall’imperatore di sostituirlo nella funzione di Pontefice Massimo, a tenere loro le lezioni di pratica religiosa o di comportamento. Ed era stato proprio durante uno dei suoi lunghi e rauchi sermoni che Clelia, per vincere il tedio, aveva cominciato a interrogare i propri sentimenti, rendendosi conto che una parte di vita le era sfuggita via senza che nemmeno se ne accorgesse: una piccola fetta di esistenza dopo i candidi giochi della prima infanzia. Si era imposta con fermezza di non ripercorrere mentalmente il passato, di non recriminare. Ma ormai si era resa conto con terrore che il futuro, nella migliore delle ipotesi, non poteva riservarle attimi, ore, giorni, mesi, anni diversi da quelli che stava vivendo.

La pubertà stava arrivando precocemente, il corpo stava assumendo le prime rotondità, i pensieri prendevano sempre maggiore spessore e concretezza. La bambina aveva una mente aperta e intelligente, pronta a imparare. Proprio per questo, forse, la Vestale Massima aveva provato fin dai primi giorni una sorta di malcelata avversione epidermica nei suoi confronti; per converso, le capacità di apprendimento della giovanissima candidata non cessavano di suscitare in lei un’acre meraviglia. Malgrado il carattere per niente remissivo, a tratti persino quasi riottoso, Clelia era una delle allieve più versate nello studio delle materie canoniche.

Le aspiranti vivevano in una residenza immediatamente a ridosso dell’Atrium Vestae. Gaia, la compagna di camera di Clelia, era una ragazza vivace e dal sorriso gentile. Tra le due bambine era nata fin dai primissimi giorni un’amicizia profonda e indissolubile.


Novaesium. Anno 827 dalla Fondazione di Roma.

[74 d.C. (N.D.T.)]


L’accampamento permanente era una sorta di piccola città funzionale e autosufficiente, dotata di officine, mercato, ospedale e luoghi di culto. Le camerate dei legionari ospitavano otto uomini ciascuna, con il loro nutrito equipaggiamento personale: nel corso degli spostamenti tattici, ogni legionario doveva trasportare a spalla quasi la metà del suo peso.

Erano probabilmente le sue origini di legionario a indurre Giunio a una visione più dinamica delle tattiche di combattimento e, di conseguenza, alla ferma convinzione che quel fardello costituisse un grave impedimento. Era giovane e si considerava beneficato dal dio della buona sorte, perciò non osava ancora dare spavaldamente voce alle proprie convinzioni, ma mordeva il freno: ardeva dal desiderio di farlo e sapeva che, non appena gli si fosse presentata l’occasione, sarebbe stata la sua stessa irruenza giovanile a imporglielo.

La maggior parte degli edifici erano riscaldati, compresi i dormitori della truppa, disposti in modo che ciascun blocco di isolati ospitasse due centurie. Gli alloggi dei centurioni erano situati alle estremità di ciascun blocco. Nel corso di quegli anni, Giunio aveva guadagnato altre due piccole onorificenze, ma quel che più contava, e lo riempiva di orgoglio, era il fatto che Marzio si fermava spesso a parlare con lui di tattiche e strategie. Spesso la parola del giovane centurione era ascoltata al pari di quella di un tribuno, sebbene il suo grado fosse quello di un ufficiale inferiore.

Una guardia venne a chiamarlo mentre si addestrava nel percorso d’equitazione. Marzio lo aspettava nei suoi alloggi. La nomina a legato gli era arrivata a soli pochi mesi dall’imboscata in cui era rimasto ucciso Cestio.

Gli alloggi del comandante erano collocati esattamente al centro dell’accampamento fortificato. Quattro guardie presidiavano costantemente le due palazzine del quartier generale. All’interno degli edifici si trovava il forziere nel quale era custodito il bottino di guerra. Un convoglio era incaricato di condurre periodicamente a Roma le ricchezze che i suoi combattenti riuscivano a catturare al nemico.

Marzio era in piedi davanti al tavolo. Con lui c’erano quattro dei cinque tribuni. «Tribuni», annunciò, «questo è il comandante della sesta coorte, il centurione Giunio.» Il giovane ufficiale salutò militarmente i superiori.

Marzio riprese subito a parlare, e soltanto in quel momento Giunio si rese conto di essere stato invitato a prendere parte a una riunione dello stato maggiore.

«I rigori dell’inverno si stanno attenuando», disse il generale, spostandosi verso un modello in terra argillosa che rappresentava con buona fedeltà il territorio dove erano stanziate le truppe romane. «Sarà quindi bene scrollare di dosso a noi stessi e ai nostri soldati il torpore di sapersi al sicuro nella città militare. Tra breve riprenderemo gli addestramenti. È inutile che mi soffermi a sottolineare l’importanza della nostra missione: nessuno è mai riuscito a varcare il Reno in maniera definitiva e ad annientare la minaccia dei germani. Ci aspettano battaglie difficili, ma il compito che ci ha affidato l’impero è arrivare dove altri non sono mai arrivati.» Quindi, indicando a una a una le località sulle montagnole d’argilla, Marzio cominciò a descrivere i luoghi ove si sarebbe accampata la legione e le valli che avrebbero potuto essere teatro degli scontri, sottolineando vantaggi e difetti di questo o quel terreno.

Il generale fece una pausa e chiese se qualcuno dei suoi collaboratori volesse prendere la parola. Giunio capì che il suo gesto rischiava di apparire irriverente ai patrizi gratificati del grado di tribuno militare, ma, non potendo trattenere la sua esuberanza giovanile, cercò di porvi rimedio esordendo: «Mi scuso con voi, nobili ufficiali, se, pur nella precisa coscienza di essere il più basso in grado, tenterò ugualmente di esprimere un mio parere. Forse, a indurmi alla visione personale che sto per esporvi, sono proprio le mie origini e l’abitudine a colpire con la massima velocità per poi ritirarmi nelle retrovie».

Così detto, fece una pausa, accorgendosi tuttavia che i superiori lo stavano ascoltando con attenzione. «La legione», riprese, «è lenta, generale. Gli uomini marciano piegati sotto il carico dei loro impedimenta, tanto da essersi meritati, come certamente sapete tutti, il soprannome di Muli di Mario, dal console che, duecento anni or sono, ha provveduto a riformare i ranghi militari. Da allora, poche cose sono cambiate, se si eccettuano le modifiche apportate da Augusto alla tecnica di battaglia. I nostri uomini si muovono con lentezza, arrivano stremati alla fine delle marce, affaticati dal peso delle salmerie e dell’attrezzatura da campo.»

Intervenne Sestilio, il tribuno che aveva raggiunto la legione quasi contemporaneamente alla promozione di Marzio. Il tono con cui si rivolse al giovane ufficiale, se non proprio di disprezzo, era perlomeno di sufficienza: «E tu che cosa proporresti, centurione? Che gli uomini marcino scalzi e disarmati per essere più agili?» Gli altri sorrisero, seppure con toni diversi, ma un perentorio gesto del generale incoraggiò Giunio a continuare.

«No, tribuno Sestilio», osservò, chiedendosi intanto come avrebbe potuto il fisico di quel cittadino azzimato — inviato all’estremo fronte dell’impero per semplici motivi di carriera e di equilibrio politico — affrontare le fatiche e le angustie cui erano costretti i soldati. «No, non arriverei mai a tanto. Quello che sostengo ha radici nell’esperienza che ho vissuto sul campo, più che nei trattati di tattica militare. Ricordi, legato Marzio, quando i germani ci hanno teso quell’imboscata, lo scorso autunno? Ricordi quanti dei centotrenta uomini che abbiamo lasciato sul terreno indossavano ancora lo zaino e gli altri fardelli?»

Il generale annuì e lui continuò di getto, rinfrancato: «La nostra legione è forte di un numero doppio di uomini rispetto alla norma, proprio perché ha il compito di presidiare un territorio difficile e un nemico insidioso. I veri addetti alla logistica sono soltanto i vivandieri e i cuochi. La quasi totalità delle altre operazioni sono affidate ai legionari, che si adattano alle esigenze più disparate, costretti a lasciare quasi all’ultimo posto quella che invece dovrebbe essere assolutamente primaria: la difesa dei sacri confini della patria romana. Chiedo, dunque: perché non potenziare progressivamente il settore logistico, lasciando ai soldati il solo compito di combattere? Il trasporto di quanto è necessario per erigere palizzate e accampamenti, sia cura di reparti specializzati».

Marzio ascoltava con espressione intenta, due dei tribuni stavano dimostrando un vivo interesse. Non così Sestilio, che prese di nuovo la parola. «Bene, così noi ufficiali di grado superiore stiamo qui a farci impartire lezioni da un semplice centurione, un giovane presuntuoso, convinto di poterci indottrinare sulle sue personalissime visioni delle tattiche militari, dimenticando il fatto per lui trascurabile che è proprio grazie a un assetto collaudato nei decenni che l’esercito di Roma ha conquistato il mondo. Non dire eresie, centurione Giunio, e controlla le tue parole.»

Giunio non era abituato a simili modi. Aveva semplicemente espresso un suo punto di vista, non capiva il motivo di tanta sufficienza. Mantenne comunque la calma e riprese: «Non giudicarmi avventato o, peggio, uno smidollato, nobile Sestilio, ma è mia precisa convinzione che un’armata più dinamica e leggera sarebbe capace di portarci a quel risultato a cui aneliamo ormai da molti decenni. La legione si muove come un elefante in catene: ha forza e velocità, nonostante la mole, ma le catene ne limitano i movimenti».

«Dicci, centurione, illuminaci. Siamo tutto orecchi», ribatté Sestilio in un tono fattosi sprezzante.

Imperturbabile, Giunio si rivolse direttamente al comandante: «Marzio», riprese, «chiedo che mi venga affidato un contingente di trecento uomini scelti, insieme con l’autorità di potermi muovere al di fuori degli schieramenti della legione».

Fu con un autentico tuffo al cuore che vide il legato chinare la testa in cenno di assenso. Qualcosa di molto simile a un brivido gli corse nella spina dorsale: non poteva, non doveva fallire la prova.


Le sortite cominciarono a essere intensificate ai primi segni del disgelo. Quando venne approntato l’accampamento estivo e cominciarono i preparativi per le estenuanti manovre di contrapposizione all’esercito nemico, i suoi uomini erano ormai perfettamente addestrati. Giunio aspettava con dissimulata ansia il momento del primo scontro.

I trecento uomini ai suoi ordini avevano lasciato lo schieramento della legione la sera prima. Adesso, distanti quasi mille passi dal terreno della battaglia, potevano sembrare un semplice drappello della retroguardia.

Erano lì quando gli squilli di tromba diffusero nella valle il segnale della battaglia. Ma non era ancora il momento di agire. Il centurione segnalò silenziosamente agli uomini di aspettare, prima di procedere alla mossa accuratamente studiata, piombando sul fianco del nemico. Dopo qualche lungo minuto, valutato che fosse giunto il momento, alzò il braccio. I trecento uomini scattarono come un unico corpo perfettamente coordinato, agile, inarrestabile, letale. L’impatto, tanto più tremendo in quanto imprevisto, fece vacillare lo schieramento dei germani di quel tanto che bastava per romperne il fronte.


La strada per la conquista della Germania si aprì con quella prima, fulminea e schiacciante vittoria.

«Se devo essere sincero», continuava Giunio nelle sue memorie trascritte in italiano spagnoleggiante, «non so quale sia stato il preciso contributo dato al successo dalla manovra del mio contingente. Ricordo soltanto che Marzio mi mandò a chiamare, in un raro momento di pausa tra le battaglie che si susseguivano ininterrotte a mano a mano che avanzavamo. Sembrava che nessuno fosse in grado di opporci resistenza.»

«Siediti, Giunio», gli disse il generale, non appena fu entrato nella sua tenda. Quindi, invitati con un gesto pacato ma perentorio i presenti a lasciarli soli, riprese: «Ho deciso che d’ora in avanti tu debba partecipare a tutte le riunioni dello stato maggiore. È giusto».

«Generale», si schermì il giovane, «il grado che porto non consente un simile privilegio. Sai bene quanto non sia facile per un ufficiale inferiore godere della fiducia di un tribuno o anche soltanto essere ascoltato da lui!» Non era falsa modestia. Giunio sapeva perfettamente che più di uno dei suoi diretti superiori avrebbe osteggiato una qualsiasi presenza estranea nella loro cerchia, e di conseguenza fatto di tutto per rendergli difficile la vita, se non impossibile.

«Voglio parlarti con estrema sincerità, Giunio. Sono diversi anni che sei ai miei ordini. Ti ho osservato, ho avuto modo di apprezzare i tuoi progressi, la tua costanza e il tuo valore. Sai, invece, a chi sono di fatto affidati i nostri uomini?»

Fissò lo sguardo negli occhi del centurione, scosse la testa e riprese: «Lo sai come lo so io, è troppo tempo che vivi nelle tende militari e all’addiaccio, ma te lo ripeterò ugualmente. A cinque giovincelli patrizi, nominati tribuni militari sebbene non abbiano alcuna esperienza sul campo, con la testa piena di presunzione e unicamente in cerca della gloria che possa garantire loro un ruolo politico, tra un paio d’anni, una volta rientrati a Roma. Per questo sento la necessità di avere al mio fianco la tua esperienza e il tuo senso di responsabilità. Considera Sestilio, per esempio: tra meno di un anno rientrerà nella capitale per ricevere un incarico diplomatico, poi si stabilirà definitivamente a Roma, con la carica di magistrato se non addirittura di senatore. Che cosa vuoi che sappia della ferocia della guerra e dello sguardo micidiale del nemico? Quando mai li ha incontrati sul suo cammino?»

«Signore», replicò Giunio con imbarazzo, «non mi è certamente lecito confrontare le mie nozioni con quelle dei miei superiori. Ricopro questo grado soltanto grazie alla tua magnanimità.»

Marzio sollevò con impeto un braccio, quasi volesse scacciare un insetto fastidioso. «La tua preparazione, Giunio, è perlomeno pari a quella di qualsiasi altro dei miei collaboratori, e hai il vantaggio di essere più giovane di molti di loro. Del tuo coraggio non voglio nemmeno parlare. Certo, le origini nobiliari degli altri possono costituire una differenza, ma si tratta di una differenza apparente, non certo sostanziale; l’esperienza che hai fatto sul campo è più che sufficiente per pareggiare i conti.»

«La tua, generale, è la forza del nome che porti. Mentre le mie origini sono delle più modeste: ho visto la luce nelle terre dei liguri, non tra i fasti patrizi di Roma…» interloquì d’impulso il giovane centurione.

Il tono di Marzio cambiò. Il saggio generale assunse un tono a metà tra lo scherzoso e il minaccioso. «Giunio della città di Luna, non è lecito a un centurione interrompere il suo generale, e tanto meno cercare di contraddire le sue decisioni. Roma ha bisogno della tua esperienza. E il mio è un ordine.» Così detto, Marzio batté seccamente le mani due volte, facendo comparire come per incanto uno schiavo sulla soglia della tenda. Recava in mano calzari, elmo e corazza dorati. La toga candida era orlata di porpora, l’ornamento delle uniformi da parata degli alti ufficiali.

«Hai vissuto la gelida notte delle Alpi avendo come sola protezione la pelle di lupo che portavi sulla testa. Ti sei battuto con valore, contribuendo in maniera decisiva alla nostra avanzata. Da questo momento, per i tuoi meriti, decido che tu venga promosso al grado di tribuno militare.»

Il rimescolio nell’intimo di Giunio stava raggiungendo i limiti della tollerabilità. Il giovane stentava a credere a ciò che sentiva. Le sue gesta sul campo di battaglia erano già diventate una leggenda tra gli uomini della legione. Ma soltanto nei suoi sogni più segreti e non svelabili avrebbe potuto immaginare una simile gratificazione. Gli girava la testa, sentì le gambe diventare molli in un modo molto poco confacente a un militare. Qualche istante più tardi, chi lo vide farsi strada tra le tende dell’accampamento con la divisa da alto ufficiale tra le braccia e un sorriso trasognato dipinto in viso poté pensare che il valoroso centurione fosse uscito di senno.

Negli otto mesi che seguirono, i romani dilagarono nel territorio dei germani, e quell’inverno non rientrarono al campo stabile: proseguirono inarrestabili la conquista del nuovo territorio. Marzio vietava ogni forma di violenza gratuita contro la popolazione inerme: soltanto in pochi casi fu costretto a ordinare che qualche villaggio di nemici irriducibili venisse raso al suolo, facendone una terra desolata e inabitabile. Di fatto i suoi soldati agivano da testa di ponte dell’impero; spettava loro spianare la strada alla civiltà di Roma, con le sue leggi e il suo ordine.


Roma odierna.


Riassumiamo, riassumiamo, pensò Sara Terracini, accesa in volto, tempestando con rinnovata energia sulla tastiera. Ma un po’ le dispiaceva. Era la storia della sua Città Eterna che si dipanava nei fogli marcescenti, quasi illeggibili, che Toni Marradesi continuava a recuperare con impegno certosino e lo scanner elettronico a leggere con ostinazione implacabile. Avanti, avanti. Stranamente, quel giorno, Oswald Breil non si era ancora fatto vivo. Dov’era finito?

Le sofisticate apparecchiature dello scanner continuavano con delicatissima e silenziosa precisione a leggere le pagine incartapecorite e a interpretarle. Avanti, avanti.


Roma imperiale. Anno 821 dalla Fondazione.

[68 d.C. (N.D.T.)]


Clelia si svegliò di soprassalto, tirandosi a sedere di scatto sul letto. La sua mente era ancora scossa dall’incubo.

«Che cosa succede, Clelia?» le chiese, assonnata, la voce di Gaia dall’altro letto.

«Niente, ho solamente fatto un brutto sogno.»

Gaia ravvivò la lucerna e si sollevò sui gomiti: «Dev’essere stato un incubo terribile: urlavi di terrore».

«Ho sognato che ero stata condannata alla pena capitale e venivo condotta al Campo Scellerato da un drappello di guardie.»

«Non siamo ancora sacerdotesse e già temi la punizione estrema?» replicò l’altra. Quindi fece una pausa e continuò meditabonda: «È diverso tempo che ti vedo strana, Clelia, agitata, preoccupata. Che cosa ti turba? Vuoi che ne parliamo?»

«Ho paura, Gaia, ho paura di non riuscire a sopportare questa vita di clausura», rispose la giovane con spontanea sincerità.

«Non è facile per nessuno, amica mia, vivere in queste angustie, isolate, costrette alle ferree regole della Vestale Massima. Cerca di fartene una ragione: è il passaggio obbligato per diventare, domani, una delle sei sacre sacerdotesse.»

«È proprio questo, Gaia, che temo: non so se riuscirò mai a diventarlo. E non tanto per le probabilità del sorteggio, quanto piuttosto per i dubbi che mi sorgono dentro. Non so se riuscirò a sopportare quel genere di vita, l’intransigenza di quei princìpi.»

«I momenti di sconforto capitano a tutti…» provò a consolarla l’amica. Ma la convinzione era scarsa.

«Non si tratta soltanto di un momento», ribatté Clelia. «È diverso tempo, ormai, che mi interrogo su passato e presente, e che temo il futuro. Mi sembra che la nostra esistenza qui dentro sia da paragonare a quella di tanti infelici animali in gabbia. Mi ritrovo spesso a compiere i sacri uffici con gesti meccanici, senza nessuna convinzione.»


Novaesium. Anno 829 dalla Fondazione di Roma.

[76 d.C. (N.D.T.)]


Gli uomini del tribuno Giunio varcarono le mura del campo stabile alla testa della legione. Anche grazie al loro valore, la Germania era ormai da tre mesi, di fatto, una provincia dell’impero. I soldati agli ordini del legato Marzio erano riusciti dove tutti gli altri avevano fallito.

Giunio non avrebbe mai voluto rischiare l’accusa di peccare di superbia, ma nell’intimo aveva la certezza che i suoi suggerimenti avevano contribuito — mai si sarebbe azzardato a valutare in quale misura — a conferire allo schieramento e al morale degli uomini una parte dell’impeto ancora necessario per completare la conquista di Augusto.

Tutti gli occupanti della cittadella erano ad attenderli sulle mura, dai furieri alle meretrici cui spettava l’ambiguo ma prezioso compito di ritemprare lo spirito dei legionari. La festa sarebbe iniziata quella stessa sera, e chissà per quanto tempo sarebbe proseguita tra libagioni e canti.

Il messo imperiale li aspettava nei pressi del comando; li accolse con calorose parole di benvenuto. Marzio smontò da cavallo, scambiò alcune frasi di circostanza, quindi varcò la soglia della sua residenza, seguito dal messo.

Giunio raggiunse i suoi alloggi: dopo un anno trascorso sul campo, tra i sentieri infangati e i glaciali inverni del Nord, la muratura delle stanze riservate ai tribuni gli parve il concretizzarsi di un sogno.

Si spogliò della tenuta da viaggio, il tepore del riscaldamento ipocaustico sciolse le sue membra infreddolite. Comandò che gli venisse preparato un bagno caldo e assaporò finalmente i piaceri del meritato riposo. Dopo poche ore era già a rapporto dal suo generale. Ormai lo conosceva come conosceva se stesso: riconobbe immediatamente l’orgogliosa espressione del suo sguardo.

«Il messo imperiale è venuto a comunicare il mio trasferimento. Tra due mesi verrò sostituito da un altro legato.» Una notizia non certamente positiva per le sorti future di quel teatro di guerra. Giunio l’accolse in un silenzio più espressivo di molte parole. Aveva capito che il tono di Marzio riservava altre novità.

«Vengo richiamato a Roma, tribuno Giunio», riprese il legato, e le sue labbra si aprirono in un franco sorriso: «L’imperatore ha deciso di celebrare un trionfo in onore delle nostre imprese!»

Un trionfo, trasalì Giunio: il più alto riconoscimento dell’impero!

«Credo che questo», continuò il legato, «preluda alla fine della mia carriera militare e all’inizio di un impegno nuovo quanto affascinante.»

Lo smarrimento espresso dallo sguardo dell’interlocutore lo indusse a proseguire: «Volevo chiederti di seguirmi in questo mio viaggio, tribuno Giunio».

Lo smarrimento si convertì in tumultuosa confusione. «A Roma… Io… La richiesta mi riempie di onore, generale. Ma non posso esimermi dal chiedere a te e a me stesso: ne sono degno? Sarò in grado di esserti d’aiuto fuori del campo di battaglia? Sono un soldato, Marzio. Non so cosa saprei fare lontano dalle armi.»

«La tua sincerità ti fa onore, tribuno, ma il mio consiglio è di non sottovalutare le tue possibilità. In altre persone che ti conoscessero meno bene di me, inoltre, un simile atteggiamento potrebbe suscitare pericolosi equivoci. Sei giovane e valoroso, hai imparato a scrivere e a fare di conto, e l’acume dei tuoi suggerimenti ha contribuito alla nostra vittoria. Come hai saputo primeggiare sul terreno, così saprai distinguerti in ogni altro campo. Ne sono sicuro. La politica del più vasto impero mai conosciuto mi aspetta, e ti chiedo di affrontare al mio fianco questa nuova avventura.»

Marzio non dovette insistere ulteriormente: Giunio lo avrebbe seguito anche da solo contro un esercito di germani. E più che mai adesso, che gli chiedeva di diventare il suo uomo di fiducia. D’altra parte, come sapeva benissimo, ogni suo volere equivaleva a un ordine.


Roma imperiale. Anno 821 dalla Fondazione.

[68 d.C. (N.D.T.)]


Il sorteggio tra le aspiranti avveniva con largo anticipo sulla data dell’investitura. Il fato sceglieva le nuove sacerdotesse a gruppi di cinque, e nell’ordine del sorteggio esse subentravano alle altre quando un posto si rendeva vacante. Il Consiglio Pontificio era schierato al gran completo nel tempio di Vesta. Il Protomagister si erse in tutta la sua statura e diede solennemente inizio al sorteggio. Rappresentava la più alta carica religiosa di Roma, ai suoi fianchi avevano preso posto le vestali. Molte di loro mostravano i segni inesorabili del tempo. La Vestale Massima era invece rigidamente eretta accanto al Palladio, il sacro simulacro di Minerva che la leggenda voleva portato nei lidi laziali da Enea.

Il nome che Cornelia scandì con voce grave e perentoria in apertura della cerimonia fu quello di Gaia. Il Protomagister pronunciò in ieratici toni bassi la formula rituale della «cattura». «Te, Amata, capio…» disse: «Così io ti prendo, o Amata, come sacerdotessa vestale per celebrare i riti che una sacerdotessa vestale è giusto che celebri nell’interesse del popolo romano e dei Quiriti, essendo compiutamente idonea per la legge». E, afferrata la giovane per il braccio come una prigioniera di guerra, la condusse nell’angolo ritualmente preposto.

La cerimonia proseguì immediatamente. Il viso di Cornelia si torse in una smorfia, che nessuno poté tuttavia percepire nella penombra del tempio. Dopo un breve silenzio carico di significati imperscrutabili, la sua voce si incrinò leggermente nel pronunciare il nome successivo: «Clelia».

E anche la seconda nuova vestale fu «catturata», sotto lo sguardo commosso del padre, a cui il Protomagister la sottraeva per sempre. Per almeno trent’anni sua figlia sarebbe stata totalmente dedita a Vesta e alla verginità.

Clelia e Gaia erano ormai indissolubilmente unite nella sorte come nell’amicizia.


Novaesium. Anno 830 dalla Fondazione di Roma.

[77 d.C. (N.D.T.)]


Le procedure di affiancamento ai nuovi ufficiali superiori durarono quasi tutto l’inverno. Erano gli ultimi giorni di febbraio quando il legato e Giunio si accinsero a partire. Marzio aveva disposto che un contingente di trecento uomini li accompagnasse nel viaggio verso la capitale e aveva affidato al giovane tribuno il compito di comporre la coorte. I sette carri che trasportavano il tesoro conquistato ai germani potevano sicuramente costituire un validissimo motivo per spingere un gruppo di briganti ad attaccarli. La strada per Roma era lunga e pericolosa. Giunio andò a cercare a uno a uno i componenti del suo contingente scelto e concesse loro l’opportunità di far parte del corpo di spedizione. Nessuno di essi rifiutò l’onore. Rinunciavano alla maggiorazione di soldo destinata ai militari impegnati sul fronte, ma il miraggio del trionfo era tale da vincere ogni dubbio.

La legione fu schierata in ordine perfetto, appena fuori della cittadella. Gli scudi color sangue di bue formavano una linea interminabile. Le insegne dorate riflettevano in infiniti bagliori la luce del sole e il biancore dei campi ancora innevati. Giunio procedeva con cautela, controllando con attenta perizia il passo del cavallo: doveva non sopravanzare il generale, ma al tempo stesso mantenersi all’altezza del tribuno Sestilio, che procedeva al suo fianco. Al loro passaggio, centurioni e alfieri presentavano fieramente le armi. Raggiunto il centro dello schieramento, venne loro incontro il nuovo comandante con il corteggio degli alti ufficiali.

Con molti di essi Giunio aveva diviso le ansie della battaglia, il dolore delle ferite, le gioie della conquista. Al pensiero che stava abbandonando per sempre il furore dei combattimenti, l’odore della battaglia, provò una sensazione di vuoto. Il passo del suo cavallo rischiò per un istante di vacillare. Era giusta, la decisione che stava prendendo? Soltanto il tempo avrebbe potuto dirlo. Si erse fieramente in tutta la sua statura e proseguì oltre.

La cerimonia del passaggio delle consegne fu semplice. Quando fu conclusa, Marzio rivolse un’allocuzione agli uomini con cui aveva diviso il pane del guerriero. Un silenzio attento e carico di rispetto accompagnò le sue parole, pronunciate con voce sicura e stentorea in modo da farsi udire dal maggior numero possibile di militari, ma anche, forse, chissà, da dissimulare un’inevitabile punta di commozione.

«Uomini», disse, «eroi di Roma e della civiltà. L’imperatore mi chiama per tributarmi il più alto onore che possa essere riconosciuto a un soldato. Ho precisa coscienza del fatto che questa gratificazione non spetta a me solo ma a tutti voi: dal primo degli ufficiali al più umile degli inservienti delle stalle. La Germania è romana soltanto grazie a voi. I tribuni Giunio e Sestilio e i militari che mi accompagneranno in questo viaggio rappresentano l’intera legione, sono ognuno di voi. Lascio questa terra pacificata e le mie truppe al comando di un valoroso comandante e di molti ufficiali che già conoscete bene. Gli dei siano con voi, intrepidi romani.»

Malgrado la strenua disciplina della parata, un irresistibile mormorio si alzò dalla truppa per trasformarsi a poco a poco in un tonante boato: il nome di Marzio si levò alto verso le vette perennemente innevate delle Alpi. Tale fu il saluto dei soldati di Roma a un comandante stimato e amato.

Quando si affiancò al generale, appena intrapreso il cammino, Giunio si rese immediatamente conto dell’intensa commozione di quell’uomo saggio e giusto: era pari a quella da cui era pervaso lui stesso.


Roma imperiale. Anno 821 dalla Fondazione.

[68 d.C. (N.D.T.)]


«Così sei stata prescelta per servire la Sacra Dea!» Il tono di Cornelia non fece niente per dissimulare il disappunto.

Deferente come imponeva il suo ruolo, Clelia rispose con un disciplinato cenno di assenso, e la superiora continuò: «Certo, se non fosse dipeso dalla sorte ma dal mio giudizio, non so se saresti stata scelta: ho seri dubbi su di te. Sia comunque fatta la volontà degli dei». E il suo sguardo si fece cattivo e pericoloso, mentre continuava: «Attenta, Clelia, da questo momento ti osserverò in ogni istante. Nessun tuo errore, benché minimo, nessuna tua titubanza troverà la mia comprensione. Non hai alternative, prescelta tra le novizie: o diventerai una casta ed esemplare servitrice di Vesta o subirai le punizioni più inesorabili. Ho finito, puoi andare».

La bambina uscì dalla stanza. Nel cortile della dimora delle vestali, le due novizie godettero i raggi di un sole timido, assaporando uno dei rari e brevi momenti di svago.

Osservando il volto scuro dell’amica, Gaia si accorse subito del suo turbamento. Non appena fu messa al corrente del colloquio con la Vestale Massima, la esortò con calore: «Sta’ in guardia, Clelia, quella donna è potente quanto malvagia. E, chissà per quale misterioso motivo, è chiaro ormai da tempo che non ti ama. Forse perché sei tanto bella, Clelia, anche se una eletta non dovrebbe mai cedere a simili considerazioni. Ma, ahimè, nonostante la sacra funzione rimaniamo ugualmente esseri umani. E quella donna inacidita non può mai essere stata bella. Non come te, in ogni caso, gli dei mi perdonino. Per lei, condannarti al peggiore dei supplizi sarebbe una specie di gioco perverso. Guardati da lei!»


Alpi Rezie. Anno 830 dalla Fondazione di Roma.

[77 d.C. (N.D.T.)]


Il cammino era impervio. Avevano superato passi innevati e sentieri pericolosi, aggirato cime invalicabili. Gli uomini sembravano tuttavia non sentire stanchezza; si dedicavano con ogni energia ai sette carri colmi del bottino conquistato ai germani, cercando di sopperire con i loro sforzi alle difficoltà del percorso. Dopo quasi dieci giorni dalla partenza da Novaesium, Giunio si accorse che il cammino si stava facendo via via meno aspro. Le foreste avevano ceduto prima alle prataglie e poi ai campi coltivati, i germogli di un verde luminoso brillavano al sole del mattino. Decisero di accamparsi in uno slargo protetto da imponenti speroni di roccia. Diradatesi tensione e fatica, l’occhio addestrato del tribuno stava però cominciando ad avvistare nei legionari qualche pericoloso segno di rilassamento. Si ingiunse di stare più che mai all’erta.

La tormenta di neve arrivò quasi inaspettata, anche se, per fortuna, quando le tende erano già state montate, perché in caso contrario la coorte avrebbe avuto serie difficoltà a erigere il campo. Il sole si oscurò di colpo, nubi basse e grigie cominciarono a scorrere veloci, spinte da un vento gelido e umido. I primi fiocchi caddero sparsi, infittendosi via via sempre più fino a diventare una muraglia invalicabile per gli sguardi. In breve il manto bianco coprì ogni cosa. L’esperienza insegnava che, data la stagione, la tormenta non poteva durare a lungo. Ben altra cosa sarebbe stata se la tempesta li avesse colti non ai piedi delle montagne ma ancora lungo i sentieri precipiti tra le rocce.

Lasciato un turno di dieci uomini di guardia, Giunio si ritirò nella sua tenda. Il vento fischiava rabbiosamente, impedendogli di riposare. Era inspiegabilmente teso e nervoso, ma imputava questo suo stato alla furia degli elementi. Non riusciva a chiudere occhio, si rivoltava pieno di agitazione sullo spartano giaciglio da campo che gli era stato allestito. Inutile rimanere lì. Tornò a indossare gli indumenti pesanti; per antica abitudine, più che per scelta, prese con sé un arco e alcune frecce e uscì nella tormenta. Sperava di imbattersi in qualche animale commestibile uscito dalla tana in cerca di nutrimento. Un po’ di carne fresca non avrebbe fatto male alla loro mensa.

Il muro bianco limitava la visibilità a pochi passi. I fiocchi di neve turbinavano quasi orizzontali prima di posarsi a terra.

La stessa abitudine antica gli fece volgere lo sguardo intorno a sé in cerca delle sentinelle. Nel riverbero della tormenta non riuscì a vedere nessuno, finché una voce possente non gli intimò di fermarsi. Poco distante vide la prima. Appena lo riconobbe, il legionario abbandonò ogni tono aggressivo e ne assunse uno quasi sottomesso: «Scusami, tribuno Giunio», disse. «Non ti avevo riconosciuto».

«Fai buona guardia, Vito», rispose: aveva combattuto fianco a fianco con ognuno di loro, li conosceva tutti per nome. «Meglio stare all’erta, anche se credo che l’unica minaccia possa provenire da un qualche orso affamato!»

Quindi lo salutò, dopo avere scambiato con lui alcune brevi battute sulle prede che avrebbe potuto catturare. Si avviò lungo il tracciato battuto dai passi del legionario. Calcolò mentalmente la distanza che avrebbe dovuto intercorrere tra un posto di guardia e l’altro. La neve arrivava già ai polpacci, il solco scavato dai passi regolari della sentinella gli consentiva se non altro di non sprofondare. Pensò di avere ormai raggiunto l’area di sorveglianza di un’altra guardia. Improvvisamente le orme si fecero più numerose e sparse. Le macchie di sangue risaltavano sul candore della neve. Il corpo della guardia era poco lontano; chi lo aveva ucciso aveva cercato di nascondere il corpo in un cespuglio.

Si avvicinò con grande cautela, all’erta, tendendosi in tutte le sue facoltà. Il sangue sgorgava ancora dalla gola recisa, circondato da un alone di condensa. Gli occhi erano vitrei nell’immobilità della morte. L’assassino non doveva essere lontano. Istintiva la sua mano destra si portò sopra la spalla e le dita estrassero una freccia dalla faretra. Contemporaneamente la sinistra sollevò l’agile arco siriaco. La punta del dardo guidava il suo sguardo. Girò il busto in direzione della foresta. Li vide subito: si muovevano con l’agilità dei cervi. Alcuni, per meglio dissimularsi nell’ambiente innevato, portavano una pelle candida sulla schiena. Spuntavano da dietro gli alberi, facevano pochi passi e di nuovo scomparivano dietro un altro nascondiglio. Si voltò verso l’accampamento o, meglio, verso il luogo dove riteneva fosse il campo, al di là di quella bianca cortina impenetrabile. Era troppo lontano per lanciare l’allarme. Tornò sui suoi passi. Non ebbe quasi tempo di accorgersi che anche Vito giaceva a terra esanime.

Avvistate le prime tende, urlò con quanto fiato aveva in gola: «All’armi, romani, all’armi! Siamo attaccati! All’armi!»

Gli uomini uscirono precipitosamente dai loro ripari, la maggior parte già con la spada in pugno; pochi istanti più tardi i misteriosi assalitori erano loro addosso. Se fossero riusciti a cogliere di sorpresa l’accampamento, quasi sicuramente avrebbero avuto ragione dei romani. Erano almeno ottanta, ma, contrariamente alle loro previsioni, non si trovarono di fronte un gregge di militari storditi dal sonno ma un corpo scattante di legionari in armi pronti a respingere lo scontro. Spentosi l’impeto del primo assalto, i romani furono finalmente in grado di organizzare al meglio le forze e di far valere la schiacciante superiorità numerica. Gli aggressori si dimostrarono ottimi combattenti, ma poco avrebbero potuto in uno scontro così impari. Batterono in ritirata di lì a poco, dopo aver lasciato almeno venti uomini sul terreno.

Perplesso, pur nella concitazione dell’inseguimento, a Giunio parve quasi che alcuni rallentassero la fuga per dare il colpo di grazia ai compagni feriti. Li inseguirono per un breve tratto, ma poi preferirono tornare nei pressi dei carri del bottino: la lunga esperienza insegnava che poteva essere soltanto un diversivo per allontanarli dal campo. Trentasei legionari erano rimasti uccisi e dodici feriti.

Giunio si avvicinò al corpo di uno degli assalitori: aveva un grosso squarcio al petto e il collo seccamente reciso nella parte posteriore. Colpi chiaramente inferti in momenti diversi. Rimase qualche istante immobile, chino sul cadavere, immerso in profonde riflessioni. Quello che gli era parso di intuire corrispondeva a verità: i briganti non volevano lasciarsi dietro testimoni. Perché? L’uomo impugnava ancora la spada, forzò le sue dita per liberarla. Poco sotto l’elsa vide perfettamente inciso il marchio delle fucine imperiali. Lo conosceva fin troppo bene: ogni arma in dotazione ai legionari portava lo stesso marchio.

«Quanti uomini abbiamo perso?» chiese Marzio, ricevendo una risposta puntuale e immediata. Annuì in tono preoccupato. «Tanti», commentò a mezza voce. «Ma sarebbe andata molto peggio», considerò, «se una delle sentinelle non fosse riuscita a dare l’allarme. Giunio, voglio conoscere il valoroso che ha salvato la vita a tutti noi e il prezioso carico che portiamo a Roma.»

In realtà era stata soltanto una serie di circostanze a far sì che Giunio avvistasse gli assalitori. La sua sincerità innata gli impose di spiegarlo al suo signore, informandolo concitatamente che a dare l’allarme era stata la sua voce.

Marzio annuì una seconda volta, con espressione meditabonda. «Strano e fortunato destino, il mio, Giunio. Ti sono tre volte debitore della vita», disse, rivolgendogli un gesto di paterno affetto.

Sestilio si era mantenuto in disparte. Giunio non ricordava di averlo visto durante la battaglia. Fu costretto a riflettere che il suo pari grado non sembrava davvero animato dalla propensione al combattimento che contraddistingueva lui come ogni altro soldato inviato dall’impero in quelle remote regioni di confine: nelle rare occasioni in cui doveva arrivare allo scontro, il nobile tribuno si faceva circondare da un manipolo di guardie scelte, con la dichiarata scusa di guidarle all’assalto, ma in realtà in modo da esserne protetto.

Strano soldato davvero. Gli tornarono rapidamente alla memoria le spontanee e amare considerazioni di Marzio sui motivi di puro vantaggio personale per cui certi rampolli della nobiltà romana chiedevano di essere mandati per qualche tempo al fronte. La carriera politica. Sestilio sembrava già perfettamente versato in quelle arti sottili e subdole. Sarebbero mai riusciti a impararle due uomini addestrati soltanto alla guerra, come lui e Marzio? Ma non era tempo di riflessioni. Bisognava agire, rimanendo il più possibile all’erta.

«Rinforzate i turni di guardia», ordinò agli uomini, cercando di sovrastare il rombo della tormenta. «Le sentinelle si dispongano in modo da vedersi l’una con l’altra. I legionari in tenda tengano le armi a portata di mano.» Quindi si rivolse nuovamente a Marzio: «Perdonami, comandante. Debbo parlarti».

Pochi istanti più tardi entrava nella sua tenda. La presenza di Sestilio, che da quando lo aveva visto non si era più allontanato da lui, aveva ormai il potere di metterlo profondamente a disagio. Chiedeva protezione anche a lui? Chissà. In certi momenti gli sembrava addirittura che lo controllasse. Cercò di scacciare il pensiero. Sestilio era un ufficiale dell’impero romano come lui, inviato in quelle terre direttamente dall’imperatore.

Si scrollò di dosso la neve e batté i piedi sul suolo; al centro della tenda ardeva un braciere, la temperatura era accettabile, quasi confortevole. Con poche battute mise al corrente il legato delle modalità dell’assalto, soffermandosi sugli aspetti oscuri dell’imboscata. «I nostri assalitori», concluse, «si muovevano in maniera esperta e combattevano ordinatamente. Hanno preferito uccidere i loro compagni piuttosto che lasciare testimoni in mano nostra. Inoltre, particolare davvero inquietante, alcune delle loro armi provenivano dalle officine imperiali.»

Marzio rimase pensieroso qualche istante, ma poi sembrò voler scacciare la tensione, rimandando ogni decisione. «L’importante è che siamo riusciti a limitare le perdite e che il tesoro dei germani non ci sia stato trafugato», disse. «Auguriamoci che i briganti non stiano raccogliendo le forze per un nuovo attacco.»

«Non credo che torneranno», intervenne Sestilio, facendo sentire la propria voce per la prima volta; la paura sembrava non aver ancora consentito ai suoi lineamenti di rilassarsi.

«Sono battuti in ritirata», proseguì, «non appena si sono accorti che la sorpresa era fallita. Se avessero avuto rinforzi li avrebbero di sicuro utilizzati subito, nel corso del primo attacco. Perché avrebbero dovuto lasciare altri uomini nelle retrovie?»

Una logica apparentemente ineccepibile. Quando voleva, Sestilio sapeva manifestare le doti di un saggio stratega.

Giunio sapeva tuttavia che avrebbe trascorso la notte in piedi, ispezionando più volte la catena delle sentinelle.